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L'Ospizio di San Cristoforo, situato tra le morbide colline toscane, era un piccolo paradiso per pensionati. Al centro sorgeva l'edificio principale: grande, imponente, con mura pennellate di un rosa chiaro intervallato da parti color crema e un tetto marrone. Un colore forse banale, ma che faceva risaltare l'insieme con una certa eleganza. Da molte delle grandi finestre, incorniciate da legno bianco, scendevano verdi e rigogliose piante rampicanti che sembravano dare respiro e vita all'intera struttura.

Attorno all'edificio centrale si estendeva un ampio giardino, punteggiato da tavolini dove i vecchietti erano soliti giocare a carte, a dama o a scacchi. Qua e là sorgevano piccoli gazebo in legno bianco, e lì i nipoti — visto che era estate inoltrata — si rilassavano con i loro nonni bevendo limonata fresca. Poco più in là, dopo aver attraversato un piccolo e grazioso ponticello in legno che scavalcava un ruscello e superato una breve porzione di boschetto, si arrivava a un limpido e cristallino laghetto, dove alcuni ospiti erano soliti pescare.
Certo, c'era chi avrebbe detto che quel posto, chiamato volgarmente i vecchioni, non fosse davvero un paradiso: che vi aleggiassero odori di disinfettante e pannoloni sporchi e che fosse solo il luogo dove i figli "scaricavano" i loro genitori perché non avevano voglia o modo di aiutarli. Un posto carino dove aspettare la propria morte, nulla di più.
Chang, però, non era d'accordo. Come un addetto dello staff che dava sempre il massimo ogni giorno verso gli ospiti della struttura dove lavorava, credeva davvero che quel posto fosse bello e mentre osservava il limpido e piccolo laghetto illuminato dal sole insieme alla sua ospite preferita, ne era ancor più convinto.

Quando due grossi pesci rossi sguazzarono lì vicino, lui sorrise in automatico, sentendo subito dopo un debole strattone sulla manica destra. Chinandosi leggermente, si ritrovò davanti il volto anziano della sua amica: segnato dalle rughe, ma ancora bello e fiero a modo suo. I suoi capelli rossi sembravano ardere sotto il sole di mezzogiorno e i suoi limpidi occhi azzurri riflettevano quasi il suo volto.
Emily era seduta nella sua carrozzina, con davanti il piccolo supporto in legno che usava per appoggiare i quadri mentre dipingeva. Quando lui si chinò, abbassandosi alla sua altezza, si guadagnò un leggero buffetto sulla sua gota pacioccosa, che lo fece ridacchiare.
Chang sapeva di risultare tenero agli occhi delle nonnine: era un morbido orsetto di origini cinesi, un po' sovrappeso e goffo, tratti che attiravano subito la simpatia degli ospiti. Purtroppo sulle ragazze della sua età non aveva lo stesso effetto, anche se... alla fine ci aveva rinunciato. Era certo che avrebbe trovato la sua anima gemella prima o poi e che si sarebbero accettati l'un l'altra a prescindere dall'aspetto. Forse si illudeva, o forse no, ma per ora era contento di dove si trovava e del suo lavoro.
Fin da quando viveva in Cina, nella piccola cittadina di Tonglu, aveva sempre avuto un vero talento nel prendersi cura degli anziani, cominciando con la sua vecchia nonna, che gli raccontava sempre leggende locali facendolo sognare a occhi aperti. Purtroppo morì quando lui era ancora giovane, e forse negli altri anziani rivedeva proprio lei, in primis la gentile rossa che aveva accanto.
Emilia Della Rovere era una vecchina gentile, sorridente e sognatrice, che trasportava tutti quanti nelle sue avventure tramite i suoi bellissimi quadri, talmente reali e ben fatti che i direttori del luogo le chiedevano in continuazione nuove opere per abbellire l'ospizio. Ora come ora, non potevi fare un passo senza trovarne uno davanti. La sua fama si era espansa oltre i confini di quel piccolo mondo e aveva raggiunto gli abitanti dei paesini vicini. Ovviamente, per Emilia — o Emily, come amava farsi chiamare — esaudire le loro richieste era naturale e non pretendeva mai nulla in cambio. Alla fine, come diceva sempre: << L'arte è la mia passione, è ciò che sono, i soldi... >> ma non finì mai la frase, perché si addormentò nel suo letto, esausta dopo una lunga giornata.
Ritornato al presente, Chang notò subito che Emily si era già concentrata sul suo attuale capolavoro: un quadro semplice, che mostrava lo stesso laghetto dove si trovavano, ma durante un tramonto. Un tramonto bellissimo, che gli trasmetteva un senso di malinconia, come se fosse la fine di qualcosa. Era bello, ma in modo struggente e non sapeva spiegarsi il perché.
<< Signora Emilia... perché ha disegnato il tramonto in questa giornata così bella e soleggiata? >> le chiese con un tenero sorriso.
