Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Bilbo fissava con incredulità l'oggetto immobile ai piedi del pony, senza accorgersi che la mano infernale del Barlog si stava dirigendosi verso di lui.
«Bilbo, stai attento!»
Lo hobbit non riusciva a sentire lo stregone che cercava di avvisarlo del pericolo imminente, distratto dal calice aveva iniziato a brillare di luce propria.
Per fortuna, ancora una volta a dargli una spronata ci pensò la pony, riuscendo a fargli schivare l'attacco del mostro.
Quest'ultimo decise allora di mirare al calice, ma come lo toccò si bruciò, ritrovandosi incredibilmente delle ferite sui polpastrelli.
«Sciocca! Pensavi che trasformarti in un Barlog sarebbe stato utile a riappropriati il calice forgiato da Fëanor per il tuo padrone!?» Gandalf lo canzonò e la strega ruggì dalla rabbia.
Nel frattempo Bilbo si era ridestato ed aveva scosso il capo con forza per riprendersi dalla trance.
«Grazie, amica mia, ancora una volta mi hai salvato. Sei davvero una pony benedetta!» Esclamò, carezzando la cresta dell'animale, il quale nitrì con compiacimento.
Il Barlog, non potendo quindi mettere le grinfie sul manufatto, tornò a prendersela con Bilbo, tentando di colpirlo con la frusta, ma Gandalf non glielo permise e ancora una volta gli scagliò contro una maledizione, riuscendo addirittura a liberarsi dalla presa.
Cadde giù, ma anche lui conosceva la magia per poter toccare dolcemente il terreno.
Era a pochi passi dal calice e Bilbo credeva che lo stregone lo avrebbe raccolto, ma così non fu. Suppose che forse non ci aveva fatto caso, poiché troppo concentrato a fronteggiare la strega, ma se ne ricredette quando Gandalf gli ordinò di non toccarlo, nel momento in cui lo hobbit gli andò vicino per recuperarlo.
«Stando così vicino al Barlog, il calice ha creduto di essere al cospetto di uno dei più potenti servitori di Morgoth e si è riattivato. Chiunque lo tocchi, esclusi i pochi che ne hanno la forza, verranno ustionati dalla sua magia.»
I guerrieri, da lontano avevano assistito allo scontro e si chiesero se tornare indietro o meno. Molte delle gole che si erano create, erano ricolme di magma, sarebbe stato pericoloso attraversare con i cavalli, figuriamoci a piedi.
«Bard, senti riporta Elior a casa. Questa non è una faccenda che riguarda gli umani.» Disse Legolas, porgendo il cavallo che portava l'elfo femmina all'uomo.
«Per quale motivo!? Cosa mi nascondi, Legolas? Perché quella specie di coppa è così importante per voi!?» Chiese, indignato, mentre con uno strattone afferrava le briglie dell'equino.
L'elfo abbassò lo sguardo, si morse il labbro e poi tornò su di lui. «Non ne so molto, sono un giovane elfo e certe conoscenze mi sono ancora negate. So solo che, prima di partire per questa spedizione, re Elrond mi disse che quel calice non è un semplice manufatto. La verità su di esso è preclusa a pochi, perché se si spargesse la voce dell'esistenza di un altro oggetto di Morgoth,- un dono di Fëanor a Melkor, quando credeva che gli essi fosse tornato ad essere un amico.
Altre guerre potrebbero scoppiare per ottenerne la possessione. Una cosa è certa, quel calice NON deve finire nelle mani dei seguaci di quel Valar caduto.»
Bard aggrottò ancor di più lo sguardo. «Voi elfi non mi piacete, vi atteggiate tanto a saggi e non volete mai rivelare niente a noi comuni mortali. Ne avete viste di cotte e di crude nella Terra di Mezzo, se divulgaste un po' della vostra conoscenza tra di noi, non sarebbe male, molti di noi potrebbero imparare dagli errori del passato.»
Legolas non replicò sull'argomento, non c'era tempo per perdere tempo a discuterne, lui ed i suoi compagni dovevano recuperare il calice, anche se ora farlo sarebbe stato più arduo.
