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← Lo hobbit: il recupero del calice

Creato il 21/05/2026, 13:04 · Aggiornato il 24/05/2026, 10:11

Capitolo 10: Battaglia

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Copertina AI
  • Morte
  • Violenza
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Nessuno s'accorse di lui, mentre sfrecciava tra un orco e l'altro. La strega ed i suoi sottoposti, cavalcando le viverne, erano intenti a fronteggiare il loro traditore.

Corpi venivano inceneriti, schiacciati, mangiati. Smagul era una furia inarrestabile. Non aveva altre protezioni al di fuori delle sue squame scarlatte, ma erano sufficienti per quegli insulsi esseri. Solo la strega era il pericolo reale, dato che con la sua magia era in grado di infliggergli ferite sotto la sua corazza, ma egli non demordeva. Avrebbe lottato fino alla morte e con sé si sarebbe portato all'inferno quella donna malefica.

Bilbo ritrovò la via per le segrete. Anche il carceriere era andato a combattere e così non ebbe problemi a recuperare le chiavi delle prigioni. Velocemente scese le scale, ma poco prima d'arrivare alla cella dei suoi compagni, la sua attenzione fu colta dal suono di alcune catene. Si fermò e s'affacciò alle sbarre alla sua sinistra.

«C'è qualcuno?» Chiese una flebile voce femminile.

Dalla penombra emerse una figura femminile: un’elfa, sporca, smagrita, con addosso abiti logori che avevano visto giorni decisamente migliori. Bilbo, ormai avvezzo a riconoscere i simboli della società elfica, notò subito che quelle erano le vesti di un soldato di Gran Burrone.

Nonostante l’aspetto misero e irriconoscibile, lo hobbit capì immediatamente chi aveva davanti.

Lei era Elianor.

Non poteva essere altrimenti, soprattutto sapendo che la strega, in quel momento, si trovava là fuori.

«Vedo le chiavi sospese a mezz'aria. Chi è in grado di muoversi tra la gente senza farsi vedere? Chi è il mago che riesce a fare questo?» Aggiunse, con voce roca, evidentemente era da tanto che non beveva.

Il mezz'uomo si tolse l'Anello. Dopotutto avrebbe dovuto farlo comunque prima di raggiungere i suoi amici.

«Promettimi che non dirai a nessuno di questo mio "potere" ed io ti libererò.» Le rispose, stando bene attento a non far notare l'oggetto all'elfo, mentre lo riponeva nella tasca. Nessuno avrebbe più dovuto sapere del suo tesoro.

«Lo prometto.» Disse Elior, senza farselo ripetere due volte.

Come Bilbo aprì la cella, la donna tentò di correre verso di lui per abbracciarlo e ringraziarlo, ma le forze la tradirono e, se non fosse stato per i rapidi riflessi dello hobbit, sarebbe caduta rovinosamente a terra.

«Sono l’ultima dei miei compagni» disse con voce rotta, ma intrisa di rabbia. «Gli altri sono morti di stenti... o divorati dagli orchi, quando a quelle bestie veniva voglia di fare merenda

Il suo sguardo si fece ancora più cupo. «Io sono sopravvissuta, ma non perché fossi più forte di loro. No... quella maledetta mi riteneva bella. Lasciandomi in vita, poteva rubare il mio corpo e proiettarlo nelle menti dei malcapitati che decideva d’ingannare.»

Abbassò gli occhi, la voce tremante tra dolore e disgusto. «Ho persino tentato di togliermi la vita, pur di impedirle di usarlo... ma ha gettato su di me un sortilegio che me lo rende impossibile.»

Bilbo percepiva chiaramente il tormento dell’elfa. Sentiva quanto si odiava per essere ancora viva, mentre uno dopo l’altro i suoi compagni erano morti davanti ai suoi occhi, divorati dalla fame o dalla crudeltà degli orchi. Doveva essere un dolore insopportabile, rimanere in vita soltanto per servire i capricci di quella strega.

Era evidente che Elianor avesse preso solo in prestito il suo corpo, perché la donna non mostrava alcun segno di riconoscerlo: per lei Bilbo era uno sconosciuto. Non poteva far altro che lasciarla lì, al sicuro, mentre correva a liberare i suoi amici.

Quando finalmente riuscì a sciogliere le loro catene, fu accolto da un coro di esclamazioni e ringraziamenti calorosi. Poi, tornando indietro, uno dei soldati di Lòrien si caricò la giovane elfa sulle spalle. Tutti insieme si avviarono verso l’anticamera delle segrete: la stanza dove Bilbo aveva trovato le chiavi e aveva visto le armi che erano state loro sottratte.


La torre tremava sotto i colpi della battaglia. Le pareti scricchiolavano come se stessero per cedere, mentre la magia della strega e la furia di Smagul si scontravano senza tregua. Entrambi apparivano stanchi, ma nessuno dei due era disposto a cedere: era una lotta all’ultimo respiro.

Degli orchi, ne era rimasta solo una manciata. Osservando il drago in tutta la sua furia, compresero che combatterlo era inutile. Vinti dal terrore, abbandonarono le armi e fuggirono lungo i corridoi, lasciando dietro di sé un eco di urla e passi concitati.

