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← Lo hobbit: il recupero del calice

Creato il 08/05/2026, 07:23 · Aggiornato il 08/05/2026, 07:23

Capitolo 3: Partenza

@ladyele1991LadyEle1991
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Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
  • Violenza
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Il sole era già sorto da un paio d'ore, quando la compagnia finalmente era pronta per montare a cavallo - Bilbo sulla pony che aveva cavalcato in partenza.

In testa al gruppo si misero Legolas e Gandalf, l'uno di fianco all'altro, poi Bilbo con affianco Aduial e a seguito: Araton e Cùthalion, Calimon ed Erech, Eldareston ed Eruvandie, e Forlong, Fanon e Endacil chiudevano la fila(gli ultimi due però stavano leggermente più avanti, ai lati, tra lo spazio tra il cavallo di Forlong e quelli di Eldareston ed Eruvandie).

La prima meta da raggiungere era il valico delle Montagne Nebbiose e Bilbo aveva un po' timore di attraversarle, visto il brutto espediente dell'ultima volta.

Il vento soffiava forte tra le montagne, così tanto che la compagnia fu costretta a camminare a ridosso della parete rocciosa del passo che stavano attraversando, per di più a piedi, cercando anche di stare attenti affinché anche i loro cavalli riuscissero a passare senza problemi. Se avessero perso l'equilibrio, avrebbero rischiato di cadere nella gola della montagna.

Bilbo si teneva stretto il suo mantello color grigio topo. Aveva un senso di vertigine stando a quel altura, ma si sforzava di rimanere lucido per rassicurare la pony.

«Gandalf, che facciamo se quei "simpaticoni" dei giganti della montagna si mettono a "giocare" anche questa volta?» chiese a un certo punto allo stregone che gli stava davanti.

«Che cosa? Giganti della montagna? Davvero li avete incontrati?» Si intromise Aduial, con tono entusiasta.
«Si, ma non la considero di certo una fortuna! A momenti ci facevano secchi per il loro diletto di passarsi a calci massi di montagna enormi!» sbuffò lo hobbit, contrariato nel vedere il suo compagno così eccitato, come se fosse un bambino che sta per ricevere dei balocchi.
«Per ora è bel tempo, mastro Baggins. Spera che sia sempre così, altrimenti sì che ci sarà preoccuparsi!»

Calò la sera e per fortuna la compagnia riuscì a trovare uno spiazzo ove far riposare le membra per quella notte.

Bilbo era rannicchiato in un angolo, ancor più stretto al suo mantello ed agognava di già il letto di piume di casa sua.

Nonostante fosse vicino il focolare, il vento era così freddo da non riuscire a riscaldarsi. Anche gli animali nitrivano, per nulla contenti di ritrovarsi in quella zona. Tutti erano silenziosi, assorti nei loro pensieri.

A un certo punto, dal loro fagotto, Erech, Edareston ed Erubandie tirarono fuori degli strumenti musicali dorati: una lira e due pifferi. La musica che ne scaturì era bellissima, quasi sovrannaturale e Gandalf si complimentò perché gli sembrava tanto quella dei Valar.

Legolas intonò una canzone in elfico e nonostante Bilbo non ne comprendesse il significato, lo emozionò nel profondo ed ebbe la conferma che la voce dell'elfo silvano aveva davvero la proprietà di allietare le menti rattristate. Poco dopo Gandalf gli avrebbe spiegato che le parole pronunciate nella lingua comune erano queste:

Vola oltre il monte,
Vola oltre l'oceano,
Oh mia bella Yavanna e poni i tuoi fiori sulle terre di Melkior!
Delle dee tu sei la più raggiante e la più pura,
E noi tuoi figli ti adoriamo!
Col soffio di Menweé, fatti trasportare per valli e mari,
Fatti guidare da Varda, nelle notti più splendenti
E saluta per noi i Valinor delle terre e delle acque!
Vola oltre il monte,
Vola oltre l'oceano,
E quando sarai stanca,
Torna alla tua dimora e con Aulé concepisci i doni della terra,
Così che noi, tuoi figli, potremmo prosperare
E sperare in un alba priva dell'esistenza del Male!


Rifocillato grazie a quel sublime canto, lo hobbit s'addormentò sereno e quella notte sognò la Valier che attraversava la Terra di Mezzo e con i suoi poteri portava gioia nei cuori degli esseri viventi... persino negli orchi e nei troll!

Il volto della donna, però, non era quello di una qualsiasi fanciulla, oppure sfocato come succede spesso nei sogni: era identico a quello di Elianor.

Alla fine del suo viaggio, tornò dal suo consorte e Bilbo s'accorse che Aulé era proprio lui e, per rifocillarla della fatica, la stringeva forte fra le sue braccia.

Per ringraziarlo della sua tenerezza, la donna cantò per lui, carezzandolo partendo dalla fronte, fino ad arrivare al cuore.
«Mio signore, posso essere tua per sempre?» chiese poi dolcemente, la sua voce sembrava la melodia di una lira.
«Per sempre ed oltre di più, ed io prometto di appartenerti.» Tese la bocca per donarle un bacio sulle labbra, ma non appena i due si baciarono, egli s'accorse che alla fanciulla erano venuti i capelli bianchi, i suoi occhi erano tinti di rosso e la sua lingua era un serpente velenoso. Tentò di respingerla, ma ella lo cingeva con forza.

