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Data l'urgenza della chiamata, dovettero partire il mattino dopo. Bilbo si mise un velo in testa ed un giaccone dal collo alto, per non essere additato da altri come orco. Purtroppo l'indumento era un po' troppo pesante per la stagione, quindi non appena salì il sole iniziò a sudare.
Aveva avuto la pensata di mettersi subito addosso la cotta elfica ottenuta dal tesoro dei nani, il metallo riusciva a rinfrescargli un po' il busto. Con sé non portò molto, ormai sapeva che in viaggi come quelli bisognava portarsi solo lo stretto necessario.
Prima di incamminarsi, affisse un cartello sul cancelletto di casa:
Sono partito per un'avventura e non so quando tornerò, ma se quando torno non mi ritrovo più delle cose in casa, prometto di scagliarvi addosso un sortilegio che vi farà diventare bitorzoluto tutto il corpo e che non vi permetterà di mangiare nemmeno un panino, parola di Bilbo Baggins!
Alla fine del confine della contea, ad attendere Gandalf e Bilbo c'erano un bellissimo cavallo bianco ed una deliziosa pony dal crine color miele.
Per fortuna lo stregone aveva pensato alla situazione di Bilbo e la sua non simpatica relazione col pelo di cavallo, quindi prima di salire gli diede da masticare una radice che gli permise di non avvertire nemmeno il più minimo prurito al naso.
Il tempo, per fortuna, prometteva bene e non sembrava esserci anima viva in giro, Bilbo poteva ben sperare che nessun altro avrebbe visto la brutta escrescenza sul suo corpo. A un certo punto, però, Gandalf arrestò il passo e così anche lo hobbit. Si sentivano dei sibili e Bilbo credeva fosse solo il vento che soffiava tra le fronde degli alberi, ma da come reagì lo stregone capì che quel suono era provocato dallo scocco di alcune frecce.
Ripresero il cammino trottando e, man mano che si avviavano, i due udirono delle urla che mandavano ordini ed altre che chiedevano pietà. Istintivamente Bilbo estrasse la sua spada: era azzurra!
«Orchi!» disse allarmato, mentre mentalmente si preparava già alla battaglia... Gandalf di sicuro sarebbe intervenuto e lui non poteva esser da meno.
Arrivarono in prossimità di una radura e lì trovarono la zona di battaglia: degli orchi avevano attaccato una carovana di mercanti e quest'ultimi stavano soccombendo. Lo stregone grigio diede la carica e, assieme al compagno, si gettò contro i mostri.
Gli orchi, non aspettandosi l'attacco, si trovarono inizialmente in svantaggio e la metà del gruppo morì sotto le lame di Bilbo e di Gandalf - soprattutto del secondo, sia per l'esperienza, sia perché il gonfiore sugli occhi, seppur un po' alleviato, non gli faceva ancora vedere bene le cose.
Qualche istante dopo si ripresero e raggiunsero una posizione che gli permetteva di rispondere all'attacco del duo. ù
Una freccia sfiorò la spalla sinistra di Bilbo, provocando un taglio nella manica della sua giacca, mentre una seconda gli arrivò sul fianco destro. Per via della botta subita, Bilbo perse l'equilibrio e cadde a terra. Gli orchi credevano di averlo abbattuto e quindi tutta l'attenzione si rivolse al compagno che, nonostante potesse essere un vecchio, si destreggiava con la spada come se fosse un giovane guerriero.
Dopo un po', Bilbo si riprese, una freccia qualsiasi non avrebbe potuto niente contro la sua cotta. Si avviò verso gli orchi a passo celere ma silenzioso - uno hobbit sa bene come riuscire a non farsi notare. Arrivò al loro fianco ed agitando la spada velocemente a destra e a sinistra ne trafisse due.
Gli indumenti si inzaccherarono di rosso, cosa che gli fece ribrezzo - era coraggioso si, ma di certo uccidere qualcuno, seppur quest'ultimo voglia farlo a sua volta, non era di certo nella sua natura, alla fine solo l'istinto di sopravvivenza e la preoccupazione per il compagno erano i veri motivi per cui trovò la forza di abbattere quei mostri.
