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← Lo hobbit: il recupero del calice

Creato il 21/05/2026, 13:06 · Aggiornato il 24/05/2026, 10:11

Capitolo 11: Il Barlog

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Copertina AI
  • Morte
  • Violenza
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Gli orchi erano ormai tutti fuggiti. Anche loro servivano il male, ma erano molto di più attaccati alle loro miserabili vite, piuttosto che morire così come formiche. La torre era ormai ridotta male e non mancava molto affinché crollasse.

Bilbo era costretto a poggiarsi alle pareti per non perdere l’equilibrio, mentre la torre tremava sotto i colpi della battaglia. Passando accanto a una finestra, si fermò di scatto: la lotta tra la strega e il drago era più feroce che mai, ma ciò che lo lasciò letteralmente senza fiato fu la vista di Gandalf, in groppa alla possente creatura. Rimase immobile per qualche istante, con lo sguardo sbarrato e la bocca semiaperta, incapace di credere a ciò che stava vedendo.

Un violento colpo di magia investì la torre, facendola vibrare fino alle fondamenta. Lo hobbit barcollò e si riscosse: non era il caso di rimanere lì un secondo di più.

Scendendo di corsa le scale, mormorava tra sé e sé, quasi fosse una preghiera:

«Vi prego, Valar… fate che Elior sia viva, vi prego!»

Quando raggiunse la sala al pian terreno, il cuore gli balzò in gola. Tra i corpi straziati di orchi — e, purtroppo, anche quelli di Erech, Endacil ed Eruvandie — non trovò quello della giovane elfa. Qualcuno, durante la furia dello scontro, doveva essere riuscito a portarla via. Un’ondata di sollievo lo travolse, al punto che quasi gli cedettero le ginocchia.

Uscì di corsa dalla torre, deciso a ritrovare i suoi compagni. Fortuna volle che non fosse lui a doverli cercare: furono gli elfi a scorgere per primi lo hobbit. Elianor era seduta sul cavallo, sostenuta da Legolas, e il suo volto, seppur stanco, si illuminò di un lieve sorriso nel vederlo.

Bilbo, con un’espressione carica di speranza, tese verso di loro l’oggetto tanto ambito:

«È questo il calice?»

Legolas annuì, i lineamenti finalmente distesi.

«Sì, è lui. Abbiamo il calice ed Elior… la nostra missione è compiuta.»

«Sì… ma ora dobbiamo vedere se riusciremo a uscirne vivi. Abbiamo già perso tre dei nostri.» commentò Bard, con la voce grave e lo sguardo velato di tristezza. «Per fortuna non avevano ancora portato via i bagagli con le armature di scaglie di drago.»

Mentre Bilbo si trovava ancora all’interno della torre e Gandalf affrontava la strega, il resto del gruppo aveva trovato il tempo di indossare quelle preziose armature. Non sapevano quanto realmente avrebbero potuto proteggerli, ma era comunque una speranza in più di sopravvivenza.

Lo hobbit abbassò lo sguardo verso il calice appena recuperato. Le parole di Elrond gli tornarono alla mente con forza: “Non è altro che un manufatto, non ha poteri magici.

Eppure, durante il banchetto, l’espressione sul volto del mezzelfo era stata tutt’altro che tranquilla.

Bilbo serrò le dita attorno al manico del calice, una fitta di inquietudine attraversandogli il petto.

Qualcosa non quadrava.

Gandalf e la strega si scagliavano l’uno contro l’altra anatemi di immensa potenza. Il cielo si oscurò come se la notte fosse calata all’improvviso, mentre fulmini e saette precipitavano dal cielo, devastando la Zona Grigia.

Un fulmine particolarmente potente colpì la cima della torre: la pietra esplose in una pioggia di schegge incandescenti, mentre il resto della struttura prese fuoco, scricchiolando pericolosamente.

Dei detriti precipitarono verso la compagnia, ma all’ultimo istante una possente ala di Smagul si spiegò sopra di loro, proteggendoli come un tetto improvvisato.

«Siete ancora qui!?» tuonò Gandalf, la voce amplificata dall’energia che lo circondava. «Presto, fuggite! Non pensate a me, qui non potete essermi d’aiuto!»

