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La sequenza di immagini si imprimé nella mente di Bilbo come un film a rallentatore. Non avrebbe mai dimenticato gli occhi spalancati e terrorizzati della pony, mentre lo vedeva cadere. Non avrebbe mai scordato il suo nitrito disperato, mentre precipitava verso il basso. Né avrebbe dimenticato la struggente contrapposizione di amore e odio che provava per l’Anello: la sua brama aveva causato la morte di una cara amica.
Idiota. Dannato. Egoista. Bilbo si martoriò con tutti gli insulti che conosceva, pronto a restare in ginocchio a maledirsi… se non fosse stato per Gandalf e Legolas, che all’ultimo momento lo afferrarono, strappandolo a quell’inferno.
Riuscirono a rimontare sui cavalli, che, nonostante l’aria irrespirabile, trovarono le ultime forze e partirono al galoppo, scatenando tutta la loro energia per fuggire.
In pochi minuti raggiunsero Bard.
«Dove è Elior!?» chiese Audial, con il cuore in gola.
«Lassù,» rispose l’uomo, ancora scosso, indicando il cielo.
Tutti alzarono lo sguardo, riconoscendo la donna e meravigliandosi della sua presenza.
«Elrond mi confidò che è una diretta discendente di Fëanor, il più grande tra i capi dei Noldor. Oltre a essere stata inviata come "dono" di un’ultima spedizione, aveva anche un dovere familiare: il recupero di questo calice.» Sorrise, Gandalf. «Aveva visto giusto nel mandarla, e i Valar l’hanno scelta come portavoce per ristabilire l’ordine e permettere allo spirito del suo antenato di vendicarsi dell’inganno di Morgoth.»
Elior fissò ancora per un istante la caduta della strega, poi tornò a concentrarsi sul calice: doveva essere purificato. Non avrebbe sempre avuto quei poteri, e quando le fossero stati tolti, non sarebbe stata più in grado di trattenerlo.
Seguendo le istruzioni dei Valar, l’elfo sapeva come comunicare mentalmente con Lady Galadriel, in grado di fornirle la formula per purificare nuovamente il calice. Così la contattò.
"I nárië i nórenyallo,
i melme omentielmo,
rámar i Atanatári o Alqualondë,
i cala-malta Melkor,
forya úvë Fëanor,
i hauta i Noldor,
núta nóreni ve lyë,
órenyallo cennë caurelya,
ar mai caurelya úva,
tultien nai er i auta hlarë,
i hauta nórenya caurelya óra."
*"In nome della pace,
dell'amore fraterno,
in ricordo del Fratricidio di Alqualondë,
il calice di Melkor,
forgiato da Fëanor,
il più grande tra i Noldor,
nel sonno profondo cadrà,
i suoi poteri mai più avrà,
fino a che una potenza più grande di
colui che lo sta impugnando incontrerà."
*
Mentre pronunciava quelle parole, l’animo dell’elfa traboccava di gioia. Dopotutto, era investita dei poteri dei Valar e, per quanto lei ne sapesse, nessuno poteva essere più grande di loro. Non sarebbe stato facile, d’ora in avanti, che il calice finisse in mani più potenti delle sue: un pensiero in meno a cui dover prestare attenzione.
Sentì lentamente il flusso magico abbandonarla, confermato dal fatto che scendeva verso terra, e percepì le voci dei Valar e delle antiche potenze della “Zona senza Potere” sempre più lontane.
Quando toccò terra, era tornata normale: vestita di stracci, i capelli arruffati, con poche energie e a stento capace di reggersi in piedi. Tuttavia, anche in quella forma, riusciva a tenere saldo il calice. L’oggetto sembrava tornato al suo sonno, inerte e sicuro.
Il pericolo era ormai passato, e i guerrieri finalmente potevano pensare a tornare a casa.
Dal corpo della donna si staccarono sfere di luce, ma invece di allontanarsi, si diressero verso lo hobbit. Girarono attorno a lui con rapidità e il loro colore mutò in un rosso intenso. Bilbo percepì allora una voce: sembrava che fosse l’unico a poterla udire. La riconobbe immediatamente; ormai quelle parole erano penetrate nella sua mente e nel suo cuore.
*"Figlio mio,
un ultima parola ho da dirti.
Avvediti dall'Anello,
non cedere al suo diabolico potere,
hai visto a cosa ti ha portato.