«Che cosa? Non sei morto!?» esclamò il capo degli orchi, più grosso dei suoi sottoposti e più bitorzoluto.
Si avventò su di lui pieno di ira, ma il bastone dello stregone lo prese allo stomaco ed il colpo di spada andò a vuoto.
Gli orchi ormai erano battuti e si ritirarono. Il capo si voltò un'ultima volta, prima di sparire assieme ai suoi compagni, additando lo hobbit.
«Ti ritroverò, mostriciattolo! Ti attaccherò con un esercito e vedremo se avrai ancora la pellaccia così resistente da sopravvivere a tutti quei colpi!» Non osò minacciare lo stregone, quello era veramente al di fuori della sua portata, mentre l'altro sembrava molto più vulnerabile, su di lui avrebbe potuto sfogare più facilmente la sua ira.
Bilbo non fu entusiasta nel sentirsi dire quelle parole, nemmeno quando Gandalf assicurò che non l'avrebbe lasciato da solo questa volta, riusciva a sollevarsi. Lo stregone dopotutto non poteva fargli da guardia del corpo perennemente e sicuramente, se fossero sopravvissuti a questa nuova avventura, al ritorno le loro strade si sarebbero separate e nei giorni successivi sarebbe potuto essere in costante pericolo. Non avrebbe lasciato i confini della contea mai più!
Per fortuna l'orco l'aveva conosciuto nella sua versione malformata... l'unica sua speranza di sopravvivenza era affidata alla sua sventura.
«Grazie, grazie, vi siamo immensamente grati per il vostro repentino aiuto, è il cielo che vi manda, ne sono certo!» esclamò il capo della carovana, a pericolo passato, stringendo le mani prima di Gandalf, poi di Bilbo. «Per ringraziarvi, vi regaleremo un po' della nostra merce. Sono oggetti preziosi e rari, prego guardateli e prendete quanto vi serve.»
I due scrutarono la merce e Bilbo tra le varie cose ritrovò il vasetto di unguento che gli doveva far passare l'allergia da cavallo, ma che invece gli aveva provocato quello sfregio.
Avrebbe voluto farne un falò con quel prodotto, ma il suo istinto gli disse che forse un vasetto in futuro gli avrebbe fatto comodo (quello che prima possedeva, per la rabbia, lo aveva gettato nel camino, dopo che lo stregone l'aveva analizzato, ma ora se ne pentiva).
Al suo ritorno, se fosse ritornato, avrebbe fatto un bello scherzetto all'erborista, così da fargliela pagare.
Presero poco e niente alla fine, tanto tutte le cose utili per l'impresa gliele avrebbe fornite Elrond e poi non volevano rovinare quei poveri mercanti che già avevano subito tanti danni. Si limitarono a prendere anche qualche altra scorta di cibo e vettovaglie che poi caricarono su un somarello, regalato loro per non caricare troppo il pony ed il cavallo.
Dopo quest'evento, trascorsero molti giorni. Il corpo di Bilbo tornò normale e non incontrarono altri pericoli, persino la minaccia dell'orco ormai era un ricordo lontano.
Quando misero piede a Gran Burrone, il cuore dello hobbit sobbalzò. Era da tempo che non vedeva quella magnifica dimora ed era da quando la lasciò per la prima volta che gli appariva quasi sempre nei suoi sogni.
Quando re Elrond scese gli scalini che lo portavano allo spiazzo dell'ingresso, il duo ammirò la bellissima tunica dorata con filamenti di rame che l'elfo indossava.
La stima che Bilbo aveva per gli elfi aumentò: non solo erano bellissimi nell'aspetto, ma anche i loro usi e costumi, e soprattutto la loro architettura, aveva veramente qualcosa di divino. Una parte di sé, avrebbe tanto voluto essere nato e cresciuto tra quella gente!
«Benvenuti, miei cari amici, benvenuti!» disse il re, allargando le braccia in segno di accoglienza «Sono felice di vedervi entrambi, sani e salvi. Venite, entrate e rifocillatevi e poi vi spiegherò tutto.»
