Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo VII

Copertina di Le molte vite dell'Artista
Copertina con AI

Le molte vite dell'Artista

di @sayman

Crossover, Doctor Who (fandom generico) · Classificazione: Generale · In corso

99.518 parole · 13 capitoli · 2 letture · aggiornata il 1 ottobre · nessuna recensione ›

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Artista

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13 capitoli, dal 6 maggio al 1º ottobre

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Riassunto

Riassunto

Questa raccolta presenta brevi avventure incentrate sul misterioso viaggiatore omniversale noto come l'Artista.

Capitolo 7

La casa della mamma - Parte 1

7.804 parole, circa 39 minuti

Copertina del capitolo 7

La Route 66, la leggendaria strada che tagliava il deserto del Nevada come una cicatrice d'asfalto infinita, si stendeva dritta davanti a loro. Su di essa una Chevrolet Camaro stava sfrecciando come se fosse la regina dell'asfalto. Nonostante il suo aspetto polveroso, pieno di graffi e adesivi attaccati ovunque, sembrava potente, come il suo motore che ruggiva a ogni accelerazione.

All'interno, seduta sul posto del guidatore con un sorriso beffardo, muoveva la testa a ritmo degli ACDC che cantavano dalla vecchia radio situata accanto: niente touch, solo due manopole polverose. La donna, forse tra i quaranta e i cinquant'anni, aveva i capelli ribelli verdi e blu, indossava una giacca di pelle nera con le braccia scoperte dove si potevano notare diversi tatuaggi e dei jeans blu. Al collo portava una collana con un pendente circolare con inciso uno strano simbolo.

Seduta nel sedile accanto vi era una bella ragazza dal volto contrariato. Sembrava l'esatto opposto della guidatrice: capelli castani ben pettinati, camicia bianca linda e pulita e calzoni neri da lavoratrice. Teneva le mani sopra le ginocchia e sembrava volersi stringere in se stessa sempre di più, forse schifata dal disordine che aleggiava all'interno della vettura. Vi era ancora una lattina di birra sotto al cruscotto che, secondo lei, risaliva almeno a due mesi prima.

<< Ok, è troppo >> sbottò la ragazza, per poi allungarsi verso la radio e girare la manopola di spegnimento. 

<< Alex! E che cazzo! >> si sbraità l'altra. << La stavo ascoltando, dai! >>

 << Sì, anche io, purtroppo! >> sbuffò l'altra. << E questo mi ha quasi portato alla sordità. Mi sta bene ascoltare la musica, ma un qualcosa di più classico? >> 

<< Col cazzo che fai entrare quella merda all'interno di Bessy >> borbottò infastidita la rocker, mentre accarezzava con fare affettuoso il volante. << La mia bambina necessita della giusta dose di musica Rock e Metal, proprio come me! >> 

<< Sì, ma la tua altra bambina >> la ragazza si indicò. << Detesta ascoltare un gruppo di scimmioni che urlano al cielo come dei posseduti! >> Poi alzò il sopracciglio. << E comunque la macchina non si chiamava Berta? >> 

<< No, Berta è la mia chitarra >> poi il suo sguardo si addolcì e si voltò indietro guardando il terzo passeggero di quella vettura.

Era un ragazzino sui quattordici anni, con i capelli spettinati e neri, volto dolce caratterizzato da due grandi occhiali con montatura nera

Era un ragazzino sui quattordici anni, con i capelli spettinati e neri, volto dolce caratterizzato da due grandi occhiali con montatura nera. Indossava una maglia nera con un joystick sopra e dei jeans blu. Stava giocando con la Nintendo Switch ignorando di fatto le due davanti, o almeno così poteva sembrare a prima vista, visto che in realtà i loro soliti battibecchi erano difficili da ignorare.

<< Xavier, scegli te, che musica vuoi ascoltare? >> gli chiese sua madre con un sorriso. 

<< Gli ACDC mi vanno bene >> alzò le spalle lui, mentre continuava a costruire la sua farm di ferro su Minecraft, uno dei suoi giochi preferiti in assoluto.

 << Grazie tante fratellino... >> sbuffò Alex contrariata, mentre la madre invece, con una risatina, si allungò ancor più verso di lui scompigliandogli i capelli. << Mamma, guarda la strada! >> la ammonì l'altra, facendola sbuffare e tornare composta.

Tornando sullo schermo, la mente di Xavier aveva già iniziato a divagare e si ritrovò ancora una volta a pensare alla sua situazione familiare, che ultimamente non era delle migliori...

La sua famiglia era sempre stata strana, ma almeno in passato, quando era piccolino, era molto unita. Certo, essere figlio di due rock star mondiali poteva essere strano, ma anche interessante. Jared Cross e la futura Emily Cross, in arte Paradox, avevano formato la loro band quando si erano conosciuti: The Renegade.

I suoi genitori, nonostante i vari tour — in alcuni dei quali avevano portato anche loro, anche se era troppo piccolo per ricordarseli bene — erano sempre stati presenti. Non avevano mai fatto mancare nulla né a lui né tanto meno a sua sorella Alexandra, o Alex in breve. In primis la mamma, che era sempre stata affettuosa e amorevole nei suoi confronti. Oltre al fatto che la trovava buffa ed esilarante con le sue pazzie paradossali. Sua mamma era una scalmanata senza leggi e non sapevi davvero che cosa aspettarti da lei.

Pure suo padre, seppur più calmo ma anche giovanile, era sia un buon amico che un buon genitore e, secondo la sua modesta opinione, i due erano una bella coppia di rock star.

Purtroppo però, come era già successo anche ad altri suoi conoscenti a scuola — anche se non li avrebbe chiamati amici — non era mai stato il ragazzo più popolare della classe, e se non fosse stato per la fama dei suoi genitori era certo che sarebbe stato preso di mira dai bulli, visto che era solo un piccolo nerd occhialuto. I suoi amici erano quelli online, coloro con cui giocava ogni sera agli MMO, ma comunque... come era già successo anche ad altri, i suoi genitori si separarono.

Xavier non aveva ancora capito perché. Sapeva che la "colpa" era della madre: era stata lei che, di punto in bianco, aveva detto "ok, basta matrimonio", per poi fare le valigie, caricare in macchina anche loro due e partire per un viaggio di diversi giorni attraverso il paese per andare nella vecchia casa d'infanzia della mamma.