<< Io sono il tramonto... >> sussurrò lei, oltremodo abbattuta, facendolo preoccupare. Negli ultimi giorni la rossa gli era sembrata strana: più stanca, scolorita e sofferente. Sembrava avere dei piccoli crampi, ma ogni volta che interveniva lei gli diceva che non era niente. Lui però sapeva che non era vero e si prodigava sempre per farla stare il meglio possibile. Non voleva perdere un'altra nonna...
<< No, io dico che sei l'alba >> disse, abbandonando il "voi" e le formalità, parlandole come un amico, cosa che alla fine era davvero.
<< Tu sai... anzi no, tutti noi sappiamo che dopo il tramonto e la lunga notte, il sole risorge e torna ancora una volta a brillare sulla nostra testa >> qui indicò il quadro. << I tuoi quadri illuminano le giornate di tutti, quindi per me non sono tramonti, ma tutte quante albe >> sospirò. << Forse mi sono spiegato male, ma hai capito il concetto... o almeno lo spero... >>
Con un sorriso bonario, lei gli strinse la mano destra con la sua e subito le sue rughe furono attraversate da una saettante energia dorata dai riflessi arancioni. La pittrice si affrettò a nasconderla, ritirando la mano e infilandola in tasca.
Stranito, Chang strabuzzò gli occhi, credendo di aver visto male. Molto probabilmente la luce gli aveva giocato un brutto scherzo.
<< E se... >> la voce della donna era tenue e scoraggiata. << Se la mia arte non vedrà mai più una nuova alba? >>
<< La tua arte sopravvivrà anche dopo la tua morte >> la consolò lui.
<< E se la mia arte scomparisse? >>
<< Non lo farà >> rispose certo. << Magari potrebbe cambiare forma o evolversi, ma scomparire? Non credo... ci sono cose, come le nostre passioni o chi siamo, che restano anche quando noi non restiamo >>.
In quel momento, dopo avergli sorriso calorosamente, negli occhi della donna Chang notò quella che sembrava... accettazione. Tutta la sua figura sembrava essersi rilassata, quasi da sprofondare nella sedia a rotelle dove era seduta.
Con uno spasmo involontario del corpo, la mano destra lasciò cadere per terra il pennello e subito dopo iniziò l'incubo.
La rossa iniziò a contorcersi dal dolore e ad ansimare; boccheggiava in cerca d'aria e sembrava sofferente in ogni parte del suo corpo. Allarmato, Chang le posò prima la mano sulla testa e sentì che era calda in modo anormale, poi sul cuore, che batteva a una velocità impossibile. Secondo la sua esperienza, se continuava così avrebbe avuto presto un attacco cardiaco.
Senza perdere tempo afferrò i manubri della carrozzina e, dopo averla voltata verso il piccolo ponte, spinse più che poté fino ad arrivare all'interno dell'edificio. Il sudore gli colava dalle tempie e il respiro gli bruciava in gola, ma non rallentò nemmeno per un secondo.
Appena entrò, con il fiatone e il volto rosso per la stanchezza e la preoccupazione — e con Emilia che continuava ad avere spasmi, pallida come un morto — la receptionist e alcuni colleghi accorsero subito in suo soccorso.
L'interno dell'ospizio sembrava quasi stringersi attorno a lui: il profumo di cera per pavimenti, il ticchettio distante di un orologio, il vociare sommesso proveniente dalla sala comune.
Visto che l'ascensore era già occupato, un collega alto e muscoloso di nome Dario la prese in collo e corse su per le scale. Chang, da dietro, gli urlò:
<< Portala nella sua stanza, la numero due! Ti raggiungo subito! >> Poi guardò la receptionist. << Chiama il Dottor Rossi e digli che... >>
<< Chang, purtroppo il Dottore è in ferie >> lo informò lei, visibilmente preoccupata. << Ha saputo proprio questa mattina di aver vinto un viaggio in crociera, per sé e per tutta la sua famiglia >>.
<< Che strano, eh? >> disse una voce giovanile dietro di loro. Apparteneva a un ragazzo sui venticinque, forse ventisei anni, con capelli biondo scuro e intelligenti occhi verdi, visibili attraverso gli occhiali a montatura rettangolare. Indossava un lungo camice bianco, con sotto una camicia azzurra e dei calzoni neri.

<< Sono il Dottor Alessandro Alessandrini, piacere >>.
<< Sì, voi siete il sostituto >> realizzò la receptionist e lui le sorrise.
Chang non poté non notare quanto fosse giovane: erano quasi coetanei. Molto probabilmente Alessandro era fresco di laurea, ma alla fine poco importava. Giovane o vecchio, bastava che sapesse fare il suo lavoro.
<< Dottore, la mia pazie— >>
<< Sì sì, lo so. Tu vai su, io arrivo subito con tutto l'occorrente >> detto ciò, sparì nella stanza accanto, facendo alzare un sopracciglio dubbioso al tenero ragazzone, che però non perse altro tempo e corse a perdifiato sulle scale fino a raggiungere la stanza numero due.