Per causa tua,
un'anima innocente è spirata.
L'Anello è diabolico,
l'Anello è ingannevole.
Cedi al suo potere
ed anche tu farai la fine della strega!"
*
Tremò di paura all’udire quelle parole così severe e minacciose. Avrebbe voluto gettare via l’Anello, mostrarlo a Gandalf: lui avrebbe saputo cosa fare. Ma non aveva la forza.
I compagni lo osservavano in silenzio mentre si inginocchiava, singhiozzando, sopraffatto dal senso di colpa e dalla disperazione. Con voce spezzata chiese a Yavanna: perché non l’aveva aiutato? Perché aveva permesso che si trovasse coinvolto in una vicenda tanto pericolosa? Se era una Valier benevola, perché non era intervenuta prima?
Nella sua mente si agitavano domande ancora più amare: se i Valar non potevano mutare il destino, allora perché alla fine li avevano aiutati? Perché non aveva sottratto l’Anello prima che raggiungesse la sua destinazione?
"Era il destino,
la strega doveva scoprire il tuo fardello,
non è stato l'Anello a far sì che si innamorasse di te,
noi l'abbiamo deciso,
*come abbiamo deciso che Gandalf venisse ingannato alla vista di Buzul,
noi le abbiamo sussurrato nell'orecchio che era stato un artificio di quest'oggetto,
dovevi vedere con i tuoi stessi occhi,
dovevi soffrire per comprendere cosa porta ad amare un prodotto del male,
e solo quando avevamo ritenuto avessi visto abbastanza abbiamo deciso d'intervenire,
di rompere la regola che la storia del suo corso andasse da sé,
conferendo potere a Mithrandil,
conferendo potere alla discendente di Fëanor,
perché lo spirito del suo antenato potesse trovare pace."
*
Bilbo si sentiva profondamente amareggiato. Per tutto quel tempo aveva confidato nella protezione dei Valar, eppure i primi da cui doveva guardarsi erano proprio loro. Avevano giocato come più aggradava ai loro fini, muovendo il destino e manipolando le anime delle persone coinvolte. Perfino la strega era stata una vittima fin dall’inizio: una povera pazza dotata di oscuri poteri, sì, ma facilmente manipolabile.
Se erano tanto potenti, chissà da quanti secoli conoscevano il destino che attendeva lo hobbit! Per tutto quel tempo avevano tessuto i fili come burattinai, guidandolo fino a quella conclusione inevitabile. Anche la pony era stata una vittima, innocente testimone del caos.
Scosse il capo, pensando che la vera disgrazia dell’animale fosse stata conoscerlo, fidarsi di lui e salvarlo, pur non meritandolo. Con rabbia e determinazione, minacciò la Valier: le disse che, appena se ne fosse andata, avrebbe rivelato tutto agli altri.
*"Sappiamo già che non ce la farai,
abbiamo letto nel tuo cuore,
è forte,
ma non abbastanza da contrapporti alla volontà dell'Anello
e la nostra.
Va!
Continua la tua vita,
questa è l'ultima volta che sentirai la mia voce,
sentiti onorato d'averla udita.
Sono certa che un giorno ci perdonerai,
è scritto.
Addio figlio mio."
*
Le lucine tornarono azzurre e si dispersero nell’aria.
Gandalf e i suoi compagni si affrettarono a chiedere spiegazioni, ma Bilbo non riusciva a parlare dell’Anello né dell’inganno orchestrato dai Valar per fargli comprendere il peso del suo possesso. Apriva bocca, e ne uscivano soltanto rantoli senza senso. Alla fine si arrese e inventò una bugia:
«Era Yavanna… mi ha consolato per la perdita del mio pony.»
Dopo qualche giorno giunsero nel regno di Lòrien, accolti dagli elfi con grande festa. Gli uomini della seconda spedizione di recupero riabbracciarono le loro famiglie e tutti lodarono le loro imprese.
Bilbo, tuttavia, non condivideva l’allegria generale. Tutti sapevano del suo morale basso per la morte del pony, ma ignoravano i sensi di colpa che lo tormentavano. Elior venne rifocillata e, quando Bilbo la rivide nel suo splendore, il cuore gli batté così forte da farlo credere innamorato: nei capelli aveva intrecciati rami d’alloro, indossava una tunica bianca stretta da una cintura argentea, il viso riacquistava colore e gli occhi brillavano più che mai.