«Eri stato ingaggiato per uccidere Smagul, ma ora lui è morto, i tuoi servigi non ci sono più necessari. Puoi pensare di portare in salvo Elior e tornare alla tua dimora.» Dal tono con cui pronunciò tal parole, Bard comprese che l'elfo silvano non avrebbe dato ascolto ad ulteriori proteste.
Sbuffò e strattonò le redini, per esortare il cavallo ad andare avanti.
Elior guardò Legolas e gli altri elfi con espressione dispiaciuta. Se solo avesse avuto le forze, si sarebbe buttata nella mischia e li avrebbe aiutati a sconfiggere il nemico.
«Che i Valar possano proteggervi.» Mormorò, per poi affondare il viso nella cresta del cavallo.
Lo stregone grigio pronunciò delle parole magiche, incomprensibili nella lingua corrente, contrapponendosi all'ennesima frustata del Barlog. La forza infierita dal mostro, fece si che l'aura bianca di Gandalf avvolgesse a cupola quest'ultimo e lo hobbit. I due erano così sì protetti dalla magia, ma allo stesso tempo ne erano intrappolati.
«Ma non ci sono altre magie, al di fuori di questa per combatterlo?» Chiese il mezz'uomo, con disperato.
«No, questo è il Fuoco Segreto di Eru, l'unica magia a me concessa per contrastare la Fiamma di Udûn. Stammi vicino e confida nella potenza dello spirito divino che anima le creature della terra di Arda!»
Il cuore di Bilbo iniziò a martellare, lo stregone era in grado di padroneggiare una potenza che donava la vita stessa.
Pensare che da piccolo credeva che lo stregone fosse buono solo a fare fuori d'artificio!
La strega si chinò nuovamente ed allungò la mano libera per riprendere il calice. Ignorò il fatto che al tocco il manufatto la ustionò nuovamente, causandole delle profonde ferite. Come il suo padrone aveva resistito al dolore provocato dai Sirmaril pur di impossessarsene, lei avrebbe fatto altrettanto.
In passato, la strega aveva dimostrato il suo valore affrontando un vero Barlog. Lo scontro era stato così violento che, alla fine, la creatura aveva scelto di concederle il proprio corpo, permettendole di prenderne possesso ogni volta che ne avesse avuto bisogno.
Quella era una di quelle occasioni, e lei intendeva sfruttare appieno quel potere, legandosi al calice incantato.
Ma non si sarebbe fermata lì.
Una volta conclusa questa vicenda, il suo obiettivo successivo sarebbe stato sottrarre a Bilbo l’Anello. E se Sauron l’avesse preteso indietro, avrebbe dovuto accettare di diventare il suo servitore.
Gli elfi e gli uomini credevano che Sauron fosse stato distrutto da Elendil, ma lei sapeva bene che non era così: ne avvertiva ancora l’influsso oscuro, sottile e costante, come un respiro proveniente dalle profondità di Arda. Pochi altri condividevano quella percezione, e tra loro lo chiamavano con un nome sussurrato e temuto: il Negromante.
«Gandalf! Riesce a tenerlo in mano!» gridò Bilbo, la voce incrinata dal terrore. «Cosa dobbiamo fare? Perché ci riesce!?»
La sua mente era un turbine di domande e paure, ma Gandalf non aveva il tempo per rassicurarlo.
«Bilbo, ascoltami bene!» tuonò lo stregone, tenendo lo sguardo fisso sul nemico. «Sei finito dentro una storia che coinvolge potenze che vanno ben oltre la tua conoscenza e le tue forze. Se resti qui, soccomberai. Cercherò un modo di farti fuggire, tu...»
Non ebbe il tempo di concludere la frase.
Proprio in quell’istante, gli elfi giunsero di nuovo sul campo, scagliandosi con coraggio contro la creatura. La loro manovra distrasse il Barlog abbastanza a lungo da permettere al Grigio Pellegrino di riguadagnare terreno e prepararsi a un nuovo incantesimo.
«Gandalf, lo so che volevi che fuggissimo via, ma abbiamo cambiato idea!» esordì Legolas, mentre riusciva finalmente a raggiungere lo stregone. La sua voce era decisa, ma negli occhi ardeva una fiamma di sfida. «Questa non è solo una battaglia: riguarda la memoria e l’onore degli antenati dei nostri reami elfici. Non puoi chiederci di scappare con la coda tra le gambe!»