Mentre correva su per le scale, Chang colse con la coda dell'occhio i quadri di Emilia appesi lungo le pareti color crema: paesaggi, ritratti, tramonti, tutti vibranti di vita. Ogni quadro che superava gli dava una fitta allo stomaco, come se ognuno gli ricordasse quanto stava rischiando di perdere. Le braccia gli tremavano per lo sforzo, ma accelerò ancora di più.
Una volta varcata la soglia, notò che Emily era ferma e immobile, quasi troppo immobile, sul suo letto. Forse Dario le aveva dato un sedativo? Quanto meno non si agitava più come prima, anche se... quello stato di quiete, se possibile, lo preoccupava ancora di più. Preso da un terrore viscerale, alimentato anche dalle ultime cose che lei gli aveva detto — parole che, con il senno di poi, potevano uscire solo da una persona che sapeva di avere i minuti contati — fece uno scatto avanti per controllarle il cuore, sperando con tutto se stesso di sbagliarsi.
Ma prima che potesse avvicinarsi, una potente energia — la stessa che aveva visto al lago, ma in quantità molto maggiore, simile a una piccola eruzione solare — esplose dal petto della vecchia, che si rianimò con un sospiro. Quando provò a parlare, uscì solo un urlo straziante, accompagnato ancora una volta dall'energia dorata che questa volta l'avvolse completamente, facendola sembrare un'apparizione sovrannaturale.
Con una spinta di coraggio, il ragazzo si avvicinò un po' di più e, anche se magari era solo una sua impressione, il volto di Emily sembrava... mutare? Era difficile dirlo con tutta quella luce.
Con uno scatto, la vecchina si mise a sedere, facendogli fare un balzo all'indietro e quando la luce si spense, il povero infermiere credette di essere uscito di senno.

Seduta lì nel letto, con un'espressione stordita e confusa, non c'era Emily, ma una ragazza bionda, occhi verdi e un volto che lui trovava davvero bello. Era una bellezza naturale, non esagerata, ma di una donna che si mantiene in forma. In effetti... la camicia verde, ancora sporca di vernice, che a Emily stava grande, a questa donna invece era stretta. Le metteva in risalto i muscoli e le generose forme.
<< Ehy Chang, tutto bene? >> la sconosciuta richiamò la sua attenzione, con una voce decisamente giovanile, un misto tra la forza che dimostrava e un calore che sembrava essere rimasto dalla versione precedente. Sì, per quanto quella situazione sembrasse uscita da un racconto di sua nonna, con cose impossibili, la sua amica aveva davvero cambiato forma: in qualche modo si era ringiovanita ed era diventata bellissima.
Con un rossore sulle guance e un senso di imbarazzo, si diede uno schiaffetto in faccia. Non poteva pensare quelle cose di Emily! Era comunque una nonnina... seppur giovane e palestrata.
<< Sto bene Emily, tu? >>
<< Alla grande, grazie! >> sorrise raggiante. << Non sono mai stata meglio di così! >> Qui si guardò intorno. << Quando si dice un buon sonno ristoratore, eh? >>
Dopodiché saltò giù dal letto con un oplà e si avvicinò al ragazzo, per poi accarezzargli la testa e strizzargli le gote. << Ti ricordavo più alto, Chang >> disse lei, per poi superarlo.
<< Beh, anche io ti ricordavo più vecc... Emily? >> Solo allora si accorse che la neo‑bionda non si trovava più nella stanza. Allarmato, uscì fuori e la vide che svoltava in basso verso la scalinata.
Sbuffando — visto che, secondo la sua personale opinione, aveva corso fin troppo durante quella giornata — partì all'inseguimento.
Una volta tornato in giardino, prese un secondo per riposarsi, appoggiando le mani sulle ginocchia e respirando affannosamente, per poi trovarsi davanti a una scena assurda:
Emily stava saltando sul posto, intimando agli altri di seguirla. Ovviamente i più la guardavano stupiti, anche se si potevano notare vecchietti bavosi che la osservavano. Se Chang doveva essere onesto, quella camicia verde ormai troppo grande, che si era anche slacciata in basso mostrando gli addominali scolpiti, e i calzoni neri, anch'essi ormai stretti e corti, la facevano sembrare... ecco, sembrava una nipote che aveva indossato gli abiti della nonna. Il che non aiutava affatto.
Deciso a intervenire — anche perché, mentre saltava, la bionda aveva emanato ancora una volta, come uno sbuffo d'aria, quella strana energia dorata — si avvicinò a lei con l'intento di farla calmare e soprattutto evitare che venisse catturata dal governo per essere analizzata. Una persona che praticamente era risorta come Cristo avrebbe fatto gola a qualsiasi scienziato pazzo.
<< Chang! >> attirò la sua attenzione lei. << Dai, vieni anche tu, alleniamoci insieme! >>
<< Emily, ehm... stai attirando troppa attenzione! >>
<< Tu dici? Ma non sto facendo nulla di sbagliato, no? >> chiese confusa. << Non è diverso da quando tutti mi guardano dipingere... >>
<< È molto diverso invece! Tu... tu sei diversa! >> la indicò lui. << Non trovi strano saltare così in alto alla veneranda età di novant'anni? >>
<< Ma non ho novant'anni! >> sbuffò lei.