Quando si chinò davanti a lui per ringraziarlo, Bilbo prese delicatamente la sua mano sinistra.
«Oh… no, no, no! Non inchinarti, l’ho fatto volentieri. Cioè…» Si schiarì la voce, guardandosi attorno, fino a incrociare lo sguardo divertito di Gandalf e degli altri compagni, che lo vedevano arrossire.
Anche Elior non trattenne un sorriso e, per calmarlo, gli diede un bacio sulla fronte. Bilbo diventò paonazzo, ma almeno si sentì sollevato.
Galadriel e il suo consorte li accolsero nel regno con il massimo calore, e a fine banchetto cantarono persino per loro.
La compagnia non poteva trattenersi a lungo: dovevano portare la lieta novella anche a re Elrond.
Bard, a un certo punto del viaggio, si separò: era giunto per lui il momento di tornare a casa.
Nessuno temeva più orchi, viverne o altri alleati della strega: la notizia che quell’essere immondo era stato sconfitto si era diffusa in ogni angolo della Terra di Mezzo. Le creature del male decisero di nascondersi per un lungo periodo, fino a che le acque non si sarebbero calmate o i venti non avessero ripreso a soffiare.
Come era naturale immaginare, festoni e decorazioni furono issati anche nell’ultima dimora accogliente.
Elrond ed Elior si abbracciarono calorosamente; lacrime scorrevano sui loro volti e si scambiarono benedizioni nella loro lingua antica.
«Mio signore, se posso, avrei alcune domande da porle.» Bilbo parlò con un filo d’imbarazzo, rivolgendosi al re.
Elrond acconsentì, e lo hobbit chiese il motivo per cui gli aveva raccontato quelle bugie riguardo alle proprietà del calice.
«Vedi, mastro Baggins,» iniziò il sovrano con tono pacato, «mi scuso per non averti detto tutta la verità, ma la Terra di Mezzo è antica e molte delle cose che la popolano sono il risultato di eventi passati. Alcuni manufatti antichi sono così potenti da influenzare ancora il destino delle nostre vite. A volte la vera saggezza sta nel NON conoscere tali segreti, ignorarli del tutto.»
Bilbo assunse un’espressione interrogativa, e Elrond proseguì: «Avrei potuto dirti apertamente che quel calice era potente, benché una mera copia dei Sirmaril… ne hai mai sentito parlare?»
«Sì,» rispose Bilbo annuendo. «Durante il viaggio di ritorno, Gandalf mi ha raccontato qualcosa della nostra mitologia. Non immaginavo che fossero avvenuti eventi così importanti, prima dell’ascesa di Sauron o della Battaglia di Dagorlad…» Rifletté sulla Contea e sul benessere dei suoi compaesani, ignari di tutto; per un istante desiderò essere come loro, ignorare il passato lo lasciava con un senso di inquietudine.
«Bene,» continuò Elrond, «questo calice era uno degli “oggetti dimenticati”. Per chi vive nei nostri tempi, è solo un simbolo matrimoniale tra gli elfi. Solo le creature antiche conoscono la sua vera identità. Nemmeno una volta recuperato, avresti dovuto sapere la verità… ma non immaginavo che la strega fosse così potente.»
Gandalf intervenne: «Non lo era davvero, ma ebbe il tempo di ingannare il calice, trasformandosi in Barlog e diventando uno dei più potenti. Possedeva tutte le caratteristiche, emanava le stesse sensazioni… ma solo nel momento in cui lo prese in mano se ne accorse, e fu bruciata.»
Bilbo, un po’ confuso, chiese: «Quindi ora che lo so, la mia conoscenza mi mette in pericolo?»
«No,» rispose Elrond, «con i poteri dei Valar, Elior ha garantito che nessun’altra creatura potrà mai usare il potere di quel calice. Forse solo Morgoth potrebbe riuscirci… ma dubito che tornerà così presto.»
Lo hobbit si sentiva finalmente un po’ sollevato: non avrebbe più rischiato che qualche mostro bussasse alla sua porta per estorcergli informazioni, né che qualcuno cercasse di collegarsi alla sua mente per scoprire l’esatta ubicazione del calice. Nessuna nuova sventura lo minacciava.
Gandalf ed Elrond si chiesero, però, come fosse possibile che la strega si fosse presa una sorta di infatuazione per Bilbo, ma quest’ultimo divagò, spiegando che nemmeno a lui era chiaro il motivo. Forse era attratta da qualche gusto particolare, o cercava un alleato in più. Il drago era intervenuto appena in tempo, evitando che la situazione degenerasse completamente quando la strega si era sentita rifiutata.
