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← Lo hobbit: il recupero del calice

Creato il 14/05/2026, 21:54 · Aggiornato il 14/05/2026, 21:58

Capitolo 8: Una nuova compagnia, una nuova speranza, l'inizio della fine. Seconda parte

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Copertina AI
  • Morte
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Se non gli eventi, almeno il tempo sembrava essere dalla loro. Erano ormai in autunno, ma il sole era ancora abbastanza forte da riscaldarli.

Con il calare della sera, le armature forgiate con le scaglie di drago riflettevano la luce del tramonto, apparendo ancora più rosse di quanto non fossero già. Bilbo, però, non si trovava affatto a suo agio: gli elfi, non conoscendo le misure esatte del suo corpo, avevano preso come riferimento quelle di un bambino paffuto… con risultati poco convincenti. L’unico lato positivo era che almeno non pizzicava e, soprattutto, non stringeva al cavallo come il maledetto costume da satiro!

Essendo troppo lunga, invece di una spada, gli venne dato in dotazione uno stiletto - sempre di forgiatura di scaglia di drago - molto simile a Pungalo. Aveva poi Mithril sotto le vesti, una protezione in più che non guasta mai.

Col sorgere della luna, il bosco assunse una colorazione argentea e si intravidero tra gli alberi altri elfi. Echeggiava una strana melodia, dolce e al contempo misteriosa. Era in grado di entrarti dentro e lasciarti una sensazione mistica addosso.

Chiese delucidazioni ad Haldir e lui rispose: «Questo è il canto della fortuna che il nostro popolo canta quando scendiamo in battaglia. Ascolta bene le parole, anche se non ne comprendi il significato, poiché sono in grado di lasciarti addosso una sorta di protezione che ti permetterà di non morire tanto facilmente.»

Bilbo tese le orecchie, così da non perdersi una sola sillaba.

Era notte fonda quando arrivarono al confine del regno, perciò prima di proseguire decisero di sostare lì, poi sarebbero ripartiti l'alba del giorno dopo.

Accesero un fuoco e gli elfi narrarono storie meravigliose, senza tempo, che incantarono Bilbo.

Poi chiesero a lui e a Bard di raccontare della lotta contro Smaug e dell’avventura coi nani. Per divertire il pubblico, Bilbo imitò i compagni e persino il drago, mentre Bard… interpretò semplicemente se stesso. Questo significò che lo hobbit dovette buscarsela per tutta la recita, anche se solo per scherzo, suscitando risa tra gli elfi.

Alla fine andarono a dormire, ma Bilbo esitava a chiudere gli occhi: temeva di rivedere la strega nei suoi sogni. Ogni volta che accadeva, si sentiva strano, attratto da lei nonostante fosse una vecchia. La macabra consolazione era che si mostrava desiderosa solo quando assumeva le sembianze di Elianor. Non capiva come funzionasse, ma prima o poi l’incanto svaniva e il suo volto reale gli si rivelava.

Questa volta Bilbo si ritrovò nel giardino reale di Lórien, un luogo che gli era rimasto caro nonostante l’avesse visto solo di sfuggita, passando per raggiungere le stalle.

La strega — nelle sembianze di Elianor — attinse acqua da un pozzo e la versò nella conca di un piedistallo. Poi lo chiamò a sé e lo invitò a guardare. Nell’acqua vide riflesso se stesso, avvolto dall’oro e colmo di potere. Il suo volto era fiero, ma lo sguardo non rivelava alcuna bontà.

Lei lo abbracciò da dietro, le braccia intorno alla sua vita, e gli posò il mento sulla spalla. Sussurrò ancora una volta quella nenia elfica e, con gesto ipnotico, fece scivolare le dita dalla sua fronte fino al cuore. Una passione ardente lo travolse, e Bilbo si voltò a baciarla: le sue labbra, morbide come velluto, gli parvero irreali.

Ma proprio in quell’istante, una voce echeggiò alle loro spalle, limpida e imperiosa:

«Allontanati da lui, strega!» disse in elfico.

La Dama Bianca era apparsa, irrompendo nel giardino con lo sguardo infuocato e le braccia spalancate.

Un’ondata d’energia invisibile colpì la strega, scagliandola di lato. Nel cadere riassunse il suo vero aspetto, e così l’incanto che aveva nuovamente avvolto lo hobbit si dissolse.

Bilbo ricadde pesantemente a terra e scosse il capo. Si sentiva stordito: la vista gli si annebbiava, confusa tanto per l’incantesimo spezzato quanto per la natura onirica di quel luogo.

Attraverso le immagini sfocate che gli danzavano davanti agli occhi, gli parve di scorgere le due donne affrontarsi. Non brandivano armi, né alzavano le mani: combattevano con la parola, intonando formule arcane in lingua elfica. Da esse scaturivano ondate d’energia invisibile e bagliori di luce che si urtavano a vicenda, scuotendo le loro forze interiori. Non lasciavano ferite sul corpo, ma incrinavano la tenuta dei loro animi.