«Mia signora!» gridò il capitano degli orchi, facendo irruzione nella sala con il fiato corto. «La creatura che tenevate nella sala dei banchetti è scomparsa! Non c’è più traccia di lui dal buco nella torre!»

Elianor sgranò gli occhi, gelata dall’orrore. Bilbo!

Come aveva potuto dimenticarsene? Come aveva potuto lasciarsi distrarre così?

Maledetto drago!

«Combatterò da sola questo traditore!» urlò con una voce che fece tremare persino i muri. «Voi andate! Cercate quello hobbit e i suoi compagni… e annientateli tutti!»

Gli orchi si inchinarono velocemente e si dileguarono, mentre l’ira della strega cresceva a dismisura. Fu in quel momento che si rese conto di un dettaglio ancora più terribile: non aveva con sé l’Anello.

Si portò la mano al petto, cercandolo freneticamente, e quando comprese la verità lasciò sfuggire un urlo di rabbia che fece tremare l’intera torre.

Doveva liberarsi di Smagul il prima possibile. Ogni istante che passava aumentava il rischio di fallire e deludere Morgoth… e sapeva bene che la sua punizione sarebbe stata peggiore della morte.


La compagnia riuscì a raggiungere la sala principale, ma non ebbe nemmeno il tempo di respirare: un gruppo di orchi sbucò dalle ombre, sbarrando loro la strada.

Il clangore delle armi riecheggiò nel vasto salone e, in un attimo, infuriò una seconda battaglia.

Elior, troppo debole per combattere, venne affidata alle cure di Bilbo, che la guidò verso un angolo più sicuro. Intorno a loro, la lotta si fece disperata.

Gli orchi erano numerosi e i compagni, già provati dalla prigionia, non combattevano certo alla loro piena forza. Alcuni caddero sotto i colpi nemici, lasciando un silenzio straziante dietro di sé.

«Dobbiamo raggiungere i cavalli e fuggire via!» gridò Gandalf, mentre abbatteva due mostri con un lampo della sua spada.

«No!» ribatté Calimon, il volto contratto dalla rabbia. «Il nostro obiettivo principale era recuperare il calice. Non possiamo andarcene senza di esso!»

Bard, ferito alla spalla destra e con il fiato corto, si voltò verso di lui: «Se restiamo qui ancora un minuto, rischiamo di perdere tutti gli altri. Non sappiamo neppure dove sia nascosto quel maledetto oggetto!»

Bilbo, che fino a quel momento aveva stretto i denti per trattenere la paura, spalancò gli occhi. Quelle parole fecero riaffiorare un ricordo vivido.

Un calice.

Il calice!

«Forse… forse so dov’è!» esclamò all’improvviso, battendosi un pugno sul palmo della mano, con un misto di eccitazione e terrore.

«Era nella sala dei banchetti! La strega… lo ha usato per versarmi del sidro.» aggiunse, abbassando lo sguardo, visibilmente imbarazzato.

Il gruppo si scambiò occhiate veloci.

Non mancarono gli sguardi contrariati degli elfi, che non riuscivano a nascondere l’irritazione: l’idea che un oggetto così prezioso fosse stato usato come coppa per sollazzare un grasso hobbit non era facile da digerire.

Bilbo si inginocchiò accanto a Elior, visibilmente combattuto.

«Elior, riesci a venire con me?» chiese con voce tremante. «Non ho cuore di lasciarti qui, alla mercé degli orchi. Sarà perché la strega ha usato il tuo volto per avvicinarmi a lei… ma mi sei diventata molto cara. Ti difenderei con la mia stessa vita.»

Mentre parlava, il suo viso si arrossò come un peperone, e abbassò lo sguardo, incapace di sostenere quello della donna. Era la prima volta che rivelava apertamente quel sentimento che gli bruciava dentro.

Elior sorrise appena, un sorriso fragile e pieno di malinconia.

«No, Bilbo. Ti rallenterei soltanto. Ti ringrazio per le tue parole, mi lusingano più di quanto tu possa immaginare… ma credimi, quel calice è più importante della mia vita.»

Inspirò profondamente, mentre la voce le si faceva sempre più roca. «Ho già vissuto a lungo, e se dovessi morire qui, non avrei rimpianti. In fondo, anche se sopravvivessi, la mia vita non mi apparterrebbe più: sarebbe legata per sempre a un uomo, e non potrei mai vivere come il mio cuore desidera.»

Un colpo di tosse le scosse il corpo esile. Parlare così a lungo l’aveva stremata.

«Va’, e non voltarti indietro!» sussurrò, stringendo la mano dello hobbit con l’ultimo briciolo di forza. «Buona fortuna, amico mio… e sta’ attento.»

Bilbo la guardò intensamente, il cuore pesante come una pietra.

Si chinò e le posò un bacio lieve sulla fronte, un gesto di affetto e promessa. Poi la lasciò lì, supina nella penombra, nascosta tra le ombre e le macerie, pregando con tutto sé stesso che nessuno si accorgesse di lei.