Bilbo non poté sentirsi dire parole più desiderate, aveva imparato ad amare il cibo elfico e la prospettiva di potersene rimettere un altro po' nella pancia lo fece gioire.
La sala ricevimento ove si accomodarono era stupenda, proprio come la ricordava lui. A servirli ci pensarono delle bellissime ancelle, vestite con una candida tunica di seta pregiatissima. Lo hobbit arrossì un poco, quando una di loro, per sbaglio, gli sfiorò un braccio con un dito: la loro pelle era morbida come quella di una pesca.
«Dimmi, Elrond, ancora nessuna notizia dai tuoi, vero?» iniziò col dire Gandalf, con fare serio. Sapeva già la risposta, ma voleva farsi dare la conferma dall'elfo.
«Si, mio caro amico, nessuna notizia.» rispose l'elfo alto. «Ormai è passato troppo tempo ch'io possa sperare che siano sopravvissuti. Il cuore è addolorato per la perdita che hanno dovuto subire le famiglie e soprattutto per la perdita della mia amata cugina Elior. Era anche promessa sposa ed io avevo protestato con tutto me stesso perché non partisse, ma non ha voluto sentir ragioni. È sempre stata uno spirito libero e, prima di essere per sempre legata ai doveri di corte, desiderava tanto compiere questa missione.»
Abbassò lo sguardo, avrebbe dovuto opporsi con maggiore forza, anche utilizzando la magia del suo popolo se necessario, ma per via del bene che le voleva - sapeva benissimo che dopo il suo matrimonio per lei le avventure sarebbero state solo un vago ricordo - non fece proprio nulla di concreto per farla rimanere. Con suo rammarico, Elrond dovette riconoscere che a volte il cuore prende posto alla ragione, tanto da essere spinti a fare cose insensate o comunque rischiose.
«Ma era proprio necessario andare a recuperare questo calice, e poi perché proprio voi e no gli elfi di Lòrien hanno pensato al suo recupero?» chiese Bilbo, mentre mangiava del prosciutto.
«Ci provarono, infatti, la Dama di Lòrien provò anche con i suoi poteri a cercare di recuperare questo manufatto, ma non ci riuscirono, così chiesero aiuto anche a me, in quanto amico e genero.» rispose, con tono apparentemente pacato, (il mezz'uomo notò che da quando Elrond aveva iniziato a parlare dell'argomento, una vena gli era apparsa tra le sopracciglia). «Comunque si, era necessario. Quel calice non ha proprietà magiche, ma ha comunque un valore inestinguibile per gli elfi di Lòrien: fu il primo oggetto forgiato dalle loro fucine e viene anche usato per celebrare il matrimonio tra due sovrani elfici. Galadriel lo aveva prestato al sovrano degli elfi silvani per festeggiare il matrimonio di una loro figlia, ma proprio sulla via del ritorno, il drago Smagul li attaccò e prese il calice, poiché sapeva quanto valeva.» Bevve un sorso d'acqua e poi riportò lo sguardo verso lo hobbit. « Ora, Bilbo, ti chiederai come è possibile che un drago riesca a distinguere il valore di un solo calice d'oro, rispetto ad un intero cumulo d'oro. Ebbene il drago non ne sarebbe mai venuto a conoscenza, se non fosse per una fattucchiera che è riuscita a soggiogare la sua mente e a muoverlo a suo piacere. Non so come sia venuta a conoscenza del viaggio del calice, perché si presero tutte le migliori precauzioni per il trasporto. Le uniche due ipotesi che sono venute in mente è che sia in possesso di un oggetto magico che le permise di individuare la locazione del calice, o che ci sia stata una talpa nella scorta. Purtroppo non possiamo avvalorare con certezza la seconda ipotesi poiché, di cinquanta uomini, solo uno riuscì a tornare a casa, e pure in fin di vita, per raccontare ciò che era successo.» Aggrottò la fronte e con tono molto serio ripeté il messaggio che lo sventurato era riuscito a comunicare **«Un grande drago rosso come il sangue, cavalcato da una vecchia dai lunghi capelli bianchi, la quale ordinava ordini alla bestia, chiamandolo Smagul, figlio di Smaug.»** Fece una piccola pausa, aveva di nuovo la gola un po' secca per via del lungo parlare e per la profonda preoccupazione che celava dietro il suo modo di fare sempre composto. «Alla fine, però, le parole di quel soldato servirono per lo più come conferma, perché Galadriel aveva assistito a tutto col suo Potere. »
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«Ah si? Aveva avvertito che qualcuno li stava attaccando? E come ha fatto a sapere che il suo nemico ora risiede in questo luogo dove il vostro potere non arriva?»** Chiese Bilbo, ora veramente incuriosito.