Ed ecco perché ora erano in viaggio. Viaggio che, tutto sommato, al ragazzino piaceva: era come una piccola avventura e ogni volta che si fermavano a dormire in un motel sgangherato lui si immaginava di essere un sopravvissuto a un'apocalisse zombie in stile The Walking Dead. Inoltre adorava il cibo spazzatura e in questo tipo di viaggi non mancava mai.

<< Xavier, mi passi l'acqua per favore? >> La voce della sorella lo riportò alla realtà e lui gliela passò distrattamente, ancora concentrato sullo schermo, visto che era arrivata notte e aveva deciso di andare in miniera per non perdere la giornata. Qualche diamante in più non poteva fare male.

<< Xavier >> la ragazza sospirò. << Mi hai dato una delle bottiglie di birra della mamma, per giunta una vuota e sporca... >>

Sbuffando timidamente e anche un po' dispiaciuto, questa volta le diede la bottiglia giusta, che lei afferrò per poi tornare a guardare la strada.

Sua sorella... Xavier le voleva bene, era sempre stata un punto di riferimento per lui e c'era sempre nel momento del bisogno, ma... non era nemmeno la persona più simpatica, ecco.

Alexandra era l'opposto della madre: laddove lei era caotica, rumorosa e fuori dalle righe, Alex era ordinata, calma, rispettosa delle regole e amante del suo lavoro, un posto fisso da impiegata in un'importante industria. Secondo lei, andare in giro a urlare a squarciagola non era un lavoro, ma solo un hobby per ubriaconi.

Questo contrasto tra madre e figlia sfociava sempre in discussioni che Xavier trovava il più delle volte esilaranti.

<< California, Baby!! >> urlò Paradox con un grande sorriso, mentre il cartello di benvenuto nello stato della California sfrecciava accanto a loro. 

<< Finalmente... >> sbuffò l'altra, che si vedeva chiaramente quanto si fosse rotta più del dovuto di quel viaggio. 

<< Non vedo l'ora di arrivare >> Xavier era sinceramente curioso di vedere la casa d'infanzia della madre. Sapeva che era figlia unica e che i suoi genitori erano morti da tempo, ma non gli aveva mai parlato di loro, così come non vi erano foto di lei e dei nonni. Sperava di trovarne alcune in quella vecchia casa.

Dopo una sterzata improvvisa e un parcheggio in derapata che fece venire i capelli bianchi ad Alex, la macchina si fermò davanti a quello che sembrava il classico negozietto di alimentari in mezzo al nulla.

<< Pausa bagno e snack, bimbi >> detto ciò Emily aprì la portiera e uscì stiracchiandosi tutta, così come fecero gli altri, visto che i loro fondoschiena erano oltremodo intorpiditi dal lungo viaggio.

Alex si precipitò subito dentro, mentre Xavier ne approfittò per prendere un po' d'aria fresca... beh, per quanto potesse esserlo quella del deserto del Nevada.

<< Xavier >> sua madre richiamò la sua attenzione, facendogli segno di sedersi sul cofano insieme a lei. Una volta seduti, i due si sdraiarono come in spiaggia a osservare il sole. 

<< Come stai? >> gli chiese. 

<< Bene, perché? >> 

<< Lo sai perché... >> sospirò lei, dispiaciuta. << Sai... io, tuo padre... nessun figlio starebbe bene >>.

 << Mamma... non sono contento per la vostra separazione, affatto, ma... è la tua vita, non la mia e... credo che non sempre le cose funzionino. Se per qualche motivo tu e papà non state più bene insieme... me ne farò una ragione. Hai il diritto di vivere la tua vita come meglio credi... >>

In quel momento si sentì trascinare verso la madre, per poi ricevere un forte bacio in testa, facendolo imbarazzare. << Dai, mamma! Non ho più tre anni! >> 

<< Sono tua madre, posso coccolarti anche se hai le rughe, per quanto mi riguarda >> ridacchiò lei. 

<< Perché? >> le chiese lui. 

<< Perché sono tua madre e ti voglio bene >>. 

<< No, perché ti sei separata da papà. Non ci hai mai detto le motivazioni >> precisò il figlio. 

<< Beh... è stata una decisione comune e... >> allo sguardo ammonitore del figlio, che aveva voltato la testa verso di lei, la rock star sbuffò. << Lo sai? È frustrante avere un figlio così sveglio >> ridacchiò, per poi farsi più triste e malinconica. << Prometto che un giorno te lo dirò, ma non ora. È... complicato... >>

Dopo aver annuito, Xavier si mise a sedere per poi scendere. << Vado a vedere che fa Alex, vuoi qualcosa? >> 

<< Nah, vai >> gli rispose lei con un gesto svogliato della mano e lui annuì entrando nel negozio, seguito dallo sguardo della madre.

Emily voleva un bene infinito ai suoi figli. Xavier, piccolo, dolce, sveglio e sempre pieno di domande. Con lui era facile fare la madre: andavano d'accordo, ridevano e scherzavano sempre e la vita era bella. Poi c'era Alexandra... Le voleva bene, ma... erano come due poli opposti e interagire con lei era sempre più difficile. Molte volte si chiedeva come mai una figlia nata da due persone dal grande estro musicale e artistico fosse così... vuota. Non vuota, ma senza arte o gusti particolari, fatta eccezione per il suo noiosissimo lavoro in ufficio.

Paradox era convinta che il sogno di Alex fosse quello di non averne uno, o comunque quello di vivere una vita più ordinaria e noiosa possibile. Sbuffando si alzò dalla macchina. 

<< Cazzo devo pisciare... >>

––––––•––––––

Mentre madre e figlio parlavano, Alex era entrata all'interno del market.

Il posto sembrava uscito da un film horror a basso budget: luci al neon che tremolavano, scaffali storti, pavimento appiccicoso e un odore indefinibile di polvere, fritto vecchio e umidità

Il posto sembrava uscito da un film horror a basso budget: luci al neon che tremolavano, scaffali storti, pavimento appiccicoso e un odore indefinibile di polvere, fritto vecchio e umidità. La cassa era sulla destra, attaccata al muro, sotto una fila di grandi finestre sporche. Alcune avevano appesi dei cartelli scoloriti che elencavano ciò che il negozio vendeva — ghiaccio, esche, bibite, panini, sigarette — scritti a mano con un pennarello ormai agonizzante.