Poi si voltò verso Bilbo, il tono improvvisamente più duro:
«Tu invece devi andare. Nemmeno i tuoi servigi sono più richiesti! Qui rischieresti solo la vita.»
La strega, vedendosi circondata dagli elfi, non poté trattenere un ringhio furente. Le loro armature di scaglie di drago resistevano bene ai suoi colpi: non erano invincibili, ma ogni secondo che passava rendeva più difficile abbatterli.
Il dolore che provava nel tenere il calice tra le mani le rendeva complicato concentrarsi, ma non poteva permettersi di cedere.
Serrò le palpebre, immergendosi nel buio della propria mente, e lì pronunciò parole oscure, proibite. Cercava di connettere la sua coscienza a quella del vero Barlog, colui dal quale aveva rubato l’immagine fisica che stava usando per terrorizzare i suoi nemici.
La risposta arrivò come un boato nella sua mente: un ruggito colmo di disprezzo.
Il demone era indignato.
Non poteva credere che, dopo mille anni dal loro epico scontro, la donna fosse caduta così in basso da chiedergli aiuto. Eppure, incuriosito dalla sua audacia, le concesse una sola formula: una delle più antiche e devastanti magie di fuoco, proibita persino ai Maiar.
«Ti dono questa fiamma, mortale» ruggì nella sua mente, «ma se non riuscirai a piegare i tuoi nemici con essa, non solo ti negherò ogni ulteriore aiuto, ma riprenderò l’immagine del mio corpo... e tu sarai preda indifesa davanti ai tuoi nemici.»
La strega esitò un attimo, consapevole del prezzo di quella scelta.
Se avesse fallito, tutta l’energia magica che aveva accumulato fino a quel momento si sarebbe dissolta, lasciandola esausta, inerme, alla mercé di Gandalf e dei guerrieri elfici.
Poi, con un ghigno di sfida, accettò.
La strega balzò con agilità innaturale in cima a ciò che restava della torre. Con un movimento lento e minaccioso iniziò a roteare la frusta sopra la testa, e dalle cupe esalazioni che emanavano dal corpo del Barlog si sprigionarono tentacoli d’ombra, che si avvolsero attorno all’arma, allungandola oltre ogni misura.
Un coro di parole oscure, gutturali e sinistre, si levò nell’aria, come se l’intero luogo stesse recitando con lei un incantesimo antico e proibito. Quelle voci scossero l’animo dei presenti, penetrando nelle loro menti come artigli invisibili.
Il canto si interruppe di colpo quando la frusta schioccò con un fragore assordante, diretta verso le crepe da cui sgorgava il magma.
La terra tremò violentemente.
Il magma ribollente si sollevò in un vortice immenso, avvitandosi su sé stesso come un turbine infernale, finché non prese la forma di un gigantesco serpente di fuoco e roccia fusa, i cui occhi incandescenti ardevano come due soli. Le spire incandescenti strisciavano sul terreno, e il calore che emanava era così intenso da piegare l’aria stessa, come se la realtà stesse vacillando attorno a lui.
Gandalf sussultò, il volto improvvisamente contratto da una smorfia di preoccupazione.
Bilbo, terrorizzato, lo tempestò di domande, finché lo stregone non rispose, con tono brusco e urgente:
«È una delle magie più antiche e potenti conosciute dai Barlog. Nella lingua corrente è chiamata "Serpe della Lava".»
Si voltò appena, lanciando un rapido sguardo allo hobbit.
«Non è una creatura viva, ma una manifestazione pura di fuoco e magia. Solo un membro dell’Ordine degli Istari ha la possibilità di abbatterla.»
Bilbo sentì un barlume di speranza accendersi nel cuore, ma durò solo un istante.
Alle sue spalle, infatti, incombeva ancora la strega, possente nella sua forma demoniaca.
Se Gandalf era costretto a concentrare tutte le sue forze contro la Serpe, e gli elfi non erano abbastanza forti per fronteggiarla, allora non restava scampo.
Si ritrovavano intrappolati tra due forze oscure, entrambe letali, e la certezza della sconfitta cominciò a strisciare tra le file dei guerrieri come un presagio di morte.