«Ora te lo spiego.» prese un profondo respiro, tutto quel rivivere i ricordi dei fatti avvenuti, lo stava provando interiormente. «Galadriel, con il suo Potere si trovava in costante contatto con le guardie del calice, così da sapere ogni loro movimento. Fu lei stessa a dir loro di deviare per le Terre Brune e quindi di allungare di più il tragitto, a causa di un'orda di orchi che si trovava proprio sulla via che avrebbero dovuto seguire. Non era però riuscita a percepire la presenza del drago e della strega, poiché in attesa nella Zona Grigia che la scorta s'avvicinasse, così da poterla attaccare.
La Dama avvertì la battaglia nella sua mente e seguì il tragitto dei suoi nemici fino a che non scomparvero improvvisamente dalla sua mente, allora intuì dove si trovavano. Con il suo Potere vagliò per giorni il confine dell'area, sperando che prima o poi uscissero allo scoperto, ma così non fu ed alla fine decise di mandare un comando militare ad intervenire...il resto lo sapete.»
Bilbo notò che Gandalf aveva un'aria pensierosa, sicuramente stava pensando cosa fare con la strega, che indubbiamente era una donna con grande Potere, se era riuscita a piegare un drago a suo volere e ad esercitare le sue arti magiche in una zona dove la magia aveva problemi ad esistere o non era proprio in grado di farlo.
«Magnifico, non solo un drago, ora dobbiamo dare pure la caccia alle streghe!» esclamò, con finto entusiasmo, lo hobbit.
«Avanti Bilbo, scommetto che ti divertirai! Poi sei piccolo e se dovessimo ingaggiare uno scontro con questa strega...e temo sarà così... lei si concentrerà unicamente su di me, poiché mi vedrà come la minaccia maggiore. Tu così potrai sgattaiolare a cercare il calice e appena ne otterrai il possesso ce ne andremo.» disse Gandalf, ancora una volta cercando di risollevare l'umore dell'amico. «Ovviamente dovremo pensare anche a battere la donna, perché se controlla la mente del drago potrebbe scagliarcelo contro. Ma se ce la faremo, sfuggire al drago sarà più semplice: con noi non abbiamo oro e, anzi, se lo liberassimo dal Potere che lo incatena, ce ne sarà anche grato!» disse Gandalf, provando ad essere rassicurante.
Bilbo di tutto rimando lo fissò con espressione grave, per nulla convinto sulla storia che il drago sarà loro grato. A suo parere lo sarebbe solo con la pancia piena di elfi, uno stregone (o forse due se odiava la strega)e uno hobbit!
«Prima di pensare al drago, pensiamo prima ad affrontare il viaggio, il regno di Lòrien non è dietro l'angolo, dopotutto, e non sappiamo nemmeno come è fatta la zona in cui troveremo i nostri nemici... il mio cammino non mi ha mai portato a percorrere quella parte di terra dove la magia non riesce ad agire.» Aggiunse lo stregone.
«Ora si che mi sento confortato!» esclamò con ironia il mezz'uomo, bevendo un lungo sorso di idromele. «Che strada percorreremo? E poi ha un nome specifico questa zona grigia o è solo Zona?» Bilbo iniziava a spazientirsi, se quella sarebbe stata la sua tomba, voleva almeno sapere come si chiamasse così che i suoi parenti avessero un recapito per dove andare a portare i fiori.