Bilbo protestò, il cuore in tumulto, ma il resto del gruppo non aveva con Gandalf lo stesso legame che lo hobbit portava nel cuore. Pur rispettandolo profondamente, compresero che la loro presenza non avrebbe fatto che intralciare lo scontro. Così, senza esitazione, misero Bilbo di peso sul pony e si lanciarono nella fuga.

Ma la via di fuga era un inferno.

Il terreno era spaccato, attraversato da crepacci fumanti; i flussi d’energia scaturiti dagli incantesimi erranti esplodevano a caso, rischiando di colpirli da un momento all’altro. Come se non bastasse, alcune viverne volteggiavano ancora nei cieli, assetate di sangue.

Una di loro piombò in picchiata, centrando il gruppo. Fanon si gettò davanti ad Araton per proteggerlo, ma la bestia spruzzò il suo veleno acido: il liquido gli investì il volto, l’unico punto non protetto dall’armatura. Fanon urlò per un istante, poi crollò a terra, privo di vita.

«NOOOO!»

Il grido di Araton si confuse con la rabbia e il dolore. Con le lacrime che gli rigavano il viso, sguainò la spada e, assieme agli altri guerrieri, si scagliò sulla creatura con una furia incontenibile, deciso a vendicare l’amico caduto.

A un tratto, la terra tremò con una violenza spaventosa.

I cavalli nitrirono nel panico, alcuni si impennarono disarcionando i loro cavalieri, mentre la compagnia cercava disperatamente di mantenere la formazione.

La strega, accortasi della loro fuga, levò le mani verso di loro e scagliò una maledizione che si propagò come un’onda oscura.

Il suolo si spaccò di colpo, creando crepe sempre più larghe che divennero gole profonde, pronte a inghiottire chiunque vi cadesse dentro.

Smagul colse quell’attimo di distrazione. Con un ruggito che fece tremare l’aria, affondò le fauci nel collo della viverna che fungeva da cavalcatura alla donna, spezzandola di netto.

La creatura precipitò nel vuoto, trascinando con sé la strega.

Ma un istante prima di toccare terra, la donna spalancò le braccia: un’aura di energia cremisi la avvolse, rallentando la caduta. Atterrò dolcemente, come sospinta da mani invisibili, poi si rialzò in tutta la sua furia.

I suoi occhi erano due fessure incandescenti, iniettati di sangue e follia.

Fissò il drago e l’uomo che lo dominava, mentre la sua voce risuonava come un tuono:

«Pensi davvero che io, serva di Melko, possa essere abbattuta così facilmente, Gandalf il Grigio?!»

Le sue braccia si sollevarono, piegando le mani ad artiglio, e un urlo disumano scaturì dalla sua gola.

La luce naturale svanì come inghiottita da un’eclissi.

Un vento gelido si levò all’improvviso, ma era solo l’anticamera dell’orrore che stava per scatenarsi.

La strega iniziò a pronunciare parole oscure, incomprensibili, che rimbombarono in ogni angolo della Zona Grigia, come se la terra stessa tremasse al suono della sua voce.

Il suo abito, prima scuro, divenne di un nero assoluto, simile a pece. Dalla stoffa iniziarono a propagarsi tentacoli vischiosi che strisciarono sul terreno, come creature fameliche alla ricerca di prede.

Dalle nuvole soprastanti, una colonna di fiamme si abbatté su di lei, avvolgendo il suo corpo in un turbine di fuoco e oscurità.

Il terreno intorno reagì in modo spaventoso: dalle crepe aperte poco prima iniziò a salire magma rovente, mentre la temperatura aumentava in maniera soffocante.

L’aria si fece così densa che ai presenti parve di trovarsi all’interno del cono di un vulcano in eruzione.

Ogni respiro era un dolore, ogni battito di cuore un passo più vicino alla disperazione.

«Che cosa succede ora?!» gridò Bard, mentre tentava disperatamente di calmare il suo cavallo imbizzarrito per poi rimettersi in sella.

Dalla fitta nebbia sulfurea che si stava alzando, prese forma una sagoma mostruosa.

Quando il fumo si diradò, l’orrore si rivelò in tutta la sua imponenza: una creatura demoniaca, alta come una torre, la pelle fatta di lava e oscurità, due corna lunghissime che si piegavano all’indietro come lame, e un paio di occhi gialli fiammeggianti, tanto incandescenti da bruciare l’aria attorno.