Con l’avanzare verso l’uscita dalla Zona Grigia, i miasmi si facevano sempre meno densi e l’andatura di Bard ed Elior, fino a quel momento incerta e affannosa, poteva farsi via via più spedita.
«Zona senza Potere un corno!» sbottò Bard. «Qui c’è più attività magica che in qualunque altro territorio! A cosa serviva che queste antiche potenze vietassero l’uso di magie, se poi basta il primo che capita a soggiogarle con un nonnulla?» borbottò, stringendo i pugni.
Elior, invece, fissava i fili d’erba con sguardo assente. Dentro di sé era un turbine di emozioni: atterrita, indignata, delusa. Si era lasciata rapire da una strega che, beffandosi di lei, aveva persino usato la sua immagine per attirare uno hobbit nelle proprie trame.
Una parte di lei, però, non poté fare a meno di gioire che almeno non si fosse trattato di un nano.
Che cosa può capire un semplice umano, pensò amaramente, delle innumerevoli peripezie che questa Terra di Mezzo ha dovuto affrontare?
Se le energie antiche avevano scelto di preservare dalla magia almeno una piccola porzione di queste terre, era per permettere a creature innocenti di vivere lontane dalle disgrazie che affliggevano il resto del mondo.
Se quella protezione era stata infranta, significava che qualcuno ancor più antico e potente aveva messo piede lì, sconfiggendo quelle stesse energie.
Elior era ancora giovane per essere un’elfa guerriera, e molte storie degli antichi tempi le erano ignote, ma sapeva che questa avventura l’avrebbe condotta vicina ai miti che coinvolgevano persino i Valar stessi.
Si sentiva onorata di aver partecipato a un’impresa simile come ultima spedizione prima di congedarsi dal servizio militare... eppure tutto era finito troppo presto, prima ancora che avesse avuto la possibilità di dimostrare il proprio valore.
Era stata salvata come una fanciulla indifesa, costretta a mostrarsi nel suo aspetto peggiore, fino a smaniare alla sola vista di una borraccia d’acqua e di un tozzo di pane.
Strinse nei pugni la criniera del cavallo e strizzò gli occhi. Lacrime roventi scesero lungo il suo viso. Singhiozzò in silenzio, per non farsi notare da Bard (l'ultima cosa che avrebbe voluto era mostrare questo momento di fragilità ad un essere umano).
Riaprendo gli occhi, seppur la sua vista era appannata dal pianto, notò delle lucine azzurre volteggiare attorno a sé, come delle
lucciole. Anche l'uomo le vide e si fermò, portando la mano libera alla spada.
«Un'altra magia di quella maledetta!?»
Elior si raddrizzò sulla sella, asciugandosi le lacrime. Una volta riacquistata la vista, fissò meglio e con stupore quelle luci. Esse fluttuarono in sua direzione (erano circa una ventina, non più grandi di una pallina da ping pong), fino all'altezza delle sue orecchie. Udì un canto, pronunciato nella sua lingua.
"Oh giovane fanciulla,
discendente dei Noldor,
il tuo animo è forte come il tuo antenato Fëanor.
I Vala hanno udito il tuo pianto,
raccolto le tue lacrime,
il tuo desiderio non è rimasto inascoltato."
Il cuore di Elior batteva all’impazzata.
Quella che stava udendo era davvero la voce di una Valier, oppure solo l’ennesimo inganno della strega?
La creatura mistica, percependo i dubbi della giovane elfa, le penetrò nella mente e vi riversò una visione nitida, fatta di ricordi antichi, appartenuti a uno dei suoi antenati.
Vide la forgiatura dei tre Silmaril, le gemme più pure mai create, e l’ingannevole amicizia di Melkor verso Fëanor, tanto abile da convincerlo a plasmare un manufatto simile a quelle pietre. Ma, poiché i Silmaril erano irripetibili, il calice risultò imperfetto: non era intoccabile dalle anime impure, ma soltanto dalle creature troppo deboli per sostenere la sua potente aura magica.
Le immagini si susseguirono rapide: l’attimo in cui Melkor trafugò i tre Silmaril, ignorando il calice e lasciandolo tra i tesori di Lórien, ritenendolo indegno delle sue ambizioni. In seguito, l’oggetto venne purificato e divenne simbolo di pace e di riconciliazione tra gli elfi, dopo il tragico Fratricidio di Alqualondë.