«Non potrai sfuggirmi, tu mi hai voluto ed io ti ho accettato. Ora non potrai più ritirarti, Bilbo Baggins. Sei mio ed io sono tua...per l'eternità!» l'alito sapeva di morte e la voce era gracchiante.

Era scosso dai tremori della paura e qualunque cosa facesse, non riusciva a liberarsi. Gli rimaneva solo che urlare, ma dalla sua bocca non usciva nemmeno il più flebile suono.

Si svegliò di soprassalto e si accorse che il suo corpo stava ancora tremando, ma non era lui in sé per sé a tremare, bensì la terra.

Si stropicciò gli occhi e non appena riacquistò la vista, s'accorse che gli elfi stavano cercando di trattenere i cavalli e che Gandalf lanciava formule magiche contro i giganti di pietra che in quel momento "giocavano" a lanciarsi pietre, come se stessero giocando a rugby. Non sapeva che ore fossero, poiché il cielo era pieno di nuvole nere e l'unica fonte di luce era quella dei fulmini che s'abbattevano sul suolo.

Uno di loro colpì uno sperone della parete dello spiazzo ed un grande sasso stava precipitando proprio verso il punto ove era legata la pony spaventata. Con prontezza di riflessi, Bilbo corse verso di lei e velocemente sciolse il nodo, appena in tempo perché l'animale potesse correre in un punto più sicuro.

Per evitare il masso, lo hobbit saltò di lato, ma una scheggia di pietra creatosi con l'impatto del masso a terra volò verso il suo viso e lo ferì vicino l'occhio sinistro. Il sangue iniziò a scendere lungo il viso, finendogli in bocca. Assaggiò il sapore metallico del liquido scarlatto e si sentì svenire. Era la prima volta che si faceva una ferita così importante ed un moto di paura gli attanagliò il cuore.

Non riusciva più a muoversi, come se delle spire lo paralizzassero a terra. La pony, grata al mezz'uomo, se ne accorse e gli diede un morso al braccio destro, così da farlo svegliare.

Per via del nuovo dolore, Bilbo zompò a sedere. Finalmente era di nuovo in grado di muoversi e fece un cenno con la testa per ringraziare la sua compagna.

Lo stregone continuava a mandare incantesimi, affinché le rocce lanciate non rovinassero proprio verso di loro. Una era prossima a prenderli in pieno ma, con un ultima frase proferita con tono ancor più profondo rispetto quelle precedenti, una nebbiolina azzurra l'avvolse ed il sasso perse di potenza, così da fermarsi per un istante e poi cadere giù in fondo alla gola in linea verticale.
«Non possiamo rimanere qui ancora a lungo, dobbiamo proseguire!» urlò poi ai suoi compagni.

I mostri si lanciavano loro stessi contro i loro simili o contro le rocce, per cercare d'afferrare il pezzo di montagna più grosso e, nonostante il terrore, Bilbo non poté notare che le loro gesta sembravano quelle dei fanciulli che giocano spensieratamente al parco e che non si curano di calpestare le formiche.

Nonostante il pericolo, la compagnia si sforzò di andare avanti.
Gandalf aveva la voce rauca per quanti incantesimi aveva lanciato ed un paio di cavalli caddero giù nella gola.

Il mezz'uomo tenne, con tutta la forza che aveva nelle sue piccole mani, le briglie della sua pony e le sussurrò: «Non permetterò che tu possa cadere nella gola, mia cara amica. In quest'avventura noi staremo vicini e semmai dovessi abbandonarti sarà solo perché il cammino ci porterà su sentieri troppo pericolosi per te.» Si chiese se lo potesse capire ed in cuor suo lo sperava. «Ho deciso, ti chiamerò Yavanna!»

I "fanciulli" di pietra alla fine si stufarono o si stancarono e quindi decisero di fermarsi ed andare a trovare un luogo tra le rocce per andare a dormire.

Le nuvole iniziarono a dissiparsi ed i caldi raggi solari passarono attraverso le fenditure per illuminare il loco. Uno di loro cadde sulla strada che la compagnia stava percorrendo ed i loro corpi ed i loro cuori si riscaldarono. Finalmente il pericolo era cessato ed ora non rimaneva che finire d'attraversare il passo dei Monti Nebbiosi!

La paura di finire schiacciato o peggio dai sassi volanti, stava man mano dissipandosi ed il turbamento di Bilbo si concentrava sempre più sul suo incubo. Procedeva a passo chino e camminava in linea con gli altri solamente perché seguiva il passo dei suoi compagni, come fanno le pecore, ma non guardava veramente dove stava andando. Si ridestò solo quando urtò la schiena di Forlong: non si era accorto subito di aver raggiunto quasi la fine del passo e che ora Gandalf e Legolas ordinavano di fermarsi per accamparsi lì per quella notte.

La notte passò veloce ed il povero hobbit non riuscì a chiudere occhio nemmeno per un minuto, tant'è che alla fine si offrì di fare da sentinella a tempo pieno.

Il giorno dopo, aveva due occhiaie che gli arrivavano a terra e a stento riusciva a tenere gli occhi aperti. Purtroppo non poteva montare sulla pony fino a che non fosse stato raggiunto la fine del passo.

Ci arrivarono solo al tramontare del sole e non appena misero piede sulla pianura erbosa, Bilbo montò subito e schiacciò un pisolino, cullato dal passo lento dell'animale. Finalmente la sua mente partorì un bel sogno: la contea nella festa di mezza estate. Sognava così beato, che parlava e rideva nel sonno, provocando ilarità tra i suoi compagni.

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