Vai al contenuto principale

← Le molte vite dell'Artista

Creato il 06/05/2026, 15:52 · Aggiornato il 06/05/2026, 15:55

Capitolo 5: The Artist's Wall

@saymanSayman
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Emily stava camminando. Non sapeva da quanto tempo, ma continuava a farlo. Il pensiero del suo incerto futuro la tormentava da giorni, o forse da anni, da quando suo padre si era rigenerato. Parlare di recente con Sin non aveva fatto altro che riportare quei pensieri a galla, come un tarlo che scavava costantemente nella sua mente.

Aveva paura di cambiare. Non perché fosse attaccata al suo corpo, sì, anche quello, in parte, ma perché temeva di perdere ciò che la definiva: la sua arte, la sua passione. Se fosse cambiata, che ne sarebbe stato della sua creatività? Sarebbe sopravvissuta alla rigenerazione?

Stufa di quel vortice di pensieri, aveva materializzato la sua nave in un punto imprecisato dell'Omniverso e si era messa a camminare. Camminare l'aiutava: la connessione con la sua arte si rinnovava, riportandola in una dimensione dove poteva dimenticare tutto il resto. In realtà pensava alla sua passione quasi in ogni momento, ma il movimento fisico le faceva comunque bene.

Il mondo in cui si trovava ricordava la Terra, forse una vecchia città americana, ma non ne era sicura. Poteva anche essere finita in una realtà dove l'America non era mai esistita. Il paesaggio intorno era silenzioso e desolato. Il cemento delle strade, spaccato dal tempo e dalle radici degli alberi, era invaso da sottili fili d'erba. Gli alberi, cresciuti senza controllo, avevano riconquistato gli spazi urbani, insinuandosi tra i ruderi e sopraffacendo l'architettura umana. Poco distante si ergevano una chiesa con parte della facciata crollata, una scuola dalle finestre infrante e dai muri marcescenti e altri edifici ridotti in eguale rovina.

Emily si chiese cosa fosse accaduto a quella civiltà. Forse un virus aveva spazzato via ogni forma di vita animale. Non c'era nemmeno il verso di un uccello, il fruscio di un topo. Se ci fosse stato pericolo anche per lei, il TARDIS l'avrebbe avvisata. Al limite, si sarebbe rigenerata e forse avrebbe finalmente smesso di farsi tutte quelle domande.

 Al limite, si sarebbe rigenerata e forse avrebbe finalmente smesso di farsi tutte quelle domande

Il suo vagabondare la condusse in una piazza. Doveva essere stata un luogo vivace, un tempo: un campo da basket da una parte, altalene e giochi per bambini dall'altra. Sotto gli alberi c'erano panchine ormai divorate dalla ruggine e un piccolo chiosco che una volta avrà servito gelati o bibite fresche. Ora, tutto era arrugginito, divelto, lasciato in balia del tempo. Eppure, c'era qualcosa di rasserenante in quel luogo. Forse la luce del sole che filtrava tra i rami, forse il silenzio rotto solo dal vento tra le foglie. Qualcosa lo rendeva pacifico.

Al centro della piazza si ergeva un muro di mattoni rossi. Sembrava quasi un re decaduto, l'ultimo monumento a un tempo passato. Parte della sua sommità era crollata, così come l'edificio a cui probabilmente apparteneva. Ai lati c'erano graffiti sbiaditi, nulla di particolare, ma che la fecero sorridere. Ovviamente, volle aggiungere il suo tocco.

Estrasse il cacciavite sonico e come per magia, sul muro apparve la scritta: The Artist. Non sapeva perché avesse dipinto il suo titolo, ma aveva senso. Era lei. Era ciò che temeva di perdere. Con un altro gesto, il suo volto si materializzò accanto alla scritta.

Eccola lì: capelli rossi mossi, occhi azzurri e un sorriso sereno. Amava quei capelli, scelti e modificati insieme al TARDIS. Non che disprezzasse il suo liscio naturale, ma dopo più di un secolo... un cambiamento era stato più che benvenuto.

Guardando il graffito, le venne un'idea. Un'idea pazza, forse, ma rassicurante: perché non aggiungere anche tutte le sue versioni future? Tutti gli Artisti che sarebbe diventata. Ognuno avrebbe potuto lasciare il proprio ritratto, un modo per onorare quel titolo e dimostrare che la sua arte avrebbe superato persino il tempo.