Eppure, la sua origine rimaneva oscura.
Era stato concepito come un calice dal quale chiunque potesse bere, per condividere più velocemente le conoscenze che Melkor – con apparente benevolenza – affermava di voler diffondere a tutti. In realtà, si trattava di un inganno: quel gesto gli consentiva di muoversi liberamente tra le genti e di conquistare nuovi seguaci.
Il calice era stato segretamente maledetto, e chiunque ne avesse bevuto, prima o poi, sarebbe divenuto uno strumento del male.
"Se le forze oscure di nuovo il possesso di questo calice avranno,
le tenebre torneranno,
Melkor avrà nuovo potere,
il caos tornerà
e tutte le creature di Arda saranno in pericolo.
A te,
discendente dei Noldor,
doniamo il canto della vittoria.
Canta per noi,
canta per la sconfitta del male,
sulla luce che ancora una volta batte le tenebre,
i Valar te lo concedono!"
Le sfere di luce si fusero con il corpo di Elior, penetrando nella sua pelle come gocce d’acqua in un lago immobile.
All’improvviso, un’aura azzurra e luminosa la avvolse completamente, riverberando attorno a lei come onde di pura energia.
Le sue vesti mutarono, trasformandosi in una tunica di seta dorata, e i suoi capelli, prima arruffati e sporchi, tornarono splendenti e lisci, come se fossero stati accarezzati dal vento di Lórien.
Sembrava appena uscita dal quadro che la ritraeva a Gran Burrone, viva incarnazione della nobiltà della sua stirpe.
Bard fece un balzo all’indietro, sguainando d’istinto la spada, mentre il cavallo nitrì e si impennò, percependo la forza sovrannaturale che ora gravava sulla sua groppa.
Era un potere imponente, ma non minaccioso.
«Ma che acc…?»
Le parole dell’uomo si spensero, mozzate dal terrore, quando un suono oscuro e profondo si diffuse nella zona, simile a un eco lontano di antiche maledizioni.
«Non temere, mio giovane amico.»
La voce di Elior era ferma, vibrante di una nuova autorità. Lo fissò con i suoi grandi occhi dorati, che ora emanavano luce propria.
«I Valar mi hanno appena concesso il potere di abbattere quel mostro. È giunto il momento di porre fine a queste peripezie.»
Il tono solenne con cui pronunciava quelle parole fece capire a Bard che stava assistendo a qualcosa di straordinario. Si sentì piccolo, quasi inadeguato, al cospetto dell’elfa trasformata, e abbassò la spada, inchinandosi leggermente senza neppure rendersene conto.
Elior scese con grazia da cavallo e allargò le braccia, come se volesse abbracciare il cielo stesso.
Inspirò profondamente e iniziò a cantare.
Bard non riconosceva quella lingua: supponeva fosse elfico, ma l’accento e la struttura delle parole gli apparivano arcaici, quasi dimenticati, come se provenissero da un’epoca molto più antica di quella che conosceva.
"Lasta indómenya
aiqueni lirinen,
ómentielvo lómëo,
nórëo urco Melkor, rúcima,
ómentielmo poluvë vanwa..."
"Ascoltate la mia voce,
oh creature incantate,
uniti andremo
a distruggere il male, Melkor, terrore,
insieme noi vinceremo..."
L'aura si intensificò e la sollevò da terra.
"Telperion ar Laurelin valda
ninya antaina nauva,
urco úva túvë!"
"La forza di Telperion e Laurelin
a me conferita sarà,
il male mai trionferà!"
Dal vento, dalla terra, dalle piante, dai ruscelli, da ogni elemento che la circondava, si levò un coro antico, potente e armonioso. La voce della natura si univa alla sua, sollevandola sempre più in alto, finché non superò le cime degli alberi.
Da quella nuova altezza, Elior poté finalmente vedere con chiarezza la battaglia: la serpe di lava si contorceva e attaccava Gandalf, che rispondeva con fasci di pura energia magica, mentre la strega, nella forma di Barlog, schioccava la frusta con furia cieca contro i suoi avversari.
Elior aggrottò lo sguardo, determinata. Il vento si fece impetuoso, sferzandole il volto e scompigliandole le ciocche di capelli, che vorticavano intorno a lei come fili d’oro nella tempesta.