La compagnia fu invitata a partecipare al matrimonio di Elior, nel regno degli Elfi Silvani. Lo hobbit provava un po’ di timore a tornarci, viste le vicende passate, ma questa volta era ospite, non infiltrato, e questo lo confortava.
La sera prima della partenza passeggiava lungo il balcone che dominava la gola di Gran Burrone, cercando un momento di pace. Lì, tra l’aria fresca e il fragore delle cascate, ne trovò un po’. L’odore della sua camicia nuova lo inebriò e lo distraeva, fino a farlo sobbalzare quando si trovò davanti Gandalf, intento a fumare la pipa. Lo salutò e si mise al suo fianco, poggiando le braccia sulla ringhiera.
«Non riesci a dormire, mastro Baggins?» chiese lo stregone, disegnando cerchi di fumo nell’aria.
«Diciamo che prima che io riesca a ritrovare “la gioia” nel dormire ci vorrà un po’… Sai, ultimamente i miei sogni non li definirei certo “tranquilli”!»
I due risero di cuore, lasciandosi andare alla tranquillità della sera, mentre la luna faceva brillare d’argento le cascate sottostanti.
«Gandalf, sai,» disse Bilbo, «ora che siamo arrivati qui, mi è tornato in mente che prima di partire avevi un piano.» Abbassò lo sguardo e si schiarì la voce: «Insomma… mi fido di te, ma questa volta immaginavo fossi più preparato. O forse anche tu hai qualcosa da nascondermi?» La pazienza dello hobbit per i segreti era ormai al limite.
«Se ricordi bene, ti dissi che uno stregone è sempre pieno di risorse, non che avessi un piano preciso. Non perché non fossi organizzato, ma perché quando ti chiesi aiuto non avevo ancora tutte le informazioni necessarie. Le mie erano solo supposizioni. Sapevo fin dall’inizio che quel calice non era semplicemente un simbolo e immaginavo che a trafugarlo fosse stata una creatura molto antica. Persino i Vala stessi si sono immischiati in questa faccenda.»
Bilbo lo fissava, accigliato. Dunque avevano intrapreso un’avventura praticamente allo sbaraglio.
«Come ti ho già spiegato, ci sono cose nel nostro mondo che vanno al di là di ogni immaginazione. È stata un’avventura pericolosa? Sì. Quasi suicida? Ovviamente. Ma devi comprendere che non sempre le cose vanno come previsto. Non sempre si può affrontare un’impresa avendo già tutte le certezze… altrimenti non si chiamerebbero esperienze di vita.»
Gandalf gli posò una mano sulla spalla, percependone il turbamento. «Questa vicenda ti ha lasciato un profondo solco nel cuore. Volevi bene a quel pony e sono certo che, grazie al tuo affetto, il suo spirito abbia trovato la via per le terre di Valinor.»
Il mezz’uomo sospirò, pensando che non era stato solo questo a segnarlo. Eppure, le parole dello stregone lo rincuorarono.
Da quell’avventura, Bilbo comprese una verità fondamentale: niente è come appare e certe cose bisogna affrontarle anche senza sapere dove possano condurre. Solo così ci si rende conto di quanto possa essere forte il proprio cuore.
Il matrimonio fu spettacolare, il più bello che Bilbo avesse mai visto. Petali di rose bianche e rosa cadevano delicati dai palchi della sala, mentre canti si innalzavano al cielo, riempiendo l’aria di gioia. Al centro, tra gli invitati, c’erano i due sposi, vestiti d’oro e d’argento, con rami dorati intrecciati tra i lunghi capelli.
Bilbo si commosse profondamente quando l’elfa e il suo neo consorte bevvero al calice, suggellando la loro promessa. Notò con stupore che, nonostante suo marito avesse bevuto tutto il contenuto, il liquido pochi secondi dopo era tornato nella coppa. Dedusse che, in versione “dormiente”, la sua unica proprietà fosse quella di restare sempre piena delle bevande versate.
Nella fantasia, si immaginò al posto del marito, a bere accanto a Elior. Una risata gli sfuggì, trovandosi buffo: l’enorme differenza di statura e i loro stili di vita tanto diversi lo facevano sorridere… e che aspetto avrebbero avuto i loro figli?