Sorridendo, decise andare a prendere tutto il necessario. Amava la pittura sonica, una sua invenzione, ma la considerava un po' come barare. Sì, senza talento non si otteneva comunque nulla, ma era troppo veloce. Andava bene per distrazioni o piccoli trucchi, ma un lavoro serio meritava tempo, dedizione, impegno.

Prima, però, doveva assicurarsi che le sue versioni future arrivassero lì. Ma come? Forse... bastava ricordarselo. Cosa non facile: in teoria, essendo la versione più giovane, avrebbe dimenticato tutto. Però poteva provarci.

Guardò l'orologio al polso sinistro. Le 9:30. Chiuse gli occhi e pensò intensamente:

"Ciao me... me stessa... o me stessi. Vi ricordate quando eravate me? Venite a trovarmi, completiamo questo graffito insieme, vi va? Aspetto quella dopo di me alle dieci in punto. Gli altri, ogni mezz'ora. Così evitiamo pasticci temporali... credo. Vi aspetto!"

Aveva scelto di iniziare alle dieci per concedersi mezz'ora: un tempo che le sembrava sufficiente affinché il ricordo potesse fissarsi nella sua mente prima che, inevitabilmente, tutto ciò che sarebbe accaduto dopo svanisse.

Corse verso la nave. Il tempo volò, soprattutto perché si perse tra secchi di vernice, pennelli di ogni tipo e rulli da muro.

<< Cavoli, sono in ritardo! >> Visto che mancavano solo cinque minuti alle dieci, afferrò ciò che poteva e uscì barcollando sotto il peso di tutto quel materiale. I secchi le impedivano la visuale, ed erano anche maledettamente pesanti.

Poi, all'improvviso, sentì il carico farsi più leggero. Qualcuno l'aveva raggiunta. Qualcuno la stava aiutando.

Una volta liberatasi da quel peso, Emily poté finalmente notare la figura che l'aveva aiutata.

Era una donna affascinante, con lunghi capelli biondi dalle sfumature dorate e leggermente scure, che le ricordavano la tredicesima versione di suo padre

Era una donna affascinante, con lunghi capelli biondi dalle sfumature dorate e leggermente scure, che le ricordavano la tredicesima versione di suo padre. Anche gli occhi, intensi e verdi, evocavano lo stesso ricordo, con uno sguardo deciso ma sereno.

Indossava un top bianco aderente che metteva in risalto il suo fisico scolpito: addominali ben definiti, spalle forti e una postura sicura, tipica di chi si allena con costanza. La giacca di pelle nera che portava aperta aggiungeva un tocco audace e sicuro al suo aspetto, mentre i jeans blu avvolgevano le sue gambe lunghe e snelle, esaltando ulteriormente la sua figura atletica.

Emily si sorprese a invidiarla, anche se solo per un momento. Quella donna emanava un'eleganza naturale e una sicurezza che parevano quasi innati. Non che Emily si ritenesse brutta, ma quella presenza era di un altro livello. Era una bellezza spontanea e naturale.

<< Ciao, grazie per l'aiuto >> disse la rossa con un sorriso. << Chi sei? >>

<< Secondo te? >> rispose la bionda divertita, indicandosi con un gesto ampio di entrambe le braccia.

<< Oh... >> realizzò Emily, sentendosi una cretina. Chi altri poteva essere, in quel mondo privo di vita, se non una sua futura versione? Ora quel paragone estetico che aveva fatto con suo padre aveva più senso. Forse quella rigenerazione aveva deciso di omaggiarlo? O magari era solo una coincidenza?
Se sull'aspetto non poteva lamentarsi, la bionda era davvero splendida, Emily non riusciva a vederla come un'artista. Le sembrava più... un'atleta. Sperava di sbagliarsi.

<< Un tempo mi perdevo davvero nei miei pensieri >> commentò la bionda, osservando il suo passato con uno sguardo sereno.

<< Che male c'è? Mi aiuta a concentrarmi sulla mia arte >> si difese Emily.

<< Questo è vero >> rispose il suo futuro, con un tono che aveva qualcosa di malinconico. O forse non era tristezza: era distacco, come se l'arte non la riguardasse più davvero. << Dai, andiamo alla piazza. Il materiale lo porto io. Magra come sei, rischieresti di spezzarti >>.
Sollevò i secchi di vernice come se fossero pieni d'aria. Emily, un po' infastidita ma grata, raccolse i pennelli e la seguì.