"I laurëo ar Isilmo lúme,
ná nin antaina,
aiwi laurëa,
ómentielmo asilyë!
A Nienna, niquë melmë Aldaron,
avatyarë na Melkor,
lelya nin lassi nu menel!"
"La forza del sole e della luna,
a me è conferita,
oh creature incantate,
unite noi possiamo andar!
Oh Nienna piangi per i Due Alberi,
vendicati del dolore che Melkor ti arrecò,
fa cadere su di noi le tue lacrime!"
Tuoni squarciarono nuovamente l’aria e dalle nubi caddero bombe d’acqua. La pioggia era così intensa da far soccombere la creatura creata dalla strega.
«Bastava un po’ di semplice pioggia per distruggere quella serpe? Ahahah, che meraviglia! I Valar non potevano mandarci dono migliore!» esultò Bilbo.
Gandalf raccolse alcune gocce sul palmo della mano e le toccò con la punta della lingua. Aggrottò lo sguardo, poi proferì: «Queste non sono semplici gocce di pioggia.»
«Guardate! Cos’è quella luce azzurra nel cielo?» esclamò improvvisamente Audial.
Tutti sollevarono lo sguardo verso l’alto, cercando di distinguere l’origine di quel fenomeno.
«Di chiunque si tratti, è qualcuno che conosce una delle antiche canzoni di Arda. Ha inviato in nostro soccorso le “Lacrime di Nienna”, un incantesimo d’acqua capace di neutralizzare le magie di fuoco dei Barlog.»
Dall’alto, la strega ascoltò le parole dello stregone e finalmente riconobbe l’elfo che per tutto quel tempo aveva tenuto prigioniero.
Elior prese di nuovo un bel respiro. Era consapevole ed allo stesso tempo in trance. Le parole che pronunciava le venivano dal cuore ed anche se i presenti arrivava solo la sua voce, lei sentiva anche quella di Yavanna e delle sue sorelle.
"Úvë carnë i mornië,
ai órenyallo nóreni,
úvë i coimas
ya elyë hlarëa oialë
i lyen órenyallo mornië ar cuilë caure,
násë úvë i tárië."
"Il mal ancor non cede,
oh creature incantate,
ancor la terra
che voi avete preservato dai canti
delle anime oscure e di quelle pure
vi rimane sottratta."
Aumentò il volume della voce, che risuonò potente nel circondario, molto più delle formule magiche della nemica. Quest’ultima iniziò a provare paura e il Barlog che le aveva prestato il corpo si irritò, ma, trovandosi di fronte a qualcuno che parlava per mano dei Valar, esitò a privarla del possesso. La spinse tuttavia a colpire l’elfo prima che il canto potesse concludersi, suggerendole un secondo incantesimo.
La Mainar eseguì l’ordine: pronunciò parole oscure e allargò le braccia, muovendole da dietro in avanti. Lava e magma fuoriuscirono dalle crepe, formando un’onda pronta a investire l’elfo. I guerrieri rischiavano di essere coinvolti, ma Gandalf attinse nuovamente all’energia della Fiamma di Eru: una sfera magica li avvolse, proteggendoli.
Bilbo deglutì con forza, osservando il liquido rovente colpire la barriera, immaginando a grandi linee il dolore che avrebbe provato se fosse finito addosso a lui. Tentò di mettere la mano in tasca per afferrare l’Anello e scappare, ma il buon senso lo trattenne.
L’onda stava per raggiungere Elior, ma l’aura verde che circondava la "Zona senza Potere" si abbassò rapidamente e la contrastò, proteggendo sia lei sia Bard, pietrificato dallo stupore, sotto di essa.
"Nóreni i Valier
ar i Valar,
sú Yavanna hlaruva,
Nienna, Varda,
Námo ar Ulmo cenien,
Manwë elenillor cirya i nér,
hlaruva i órenyallo yando sívë nórienna
ya úvë lerya nér i nórenyallo,
sólo Yavanna ar Manwë nálya tarca.
I mauya úvë cára!"
"In nome delle Valier
e dei Valar,
come garante Yavanna,
testimoni Nienna,
Varda,
Nàmo,
ed Ulmo,
Manwë vi rinnova il potere,
accresce il vostro desiderio di preservare questa zona
che mai più alcun essere la violerà,
solo Yavanna e Manwë saranno più grandi.