<< Beh, non fisicamente adesso, ma... >>
<< Ne ho più di cinquecento! >> fece il simbolo dei pollici in su.
Sbuffando, ancora più confuso di prima, decise di giocare la carta delle passioni, per convincere la bionda a seguirlo in un luogo dove non vi erano così tanti occhi a guardarli.
<< Che ne dici se torniamo al laghetto, eh? >> indicò la stradina in mezzo al boschetto poco più in là. << Così magari potrai finire il tuo quadro? >>
<< Ok >> alzò le spalle lei, anche se non sembrava poi così convinta. Poi però si rianimò. << Facciamo una gara a chi arriva prima, ok? Mi sento così energica, accidenti! >> Con uno scatto si precipitò verso il boschetto, lasciandosi dietro il povero Chang che sembrava esausto.
Il cinese decise di non correre: tanto sapeva che, se non avesse deviato per il bosco per arrampicarsi su qualche albero, la meta era quella e comunque non sarebbe riuscito a starle dietro nemmeno volendo.
Raggiunto il ponte, la vide fare esercizi di equilibrio su uno dei corrimano. Prima in punta di piedi — che erano scalzi, visto che le ciabatte le erano state tolte una volta adagiata sul letto — poi con le mani, facendola sembrare un'acrobata. Quando lo notò, saltò giù con un salto acrobatico e continuò la sua marcia verso il laghetto, questa volta con un passo più lento, ma comunque troppo veloce per il poveretto.
Giunto sul posto, notò allarmato che la bionda si stava sbottonando la camicia.
<< Ferma, che fai! >> la bloccò allarmato, e lei indicò con gioia l'acqua.
<< Ho voglia di farmi un bagno, ti unisci a me? >>
<< No! >> il suo volto era rosso. << Inoltre non è un lago, ma uno stagno dei pesci rossi! Non ci si può fare il bagno! >>
Chang ringraziava il cielo e anche gli antichi spiriti del fatto che non vi fosse nessuno in quel luogo, visto che per quasi tutti era l'ora del pisolino pomeridiano.
La bionda sbuffò, ma la sua delusione durò poco: notò poco più in là il cavalletto con il suo tramonto ancora sopra. Con passi veloci andò davanti al dipinto e, dopo averlo sollevato e messo da parte, decise di prendere una nuova tela appoggiata ai piedi del cavalletto. Essendo più alta di prima, dovette regolare l'altezza del cavalletto, tirandolo su di qualche centimetro per poter dipingere comodamente. Dopo aver immaginato cosa disegnare, prese in mano il pennello, che si spezzò subito dopo per via della forza messa. Con uno sbuffo ne prese un altro e, facendo più attenzione, iniziò a disegnare.
Mentre Emily era assorta nel suo lavoro, Chang notò subito la differenza. I suoi occhi non brillavano più di passione e le sue pennellate erano incoerenti, indecise e decisamente caotiche. I colori si mescolavano in qualcosa che forse era... un uccello? O un aeroplano?
<< Emily, scusami, ma... quel coso... che sarebbe? >>
<< Un airone >> gli rispose lei.
<< Scusa, ma... pensavo fosse un piccione o un aereo... >>
<< Dici? >> lo osservò curiosa. << Dai, è evidente che è... >> Osservando meglio il dipinto, però, notò che era decisamente al di sotto dei suoi standard. Dal suo sguardo era evidente la delusione. Aveva un'aria persa, come se non sapesse più chi era.
<< Oh no... >> spalancò gli occhi, forse realizzando solo allora. Poi guardò il suo dolce amico. << Tu prima hai detto che sono... >> Corse velocemente verso il lago, dove osservò il suo riflesso ondulante. << Questa non sono io! >> urlò confusa, indicando più volte se stessa e il riflesso mentre guardava Chang. << Non è il mio volto, guarda! >>
Con uno scatto si avvicinò all'infermiere e, con una forza da toro, lo spinse verso la riva indicando il loro riflesso. << Chi è la bionda accanto al tuo riflesso? Me lo sai dire? Perché io non ci sono? Chang, io... >>
In quel momento il ragazzo provò una profonda pena per la sua amica: era confusa, spaventata e sinceramente non sapeva come aiutarla. Per lui quella situazione era così assurda che non sapeva dove mettere le mani.
Vide Emily barcollare e subito si precipitò verso di lei per non farla cadere. Una volta svenuta, la adagiò sulla bianca panchina poco più in là, per poi venire interrotto dal suo comunicatore: un altro dei suoi pazienti aveva bisogno del suo aiuto.
Per ora la bionda che emanava energia dorata a ogni respiro si poteva definire al sicuro, almeno per le prossime due ore o giù di lì, quando gli altri sarebbero tornati ai loro passatempi. Quindi, dopo averle lanciato un ultimo sguardo, si avviò verso dove era richiesto.