Una volta giunte a destinazione, la bionda posò l'occorrente accanto al muro e si allontanò di qualche passo per osservare il graffito.

<< Allora... devo mettermi in posa o...? >> chiese, sorridendo.

<< In che senso? >> replicò Emily, porgendole un pennello. << Devi disegnarlo tu, no? >>

Quando vide la sua futura sé osservare il pennello come se fosse un oggetto alieno, Emily sentì i suoi peggiori timori confermarsi. La sua arte sarebbe davvero morta con lei.

<< Già... mi dispiace >> disse la bionda, con un sorriso gentile e uno sguardo colmo di comprensione.

<< Guarda... capisco che tu non sia più una disegnatrice, ma... eri me. Come hai fatto a dimenticare persino come si tiene un pennello? Sembri volerlo usare per infilzarmi più che per dipingere! >>

La bionda guardò l'oggetto tra le dita e, quasi divertita, disse: << Sono una combattente, un'agente UNIT/Torchwood. Sono più abituata a impugnare armi che pennelli >>.

<< Fantastico! >> sbottò Emily esasperata. << Mi rigenererò in Sam e Dean! >>

La bionda scoppiò a ridere. << Ti salutano a proposito e no. Sono un'artista... marziale. Un'atleta. Non posso dirti altro, mi dispiace >>.  Allargando le braccia in un gesto di scuse, disse: << Ora devo andare, ho un incarico da portare a termine. So che hai memoria fotografica quando si tratta di disegnare, quindi non serve che io resti più del dovuto >>. Detto questo, si avviò verso il punto da cui erano arrivate, lasciando Emily sola, ancora una volta, con i suoi pensieri.

Per un attimo, la voglia di dipingere svanì. Quel muro era il Muro dell'Artista e la sua futura versione, almeno a prima vista, non sembrava meritarlo, ma dopo aver lasciato sfumare la rabbia e la delusione, Emily arrivò a una conclusione: odiare sé stessi era la cosa peggiore che potesse fare. Così, prese il pennello e iniziò a dipingere la bella atleta.

Una volta terminato, si girò... e quasi ebbe un colpo per lo spavento.

Alle sue spalle, come apparso dal nulla, si ergeva un imponente ristorante dallo stile elegante e vagamente retrò, illuminato da luci calde e soffuse che fuoriuscivano dalle grandi vetrate ad arco

Alle sue spalle, come apparso dal nulla, si ergeva un imponente ristorante dallo stile elegante e vagamente retrò, illuminato da luci calde e soffuse che fuoriuscivano dalle grandi vetrate ad arco.

La scritta luminosa in cima alla facciata recitava: "L'Estro dell'Omniverso". La struttura, avvolta da rampicanti e fiori ben curati, sembrava più un angolo di Parigi che un edificio comparso in mezzo al nulla, se non fosse stato per gli alieni di ogni forma e colore seduti elegantemente all'interno, intenti a gustare piatti misteriosi e conversare con modi impeccabili.

Le sale interne, visibili dalle finestre, erano raffinate e accoglienti: tavoli rotondi coperti da tovaglie candide, lampade a sospensione, camerieri discreti e sorridenti, anche loro visibilmente alieni  e una disposizione degli ospiti che sembrava più una coreografia che una normale cena.

Emily li osservò, sbalordita. Sembravano tutti perfettamente a loro agio, come se cenare in quel ristorante interdimensionale fosse la cosa più normale del mondo. Chi sollevava calici pieni di liquidi fluorescenti, chi arrotolava spaghetti che cambiavano colore a ogni boccone, chi rideva, chi rifletteva... ma tutti sembravano in pace. Era surreale, ma anche invitante.

Dalla porta uscì una simpatica donna un po' rotondetta, dal volto allegro, che trotterellò affaticata verso di lei

Dalla porta uscì una simpatica donna un po' rotondetta, dal volto allegro, che trotterellò affaticata verso di lei. Il suo sorriso era genuino, sincero e profumava di pane appena sfornato e altre delizie ancora calde. Emily notò subito il viso tenero, sporco di farina e il grembiule macchiato da sostanze non meglio identificate, probabilmente il segno di una giornata passata tra pentole e impasti.