Una pozzanghera stagnante si era formata vicino alla cassa, dove il proprietario — un tipo grassoccio, peloso, con berretto e camicia blu sudata — stava leggendo un giornale, degnandola appena di uno sguardo.

Arricciando il naso, Alex roteò gli occhi e si incamminò in una delle quattro piccole corsie presenti, trovandosi a imprecare ancora una volta contro la madre. Solo lei, nonostante fosse ricca grazie ai concerti, poteva comunque farla finire in posti degradati come quel postaccio o i vari motel per tossici in cui avevano dormito, dove l'unica altra clientela erano grossi e grassi ratti.

La sua idea iniziale era viaggiare in aereo, così da arrivare prima e fare un viaggio tranquillo, ma no... un viaggio in aereo era troppo normale per sua madre, che invece voleva fare un viaggio on the road di famiglia, pieno di pub di motociclisti sudati e libidinosi, ratti grandi come cani, donne dalla dubbia professione e altre schifezze. Cavolo, c'erano hotel decenti anche lungo la strada...

Una volta giunta a destinazione si sarebbe fatta una doccia rilassante e purificatrice.

Alex, nonostante tutto, voleva bene a sua madre: era la sua mamma e, dal punto di vista genitoriale, non le aveva fatto mancare niente, ma...

Le piacevano la tranquillità, l'ordinarietà e la metodicità. Sveglia alle sette, corsetta per il quartiere, poi colazione sana e genuina. Lavoro, pausa pranzo con i colleghi, serata yoga e poi, dopo qualche programma televisivo, dritta a letto. A volte sudoku, altre volte pulizie serali "perché così domani è tutto in ordine", e la domenica mattina dedicata alla spesa settimanale con lista scritta in ordine alfabetico.

La sua routine era il suo santuario zen, che veniva prontamente devastato dal caotico tornado che portava il nome di Emily Paradox. Sua madre era il disordine fatto donna: casa disordinata fino all'inverosimile, quando mangiava non aveva nulla da invidiare a un branco di maiali e un orario così sballato che secondo Alex ormai aveva un fuso orario tutto suo.

Per grazia di Dio, con i suoi ventidue anni, si era da poco comprata una bellissima casa in periferia tutta per sé, in modo che i suoi caotici parenti non potessero più metterle a soqquadro la vita. Inoltre, data la separazione dei suoi, avere un luogo tutto suo aiutava. Era dispiaciuta per il fratellino, che adesso era diviso tra i genitori e che molto probabilmente avrebbe dovuto andare avanti e indietro da una casa all'altra.

Sinceramente non sapeva che cosa pensare della separazione. Ci era rimasta male, perché considerava i suoi genitori perfetti insieme: due matti che urlavano davanti a una folla e si divertivano. E invece...

Dopo aver preso l'ultima cosa che gli serviva, ovvero un paio di boccette d'acqua e qualche snack per tutti e tre, si ritrovò davanti Xavier. 

<< Allora... contenta che il tuo incubo stia per finire? >> le chiese scherzoso. 

<< Non ne hai idea... >> sbuffò lei. << Era meglio prendere un aereo, non credi? >> 

<< Nah >> sorrise lui, << io mi sono divertito, è stata una piccola avventura e abbiamo passato del tempo insieme, no? >> 

<< Passiamo quasi tutto il nostro tempo insieme da anni... >> 

<< Sì, ma non è uguale >> la ammonì lui. << Tu vivi da sola già da un anno e la mamma non sa ancora se io andrò a stare con lei o con papà, ma a priori, facendo il pendolare tra la vecchia e la nuova casa, mi vedrà molto di meno. Quindi è normale che voglia passare più tempo con i propri figli >>. 

<< Potresti stare da me, così i nostri saranno costretti a venire loro da te >> gli propose con un sorriso quasi scherzoso. 

<< Davvero vorresti intaccare il tuo prezioso santuario con il mio disordine nerd? >> la prese in giro lui. 

<< Purché lo tieni relegato all'interno della tua stanza... >> 

<< Vero, ma se mamma e papà verranno a trovarmi, mamma in primis... >> 

<< Ok, è vero, revoco il mio invito >> gemette lei, già immaginandosi il suo tempio sottosopra. << Dai, ho già preso tutto io, andiamo alla cassa >>.

Una volta giunti, il cassiere li guardò annoiato, poi spalancò la bocca stupito e sorrise con un'espressione brutta e sgraziata: << Oh mio Dio! Tu sei Paradox! >>

I due fratelli si voltarono vedendo la madre andare verso di loro. << Ci puoi giurare, bello >> disse lei facendo il simbolo del rock con entrambe le mani.

Il cassiere, ora eccitato e se possibile ancora più sudato, scese di fretta dallo sgabello facendolo cadere e corse in modo goffo verso di lei. Poi si alzò la maglietta mostrando la sua panzona pelosa, con un grosso tatuaggio di Paradox in persona mentre suonava la chitarra, proprio accanto a un enorme neo pelosissimo. << Sono il tuo fan numero uno! La tua canzone "Thunder Queen"  è una vera hit! >> 

<< Gesù... >> borbottò a bassa voce Alex, alzando gli occhi tra l'incredulo e il disgustato. Xavier era solo divertito: se possibile, i fan della mamma erano più pazzi di lei. 

<< Posso avere un autografo accanto al tatuaggio? >> chiese timidamente l'uomo. 

<< Certo che puoi! >>

Dopo aver preso un pennarello nero dal reparto più vicino, aprì la confezione e buttò la busta a terra. Alex la raccolse immediatamente e la gettò nel cestino, guardando malissimo la madre. Emily stappò il pennarello con la bocca e firmò la panza del tipo, che brillava di gioia.

Visto il sudore, fu difficile fare una scritta perfetta e dopo tre secondi era già mezza sciolta, ma all'uomo non sembrava importare. Anzi, quando la sua idola gli chiese se volesse fare un selfie, lui brillò ancora di più.

<< Ok, super fan, quanto ti dobbiamo per le leccornie che abbiamo preso? E il pennarello? >> gli chiese con un sorriso beffardo Emily. 

<< Cosa? Per voi è gratis! >> 

<< Ehm... no >> disse Alex. << Quando si entra in un negozio è giusto pagare ciò che si è preso, almeno per le persone civili lo è >> guardò male la madre. 