Un servo portò un paio di minuti dopo una mappa che raffigurava tutta la Terra di Mezzo ed Elrond scorse col dito sulla carta, per indicargli il percorso che dovevano fare per arrivare il prima possibile.
«Dovrete scendere, attraversare il passo delle Montagne Nebbiose, poi scendere a sud, attraversando Campo Gaggiolo, così che poi arriverete a Lòrien, dove incontrerete i sovrani che vi daranno aggiornamenti. Vedete ad est quel triangolo che ho precedentemente segnato nelle Terre Brune? Quello è luogo dove risiedono il drago e la strega. Il luogo noi lo chiamiamo semplicemente dôr ú-aníen en-ennas ar ú-aníen gúren, poiché non è un regno, o una zona abitata in particolare, ma semplicemente un'area di quel territorio dove il Potere elfico non riesce ad agire.» Volse lo sguardo verso un Bilbo che tradiva dallo sguardo la sua perplessità. «Nella lingua corrente, potresti semplicemente chiamarlo "zona grigia", come prima menzionato» Poi si rivolse a Gandalf «La nostra speranza è che almeno la tua magia sia in grado di agire in quella zona, dato che la fattucchiera c'è riuscita, ma sono certo che tu hai già un piano di riserva, vero amico mio?» Lo stregone sorrise e dal suo sguardo Elrond sperò d'averci visto giusto.
Ascoltando con attenzione quelle indicazioni, dentro di sé Bilbo si disse, come macabra consolazione, che se almeno non era natio di razza elfica, sarebbe potuto esser seppellito nelle loro terre... sempre sperando che il suo corpo riuscisse ad arrivare almeno a Lòrien.
«Ora seguitemi, vi farò vedere un dipinto che raffigura mia cugina, almeno potrete riuscire a riconoscerlo, quando troverete il suo corpo, non era l'unica donna partita per quella spedizione quel giorno, abbiamo molte donne arciere.» disse Elrond a fine pasto e dopo aver ricevuto la notizia che i loro compagni li avrebbero incontrati in serata, poiché erano momentaneamente assenti per una battuta di caccia.
Li condusse in un'ala del palazzo che Bilbo non aveva ancora visitato e dove erano esposti i quadri dei nobili della casata degli elfi del Beleriand.
«Mia cugina non faceva parte del ceppo ereditario, la sua famiglia però aveva un titolo nobiliare, perciò la rese un ottimo partito per un parente stretto del re degli elfi silvani. Assieme poi sarebbero partiti per Valinor, una terra accessibile solo a noi elfi normalmente, ma anche per chi nella sua vita ha compiuto imprese valorose.» Spiegò il re, poco prima d'arrestarsi davanti a un quadro di forma ovale. «Ecco, lei è Elior.»
Non appena Bilbo posò lo sguardo sul dipinto, gli occhi gli si illuminarono: esso rappresentava una fanciulla dalla candida pelle e dai lunghi capelli neri, con in dosso una tunica di seta dorata. Gli occhi anche erano color dell'oro, seduta sulle sponde di un fiume. Tra le braccia aveva una brocca da cui fuoriusciva dell'acqua, i cui zampilli avevano la forma di cavalli. In alto a destra, su un'area di cielo, c'era una frase scritta in elfico.
«Bilbo, ti sei incantato?» chiese a un certo punto Gandalf, accortosi che stava fissando un po' troppo il quadro.
«Eh che? Oh no, no, no! Stavo solo cercando di leggere quella scritta!» esclamò, sobbalzando dallo stupore. «Che cosa vuol dire quella frase?» chiese poi, volgendo il capo verso Elrond.
«È una formula magica. Nella lingua comune c'è scritto: Acque delle Montagne Nebbiose, ascoltate la grande parola, flusso di acque di Loudwater, andate contro a...! Infine c'è d'aggiungere il nome a cui vuoi scagliare contro dei cavalli acquatici per annegarlo... ovviamente in elfico. Era la sua formula prediletta, grazie ad essa ha difeso diverse volte i nostri confini e ci teneva fosse accostata al suo nome.» gli spiegò.