Quella donna le ricordava se stessa, quando si lasciava travolgere dalla sua arte fino a sporcarsi ovunque senza accorgersene. Era diversa, sì, ma non ci volle molto perché la rossa riconoscesse in lei una versione futura di sé, e sorrise. Perché riusciva a vedere in quella figura minuta e affettuosa un'estro artistico ancora vivo, anche se trasformato. Non più su tela, ma in cucina.

Non era proprio l'idea che aveva del suo futuro, cucinare non la faceva impazzire, ma per la prima volta, in una sua versione, si riconosceva.

<< Ciao, cara >> la salutò la sua futura sé, con una voce morbida come il burro. << Ho un pensierino per te >> le porse un cesto di vimini stracolmo di prelibatezze. << Tra poco è ora di pranzo e so che non ti sei portata nulla dietro. È sempre importante ricordarsi di mangiare, tesoro. Serve per la tua salute >>.

Detto questo, si voltò e rientrò nel suo ristorante. << Oggi ho il pienone, come vedi. Mi scuserai se devo lasciarti così presto >>.

Appena varcò la soglia, l'edificio scomparve come per magia, lasciando dietro di sé un miscuglio di profumi deliziosi che rimasero a lungo nell'aria.

Emily si ritrovò a stringere il cesto al petto, ancora inebriata da quei profumi e per la prima volta da molto tempo guardò al futuro con un tenue, ma sincero ottimismo, pur sapendo che, sì, i dubbi erano ancora molti.

Finito il ritratto, si concesse una piccola pausa merenda e dopo aver frugato nel cesto di vimini, decise di gustarsi una crostatina alle ciliegie. Al primo morso, le sue papille gustative fecero una capriola all'indietro e altre cento in avanti, da quanto era squisita. Non aveva mai mangiato nulla di così buono. Estasiata da quel sapore, si accorse troppo tardi del cigolio delle altalene nella piazza.

Voltandosi, notò una figura femminile che si dondolava, rilassata, su un'altalena arrugginita che faceva davvero un gran baccano. Quando la figura si accorse di essere osservata, saltò giù con un'eleganza quasi da passerella e si avvicinò con calma e grazia.

 Quando la figura si accorse di essere osservata, saltò giù con un'eleganza quasi da passerella e si avvicinò con calma e grazia

Quando fu abbastanza vicina da vederle il volto, ad Emily mancò il fiato.
<< Mamma? >> chiese, con le lacrime agli occhi, sconvolta nel trovarsi davanti la madre morta da tempo.

Con un sorriso gentile, l'altra donna alzò la mano in un cenno di negazione e una volta raggiunta, Emily capì il perché. La ragazza le assomigliava molto e aveva tutte le caratteristiche italiane della madre, ma era diversa. Era una versione di sua madre come fotomodella: bellissima, ma di una bellezza così perfetta da sembrare quasi irreale e per questo, paradossalmente, naturale.

Aveva lunghi capelli castani ondulati che le incorniciavano il volto, occhi verde mare e labbra piene. Indossava un maglione a collo alto grigio e un cappotto dello stesso colore. La luce filtrava tra i suoi capelli, leggermente mossi dal vento.

<< Assomiglio alla mamma, ma non sono lei. Sono... >>

<< Me. Sei me. È ovvio... è solo che mi manca... >> disse Emily, con voce rotta.

<< Manca anche a me. Questo mio aspetto, credo, lo rende abbastanza palese >> rispose con un sorriso malinconico. Poi aggiunse: << Sono Emilia Stella >>.

<< Stella? Apprezzo il ritorno alle nostre origini italiane con il nostro vero nome, ma perché Stella? >> chiese Emily, confusa. Della Rovere le sembrava un cognome bellissimo, non capiva perché cambiarlo.

<< È un soprannome che mi hanno dato, visto che sono una stella del cinema >>.

Ora che ci pensava, Emily notò che Stella assomigliava a un'attrice d'altri tempi. Quel suo aspetto perfetto non la entusiasmava: troppo irreale, troppo distante. Non era naturale come la numero due.  Diventare attrice... beh, era impensabile. Aveva sempre fatto schifo a recitare alle recite scolastiche, che per lei erano veri e propri traumi. Eppure, stava cominciando ad accettare che le sue versioni future facessero cose inaspettate.