<< Ragazzina, guarda che non avevo intenzione di accettare! >> sbuffò Emily, per poi guardarla male. << Per chi mi hai presa?! >> 

<< Per Paradox? >> la sfidò lei, mentre Xavier si fece avanti sbuffando e pagò il dovuto al cassiere, che sembrava un po' abbattuto dal fatto che la sua idola non avesse accettato il regalo... ma neanche troppo, perché i soldi sono i soldi. 

<< Com'è averla per mamma? >> gli chiese super curioso. 

<< Particolare, ma è una brava madre >> rispose timidamente lui, per poi raggiungere le altre. << Ho pagato, usciamo? >>

Una volta usciti, Paradox si appoggiò con la schiena alla sua vettura, allargando le braccia con un sorriso: << Che incontro, eh? >> 

Una volta usciti, Paradox si appoggiò con la schiena alla sua vettura, allargando le braccia con un sorriso: << Che incontro, eh? >> 

<< Assurdo >> ridacchiò Xavier, ancora divertito da quello che era appena successo. Alex invece si limitò a roteare gli occhi come suo solito. 

<< Sei solo gelosa perché non hai fan >> la stuzzicò divertita la madre. 

<<Guarda, preferisco buttarmi in un vulcano piuttosto che autografare la panza unta e sudata di un mio fan... >> borbottò, facendo sbuffare la madre, che poi salì in macchina seguita dagli altri due.

Prima di partire, guardarono un'ultima volta il market, dove il proprietario li salutava attraverso il vetro, per poi alzare la maglia e mostrare fiero il tatuaggio con tanto di autografo. Emily gli restituì il simbolo del rock e, dopo aver acceso il motore, sfrecciò via di lì.

––––––•––––––

Una volta arrivati davanti alla loro destinazione, la casa davanti a loro era

Una volta arrivati davanti alla loro destinazione, la casa davanti a loro era... banale. Sia Xavier che la sorella si meravigliarono di quanto fosse ordinaria: era la tipica casa a due piani di periferia americana, con un piccolo prato ben rasato, un vialetto in cemento che portava al garage, un portico bianco con due colonne semplici e una facciata color crema. Le finestre avevano persiane azzurre, tutte perfettamente dritte e un paio di vasi di fiori erano sistemati ai lati della porta d'ingresso, come se qualcuno li avesse curati fino al giorno prima.

Xavier si era aspettato una casa molto più paradossale, assurda e rumorosa come la madre. Alexandra invece era ancora più sorpresa: secondo la sua opinione, quella casa non poteva appartenere a una persona rozza come Paradox. Sinceramente si aspettava più un molo pieno di marinai imbruttiti. Certo, poteva anche essere che i nonni fossero persone normali e ordinate come lei, cosa che un po' sperava, visto che si era sempre sentita un'aliena in quella famiglia.

I suoi genitori erano praticamente dei rockettari pazzi, anche se suo padre era una persona molto più calma della madre. Xavier invece... per quanto non fosse interessato alla musica, il modo in cui si vestiva quasi sempre di nero o con i jeans strappati, i capelli arruffati e persino lo smartwatch nero che portava al polso sinistro avevano un qualcosa di rock.

Dopo aver osservato per un attimo il tramonto che arrossava tutte le case di quel quartiere, Emily estrasse la chiave e la infilò nella serratura. Ma una volta girata, una leggera energia statica seguita da un paio di scintille — simili a un corto circuito — la fecero scattare indietro con un urletto, seguito da colorite imprecazioni.

<< Mamma, forse dovresti far controllare il sistema di sicurezza >> quasi scherzò Xavier, anche se era strano. Ok, sapeva che nel 2025 esistevano sistemi di sicurezza avanzati e porte automatiche. Ne aveva viste tante in programmi televisivi che adorava, come Com'è fatto? e simili. Adorava anche Master Treehouse, il programma dove costruivano case sugli alberi... e stava divagando. Ma un conto era una casa moderna, un conto una casa vecchiotta come quella, che avrà avuto sì e no trent'anni. Sapeva per certo che la mamma non era più tornata lì da quando aveva formato i Renegade, poi erano nati loro e via dicendo. Quindi... era strano. Certo, poteva essere energia statica, ma era comunque una cosa insolita... soprattutto in una bella giornata come quella.

<< Andiamo, non fare storie e facci entrare! >> imprecò Paradox, mentre con un'espressione contrariata girava più volte la chiave nella serratura senza successo. << Non costringermi a prendere a zampate la porta! >> 

<< Ma stai parlando con la casa? >> Alexandra la guardò stranita. Ok che la madre era strana, ok che una volta l'aveva sentita chiamare tesoruccio mio la sua chitarra... quindi di che si stupiva? << Prova con più delicatezza! Così rischi di romperla ed è peggio! >> 

<< La figa delle suore è delicata, capito?! >> le rispose lei, facendole strabuzzare gli occhi confusa.

 << ...Eh? >> sbuffò Alex, per poi spostare la donna in malo modo. << Senti, lascia fare a me, perché se continui così finisce che ci tocca dormire in albergo! >>

Dopo aver girato la serratura altre volte e preso a pugni la porta in legno bianco, questa finalmente si aprì, facendo tirare un sospiro di sollievo ai tre, in primis Xavier, che aveva notato che alcuni vicini avevano iniziato a sbirciare dalle finestre per via del baccano causato dalle due donne inviperite.

Una volta entrati, la casa sembrò ancora più normale e banale. L'ingresso era pulito, ordinato, con pareti color panna e un pavimento in legno chiaro lucidissimo. Un piccolo appendiabiti, un mobiletto semplice, un tappeto perfettamente allineato. Il salotto, visibile dall'ingresso, aveva un divano grigio, un tavolino in vetro e una TV moderna appesa al muro. Non c'erano foto, non c'erano ricordi, non c'erano oggetti personali. Sembrava una casa campione, pronta per essere venduta.

Xavier notò subito la mancanza di personalità. Dove erano finite le vecchie foto di famiglia? Non le vedeva da nessuna parte. Forse erano di sopra...? Ma non era solo quello: la casa sembrava come nuova. Non vi era nemmeno un briciolo di polvere e l'aria profumava di pulito, cosa assurda per una casa chiusa da anni. Ora che ci pensava, anche fuori sembrava che il tempo non l'avesse toccata. Il legno bianco del portico non presentava una minima crepa. Niente.