Lo hobbit e lo stregone studiarono con attenzione il viso dell'elfo e, poco prima di congedarsi, Gandalf volle chiedere ancora una cosa: «Elior è un nome maschile, perché si chiama così?»
Elrond abbassò per un attimo lo sguardo, a quanto pare aveva toccato un tasto delicato.
«Il vero nome di Elior in effetti è Elianor, ma preferisce farsi chiamare all'altro modo perché avrebbe preferito nascere uomo. Essendo appunto una donna, seppur di razza elfica, non ha le stesse libertà di un uomo ed i doveri di cui è incaricata non le vanno a genio. Non può cambiare il suo sesso, ma ha deciso di cambiarsi almeno il nome, così che possa diffondersi nella Terra di Mezzo e dimostrare che le imprese gloriose non sono determinate solo dal sesso biologico.»
Bilbo non riuscì a trattenere un sorriso, come lui, anche lei era andata contro "la normalità" e sicuramente anche lei era in mezzo ai pettegolezzi, ma nonostante questo se ne infischiava e continuava a fare come le pareva. Le stava già simpatica ed in cuor suo se ne dispiacque che quella bella ed ammirabile fanciulla fosse molto probabilmente passata a miglior vita.
Arrivò il tramonto e Legolas e la sua compagnia rientrarono a Gran Burrone. Con loro avevano le carcasse di due cervi adulti ed in carne, decisamente un ottimo bottino, ed un elfo aveva con sé una un panno a cui era avvolto qualcosa.
L'elfo dalla lunga chioma bionda, così chiara da sembrare bianca, attraversò il lungo corridoio, con a seguito i suoi uomini, per raggiungere una delle tante e belle verande del palazzo, ove gli venne detto si trovavano re Elrond, Gandalf e Bilbo.
Non appena il mezz'uomo lo vide, per un attimo lo scambiò per una ragazza, per via del suo corpo slanciato e snello, i capelli lunghi e la pelle candida e liscia, priva di imperfezioni. Ovviamente poi, osservandolo meglio, si capiva che era un maschio, ma sperò lo stesso che l'elfo non fosse in grado di leggere i suoi pensieri, altrimenti avrebbe fatto una bella figuraccia!
«Legolas figlio di Thraundil, al vostro servizio.» disse con un inchino «È un immenso piacere per me conoscere Gandalf, lo Stregone Grigio, e mastro Baggins.»
Il suono della sua voce era vellutata e soave e Bilbo sperò che l'elfo si sarebbe messo a cantare durante il viaggio, di sicuro avrebbe allietato i presenti nelle notte più buie o nelle situazioni più disparate.
«Ed è per noi un piacere ed onore conoscervi, principe Legolas. Per noi è un gran privilegio affiancarvi in quest'impresa.» disse lo stregone, chinando un po' il capo in segno di rispetto. Anche Bilbo fece lo stesso.
Gli altri uomini che gli vennero presentati erano in tutto dieci. Anche loro avevano una chioma biondissima e degli occhi blu come il profondo oceano o la notte più buia. I loro nomi erano: Aduial, Araton, Cùthalion, Calimon, Erech, Eldareston, Eruvandie, Forlong, Fanon e Endacil. L'undicesimo uomo, quello che teneva il panno, si rivelò essere un messo inviato da Galadriel per consegnare loro un manufatto che li aiuterà nell'impresa.
«Prego signori, accomodiamoci e così potremo discutere meglio della situazione. Legolas ovviamente già sa tutto, quindi esponetemi le vostre idee e vagliamo quella migliore.» proferì poi Elrond, facendo accomodare tutti a un tavolo lì presente, dalla forma circolare.
Il contenuto del panno era un pugnale completamente scarlatto, recentemente forgiato dalle fucine di Lòrien per abbattere il drago. Il metallo stesso di cui era costituito era forgiato da scaglie di drago.
«Forgiare armi con componenti di drago è sempre stato difficile, ma finalmente i fabbri elfici ce l'hanno fatta, è una grande conquista per il vostro popolo.» Si complimentò lo stregone.