––––––•––––––
Quando Emily si risvegliò, si ricordò subito dello strano sogno che aveva fatto. Evidentemente l'età le giocava brutti scherzi e uno dei suoi peggiori incubi, la rigenerazione, era tornata a tormentarla nei sogni. Restando lì un secondo con gli occhi chiusi, si fece cullare dal rumore dell'acqua, della foresta e degli uccelli, solo per rendersi conto dopo di essere sdraiata su qualcosa di duro e non nella sua carrozzina. Inoltre... si sentiva in forma e più potente che mai, una sensazione che non provava da quando era... giovane.
Aprì gli occhi di scatto e si mise subito a sedere. La folta chioma bionda che le copriva parte della visuale e quelle sensazioni che non le appartenevano del tutto non lasciavano spazio ad alcun dubbio: si era davvero rigenerata.
Però... per quanto triste, non le sembrava un dramma. Si sentiva bene dopo tanto tempo, si sentiva se stessa. Lei era così adesso. Era una sensazione strana da descrivere, ma era quasi come...
"Essere se stessi, esserlo più di prima, ma allo stesso tempo non riconoscersi affatto?" Una voce a lei familiare, fin troppo familiare, così come lo era quella calda presenza nella sua mente, come quando...
Il suo sorriso si allargò di colpo e, dopo essersi voltata verso il lago, vide suo padre che lanciava dei sassi verso l'acqua facendoli rimbalzare.
<< Papà! >>
Con tutta la forza che aveva si precipitò da lui e lo abbracciò così forte da sollevarlo da terra.
<< Ehy, così mi stritoli! >> Lei lo lasciò cadere, imbarazzata. << In chi ti sei rigenerata, Danny Lazzarin? >>
Suo padre la guardava con grande orgoglio e con un bel sorriso. Si vedeva che era contento che stesse bene. Inoltre...
<< Perché sei vestito come un dottore? >>
<< Per infiltrarmi qui e tenerti d'occhio, perché sennò... >> rispose lui, sedendosi sulla panchina.
<< Che nome assurdo ti sei scelto stavolta? >> ridacchiò lei.
<< Alessandro Alessandrini >> ridacchiò lui. << Non era così orribile come pensi, vero? Sì, eccetto il dolore atroce, s'intende >>.
Emily sbuffò: << Papà, un dolore del genere... credo che ogni rigenerazione sarà un trauma, ma almeno questa volta sarò più preparata... >>
<< Emily, data la tua natura è già tanto che tu sia riuscita a rigenerarti senza complicazioni. Un solo cuore... mamma mia, non oso nemmeno immaginarlo... >> Il suo sguardo si fece triste.
<< Immagino che questa sia stata una delle tue più grandi paure... >> realizzò lei.
Il biondo indicò dietro di sé, verso il boschetto, dove sotto l'ombra e semi‑celata da un albero vi era... la Tata!

La versione femminile e più oscura del Guardiano, che lei all'inizio aveva odiato, ma che poi aveva amato, così come le altre versioni del genitore. Erano tutte lui e forse adesso iniziava a capirlo un po' meglio.
Con un cenno e un leggero sorriso ad abbellirle il volto, la donna vittoriana si congedò in silenzio, scomparendo tra le ombre degli alberi.
<< Sono preoccupato da millenni, come vedi >> le svelò suo padre. << Sia chiaro, non mi preoccupava la tua morte. Se non ti fossi rigenerata e fossi morta come gli umani, beh... parte della mia anima ti avrebbe seguita, ma almeno avrei avuto la certezza che saresti stata in pace e al sicuro. No, la mia preoccupazione più grande era un ciclo di rigenerazioni problematiche o deformi... un destino ben peggiore della morte, insomma... >>
<< Ma papà... >> lei lo guardò intenerita. << So quasi per certo che conosci il mio futuro, quindi... perché preoccuparsi? >>
<< Perché sono paranoico. Dopo migliaia di anni, tredici vite e tanti dolori, voglio essere sicuro che almeno l'unica persona che per me conta davvero qualcosa stia bene e sia al sicuro... >> La figlia gli appoggiò la testa sulla spalla, sorridendo.
I due rimasero così per un po' e in quel tempo la neo‑bionda realizzò una cosa:
Si era ricordata solo ora del quadro e del pessimo lavoro che aveva fatto. Temeva che, come aveva sempre creduto, la rigenerazione avesse cancellato il suo talento artistico. Però... era ancora troppo presto per trarre conclusioni affrettate. Doveva ancora esplorarsi come si deve.
Era l'Artista, e se davvero quello era il suo titolo, allora avrebbe trovato la strada e le risposte da sola. Però c'era un'altra cosa da chiarire o svelare.
<< Papà... se sei sempre stato qui, perché non sei venuto a trovarmi prima? Mi avrebbe fatto piacere, sai? >>
<< Perché... hai presente quando il padre porta il figlio in cima allo scivolo della morte e gli dice che scenderanno insieme, ma che in realtà, una volta arrivati in cima, lui lo spinge giù a tradimento? >> si bloccò pensieroso. << Ok, mi son perso, ma comunque il punto è che la rigenerazione era il tuo più grande trauma e paura e se ti avessi tenuta per mano sarebbe stato peggio. Dovevi fare questo passo da sola >>.