<< Che fame che ho ragazzi, voi no? >> propose la madre, dirigendosi in cucina. Aprì il frigorifero e svelò una delle scene più disgustose e vomitevoli della loro vita. Il frigo era pieno di cibo marcescente che emanava un odore oltremodo sgradevole. Disgustata, Alex chiuse subito lo sportello, mentre Paradox guardava il frigo con un'espressione sorpresa, ma anche preoccupata.

<< Mamma, giuro! Sul serio hai dimenticato del cibo qui da trent'anni?! >> la indicò in malo modo. << Ma poi... perché... ma che chiedo a fare... >> sbuffò, estraendo l'iPhone 17 dalla tasca e incamminandosi verso la stanza vicina. << Ordino una pizza >>.

Xavier però... non era né convinto né tranquillo. La madre lo notò e andò subito a coccolarlo scompigliandogli i capelli. 

<< Non preoccuparti, lo sai che sono disordinata, no? >>

 << Non sono io quello ad essere preoccupato, mamma >> disse lui, che aveva notato la sua espressione prima. << Oltre al fatto che quel cibo ha qualcosa che non torna. È marcio, sì, ma non ho visto tracce di muffa o vermi. È come se... come se fosse nato in quel modo, come se non fosse mai stato fresco. Oltre al fatto che... >> 

<< Ok, cervellone >> la madre lo bloccò. << A volte essere troppo svegli non ti fa godere l'attimo. Mi ricordi tuo nonno... >> 

<< È forse la prima volta che lo nomini... >> notò il ragazzino. 

<< Tuo nonno è, o meglio era... un vero genio >> i suoi occhi si persero nei ricordi. << Gli saresti piaciuto, molto e forse avrebbe apprezzato anche quella rompi palle di tua sorella >> concluse scherzosa. 

<< Guarda che ti sento! >> la risposta della "rompipalle" arrivò puntuale dalla stanza accanto, facendo ridacchiare i due in cucina.

<< Quanto ci metti a ordinare una pizza? >> chiese Emily. 

<< Non riesco a chiamarli, la linea non prende >> rispose Alex. I due la raggiunsero in salotto, dove la sorella maggiore porse il telefono al fratello minore, che la guardò confuso. << Fai uno dei tuoi voodoo elettronici >> gesticolò lei. 

<< Non c'è campo, Alex, basta guardare le tacchette >> sbuffò lui. << Vuoi per caso che hackeri le reti locali? >> 

<< Perché potresti farlo? >> chiese la madre e la figlia la guardò malissimo. << Chiedevo solo, mica faccio fare cose illegali a mio figlio io >> fece spallucce. << Anche se in effetti credo di poterlo fare da sola... Vabbè, fanculo, andiamo in una pizzeria vicina. Los Angeles di sera è stupenda! >> 

<< In realtà... sono mezzo stanco, non credo di poter sopportare di stare in macchina un solo minuto in più >> Xavier posò a terra il suo zainetto nero — situato accanto alla valigia bianco candido della sorella e a quella nera piena di adesivi della madre — da cui tirò fuori un sacchetto di patatine e due barrette Fistaballs, la marca del suo youtuber preferito, MrBeast.

Ricordava ancora quando aveva partecipato a uno dei suoi video su Minecraft, dove aveva vinto con la mod più bella creata da lui stesso. Si era sentito molto orgoglioso quel giorno e sapeva che anche i suoi genitori lo erano stati. E sì, anche sua sorella. Motivo per cui gli aveva comprato proprio quelle barrette.

<< Questa sarà la mia cena, poi andrò a dormire >> fece per incamminarsi, ma si bloccò. << Posso scegliere una stanza qualunque, vero? >> Dopo aver ricevuto un cenno gentile dalla madre, uscì dal salotto e si incamminò su per le scale.

<< Quando la linea non va, i nerd dormono evidentemente >> sbuffò benevola Alex. Sapeva che normalmente il fratellino restava a giocare fino a tardi ai videogiochi con i suoi amici online, a lottare contro draghi immaginari o chissà cos'altro.

Seriamente, non capiva la passione del fratellino per le cose immaginarie. Ok, forse erano belle proprio perché erano finzione, ma per lei non c'era niente di più bello e gratificante della normalità, della quotidianità.

<< Vado a fare un bagno >> sentenziò. << Sperando che non esca fango al posto dell'acqua... >> detto ciò si incamminò verso il piano di sopra, lasciando sola la madre, che assunse di nuovo un'espressione preoccupata.

––––––•––––––

Fare il bagno era forse il momento preferito di Alexandra: starsene lì, sdraiata nella vasca immersa tra le bolle di sapone, mentre con gli occhi chiusi si strofinava il sapone alla lavanda, era per lei la vera essenza dell'Eden.

Dopo essere salita e aver scelto la stanza davanti a quella del fratellino — e dopo averlo messo gentilmente sotto le coperte, visto che Xavier era collassato sopra il letto — notò che la sua camera era... banale. Tralasciando che era identica in tutto e per tutto a quella del fratellino, cambiava solo la posizione della finestra: nella sua dava sul davanti, nell'altra sul retro. Ma, eccetto la disposizione specchiata, i mobili erano quasi gli stessi.

Quanto meno il bagno era largo e spazioso, con una favolosa vasca da bagno.

Era felice di lavarsi via tutto il sudore e lo sporco accumulato durante l'appena finito "viaggio di famiglia" e di essere tornata finalmente alla civiltà. Con un sospiro chiuse gli occhi, immergendo un po' di più la testa, godendosi l'atmosfera calma e zen, riflettendo sul da farsi.

Per una volta nella sua vita non aveva programmato nulla. Non aveva un programma per il giorno dopo, solo il vuoto. Aveva deciso di seguire la madre e il fratello per stare accanto a quest'ultimo e forse per sapere un po' di più sull'infanzia della madre, ma una volta arrivata a Los Angeles non sapeva che fare. Magari ne avrebbe approfittato per fare una vacanza e visitare i luoghi di interesse. Dio, quanto le mancavano la sua quotidianità e il suo lavoro...

Decidendo che era arrivata anche per lei l'ora di andare a letto — visto che il vapore aveva accentuato la sua stanchezza e voleva evitare di addormentarsi in vasca — si alzò con calma e, dopo aver indossato l'accappatoio rosa pallido e aperto il tappo di scarico per svuotare la vasca, attaccò il phon alla presa e si asciugò davanti allo specchio.