«Hai fatto un pessimo errore a cercare di incantare ancora Bilbo mentre si trovava nelle mie terre! Non posso ucciderti, per quanto lo desideri… ma ti lascerò un segno che non dimenticherai mai!» tuonò Galadriel, prima di scagliare contro la nemica un’altra maledizione.

Un lampo invisibile colpì l’avambraccio sinistro della strega, e sulla pelle comparve una bruciatura a forma di saetta, ramificata come un fulmine. Il dolore fu tale che la megera perse il controllo del sogno. Tutto attorno iniziò a dissolversi, svanendo come nebbia al sole.

Poco prima che Bilbo si ridestasse, gli apparvero davanti gli occhi blu intensi della Regina degli Elfi, circondati da fasci di luce.

«Non posso fare altro, Bilbo Baggins. Ora dovrai cavartela da solo. La strega ha assaggiato la mia potenza e non credo oserà mai più attaccare nelle mie terre… ma altrove sì. Mantieni la mente vigile, non cedere al suo inganno. Raggiungi le sue terre… e non tradirci.»

I fasci di luce si chiusero sugli occhi, e l’alba giunse.

«Mastro Baggins, si alzi, dobbiamo muoverci.» disse Haldir, posandogli una mano sulla spalla destra.

Bilbo si riscosse, ancora intontito. Non sapeva se fosse sveglio o se stesse continuando a sognare. Avrebbe voluto raccontare tutto alla compagnia: l’incontro con Galadriel, la maledizione scagliata, il pericolo della strega e l’insidia dei suoi inganni. Avrebbe voluto metterli in guardia, ma le parole gli si spegnevano sulle labbra.

Qualcosa lo tratteneva. Forse la strega aveva già intrecciato i suoi fili nella sua mente, e bastava una parola per piegarlo alla sua volontà, costringerlo a tradire i compagni. Rabbrividì al solo pensiero. Non voleva ingannarli, non voleva deludere Gandalf né gli elfi che ora riponevano fiducia in lui.

Quando si separarono, Haldir lo salutò con rispetto: il suo compito era finito e sarebbe tornato a riferire ai suoi sovrani.

Il viaggio proseguì. Gli altri mantennero alto il morale, ma Bilbo non riusciva a scrollarsi di dosso quella cupa inquietudine. Haldir e Bard attribuirono la sua malinconia alla preoccupazione per gli amici rapiti, e in parte avevano ragione… ma dentro di lui c’era qualcosa di più oscuro, che non osava confessare.

La giornata proseguì tranquilla... almeno fino all'imbrunire: stavano passando per una radura, quando a un certo punto Bard levò il braccio destro verso l'alto, richiamando all'attenzione tutti quanti.

«Non lo notate anche voi?» chiese con tono molto serio, volgendo lo sguardo verso i suoi compagni.
Quest'ultimi si guardarono attorno, scrutando con attenzione ogni elemento del circondario.

«Non c'è alcun rumore.» rispose Bilbo, dopo qualche secondo «Nemmeno un flebile cinguettio d'uccelli.»

Bard annuì, ma in quell’istante un fischio sottile squarciò l’aria. Dalle fronde piovvero frecce, rapide come saette, dirette contro il gruppo. Due cavalli caddero a terra, trafitti, mentre quello di Bilbo si salvò per un soffio: una punta si conficcò a pochi centimetri dal suo occhio, facendolo imbizzarrire.

Gli elfi, protetti dalle corazze forgiate con scaglie di drago, resistettero all’urto dei dardi. Le frecce rimbalzarono via con un suono metallico, senza penetrare. Solo i punti scoperti — il viso, il collo e le ascelle — restavano vulnerabili, ma i guerrieri furono pronti a schermarsi, evitando con agilità che i colpi trovassero quei varchi fatali.

Dalla vegetazione esplosero figure nere: orchetti feroci, un centinaio o più, che sbucarono dalle fronde e perfino da buche scavate nel terreno. Armati fino ai denti, si lanciarono addosso alla compagnia con urla gutturali e clangore di lame.

Gli elfi e Bard risposero senza esitazione: le loro spade danzavano rapide, fendendo l’aria e trovando bersagli con precisione letale. Per loro, addestrati e corazzati, tener testa a quella massa scomposta non fu un’impresa impossibile.

Bilbo, invece, arrancava. L’armatura gli pesava addosso come un macigno, intralciandogli i movimenti. Più di una volta fu vicino a essere colpito, e solo l’intervento tempestivo dei suoi compagni gli evitò ferite gravi nei pochi punti scoperti.