Dopo aver preso un croissant alla cioccolata e averlo morso con gusto, Stella disse quasi sognante: << Mi manca saper cucinare così... ma ormai la mia vita è sul palcoscenico e mi piace >> concluse, strizzandole l'occhio. << Ti divertirai >>.

Poi si fece da parte e la osservò.

<< Ti serve niente? >> chiese Emily, un po' perplessa.

<< Voglio vedere come vengo su quel muro >> rispose Stella.

Emily sbuffò: "tipico, le attrici adoravano guardarsi". Però almeno era bello vedere una sua versione che prestava attenzione al suo lavoro.

Una volta terminato il ritratto, sentì un applauso sincero. Stella si ammirava con un sorriso.
<< Mi ero scordata di quanto fossi brava >> si complimentò, tirando fuori il telefono e scattando una foto. << Avevo promesso al mio agente che gli avrei inviato un mio ritratto in stile street >> disse con un altro occhiolino.

Salutò con la mano destra, con la grazia di un'attrice d'altri tempi, come in un film in cui lei era quella sulla nave che parte, mentre l'amore resta sulla banchina a guardarla andare via. Proprio allora, una limousine bianca si fermò davanti a Stella.

Non era una macchina qualsiasi: sul cofano, una stella cromata brillava, un ornamento scolpito, non una semplice decorazione

Non era una macchina qualsiasi: sul cofano, una stella cromata brillava, un ornamento scolpito, non una semplice decorazione. Era il simbolo di un lusso discreto, ma inconfondibile.

La portiera si spalancò di scatto, svelando un tappeto rosso che si srotolò all'istante. Stella, con un'eleganza da sfilata, vi camminò sopra e salì a bordo. Un attimo dopo, la limousine sfrecciò via, lasciandosi dietro solo il ricordo di quel momento teatrale.

Emily, intanto, roteava gli occhi di fronte a tanta esagerata teatralità. Eppure, la cosa più curiosa era scoprire che il suo TARDIO poteva trasformarsi in veicoli veri e funzionanti. Era una capacità che non aveva ancora avuto modo di esplorare. La mongolfiera, dopotutto, non faceva testo.

<< Mi scusi? >> Una voce stanca e affaticata dietro di sé attirò la sua attenzione.

Una volta giratasi, vide che si trattava di un alieno dalla pelle bluastra e rugosa, con grandi occhi scuri e orecchie appuntite

Una volta giratasi, vide che si trattava di un alieno dalla pelle bluastra e rugosa, con grandi occhi scuri e orecchie appuntite. Dalla sua testa spuntavano due antenne blu. Indossava un completo grigio scuro con una cravatta coordinata e teneva un tablet nero sotto il braccio destro. Ansava forte, chiaramente esausto.

Alla sua vista, la rossa pregò con tutta se stessa che quello strano individuo non fosse una sua versione futura, poiché sapeva che esistevano casi di rigenerazioni estreme capaci di produrre risultati davvero bizzarri.

<< Salve, sono Paulox >> si presentò lui. << La signorina Emily mi ha inviato qui al posto suo >>.

<< Come mai? >> chiese l'Artista, temendo le fosse successo qualcosa di grave.

<< La signorina ha detto e mi ha chiesto di specificarlo: "Questo posto non è degno di me, è gretto, volgare e offende le mie magnifiche creazioni". Mi ha anche detto di informarti che devi esserle grata per poter mettere il suo volto su quel muro sporco... >>

Emily roteò gli occhi indignata. << Diventerò come Veronica, strepitoso... >> La prospettiva di diventare odiosa e snob come la sua compagna di scuola del liceo non la faceva certo impazzire.

<< Se posso chiedere >> disse Paulox con un piccolo inchino di cortesia. << Chi è Veronica? >>

<< Una mia amica d'infanzia. Ti direi di chiedere all'altra me ulteriori dettagli, ma credo che sia troppo al di là di lei parlare con i dipendenti, no? >>

L'alieno blu ridacchiò annuendo. << Sì... non definirei il mio capo una persona gentile, ma... si fidi di me se le dico che ci sono capi peggiori là fuori... >> Lo sguardo del blu sembrò, se possibile, ancora più triste e perso. Emily si chiese quale fosse la sua storia, ma alla fine avrebbe solo dovuto aspettare per saperlo.