Dopo dieci minuti buoni, visto che il suo scopo era asciugarsi il prima possibile e non renderli anche belli, i capelli erano asciutti. Con un cenno verso se stessa nello specchio si avviò verso la porta, la aprì e... una volta oltrepassata, credette di essere impazzita.

Il corridoio era sparito e al suo posto c'era quella che si poteva definire come

Il corridoio era sparito e al suo posto c'era quella che si poteva definire come... una piantagione blu.

Davanti a lei si estendeva un campo vastissimo, illuminato da un cielo sereno color verde acqua. Le piante erano alte fino alla vita, con foglie larghe e ondulate di un blu intenso, quasi luminescente. Alcune avevano venature argentee che pulsavano lievemente, come se respirassero. Dai rami degli alberi da frutto pendevano frutti strani, tondeggianti, di un viola brillante, con piccole macchie cangianti che cambiavano colore a ogni movimento. Tra le file di piante correvano viti sottili, intrecciate come serpenti addormentati, che si muovevano appena al passaggio del vento. L'aria profumava di qualcosa di dolce e sconosciuto, un misto tra menta e zucchero filato.

Si strofinò gli occhi, credendo di star sognando. Magari si era addormentata nella vasca e ora era finita in questa follia. Ma non funzionò: non si svegliò, ottenne solo un gran male agli occhi, che ora erano molto probabilmente arrossati.

Subito richiuse la porta con uno scatto brusco e si andò a sedere sul water, con la faccia appoggiata sulle ginocchia, ormai certa di star sognando. Aveva ipotizzato anche di aver inalato per sbaglio qualche droga in uno dei postacci dove avevano soggiornato, ma avrebbero fatto effetto molto prima... o no?

Decise di appoggiare la schiena contro il muro, chiudendo gli occhi, focalizzando i suoi sensi sulla pace interiore e sull'odore di lavanda che ancora aleggiava leggero, cercando di calmare la mente per un gentile risveglio, sperando che sarebbe avvenuto per poi andare finalmente a dormire.

––––––•––––––

Xavier si svegliò di colpo, guardandosi intorno impaurato e ansante, mettendosi seduto sul letto. Aveva sognato una sorta di rumore statico seguito da un volto rosso e inquietante che gli si parava davanti.

Dopo essersi calmato un secondo, si rese conto che molto probabilmente era solo un incubo, quindi tornò disteso con un sospiro. Quell'esperienza, il fatto di sentirsi osservato da una strana creatura nel sogno, gli ricordò la paralisi del sonno, una condizione che lui non aveva mai avuto, ma che era finita — per ovvi motivi — tra le creepypasta che amava leggere, anche se ormai erano passate di moda.

Durante queste paralisi accadeva molto spesso che i malcapitati vedessero mostri ombra o figure simili che li osservavano: alcune volte sul ciglio della porta, altre volte così vicini da poter sentire il loro rauco respiro sul volto. Certo, non vi era nulla di sovrannaturale in tutto ciò: era solo che la mente, in quei momenti sospesa tra sogno e realtà, lanciava brutti scherzi. A Xavier però piaceva pensare che ci fosse un lato mistico dietro tutto ciò. Per quanto fosse un ragazzo di scienza, era sempre rimasto affascinato dalle storie di fantasmi, così come da quelle sugli UFO.

Aveva passato ore a parlare con un suo amico online, il gentile TJ, dei vari misteri del mondo: partivano da Atlantide e finivano nei casi più strani. Aveva anche programmato un sito online per inserire le teorie più assurde, ma alla fine lo aveva convertito in un sito per suo padre, dove caricava i suoi singoli e parlava un po' di lui ai fan.

Suo padre... gli mancava. Certo, lo avrebbe rivisto, ma il fatto di dover scegliere se vivere con lui o con la mamma lo dilaniava. Non era giusto che si fossero separati... forse avrebbe dovuto accettare davvero di vivere con Alex: almeno i suoi sarebbero stati costretti ad andarlo a trovare e magari... Con uno sbuffo si rese conto che si stava solo facendo mille film mentali che non avrebbero portato da nessuna parte, se non ad altra tristezza.

In quel momento decise di chiamare suo padre, o almeno di provarci, visto che Memphis era due ore avanti rispetto al fuso orario in cui si trovava. Era sera o notte — non sapeva per quanto avesse dormito — e molto probabilmente suo padre era nel mondo di Morfeo. Anche se, come la madre, faceva spesso le ore piccole, quindi magari era ancora sveglio. Altrimenti si sarebbe scusato per averlo disturbato.

Quando allungò la mano verso il comodino trovò solo vuoto. Ricordandosi che quella non era la sua cameretta, cercò dall'altra parte del letto, ma niente. Tastò ancora una volta l'aria. Oltremodo confuso, riaprì gli occhi mettendosi contemporaneamente a sedere per vederci meglio, e ciò che vide lo stupì più di ogni altra cosa, facendogli allargare gli occhi per l'incredulità e la bocca in un gran sorriso.

Il letto stava fluttuando nello spazio!

Davanti a lui, visto che si era voltato verso destra, c'era in tutta la sua magnificenza il pianeta Terra, che fino ad allora aveva visto solo in foto. La parte rivolta verso il sole brillava come un gioiello blu e verde, mentre quella al buio era un mosaico di luci create dall'illuminazione cittadina.

La Luna, che faceva capolino dietro la Terra, sembrava quasi salutarlo. Quel sogno assurdo però — perché di un sogno si trattava, magari uno lucido — aveva una piccola differenza rispetto alla realtà: oltre al fatto che respirava nel vuoto siderale senza problemi, non riusciva a scorgere nessun satellite artificiale, né astronauti nelle loro navi. Al loro posto, invece, vi erano quelli che sembravano frammenti di una biblioteca distrutta. Poteva vedere una piccola sezione con un tavolo, qualche scaffale e un candelabro che emanava una luce soffusa. Forse sul pavimento in legno c'era un tappeto rosso, ma non aveva mai avuto la migliore delle viste — istintivamente si toccò gli occhiali, che erano ancora sul suo volto — quindi poteva sbagliarsi.

Una cosa però l'aveva notata: se i libri che fluttuavano sparsi accanto a lui sembravano subire le giuste leggi fisiche e gravitazionali, fluttuando placidi come qualsiasi cosa a gravità zero, lo stesso non si poteva dire per i mobili o gli accessori delle varie sezioni distrutte. Quelli se ne stavano ai loro posti, come se le stanze esercitassero una gravità tutta loro. Il che era strano, ma affascinante.