La compagnia si immobilizzò, atterrita.

Poi, qualcuno sussurrò tremante: «La strega... dov’è finita?»

«Oh... non è scomparsa...» rispose Gandalf, la voce grave e piena di urgenza.

«È sempre lei! Quello che vediamo è un’illusione. La formula che ha invocato richiama un incantesimo d’inganno mentale. Ci fa credere di trovarci davanti a un Balrog, ma in realtà non è così. È una specie di ipnosi collettiva: la nostra mente vede un demone di fuoco, e persino le ferite che infliggerà ci sembreranno reali, al punto da fermarci il cuore. Ma non possiamo permetterle di imprigionarci nella paura!»

Alzò il bastone, puntandolo contro la bestia. «Fuggite! Più vi lasciate convincere che è reale, più potente diventa!»

Elior, con un filo di voce, aggiunse: «È lo stesso sortilegio con cui ingannò Bilbo, assumendo le mie sembianze... ma stavolta ha attinto a un potere ben più terribile. Deve aver imprigionato da qualche parte un vero Balrog e ora ne ruba l’immagine.»

La compagnia tentò di allontanarsi, ma l’aria era rovente e irrespirabile. I miasmi di magma bruciavano i polmoni, costringendo i cavalli a fermarsi. Gli animali, ansimanti, si rifiutavano di proseguire con un cavaliere in groppa.

Uno dopo l’altro, i guerrieri dovettero scendere, proseguendo a piedi tra crepacci e rocce incandescenti.

Bilbo sentiva l’armatura di scaglie di drago diventare sempre più pesante e insopportabilmente calda. La tentazione di strapparsela di dosso era forte, ma sotto di essa aveva solo la maglia di mithril, troppo fragile contro i colpi di un simile nemico. Serrò i denti e resistette.

La sua pony, pur sfinita, non si fermò. Quando lo hobbit cercò di scendere per non sovraccaricarla, l’animale girò la testa e gli morse il pantalone, come per dire: «Non lasciarmi indietro, ce la farò.»

Bilbo le carezzò affettuosamente la cresta. «Andiamo, amica mia... non molliamo.»

Intanto, il Balrog illusorio si scagliò contro Smagul. La frusta infuocata fischiò nell’aria, colpendo il drago con violenza devastante.

Smagul ruggì di dolore: le ferite precedenti tornavano a farsi sentire, come se ogni colpo le riaprisse.

Un fendente particolarmente potente spezzò una delle sue ali, e il drago barcollò, incapace di mantenere l’agilità di prima.

Cercò disperatamente di immobilizzare la creatura stringendole le braccia con le sue poderose zampe, ma il corpo del nemico era talmente rovente da ustionarlo al solo contatto.

Il suo ruggito si trasformò in un grido straziante.

«Mithrandir!» urlò con voce roca, piena di dolore e rabbia. «Sbrigati ad abbattere questo maledetto! Non resisterò a lungo!»

Gandalf posizionò la pietra magica – la stessa che aveva usato per illuminare la cella – sulla sommità del bastone. Un’aura di pura energia scaturì dal cristallo, espandendosi come un’onda e spingendo all’indietro il mostro.

«Non sei che un’ombra, una mera imitazione di un Balrog!» tuonò lo stregone, la voce carica di potere. «Il tuo potere non potrà mai eguagliare il suo… e per questo soccomberai!»

La creatura rispose con un ruggito gutturale, carico d’ira. Non avrebbe ceduto, non dopo essersi spinta così oltre. Con la furia di un titano, si scagliò addosso a Smagul, stringendolo in una morsa brutale. Il drago si contorse, tentando disperatamente di morderla e bruciarla con il suo respiro infuocato, ma ogni sforzo risultava vano. Le sue squame, un tempo impenetrabili, iniziarono a sciogliersi sotto il calore insostenibile, finché il dolore raggiunse la carne viva.

Il demone era talmente concentrato nell’uccidere Smagul che riuscì perfino a resistere agli incantesimi di Gandalf, ignorando le scariche di magia che gli si abbattevano contro.

Pochi istanti dopo, un tonfo sordo echeggiò nella valle: il drago crollò al suolo, immobile, mentre un ultimo respiro gli sfuggiva dalle fauci.