Si asciugò una lacrima e applaudì con gioia quando il rituale si concluse. In cuor suo augurava tutto il bene del mondo a Elior: forse nella terra dei Valinor avrebbe finalmente trovato la libertà che tanto desiderava.
Pensando a quelle lontane terre, avvertì una stretta allo stomaco. Lo spirito della sua pony era arrivato lì o era rimasto intrappolato tra le fiamme, insieme a quello della strega?
Strinse la tasca in cui custodiva l’Anello e si allontanò lentamente dai festeggiamenti, cercando un luogo più tranquillo. Elior se ne accorse, ma non poteva interrompere subito le celebrazioni per parlargli, per non offendere gli altri invitati.
Dovette calare la notte perché Bilbo potesse finalmente confidarsi. Lo hobbit era seduto sulla radice di un albero, intento a osservare i raggi lunari filtrare tra le alte fronde del bosco che circondava il palazzo reale. Tra le mani teneva un bicchiere argentato colmo di vino rosso. Gli unici suoni che si udivano erano dei canti elfici, ancora dedicati alla glorificazione dell’impresa appena compiuta e alla benedizione del matrimonio.
Bilbo sobbalzò quando l’elfa lo richiamò.
«Lady Elior, che ci fate qui? Dovreste stare con vostro marito, non con me» disse, con un’espressione imbarazzata.
«Elianor» lo corresse dolcemente, sedendosi accanto a lui. «Puoi chiamarmi Elianor, per favore. E torna a darmi del tu. Solo perché sono sposata non significa che non siamo più amici. Mio marito dorme, e poi ti ho visto pensieroso dopo la cerimonia. Mi chiedevo cosa ti turbasse» aggiunse, accarezzandogli la testa.
Bilbo abbassò lo sguardo, osservando in silenzio il proprio riflesso nel bicchiere. Sospirò e finalmente si fece coraggio: iniziò a parlare del vuoto che sentiva dentro, del dolore per la perdita, della malinconia che lo aveva accompagnato durante l’avventura. Non si aprì mai completamente, ma condivise il peso dei suoi sentimenti e le ansie del cuore.
Elianor ascoltava in silenzio, senza giudicare, accarezzandogli la mano ogni tanto. Non cercò spiegazioni né consigli, si limitò a essere presente, offrendo conforto solo con la propria compagnia. Per Bilbo fu un sollievo inaspettato: sentirsi compreso senza dover raccontare ogni dettaglio, senza dover rivelare i segreti più oscuri, gli permetteva finalmente di lasciarsi andare un po’.
Rimasero lì a chiacchierare, lasciando scivolare via le ore tra il fruscio delle foglie e il canto della notte, liberando la mente dalle tensioni accumulate. Bilbo percepì una calma mai provata prima, come se un peso invisibile fosse stato sollevato dalle spalle.
Con l’alba, i neo-sposi partirono con la loro schiera per raggiungere le barche dirette verso le terre di Valinor. Anche Bilbo giunse al momento del ritorno a casa e Gandalf lo scortò, dato che il viaggio era lungo.
Quando tornò nella Contea, trovò il mondo cambiato: l’inverno stava già facendo sentire la sua presenza, nonostante fosse ancora autunno. Per fortuna, pochi hobbit si avventuravano all’aperto in quel buio e quel freddo, e quelli che lo facevano erano interessati solo a raggiungere le taverne o le proprie dimore.
Bilbo fu felice di scoprire che nessuno aveva tentato di intrufolarsi in casa sua: il cartello aveva funzionato!
Dopo un paio di giorni, Gandalf, avendo adempiuto al suo dovere, se ne andò. Bilbo lo osservò allontanarsi lungo il vialetto, passo spedito e pipa in bocca. Quando lo perse di vista nell’oscurità, alzò lo sguardo verso il cielo e ripensò all’avventura appena conclusa. Aveva vissuto esperienze incredibili, imparato a conoscere la fragilità e la forza del proprio cuore, e si sentiva pronto ad affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.
Quella sera camminò a lungo tra le ombre del giardino, riflettendo sul tempo trascorso e sulla profondità dei legami scoperti. La malinconia che portava nel cuore non si era del tutto dissolta, ma la compagnia di Elianor e il conforto delle sue parole gli avevano dato un senso di pace che non provava da anni.
Il resto, come sempre, era ancora da vivere.
Fine