Il cuore di Bilbo gli martellava nel petto mentre correva su per le scale, con un’energia che nessun hobbit comune avrebbe mai sognato di avere. Non era fatto per certe cose, eppure correva come se la sua stessa vita – e quella dei suoi amici – dipendesse da ogni passo.

Ogni tanto era costretto a fermarsi, ansimando, per evitare di scivolare: la torre tremava sotto i colpi furiosi della battaglia tra la strega e Smagul. Pezzi di soffitto si staccavano, e in più punti colonne antiche iniziavano a cedere con sinistri scricchiolii.

Se lo scontro fosse continuato ancora a lungo, l’edificio non avrebbe retto: crollare era solo questione di tempo.

Per fortuna, Bilbo ricordava perfettamente la strada per la sala dei banchetti. Nonostante il fiato corto e le gambe che gli bruciavano, raggiunse la grande sala senza perdersi, e lì, tra i detriti e i tavoli rovesciati, individuò subito il calice scintillante. Recuperarlo non fu difficile: con mani tremanti lo afferrò, stringendolo al petto come se potesse sparire da un momento all’altro.

«Fatto!» mormorò tra sé, anche se sapeva che il peggio doveva ancora venire.

Nel frattempo, Gandalf e i suoi compagni erano riusciti a guadagnare l’uscita della torre, anche se non avevano ancora terminato di combattere. Gli orchi rimasti, disperati e rabbiosi, tentarono di sbarrargli la strada con un ultimo assalto.

Fortunatamente, i soldati di Lòrien, protetti dalle loro preziose armature forgiate con scaglie di drago, riuscirono a fare da scudo e a farsi largo tra i nemici. Le lame scintillavano mentre i mostri cadevano uno dopo l’altro, ma la battaglia costò loro fatica e sangue.

Finalmente, dopo non poche difficoltà, raggiunsero la stalla dove erano rinchiusi i cavalli. Si mossero in fretta, sellando gli animali con mani esperte, mentre il tempo sembrava stringersi attorno a loro.

Gandalf, mentre preparava il suo cavallo, si soffermò su Yavanna, la pony di Bilbo.

All’improvviso, il corpo dell’animale fu avvolto da un’aura azzurrina, intensa e pulsante. Solo lo stregone sembrava notarla: i suoi compagni continuavano a lavorare senza dare segni di stupore, come se non vedessero nulla. Gandalf aggrottò la fronte, comprendendo che quello non era un semplice segno di magia, ma la manifestazione diretta della volontà di Yavanna, che stava guidando i destini di tutti loro da lontano.

"Oh Grigio Pellegrino,
Colei che ti parla è Palùrien,
Creatrice dei Due Alberi."


Lo stregone non riusciva a credere a ciò che sentiva. Ora si spiegava perché il Signore dei Cavalli aveva insistito perché a Bilbo venisse consegnato proprio quel pony. Doveva essere una creatura sacra alla Valier.

"Sono stata io ad aizzare contro la strega il figlio di Smaug.
A te, Mithrandir, concedo il potere di domarlo.
I tuoi poteri son ora tornati,
Noi te lo concediamo,
La figlia di Morgoth non vincerà,
Doma il drago scarlatto,
Incenerisci la figlia del male.
I Valar te lo concedono!"


«Gandalf, che cos’hai? Perché ti guardi le mani? Dobbiamo andare, non possiamo indugiare. Bilbo sarà qui a momenti e potremo scappare!» intervenne Legolas, notando lo sguardo assorto dello stregone.

Gandalf si voltò lentamente verso l’elfo, un sorriso enigmatico che gli incurvava le labbra.

«Non temere, amico mio. Ora vi salverò.»

Sul volto del guerriero si avvicendarono numerose domande, ma non ebbe il tempo di esprimerle: la risposta giunse subito dopo, attraverso le azioni dello stregone.

Tenendo il bastone ben saldo tra le mani, Gandalf lo sollevò sopra la testa e, a lunghi passi decisi, si avviò verso lo spiazzo vicino al cuore della battaglia. I compagni rimasero immobili sui loro cavalli, osservando con crescente stupore quel gesto audace. In quel luogo i suoi poteri erano limitati alle magie più semplici e innocue: che cosa poteva mai avere in mente?

«Smagul, figlio di Smaug!» tuonò Gandalf con voce ferma. «Io ti comando in nome di Yavanna! Per suo volere, ora sei sotto il mio dominio. Sarai il mio servitore e mi porterai sulla tua groppa. Non puoi rifiutarti!»

Con forza, sbatté il bastone a terra. Un’ondata di energia si propagò tutto intorno, facendo vibrare l’aria.

Il drago si arrestò di colpo, girandosi verso di lui. Nessun ruggito, nessuna ribellione: si limitò a chinare docilmente il collo, invitandolo a salire.

Tutto ciò che seguì fu un vortice caotico di luci accecanti, boati e bagliori, l’esplosione di pura potenza scatenata dall’urto tra una strega al comando di una viverna e un membro degli Istari che cavalcava un drago.

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