<< Hai un'immagine di miss perfettina? Sai... se devo dipingerla... >>

Il blu annuì e, dopo aver acceso il tablet, mostrò l'immagine della tanto temuta superiora

Il blu annuì e, dopo aver acceso il tablet, mostrò l'immagine della tanto temuta superiora. Aveva un'acconciatura voluminosa e scura, pettinata verso l'alto. Indossava un abito nero a collo alto, probabilmente lavorato a maglia o in un tessuto simile. I suoi occhi erano truccati con un eyeliner scuro e marcato. Portava diverse collane con ciondoli geometrici o simili a ragnatele e anelli grandi e intricati su entrambe le mani. La sua posa era fiera, con le mani sui fianchi e il suo sguardo era quello di una... stronza... non c'era altro modo per descriverlo.

<< Che razza di capelli ha? E poi perché ha due ragnatele nel vestito? È la moglie dell'Uomo Ragno o cosa? >> chiese lei divertita. Pensare al famoso supereroe le fece pensare al suo amico Miles. Quanti graffiti avevano dipinto insieme...

Dopo aver ridacchiato, Paulox si scoprì il braccio sinistro per armeggiare con quello che Emily riconobbe come un Manipolatore del Vortice, uno strumento del viaggio nel tempo: scomodo, ma utile, anche se le prime volte ti spaccava la testa.

La rossa si arrabbiò con il suo futuro, perché se fosse stata al suo posto, avrebbe accompagnato Paulox lei stessa o, quanto meno, gli avrebbe prestato il suo TARDIS.

<< È stato un piacere conoscerla >> e dopo averle sorriso l'alieno scomparve con un fascio blu.

Subito dopo, l'ambientazione cambiò e si ritrovò all'interno di quello che sembrava un immenso magazzino stracolmo di praticamente ogni cosa: vi erano sarcofagi, droni alieni, strane bevande, barattoli luminescenti, letti e tanto, tanto altro. Poco più in là, intenta ad ammirare una strana sfera di vetro con rifiniture dorate che pulsava di una luce eterea, vi era la donna più vaporosa ed eccessiva che avesse mai visto.

I suoi capelli bianchi, una nuvola di riccioli elaborati che sfidavano la gravità in un'acconciatura a spirale quasi scultorea, definibile solo come galattica (ma non in senso buono), erano sormontati da un cappellino piumato dai colori sgargianti...

I suoi capelli bianchi, una nuvola di riccioli elaborati che sfidavano la gravità in un'acconciatura a spirale quasi scultorea, definibile solo come galattica (ma non in senso buono), erano sormontati da un cappellino piumato dai colori sgargianti che aggiungeva ulteriore altezza e un tocco teatrale. Gli occhiali esageratamente intarsiati, con una montatura vistosa e decorazioni intricate che le incorniciavano lo sguardo, le davano un'aria insieme eccentrica e scrutatrice. Indossava un vestito che gridava al barocco con prepotenza, un tripudio di tessuti ricchi e pesanti, con maniche a sbuffo ornate da elaborati ricami dorati e una gonna ampia che si apriva in un'esplosione di motivi complessi e colori vivaci, trasformandola in una vera e propria opera d'arte vivente. Quella donna, con la sua opulenza esagerata e il suo portamento fiero, le sembrava una pazza uscita da un quadro antico.

Dopo averla notata, si avvicinò e la rossa notò con curiosità che quella era la prima versione che vedeva a sembrare una donna di mezza età, se non più anziana.

La donna allargò le braccia e disse: << Benvenuta nell'Arca del Viandante! Il più grande negozio che tu abbia mai visitato e che visiterai mai! Mi segua, prego >>.

Dopo averla presa per un braccio, la trascinò in giro per gli infiniti scaffali, un labirinto di meraviglie e assurdità. Le mostrò bambole senzienti con occhi di cristallo che le strizzavano l'occhio e le bisbigliavano segreti in lingue aliene. Poi bevande magiche che cambiavano colore e sapore a ogni sorso e specchi della verità che le riflettevano versioni di sé con improbabili baffi a manubrio o con tre occhi disposti a triangolo. Ogni angolo celava stranezze che non conosceva: ombrelli anti-gravità che fluttuavano leggermente nell'aria, lampade a olio alimentate da nebulose in miniatura e giocattoli di legno che si animavano per fare dispetti ai passanti, canticchiando jingle pubblicitari di realtà alternative.