Poi, quasi all’unisono, gli orchetti si scambiarono versi striduli e rapidi cenni: un codice grezzo ma efficace. Subito dopo iniziarono a indietreggiare, ritirandosi a gruppi sparsi tra gli alberi.

La compagnia, con il sangue ancora caldo per la battaglia, non esitò. Presi dall’impeto, decisero di inseguire i fuggitivi, senza fermarsi a riflettere se quella ritirata fosse reale… o una trappola.

Gli orchetti correvano con un’agilità sorprendente, talmente rapida da far sembrare i cavalli quasi lenti. Mai avevano visto simili creature muoversi così. L’inseguimento li trascinò fino a una radura, dove, all’improvviso, i destrieri della compagnia si impennarono, nitrendo terrorizzati.

Davanti a loro, ad attendere i fuggitivi, si agitavano ombre mostruose: viverne, colossi alati dalla pelle squamosa, con occhi come braci accese e fauci colme di veleno. Gli orchetti, senza esitazione, si arrampicarono sulle loro groppe ossute e lanciarono ordini gutturali.

Le bestie obbedirono: non spruzzarono il loro veleno sugli avversari, ma lo dispersero tutt’intorno, creando barriere tossiche che tagliavano ogni via di fuga. La compagnia fu spinta sempre più verso il centro della radura, incalzata come prede in una caccia crudele.

Quando il cerchio si chiuse, gli elfi, Bard e Bilbo compresero il pericolo. Si disposero schiena contro schiena, fissando i loro nemici con occhi accesi di sfida. Non importava quante creature li stessero aspettando: come animali feroci intrappolati, sapevano che, se avessero voluto le loro vite, avrebbero dovuto combattere duramente per strapparle.

All’improvviso, le viverne spalancarono le loro ali poderose e, con un ruggito che fece tremare l’aria, si abbatterono sulla compagnia. Con movimenti precisi e terribili, afferrarono uno a uno uomini, elfi, hobbit e cavalli, sollevandoli da terra come prede indifese.

Il bosco, che fino a poco prima li aveva accolti, scivolava ora sotto i loro piedi: un mare di ombre e tronchi deformi, reso ancor più spettrale dall’oscurità della notte. Nessuno comprendeva perché non fossero stati massacrati sul posto — così facevano gli orchi, da sempre crudeli e sbrigativi. Perché, dunque, catturarli vivi?

La risposta non tardò a mostrarsi. All’orizzonte, nel cuore della foresta, si levava un bagliore verde, un’aura di magia che si stendeva per chilometri, piegando l’aria e corrompendo la terra. Al centro di quel bagliore sorgeva una torre innaturale, plasmata da alberi secchi e nodosi che si intrecciavano fino a formare mura e pinnacoli. E, in cima, stagliata contro la luna, si delineava l’imponente sagoma di un drago.

Bilbo deglutì a fatica. Tutto questo non poteva essere reale… o forse sì, eppure il suo cuore rifiutava di ammetterlo. Certo, sapeva che un giorno si sarebbe trovato davanti a un momento simile, ma non così, non all’improvviso, senza il tempo di prepararsi. Non era pronto. Non lo era mai stato. Con Smaug, era stata fortuna. Fortuna pura, ripeté a se stesso — e a buttarlo giù non era stato nemmeno lui.

E se questa volta Bard non fosse bastato? Se Gandalf fosse davvero ormai al Creatore, come temeva, chi avrebbe difeso la compagnia?

La sua pony, percependo forse la sua agitazione, emise un nitrito improvviso e lo scosse con un brusco colpo di groppa. Bilbo sussultò, riportato di colpo alla realtà. Ma la realtà, purtroppo, non era meno spaventosa dei suoi pensieri.

«Uomini, sono certo che ci porteranno al cospetto della strega per decidere del nostro destino. Mi raccomando, abbiamo l'abilità, abbiamo l'attrezzatura. Non facciamoci soggiogare da quella maledetta e vediamo di tornare a casa vittoriosi!» urlò Bard alla compagnia, sperando che tutti potessero sentirlo.

Tutti, tranne Bilbo, fissavano la “Zona Grigia” con occhi decisi. Quella megera avrebbe dovuto sudare sette camicie se davvero pensava di farli fuori: erano pronti a combattere nel nome dei compagni caduti e del proprio onore, certi che i posteri li avrebbero ricordati per secoli.

All’alba, quando finalmente arrivarono a destinazione, nessuno aveva chiuso occhio. La stanchezza era un peso reale, ma non potevano cedere: se si fossero lasciati andare al sonno, sarebbe stato per sempre. Dalle profondità della foresta giunsero ruggiti e urla di vittoria; e sugli alberi, come bestie pronte al banchetto, orde di orchi inveivano contro di loro.

Appena toccarono terra, sentirono il freddo del ferro contro la pelle: troppe lame, troppe per pensare a una resistenza, almeno nelle loro condizioni.