Il mal non vincerà!"
L’ultima lettera, pronunciata dalla donna, si propagò nell’aria e si trasformò in un’ondata di energia pura. L’onda nemica scomparve, così come la sfera di potere che Gandalf aveva evocato.
«Cosa s… succede? Perché l’hai fatta sparire?» chiese Bilbo, allarmato, rivolgendosi al vecchio stregone.
«Non è successo per mia volontà», rispose Gandalf, con voce calma. «Hai udito la canzone, no? Ora solo Yavanna e Manwë hanno potere sulla “Zona Grigia”. Né io né gli altri Istari possiamo più muovere la magia qui. Quella che avete visto finora era un’emanazione temporanea dei Valar, mentre loro stessi si preparavano a fermare quella maledetta. Hanno trovato il modo, quindi il mio intervento non è più necessario.»
Il fatto che Gandalf non avesse più potere non suscitò timore; al contrario, rallegrò i presenti. Significava che il male era stato sconfitto!
La strega perse ogni residuo di potere e la connessione mentale con il Barlog. Il suo corpo si rimpicciolì, tornando alla forma umana, stremata e quasi incapace di reggersi in piedi. Dovette lasciare andare il calice, poiché la mano le era stata lacerata durante il combattimento.
«Mi avete sconfitta, ma altri arriveranno dopo di me. Pensate che il Male sia stato annientato, ma vi sbagliate!»
Fissò Bilbo, sorridendo, anche se la distanza impediva allo hobbit di notarlo. «Grande sciagura porterai ai tuoi amici, mio piccolo, e se non oggi, se non nei prossimi mesi, negli anni a venire lo comprenderai», aggiunse a bassa voce, così che nessun altro potesse sentirla.
Elior sentì nel profondo che mancava ancora una strofa finale, un colpo di grazia, prima che il canto si potesse concludere.
"Rimna i-nórë,
ai nís Yavanna,
i nihta urco ya lúmëlyë
i ambarwa ná.
Namárië i cárë nórenenyallo
ná etë úvë órenyallo!"
"Risucchia nella terra,
oh mia signora Yavanna,
la creatura immonda che oltraggiò
il tuo volere.
Che il canto della vittoria
possa risuonare in ogni dove!"
La terra tremò ancora una volta al suono di quelle parole, lacerandosi ulteriormente e inghiottendo la torre insieme alla strega.
Il calice fu attratto da Elior stessa: tendendo la mano, lo avvolse in un’aura di energia e lo portò verso di sé. Lo impugnò senza bruciarsi; in quel momento, era tra le creature più potenti di Arda.
«Presto, fuggiamo!» gridò Legolas.
Mentre tornavano ai loro destrieri, dovettero procedere con estrema cautela: il terreno minacciava di franare da un momento all’altro.
Un improvviso sollevamento di roccia sotto gli zoccoli della pony fece cadere Bilbo dalla sella. Quando finalmente risalì, si accorse con orrore che la tasca in cui custodiva l’Anello era bucata: il tesoro era sparito. Preso dal panico, scese di nuovo per cercarlo.
«Dove sei finito? Dove sei?» si disperava, frugando tra i sassi e ferendosi leggermente le mani.
Correndo tra le rocce e le crepe, nessuno si accorse di ciò che stava accadendo: lo hobbit rischiava di precipitare in una delle gole.
«Ooohhh, vieni fuori, dannato… cioè, non volevo offenderti, ma ti prego, esci fuori!» Il cuore gli batteva all’impazzata, e le lacrime di disperazione gli rigavano il volto.
Finalmente un bagliore attirò la sua attenzione: l’aveva ritrovato! Il cuore gli esplose di gioia mentre lo passava tra le dita, ammirandolo con reverenza. Ma il nitrire preoccupato della pony lo riportò subito alla realtà, e con prontezza infilò l’oggetto nella tasca intatta.
Stava per risalire in groppa, quando il terreno cedette sotto i suoi piedi: una nuova crepa si stava aprendo. Yavanna, pronta nei riflessi, lo spinse con una musata verso un punto sicuro… ma non fu abbastanza veloce da salvarsi lei stessa.