Tra questi, con curiosità, si aggirava un libro senziente con le gambe, rilegato in pelle e con una copertina ricamata, che le osservava curioso, spostandosi con piccoli passetti veloci tra gli scaffali impolverati

Tra questi, con curiosità, si aggirava un libro senziente con le gambe, rilegato in pelle e con una copertina ricamata, che le osservava curioso, spostandosi con piccoli passetti veloci tra gli scaffali impolverati.

<< No, prima che tu lo chieda, non vendiamo esseri senzienti o animali selvatici; sono contro ogni forma di schiavitù o bracconaggio >> le disse con la sua voce acuta. << Lui è un cliente come te, mia cara >>.

<< Vorrei ben vedere! >> urlò lei, giustamente d'accordo con il suo futuro, visto che tali pratiche erano ignobili. La donna sembrò notarla come si deve solo in quel momento: con le mani sui fianchi, la analizzò come se fosse un prodotto o un pezzo da esposizione. << Aspetta un attimo... tu non sei una mandrillosaura >> disse per poi guardarsi intorno. << No, no, non c'è traccia dei clienti mandrillosauri che stavo aspettando >>.

<< Sono te, Emily, la prima, no? >>

<< Vedo... >> disse guardandola quasi indignata da sopra gli occhiali. << Che ci fai qui? >>

<< Non lo sai? Non sei venuta per il muro? Sai, i ritratti di tutte noi... >>

<< Ah, giusto, quello... Come sai, alla nostra cara nave piace agire di sua iniziativa ogni tanto; se fosse stato per me non mi sarei ricordata di quegli scarabocchi >> affermò muovendo la mano destra con fare stizzito e superficiale. Poi, dopo aver roteato su se stessa ed essersi messa in posa come se fosse una dama di fine Settecento, disse:

<< Visto che dobbiamo... Però il tempo è denaro, quindi ti chiedo la cortesia di sbrigarti >>.

<< Non ce n'è bisogno, basta che mi riporti dove ero prima, ti ho già memorizzata... >> sbuffò la rossa, davvero infastidita. Possibile che non vi fosse una versione di lei interessata davvero al suo lavoro? Le ultime due poi... una aveva mandato il suo assistente, la seconda si era pure scordata. Roba da non credere... Ora capiva come mai le varie versioni di suo padre non andavano mai d'accordo: era una vera impresa.

Dopo averla condotta nel corridoio dove si erano incontrate, la voluminosa la sorpassò e prese il cestino di vimini, analizzandolo con sguardo analitico. << Uhm... vediamo... potrei venderlo a un buon prezzo... >>

Mentre roteava gli occhi, Emily notò che sulla bacheca vi era una bomboletta con una copertina che citava "spray anti-umani". << In che senso? >>

<< Sai, gli umani tendono ad attaccarsi alle zecche e succhiare loro il sangue... >> la liquidò lei mentre osservava ancora il cestino.

<< Ma non dovrebbe essere il contrario? >>

<< Omniverso, bambina, Omniverso >>.

<< Giusto... >> molte volte dimenticava quanto potessero essere assurde le altre realtà. Dopo aver riposto lo spray nella bacheca, prese dalle mani il cesto, guadagnandosi uno sguardo irritato della sua versione futura. << Non è in vendita, ma puoi avere uno dei dolcetti, se ti va >>.

La donna si girò e dopo aver preso una busta di plastica davvero brutta e averci messo tutti i dolci eccetto uno che tenne per sé, disse:

<< Io sono te, quindi ogni prodotto che è tuo è mio e come ho detto, questo voglio venderlo. Ci farò una fortuna sul pianeta dei picnic! >>.

Roteando gli occhi, la rossa prese con sgarbo la busta e subito si trovò davanti la commerciante con la mano destra posta davanti a sé.

<< Un euro, prego >>.

<< Che cosa?! >> urlò Emily, ora davvero irritata. << Tralasciando che un euro per questa bustaccia è un vero e proprio furto, non avevi detto che ciò che è tuo è mio perché siamo la stessa persona? Quindi non pago! >> Poi continuò. << Inoltre, fammelo dire, ma questo negozio sembra più un magazzino da quanto è disordinato. Io sono una persona molto disordinata, quindi non posso davvero giudicare, ma io non ho un negozio; da un negozio mi aspetto ordine e varie sezioni con i vari oggetti >>.