La bionda sbuffò roteando gli occhi. Non era esattamente d'accordo con il padre: secondo lei la sua presenza le avrebbe fatto comunque bene. Ma doveva ammettere che, con il padre che continuava a scendere dallo scivolo con lei, non avrebbe... Perfetto. Ora pensava in modo sconclusionato come il Guardiano. Suo padre doveva tirare fuori questi paragoni proprio ora che la sua psiche doveva ancora stabilizzarsi del tutto? Ci voleva poco a dire che era un processo che avrebbe dovuto affrontare da sola, o no?
Il Guardiano si alzò. << È tempo che vada. Sto posto è noioso e là fuori c'è tanto da vedere e da fare, quindi... vuoi venire con me? >>
<< Sono tentata, ma no >> gli fece un sorriso di scuse. << Credo che la mia strada sia diversa dalla tua, ma potremmo fare il contrario e viaggiare te con me >>.
<< Nah... >> le sorrise lui. << Il Guardiano e l'Artista hanno due destini diversi, va bene, ci sto. Ma non per questo devi viaggiare da sola >> si incamminò verso il ponte. << Chang sembra un ragazzo simpatico! >>
Detto ciò sparì, seguito dal sorriso della figlia. Era vero: sapeva che doveva riscoprire se stessa da sola, o quasi. Il primo passo era tornare, dopo tanto tempo, nel suo TARDIS. Chissà, forse era pure cambiato.
Con una ritrovata gioia corse verso l'ospizio, superando suo padre sul ponte e dandogli una pacca sulla spalla, sentendolo parlare a voce alta come suo solito. Questa volta rifletteva sul fatto che "Chang" fosse un nome cinese proprio base, al pari di "Mario Rossi" per gli italiani. Dopo aver ridacchiato — visto che suo padre almeno era rimasto il solito — si diresse verso la sua camera.
––––––•––––––
Quando Chang tornò all'interno dell'Ospizio, dopo essersi occupato del cliente di turno che se ne stava sotto il gazebo del giardino, si ritrovò davanti a una scena surreale e quasi comica. Il Dottor Rossi, più furioso che mai, si lamentava con la segretaria del fatto che la vacanza che aveva vinto quella mattina fosse stata annullata, quasi come una truffa online.
Dubbioso, il ragazzo trovò la cosa alquanto strana e, quando il suo cervello fece due più due, si allarmò di colpo. Per lui era chiaro che la colpa di quel casino fosse molto probabilmente del giovane dottor Alessandrini: la sua apparizione così, quasi dal nulla, gli era sembrata fin da subito strana. Se fosse stato un agente governativo pronto a far del male alla sua amica?
<< Terra chiama Chang! >> Una mano gli sventolò davanti riportandolo alla realtà. << Ci sei? >>
Il ragazzo osservò la bionda che gli sorrideva e doveva ammettere che era snervante doversi alzare leggermente in punta di piedi per guardarla negli occhi, visto che poco tempo prima quello alto tra i due era lui... anche se non era bello definirsi "più alto" di una nonnina rattrappita.
<< Dai, vieni >> lo intimò lei, imboccando le scale.
Tornati nella stanza numero due, Chang notò che, a differenza della "proprietaria", non era cambiata affatto. Era ampia e luminosa: un letto grande occupava il centro, le finestre lasciavano entrare fasci di luce calda e sulle pareti, in modo disordinato, erano appesi o appoggiati ovunque i suoi quadri, alcuni perfino accatastati vicino al comodino. Poco dietro, una porta socchiusa lasciava intravedere il suo bagno personale.
Sul lato sinistro del letto vi era un bellissimo armadio in legno di mogano, rifinito ed elegante, l'unica cosa che la rossa aveva portato con sé, l'unico oggetto personale di cui lui fosse a conoscenza. Non aveva mai visto foto di parenti o amici, né immagini di lei da giovane. Ricordava che questa cosa gli aveva fatto tristezza: vedere una vecchina così sola era brutto, anche se sembrava più viva di tutti gli altri, con occhi che mostravano legami oltre la sua immaginazione. Forse però i suoi oggetti personali erano tutti stipati in quell'armadio, che secondo lui apriva quando non c'era nessuno, forse per passare un po' di tempo pensando al passato in tutta tranquillità.
<< Chang >> La bionda gli lanciò una chiave, che lui afferrò al volo, per poi indicare con la testa l'armadio. << A te l'onore. >>
Confuso, ma anche in un certo senso onorato, il tenero ragazzo si avvicinò all'armadio, girò due volte la serratura, poi spalancò le ante e... credette di essere ufficialmente impazzito.
All'interno non vi erano né vestiti, né foto, né oggetti di alcun tipo, ma... letteralmente un altro mondo! Non aveva ancora compreso del tutto che strano luogo fosse quello, ma una volta entrato ufficialmente notò che sembrava una piccola anticamera, come il piano terra di un condominio. Alla sua sinistra, magnifiche e bianche, vi erano delle scalinate che portavano al piano superiore.