Dalla cima della torre, il drago li scrutava in silenzio. Le sue scaglie erano di un rosso cupo e dalle narici spirava fumo. Nessuno ebbe il coraggio di sollevare lo sguardo.

Spogliati dei cavalli, furono trascinati verso le segrete. Bilbo si voltò un’ultima volta verso Yavanna, che nitriva furiosa contro i loro aguzzini. Il cuore dello hobbit gli si strinse: avrebbe voluto liberarla, ma non poteva fare nulla.

«Andrà tutto bene.» sussurrò e quest'ultima, dotata di un udito fine, poiché era una creatura benedetta da una Valier, lo udì e si calmò.

Se l'esterno della torre aveva un'aria tetra, l'interno, soprattutto le segrete, lo erano ancor di più.

«Ecco, feccia, ora ve ne starete qui fino a quando la nostra padrona non avrà deciso cosa farne di voi!» esclamò uno degli orchi, mentre i suoi compagni sbattevano in una grande cella i guerrieri. «Buona riunione di famiglia argh! argh!»

La cella, impregnata del puzzo di rifiuti organici, era quasi totalmente avvolta nell'oscurità, l'unica fonte di luce presente era quella delle torce nel corridoio. Quando però gli orchi se ne andarono del tutto, ecco che una luce azzurra s'accese dal fondo della stanza, rivelando agli occhi della compagnia la presenza di Gandalf, Legolas e degli altri compagni. Avevano il viso smagrito ed erano sporchi, il soggiorno in quel luogo non era di certo dei migliori.

Bilbo si tolse, con mani tremanti, l'elmo dal capo. Il suo viso aveva un'espressione di totale stupore, quasi non credeva più che avrebbe rivisto i suoi amici.

«Siete vivi? Oh grazie ai Valar, che gioia!» esclamò, correndo loro incontro, andando ad abbracciare Gandalf.

L'odore che l'amico emanava era paragonabile al vestito da satiro, ma gli bastò trattenere il respiro, poiché la felicità nel rivederlo superava di ben lungo le sofferenze del suo senso dell'odorato.

«Si, siamo vivi... ma è solo grazie a te.» Rispose lo stregone, contraccambiando l'abbraccio.

Lo hobbit non capiva di cosa stesse parlando, quindi si spiegò meglio. «Non so come, non so perché, ma la strega è innamorata di te. Dice che qualcosa in te lo attrae, ma non sa spiegarselo. Ci ha interrogato, ci ha torturato, per sapere il più possibile sul tuo conto, ma non ha avuto altra informazione oltre al sapere che sei solo un onesto hobbit. Ci ha quindi iniziato a tenere alla fame nella speranza che le rivelassimo altro, ma siamo ben resistenti... e nel frattempo sei arrivato.»

Bilbo annuì, indicando che aveva capito tutto e rabbrividì al solo pensiero di essere entrato nei sogni proibiti di una vecchia megera. Perché poi, quando l'aveva incontrato e cosa è che le provocava quei sentimenti? Volse lo sguardo verso la pietra che emanava luce azzurra in cima al bastone dello stregone.

«Ma mi pareva d'aver capito che qui non avevi poteri.»

**
«Si, è così... ma quanto pare questo non vale per alcune magie, seppur risultino più difficili da mantenere. Questa, per esempio, è solo un incantesimo di genere neutrale per far luce, di alcuna minaccia alla strega o le potenze antiche e misteriose che hanno dato luogo alla "Zona Grigia".»**

Mentre lo stregone parlava, Bilbo notò che il viso dello stregone era affaticato e la luce che pietra emanava tremava. «Basta, riposa, sei debole. Parleremo anche nella penombra, non è un problema.»

I guerrieri si riunirono a cerchio, parlando delle cose successe ad ognuno di loro ed attendendo che qualche orco s'affacciasse per dir loro cosa dovevano fare. Per ora, erano stanchi, quindi passare subito all'azione sarebbe stato un po' prematuro.

Dopo un paio d'ore, ecco che un orco s'affacciò dalla finestrella della cella e disse a Bilbo di seguirlo.
Uscito fuori, lo hobbit venne incatenato per i polsi e condotto verso una stanza che si trovava al primo piano della torre. L'orco bussò alla grande porta di legno ed una voce femminile dal tono autoritario ordinò di far entrare solo il mezz'uomo.

Bilbo fu abbagliato per un istante, costretto a socchiudere gli occhi. La stanza brillava come se il sole fosse stato catturato lì dentro, in contrasto con le mura sinistre della torre. Al centro, una donna dalla chioma nera emanava una luce bianca e abbagliante. Lo hobbit ebbe un sussulto quando la voce, dolce ma intrisa di comando, lo accolse:

«Benvenuto, amore mio».

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