Con un gran sorriso si mise in piedi sul letto e, dopo aver alzato in alto entrambe le braccia e lasciato un urlo estasiato, disse:

<< Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi di Xavier Cross durante la sua missione quinquennale, diretta all'esplorazione di strani, nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessun ragazzo è mai giunto prima! >>

Poi, con un sorriso, si lanciò via dal suo letto verso la sezione della biblioteca più vicina.

Poi, con un sorriso, si lanciò via dal suo letto verso la sezione della biblioteca più vicina

Fluttuare placidamente nello spazio era un sogno che si avverava. Era tutto calmo e stupendo lassù. Si era sempre chiesto che cosa vedessero e provassero gli astronauti e più volte aveva sognato di poter diventare lui stesso un esploratore dello spazio, partendo dal realistico astronauta fino al più fantasioso capitano di una nave spaziale.

Una volta atterrato nella sezione che aveva visto in lontananza — che era anche la più vicina — si precipitò subito verso le librerie, leggendo con gran curiosità i titoli dei libri. Se alcuni li aveva riconosciuti, come Le Cronache di Narnia o Eragon, di cui era fan, gli altri erano scritti con alfabeti che non comprendeva. Alfabeti quasi alieni, che però diventavano comprensibili subito dopo averli osservati intensamente per un po'.

"I Segreti della città di Ashmar", "Ricette segrete per fare una buona torta di Gunpilli", "Animali estinti che ora sanno parlare" e altri titoli assurdi.

Xavier li prese tutti, per poi poggiarli sul tavolino lì accanto, visto che voleva sfogliarli. Quando però percepì ancora una volta l'orribile sensazione statica che aveva preceduto l'arrivo del volto mostruoso che l'aveva spaventato, si irrigidì. Era tornata.

Preoccupato guardò verso lo spazio, dove vide una figura umanoide rossa fluo sfrecciare lontano da lui, ma non troppo. Lo stava forse cercando? Spaventato, ma deciso a non farsi acchiappare, capì che in quella posizione era fin troppo scoperto. Quindi, dopo essersi avvicinato al muro più vicino, si issò su di esso, sperando che la strana gravità di quel pezzo di biblioteca volante facesse il suo lavoro. Si tirò su e si spostò sul retro. Per fortuna, come aveva previsto, la gravità funzionava anche lì, quindi poteva stare accucciato senza scivolare via. Però... e ora? Era comunque in trappola. A meno che...

Con lo sguardo analizzò le altre sezioni più vicine, cercandone una che potesse fungere da nascondiglio. Dopo aver osservato bene, scelse quella che sembrava l'entrata principale, con tanto di piccolo corridoio laterale delineato da una serie di eleganti archi. L'entrata sembrava portare altrove e quindi magari... Il problema però non era arrivarci, ma la lentezza con cui lo avrebbe fatto. La creatura era rapida e veloce, lui no: si limitava solo a fluttuare nello spazio verso una direzione. Però... non aveva scelta.

Quindi, dopo aver piegato le ginocchia, si preparò per un salto, quando qualcosa lo afferrò per la maglietta e lo tirò indietro. Alzò lo sguardo verso il misterioso assalitore e si ritrovò faccia a faccia con la madre, che gli sorrideva.

 Alzò lo sguardo verso il misterioso assalitore e si ritrovò faccia a faccia con la madre, che gli sorrideva

<< Ehy ragazzino, tutto bene? >>

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Ogni passo tra le piante e il terriccio umido era un'imprecazione mentale verso la madre, perché sì, Alex sapeva quasi per certo che quella situazione era colpa sua. Quando aveva capito che stare ferma sulla tazza non avrebbe portato da nessuna parte, decise di armarsi di tutta la sua pazienza e attraversare la strana piantagione aliena.

Il problema principale era che, prima di farsi la doccia, aveva deciso di buttare i suoi abiti nel cesto della roba sporca che si trovava nella lavanderia della casa. Quindi ora stava attraversando a piedi nudi il terreno sporco, con solo il suo accappatoio addosso, vanificando di fatto il bagno rilassante di poco prima.

Il suo piano era, in teoria, semplice: trovare un'altra porta che forse l'avrebbe portata altrove, magari a casa. Purtroppo, in mezzo a quella piantagione all'apparenza infinita, non riusciva a scorgere nessuna piccola fattoria o capanno degli attrezzi.

Con un sonoro sbuffo, seguito da un urletto di dolore — aveva appena calpestato una strana radice con la pianta del piede — alzò lo sguardo al cielo e imprecò contro la madre e qualsiasi strana entità ci fosse stata lassù.

Non era una persona religiosa, anzi, poteva definirsi atea. Per lei la religione era solo una cavolata primitiva che serviva a spiegare cose che la scienza non aveva ancora compreso, oppure a rendere il mondo più interessante, visto che la mitologia narrava oggettivamente racconti davvero avvincenti.

Sua madre le aveva raccontato più volte le varie storie bibliche che vedevano le gesta degli angeli. La lotta di Gabriele e Michele contro il Principe del Regno di Persia l'aveva affascinata a modo suo... o almeno lo aveva fatto quando era piccola. Ora era solo una storia come un'altra.

Pensando alla religione e agli Arcangeli, non poté fare a meno di ricordare il fatto più strano riguardante la madre: era religiosa. Cristiana. Le diceva sempre di credere in Gabriele perché l'avrebbe aiutata, visto che era il patrono della loro famiglia. Da come ne parlava... sembrava che l'angelo fosse davvero suo amico, il che di per sé era altamente impossibile.

Però Paradox sembrava tutto fuorché cristiana. Era troppo... era troppo lei, il che creava uno strano contrasto.

Dopo essersi fermata ed essersi guardata intorno, il suo sguardo si spostò quasi involontariamente verso uno dei frutti viola. Era davvero bello e, secondo lei, anche molto gustoso, ma il suo buon senso l'avvertì di non mangiarlo: non sapeva se fosse velenoso o meno, ed era un rischio che non voleva correre.

Spostando lo sguardo verso le radici dell'albero, notò qualcosa di strano. Sembrava quasi... una parete di plastica? Una volta avvicinata, notò che non si era sbagliata: sotto le radici si poteva intravedere uno strano corridoio di plastica blu, con le pareti curve, come gli scivoli coperti dell'acquapark.