<< È cambiato! >> esclamò euforica la bionda, mentre correva su per le scale, seguita dal suo amico che, di scale, reali o strane, quel giorno ne aveva davvero fin sopra ai capelli.
Il piano di sopra era la meraviglia di quel luogo...

Una sala ampia, luminosa, quasi accecante nella sua perfezione bianca e metallica. Al centro troneggiava una console cilindrica esagonale ricoperta da pannelli pieni di pulsanti, leve e schermi che pulsavano di luci blu. Dal cuore della console si innalzava una colonna di energia azzurra, viva e vibrante, come se respirasse.
Le pareti curve sembravano scolpite in un unico blocco, con aperture circolari e superfici trasparenti che lasciavano intravedere altri ambienti. Non era solo una sala tecnologica: era anche una palestra futuristica, con attrezzi da allenamento, un tapis roulant, macchinari strani e strumenti che Chang non avrebbe saputo descrivere nemmeno sotto tortura e dettaglio ancora più assurdo, una grande finestra laterale dava su un giardino verde e reale, come se quel luogo impossibile fosse collegato direttamente all'esterno dell'ospizio.
Tutto era pulito, lucido, vivo e soprattutto... immensamente più grande dell'armadio da cui erano entrati.
Chang rimase immobile, con la bocca aperta, mentre Emily correva avanti come una bambina nel parco giochi più bello dell'universo.
<< È come Narnia... >> sospirò lui. L'armadio che portava verso un mondo magico non lasciava spazio a dubbi.
<< È molto meglio! >> urlò lei, che lo aveva sentito anche se si trovava sul ripiano rialzato che circumnavigava la stanza. << Questo è un TARDIS, una magnifica macchina che ti può portare letteralmente ovunque! Dimmi un luogo e ti ci porterò, che esso sia nel presente, nel passato o su Marte! >>
<< Wow! >> esclamò stupito lui, per poi fare un sorrisino furbetto, sperando di coglierla di sorpresa usando l'impossibile per battere l'impossibile. << Anche a Narnia? >> Essendo un luogo di pura fantasia, sapeva che non poteva davve—
<< Certo, perché no? >> alzò le spalle lei, mentre lo raggiungeva scendendo le scale.
<< Ma dai, scherzavo! Narnia non esiste! >>
<< Invece sì, tutto esiste nell'Omniverso >> gli rivelò lei, facendogli abbassare la mascella dallo stupore. Quel giorno aveva raggiunto livelli totali di assurdo...
<< Mi stai prendendo in giro, vero? >> chiese lui scoraggiato.
<< Non lo farei mai >> gli sorrise lei. << Allora... vuoi andare a Narnia? >>
<< Ehm... sul serio? >>
<< Sì. Sei mio amico e mi piacerebbe che viaggiassi con me per un po' >> rivelò lei. << Hai sempre sognato di vivere mille avventure mentre ascoltavi i racconti di tua nonna, quindi... non ti andrebbe di viverle davvero? >>
Sul serio stava accadendo? Sul serio gli stavano dando la possibilità di andare oltre la propria realtà verso mondi straordinari? Era così assurdo che non gli sembrava vero. Inoltre... perché proprio a lui? Non era nessuno, non era speciale né particolarmente dotato, però... era gentile e sua nonna una volta gli disse che se si era gentili con qualcuno, quel qualcuno lo avrebbe sicuramente ripagato. Ora che era grande sapeva che quasi sempre non era così, ma in questo caso... la gentilezza che aveva coltivato insieme all'amicizia con Emilia lo aveva portato lì, in quel luogo sospeso tra le realtà.
Poi però... la realtà tornò come un getto d'acqua fredda, riportandolo con i piedi per terra. I pazienti avevano ancora bisogno di lui. Aveva uno scopo nella vita, un obiettivo a cui teneva davvero molto. Per quanto sarebbe stato bello viaggiare con Emily, non poteva. Non con chi aveva ancora bisogno di lui. Forse la sua vita non era delle più emozionanti, ma non per questo meno degna.
Con un sorriso di scuse si rivolse alla sua amica: << Mi dispiace, ma... c'è bisogno di me qui, sai... >>
<< Questa è anche una macchina del tempo, possiamo tornare nell'esatto punto anche dopo un lungo viaggetto >> gli svelò lei.
<< Lo so, lo avevo capito dal tuo discorso di prima... ma è lo stesso. Tra qui e qui, ci possono essere degli imprevisti, quindi... >>
Dopo aver annuito e sorriso comprensiva, la bionda lo abbracciò teneramente, per poi strizzargli — forse per l'ultima volta — le gote. << Mi mancherai, Chang, ma capisco e accetto la tua scelta. Tu hai il tuo cammino, io il mio. Ma Chang? Non credere che questa sia l'ultima volta che ci vedremo. Magari potrei aver cambiato volto ancora una volta per allora, o forse no... ma un sognatore come te merita di vedere il cosmo, ok? >> Gli accarezzò i capelli, facendolo diventare rosso. << Prima però ho un dono per te. Andiamo fuori >>.