«E non è tutto, diventa anche azzurra in prossimità di orchi. Si pensa che la strega non agisca con solo il drago perché in base alle informazioni che questo inviato di Lòrien ci ha fornito, sembra siano stati avvistati degli orchi fare un po' troppo spesso avanti e indietro per la dôr ú-aníen en-ennas ar ú-aníen gúren.» Spiegò Legolas, con sguardo aggrottato - al quale poi venne chiesto di utilizzare l'espressione "Zona Grigia o Zona Senza Potere" d'ora in poi, per i poco avvezzi alla lingua elfica.
Bilbo si sentì ancora più a disagio e le minacce di quel capitano degli orchi ricominciarono a suonargli nelle orecchie. Ingoiò saliva e cercò di sistemarsi meglio sulla sedia, ma per l'agitazione non riuscì a star comodo.
«Beh uccidere una massa di orchi sarà una cosa da poco, la nostra vera preoccupazione è il drago e la strega. A quest'ultima ci penso io, per la bestia temo che per la maggior parte dovreste cavarvela da soli.» commentò Gandalf.
«Si, si immaginavamo già questa cosa. L'inviato ci ha anche detto che a Lòrien ci aspettano anche altre armi per abbattere il drago, archi più possenti e dardi in cui è intriso un veleno paralizzante.» rispose l'elfo silvano.
«Allora questa volta avremo più possibilità di abbattere il nostro nemico. Nelle prime due spedizioni s'era puntato sul valore numerico e furono utilizzare le migliori armi in nostro possesso. Ora, però, siamo più preparati, il numero non è alto certo, ma a quanto abbiamo imparato con l'impresa che fece l'indimenticabile Thorin Scudodiquercia, che partì alla riconquista del tesoro di Dale con solo quattordici uomini - compresi Gandalf e Bilbo - non sempre il numero fa la forza.» disse Elrond, con uno sguardo di speranza. «E poi ora abbiamo delle armi di drago.» Nel ritrovare la cugina viva aveva messo il cuore in pace, ma almeno sperava di riavere il suo corpo per darle una degna sepoltura.
«Bilbo è anche un tipo astuto, potremmo contare anche sul suo cervello, nel caso ci dovessimo trovare in presenza di trabocchetti o cose simili... senza togliere niente a voi elfi ovviamente, eheh!» esclamò Gandalf, che sembrava aver ritrovato anche lui il buono umore.
«Anche noi elfi riconosciamo che mastro Baggins è un tipo intelligente, lo abbiamo potuto constatare con la sua prima impresa... e gironzolare per due settimane sotto il muso di mio padre senza essere notati non è di certo una cosa da poco!» gli rispose Legolas, dando una pacca alla schiena di Bilbo che gli stava affianco.
Lo hobbit non sapeva cosa rispondere, come già detto, aveva capito egli stesso, due anni fa, di che pasta era fatto, ma non osava vantarsi. Questa dopotutto era un'altra storia e magari nella prima aveva avuto solo fortuna!
«Bene, quindi abbiamo le armi ed abbiamo le menti, ora ci occorre un pizzico di fortuna. Ricordiamoci anche che il viaggio è lungo e pieno di insidie. Dovremo cercare di affrontarle tutte egregiamente e senza lasciare nessuno indietro, poiché il nostro obiettivo finale è difficile da raggiungere.» disse Aduial, un elfo muscoloso - probabilmente di sangue misto - e con una cicatrice che gli passava sull'occhio sinistro, il quale era chiuso.
«Si, indubbiamente, ma confido nella nostra buona stella. La terza volta è sempre quella buona, come disse un certo nonno di uno hobbit qui presente, eheh!» esclamò Fanon.
Bilbo lo guardò con un'espressione veramente stupita, come era possibile che sapesse della frase detta solo in presenza dei nani?
«Immaginavo reagissi così!» Aggiunse l'elfo, tenendosi la pancia con le mani «Credo tu sappia che il tuo ex compagno, il nano Balin, ha scritto un'opera su di te. Beh io l'ho letta e questa frase mi è rimasta in testa per quanto mi è piaciuta!»