Sbuffando, decise che molto probabilmente quella era la sua unica via di fuga e quindi, come una talpa profumata di fango e lavanda, si calò piano piano sotto l'albero, poggiando i piedi su quella che sì, era decisamente plastica.

Ancora più confusa e irritata di prima, si lamentò del fatto che non aveva mai fatto abuso di sostanze stupefacenti proprio per non vivere questi trip. Una volta alzatasi un po', visto che stare inginocchiata in quello spazio angusto era scomodo, diede una sonora capocciata dove prima c'erano le radici e l'ingresso... ora solo altra plastica. Subito dopo, un rumore d'acqua la mise in allarme, ma prima che potesse reagire venne sommersa e portata via da un potente getto.

Viaggiare in quello strano tubo fu un vero e proprio incubo per la castana: le sembrava di essere all'interno di una lavatrice che la sballottava da tutte le parti, facendola sbattere contro le pareti e procurandole dolore

Viaggiare in quello strano tubo fu un vero e proprio incubo per la castana: le sembrava di essere all'interno di una lavatrice che la sballottava da tutte le parti, facendola sbattere contro le pareti e procurandole dolore. La cosa peggiore però era la mancanza d'aria che, unita alle percosse, le stava facendo perdere i sensi. Poco prima di svenire, il sole la accecò e lei, con uno scatto verso l'alto dettato dall'istinto di sopravvivenza, uscì dall'acqua con la testa, sputando e respirando affannosamente.

Una volta calmata, acquisì sicurezza: seppur immersa, i suoi piedi toccavano terra, segno che l'acqua non era così alta. Dopo un lento respiro, alzò lo sguardo e si ritrovò in un posto ancor più assurdo di prima.

 Dopo un lento respiro, alzò lo sguardo e si ritrovò in un posto ancor più assurdo di prima

Davanti a lei si estendeva un acquapark... ma in stile stazione spaziale. La vasca in cui era finita era solo una delle tante piscine circolari disposte lungo un enorme corridoio cilindrico. Il soffitto — o meglio, la parte superiore del cilindro — non era un soffitto: era un altro pavimento, identico a quello sotto di lei, completo di scivoli, passerelle, piante decorative e perfino sdraio. Tutto capovolto, ma perfettamente stabile, come se la gravità funzionasse in entrambe le direzioni.

Le pareti curve mostravano pannelli metallici, luci bianche e blu, e grandi finestre ovali che davano sullo spazio profondo. Ogni tanto, una sezione del "soffitto" ruotava lentamente, come se l'intera struttura fosse parte di un gigantesco anello rotante.

Alex sgranò gli occhi: le ricordava terribilmente la scena di Interstellar, quella della stazione Cooper, che aveva visto anni prima con Xavier. Solo che qui, invece dei campi coltivati, c'erano scivoli d'acqua che si arrampicavano verso l'alto, piscine sospese e tubi trasparenti che attraversavano il cilindro come vene luminose.

L'acqua scorreva in tutte le direzioni, trattenuta da una gravità artificiale che sembrava cambiare a seconda della zona.

Alex rimase immobile, gocciolante, con l'accappatoio incollato addosso, mentre l'unica cosa che riuscì a pensare fu:

"Io... voglio tornare a casa..."

Dopo essersi issata fuori dalla piscina, si precipitò verso quella che sembrava l'uscita del parco: un grande arco con una scritta azzurra al contrario, che non perse nemmeno tempo a leggere. Attraversò la biglietteria — completamente vuota, come tutto il resto del luogo — cosa che rendeva l'ambiente allo stesso tempo calmo e macabro.

La ragazza si ritrovò in quello che sembrava un corridoio nero con sfumature dorate. Sembrava quasi il corridoio di una navicella, o qualcosa di simile, ma senza finestre da cui poter guardare fuori. Dopo aver osservato un secondo in entrambe le direzioni, notò due persone in lontananza che stavano correndo verso di lei. Quando si fecero più vicine, riconobbe con un misto di sollievo, irritazione e rabbia che si trattava della madre e del fratellino.

Come una furia si piazzò davanti alla madre, ma lei la bloccò con un cenno della mano. 

<< Le spiegazioni a dopo, ragazzina >> disse, poi la guardò meglio e il suo volto si riempì di preoccupazione: la figlia era bagnata fradicia e sembrava appena uscita da una tempesta. << Tutto bene? >>

<< Sono solo finita in una strana piantagione blu, poi sono stata travolta dall'acqua in uno scivolo! Infine sono finita in uno strano acquapark alla Interstellar! >> sbottò lei.

<< Fighissimo! >> Gli occhi di Xavier brillarono di eccitazione, per poi rendersi conto di ciò che aveva detto. Abbassò la faccia imbarazzato. << Cioè... mi dispiace... non è fighissimo ciò che ti è suc... ma la situazione in sé... >> Si zittì, rosso come un peperone, meritandosi però uno sguardo intenerito dalla madre.

<< Si può sapere che cazzo sta succedendo? >> Alex non era una persona da parolacce, ma quando serviva, serviva. Poi guardò il fratellino, visto che secondo lei era il più adatto a capire situazioni al limite del credibile. Era un piccolo nerd che aveva visto quasi ogni film sci-fi, quindi...

Xavier però si limitò ad alzare le spalle. << Ne so quanto te. Mi sono ritrovato a fluttuare nello spazio e fidatevi se vi dico che non c'è sensazione migliore, ma... purtroppo con me c'era anche un mostro... >>

<< Un mostro?! >> chiesero allarmate entrambe. 

Prima che potesse rispondere, un crepitio statico attraversò il corridoio. Le luci dorate tremolarono. L'aria si caricò come prima di un temporale.

Xavier sbiancò all'istante. << È lui... >> mormorò, riconoscendo quel suono identico a quello del sogno e della biblioteca.

Indicò dietro di loro.

Una volta voltate, notarono un essere umanoide rosso fluo, con occhi minacciosi giallo-arancio. Emanava una palpabile energia statica e fluttuava dal terreno, sostenuto da una sorta di coda a zig-zag al posto delle gambe.

Paradox si mise subito protettiva davanti ai figli, sfidando l'essere con lo sguardo, anche se una nota di preoccupazione le attraversò il volto.

Paradox si mise subito protettiva davanti ai figli, sfidando l'essere con lo sguardo, anche se una nota di preoccupazione le attraversò il volto

I guai erano appena cominciati...

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