Una volta tornati alla realtà, la bionda frugò nella confusione artistica della sua camera, lanciando quadri, disegni e pennelli da tutte le parti, per poi — con un "ah‑ah!" — estrarre un grosso quadro e porgerlo al suo amico.

Quando Chang lo vide, si commosse. Il quadro lo ritraeva come un potente e tenero guerriero cinese dei tempi antichi, mentre sorvolava montagne nebbiose in groppa a un enorme drago. Il suo abbigliamento era quello dei generali delle leggende: tunica rossa bordata d'oro, spallacci decorati, cintura con simboli antichi e una lunga lancia cerimoniale stretta nella mano. Il drago era maestoso, con lunghe scaglie color giada, baffi fluttuanti e occhi luminosi come lanterne, il corpo sinuoso che si avvolgeva tra le nuvole.
Era un sogno che aveva fatto poco tempo prima e che aveva raccontato a Emilia il giorno dopo. Che bello vederlo realizzato su carta, anche se...
<< Non è che questo è un modo per dirmi che se resto qui non volerò mai su un drago vero? >> la sfidò scherzoso lui.
<< Questo è un regalo per un grande amico >> sorrise lei, per poi assumere un'espressione furbetta. << Però sì, decidendo di restare qui... i draghi te li scordi >>.
Chang sbuffò, divertito e irritato.
La bionda poi gli prese con un'agilità sorprendente l'iphone dal camice bianco, dove gli segnò un numero. << Se vuoi chiamarmi, ora sai come trovarmi >>.
<< Ma se posso chiamarti quando voglio, che senso ha tutto il discorso di prima, del "forse ci rivedremo" eccetera eccetera... >> sbuffò lui.
<< Ascolta Chang, mi sono appena rigenerata, ok? >> ridacchiò lei. << Sì, il processo che hai visto si chiama rigenerazione e, a proposito, complimenti per averla presa così bene. Ai miei tempi l'avevo presa molto peggio con papà... dovrei scusarmi, in effetti... Comunque! Sono ancora un po' fuori di me, quindi... >>
Il cinese annuì, per poi abbracciarla timidamente. << Grazie per il quadro, ma... Emily, sul serio, cambiati. Sembri una culturista con gli abiti della nonna >>.
La bionda annuì divertita, per poi rientrare all'interno dell'armadio e chiudere le porte. Subito dopo, il mobile scomparve in silenzio, come se non ci fosse mai stato.
Chang si rese conto solo allora che avrebbe dovuto spiegare ai suoi colleghi l'improvvisa scomparsa di una delle loro pazienti e che soprattutto... non aveva avvertito la sua amica del sospetto dottor Alessandrini! Beh, poco male: alla fine la bionda non era più lì, quindi...
Quando il suo comunicatore squillò di nuovo, capì che il tempo della fantasia era finito e che doveva tornare al lavoro che tanto amava.
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Sul TARDIO — o TARDIS, per praticamente chiunque — Emily si trovava all'interno del grande guardaroba della sua nave. Era immenso, pieno di abiti di ogni epoca e di ogni mondo, la maggior parte dei quali nemmeno sapeva dove li avesse trovati. Molto probabilmente la sua nave li aveva rubati o creati lei stessa in caso di necessità.
Sfilando tra i vari attaccapanni, prendeva molti abiti per poi buttarli via infastidita, visto che non le piacevano. Era davvero dura trovare il suo nuovo stile.

Come chiamati dal destino, i suoi occhi ricaddero su dei jeans blu e un top bianco da ginnastica. Li adorava! Si svestì subito — tanto non c'era nessuno — e li indossò. Fatto ciò, si accorse che mancava qualcosa... forse un tocco ribelle, come... una giacca di pelle!
Dopo averla trovata e indossata, si piazzò fiera davanti allo specchio, ammirando quel suo nuovo corpo per la prima volta, e doveva ammettere che si piaceva. Poteva andarle decisamente molto peggio.

Era una donna affascinante, con lunghi capelli biondi dalle sfumature dorate e leggermente scure, che le ricordavano la tredicesima versione di suo padre. Anche gli occhi, intensi e verdi, evocavano lo stesso ricordo: uno sguardo deciso, ma sereno. Chissà come mai aveva scelto di assomigliare al tredicesimo Guardiano... era forse una cosa genetica o qualcosa di voluto inconsciamente? Alla fine però era contenta: la sua prima versione assomigliava al padre e questa lo faceva di nuovo. Vi era un rassicurante senso di continuità.
Il top bianco aderente metteva in risalto il suo fisico scolpito: addominali ben definiti, spalle forti e una postura sicura, tipica di chi si allena con costanza. La giacca di pelle nera, portata aperta, aggiungeva un tocco audace e sicuro al suo aspetto, mentre i jeans blu avvolgevano le sue gambe lunghe e snelle, esaltando ulteriormente la sua figura atletica.
Con un sorriso, si voltò uscendo dalla stanza, diretta verso la console. Era nuova, piena di energia e non vedeva l'ora di iniziare a vivere una vita del tutto nuova, alla scoperta della nuova versione di se stessa.