Tutti se la risero ed informarono lo hobbit che tutti lì avevano letto quell'opera, causandogli ulteriore rossore. Senza volerlo, Bilbo aveva rasserenato il cuore di tutti... un barlume di gioia in mezzo a tutti quei giorni passati e quelli che in futuro ci sarebbero stati, in cui vigeva l'ansia per l'imminente scontro col drago e la strega ed il dolore per la perdita di così tanti elfi.
Continuarono a parlare del piano di recupero, per decidere su come era meglio agire, ma purtroppo quella zona delle Terre Brune era visitata giusto dagli orchi o altre creature malefiche per sfuggire ai loro nemici. Gli elfi soprattutto non la frequentavano, quindi la compagnia stava andando a fare veramente un viaggio alla cieca.
Dovevano sperare solo nella loro buona sorte e sul loro valore. Non dovevano farsi attanagliare l'animo dai pensieri negativi, perché altrimenti non ci sarebbe stata alcuna speranza.
Arrivò la notte e dopo un lauto banchetto col bottino di caccia, tutti andarono a dormire presto. L'ospitalità di Gran Burrone li invogliava a rimanere qualche giorno di più, ma la loro fretta era spinta non tanto per il recupero del calice in sé per sé, ma per vendicarsi di quei mostri e riportare i corpi dei caduti alle loro case. Certo, non si aspettavano di ritrovarli interi e freschi come rose, ma una formula magica che lo Stregone Grigio conosceva, avrebbe potuto permettere il mantenimento delle salme e quindi, con una scorta che poi sarebbe arrivata successivamente, tutti quanti sarebbero potuti essere riportati indietro.
Quella notte, però, qualcuno della compagnia ancora non dormiva. A passi lenti e felpati, lo hobbit, con una candela in mano, si avviò verso l'ala dove erano affissi i quadri dei parenti di re Elrond. Voleva vedere ancora una volta il volto di Elior e, quando lo ebbe di fronte, si accorse che l'abito da dorato era diventato argenteo. Era sicuro che non fosse causato dalla semi oscurità, perché anche avvicinando la candela al dipinto, il colore rimaneva quello.
«Lo sguardo di mia cugina può incantare uomini, elfi e mezz'uomini, non è vero, mastro Baggins?» La voce improvvisa di re Elrond fece venire un colpo allo hobbit.
«Io... io... stavo solo...!» L'elfo alzò una mano, per dirgli di tacere. Non aveva un'espressione arrabbiata, tutt'altro, ma Bilbo si vergognò lo stesso, come un ladro colto sul misfatto. «Me ne ero accorto già da oggi che fissavi il quadro in maniera intensa, no per leggere la dicitura sul quadro e nemmeno per studiare i dettagli artistici.» Elrond carezzò la cornice del dipinto «Anche i colori utilizzati sono magici e l'abito di Elior di notte è splendente come la luna ed il giorno raggiante come il sole...ma il suo sguardo batte entrambi, sia se riprodotto e soprattutto se visto dal vivo. Ti debbo confessare che anche io da fanciullo presi una cotta per lei. Il suo animo poi era possente come quello di un valoroso guerriero...anzi lei ERA un valoroso guerriero...e la sua perdita è una cosa che mi ha davvero turbato nel profondo.» Volse lo sguardo verso l'amico, gli occhi erano lucidi «Ti prego, riporta il corpo di mia cugina qui a Gran Burrone, cosi ch'io possa darle una sepoltura da regina!»
Bilbo rimase stupito nel leggere in quell'elfo tutto d'un pezzo uno stato d'animo così sconvolto, così "umano", e si commosse pure lui.
In silenzio osservarono quel dipinto a lungo, pregando, fino a che l'eccessiva stanchezza non li convinse a tornarsene a letto.
Note dell'Autore.
Il significato dei nomi dei compagni d'avventura sono, per chi fosse interessato:
Audial: secondo crepuscolo; Araton: campione; Cùthalion: ArcoForte; Calimon: Splendente; Erech: Lancia Solitaria; Eldareston: Consiglio degli Elfi; Eruvandie: Giuramento di Dio; Forlong: Pesante del nord; Fanon: Bianco; Endacil: Vittorioso.