La strega, intrappolata nella forma mostruosa, ruggì di trionfo, e l’aria stessa sembrò vibrare per la potenza del suono. I guerrieri, che si erano ormai allontanati di un buon tratto, rabbrividirono, come se quel ruggito fosse penetrato nelle loro ossa.

Smagul era caduto. Ora, a separare la compagnia dalla morte, rimaneva solo Gandalf.

Lo stregone, scosso dall’improvvisa perdita di stabilità dovuta alla caduta del drago, si rialzò con fatica. Serrò la presa sul bastone, richiamò a sé ogni frammento di forza rimasto e si preparò ad affrontare il nemico… da solo.

«Accidenti!» sbottò Legolas, il fiato spezzato mentre aiutava il suo destriero stremato a proseguire. «Per quanto cerchiamo di allontanarci, quell’essere è immenso… più grande persino di quella torre! Se Gandalf non riuscirà ad abbatterlo, gli basterà allungare un braccio per schiacciarci come insetti!»

«Abbi fiducia in lui,» replicò Bilbo con tono deciso, sebbene il cuore gli battesse all’impazzata. «È uno stregone potente, molto più di quanto tu possa immaginare! Ci salverà, ne sono certo!»

Un ruggito possente lacerò l’aria, interrompendo ogni altra parola. Il suono era talmente profondo che parve scuotere la terra stessa. Tutti si voltarono istintivamente verso la direzione dello scontro… e i loro volti impallidirono. Gandalf era sospeso a diversi metri da terra, stretto nel pugno colossale del mostro.

Per un istante il tempo sembrò fermarsi: i cuori salirono in gola, la paura paralizzò ogni muscolo. Nessuno riusciva a muoversi… tranne Bilbo.

«Yavanna, andiamo!» gridò lo hobbit, spronando la sua pony. L’animale fece dietrofront con un nitrito deciso, lanciandosi al galoppo verso il pericolo.

«Bilbo!» urlarono Legolas e Bard, correndo per raggiungerlo. Ma prima che potessero avvicinarsi, il terreno davanti a loro si spaccò con un boato, aprendosi in una voragine a pochi centimetri dai loro piedi.

Lontano, Yavanna ansimava: non era un cavallo da guerra né un destriero veloce, ma la sua determinazione era tale da farla sembrare più forte di qualsiasi stallone. Nonostante la fatica, continuava a correre, spinta dal coraggio del suo piccolo padrone.

Dovevano fare attenzione a ogni passo: le spaccature nel terreno si aprivano all’improvviso, mentre dalle ombre sbucavano viverne che, per fortuna, non riuscivano a raggiungerli. I miasmi tossici e i getti improvvisi di magma le stordivano o le bruciavano vive, lasciando alla compagnia qualche prezioso momento per avanzare.

Bilbo gettò un’occhiata alla bisaccia di Yavanna, dove aveva riposto il calice. Tutto quel disastro era iniziato per colpa di quell’oggetto. Non era che un manufatto, dall’aspetto semplice e senza alcun potere apparente, con un valore puramente storico e simbolico. Eppure, gli elfi erano disposti a tutto per averlo. Avevano mandato uomini a morire per esso.

Forse era solo un semplice hobbit di campagna, ma Bilbo non riusciva a capire come un oggetto così insignificante potesse valere tanto sangue.

Per fortuna, Gandalf non era poi così lontano. Nonostante fosse stretto nella morsa del mostro, riusciva ancora a impugnare il bastone e lottava ostinatamente, cercando di non farsi sopraffare.

«Strega! Ho qui ciò che cerchi!» gridò Bilbo, sollevando il calice sopra la testa con tutte le sue forze. «In nome dei Valar, lascia andare lo stregone!»

Gandalf, udendo quelle parole, si voltò di scatto. I suoi occhi si spalancarono per l’orrore.

«Pazzo! Non devi consegnarglielo!»

Il Barlog ruggì, ma quel ruggito suonava terribilmente simile a una risata beffarda.

All’improvviso, il manico del calice si arroventò. Bilbo sibilò di dolore e fu costretto a lasciarlo cadere. Quando l’oggetto toccò il terreno, non produsse un semplice tintinnio: un suono profondo e innaturale si propagò come un’onda di energia, facendo vibrare l’aria.

Bilbo rabbrividì. In quel momento comprese che Elrond non gli aveva detto tutta la verità sulle proprietà di quel manufatto.

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