La barocca schioccò le dita e si ritrovarono in un luogo totalmente diverso: sembrava un negozio specializzato in letti, vista la gran quantità di letti posti in giro in modo ordinato. Poté notare le varie targhette che spiegavano il prodotto e il prezzo, targhette che cambiavano man mano, passando da lingua a lingua. Erano forse legate al circuito di traduzione del TARDIS? Una di queste citava "letto ad acqua".

Subito dopo le due dovettero scansarsi perché un piccolo bambino, tutto allegro e con il berretto e la maglietta gialla, saltò verso il letto, facendo splash, immergendosi all'interno. Quei letti erano veri e propri letti ad acqua.

Subito dopo, arrivarono i genitori del piccolo: una coppia di centauri elegantemente vestiti nella parte superiore del corpo, mentre la parte inferiore era quella di un cavallo marrone

Subito dopo, arrivarono i genitori del piccolo: una coppia di centauri elegantemente vestiti nella parte superiore del corpo, mentre la parte inferiore era quella di un cavallo marrone. Erano indignati e tirarono fuori il figlio sgridandolo. Poi si allontanarono, scusandosi con le due donne, ma non prima che Emily facesse un sorriso al bambino, che ricambiò cortesemente.

L'Altra donna fece schioccare più volte le dita facendo cambiare il paesaggio: prima apparve una sezione dedicata alle cucine, poi allo sport, alla gastronomia, alle macchine e anche un negozio di animali.

<< Avevi detto che non vendevi esseri viventi! >> l'ammonì la rossa.

<< Questi sono animali domestici, da compagnia; non c'è nulla di male nel venderli, tesoro >> si difese lei.

<< Ma se quello è un Tirannosauro! >> urlò lei, spaventata dall'enorme bestia che la guardava al di là della sua recinzione. Era un colosso di scaglie verdastre e muscoli guizzanti, con una testa massiccia dominata da fauci capaci di stritolare un'auto e occhi penetranti che sembravano studiarla con un'intelligenza terrificante. La osservava come se volesse mangiarla e il suo ruggito basso, anche se attutito dalla distanza, le fece vibrare il petto.

<< Animale da compagnia in molte realtà >> sbuffò lei. << Oh, non fare quella faccia, non roviniamo mica gli ecosistemi qui, diamo solo una casa a chi non ne ha, per non parlare poi dei piccoli animaletti da collezione! Mi fanno fruttare un sacco! >>

Disse prendendo in mano una scatola che sembrava un set di giochi a forma di animali, solo che quando ne prese uno dalla scatola questo ruggiva e ringhiava, visto che era una mini tigre. Una volta riposto, lei mostrò anche vari set con la mini savana, la mini foresta e così via. << Con l'aggiunta di questi set gli animali hanno anche il loro piccolo habitat, piccolo per noi, ma per loro è come se vivessero in natura. Ovviamente io sprono sempre i più piccoli a comprare anche i set, in modo da rendere i loro piccoli amici più felici >>.

<< Sì, sicuro, il fatto che comprandoli ti facciano guadagnare di più non c'entra niente, giusto? >> chiese la rossa, esasperata e quasi divertita da questa futura versione di sé.

<< Certo che no, per chi mi hai presa? >> ovviamente il suo sguardo e la sua espressione la tradivano, poi però si fece seria e disse.  << L'Arte del commercio, tesoro! Alcune volte spietata, ma pur sempre bellissima! >> Detto ciò, lei schioccò le dita e si ritrovò ancora una volta nella piazza. Prima di andarsene però pensò che tra i vari animali vi fossero due strani volpini: uno era grande quanto un orso, l'altro era di misura normale, ma con le corna e le alette da drago. Ultimamente si stava davvero imbattendo fin troppo in questa razza di cane.

Non ebbe nemmeno il tempo per respirare che una voce urlò:  << Maestra è arrivata! >>  A parlare era stato un bambino animato, con la testa perfettamente sferica e buffa, incorniciata da occhiali ancora più tondi che gli conferivano un'aria un po'...

Non ebbe nemmeno il tempo per respirare che una voce urlò:

<< Maestra è arrivata! >>

A parlare era stato un bambino animato, con la testa perfettamente sferica e buffa, incorniciata da occhiali ancora più tondi che gli conferivano un'aria un po' impacciata. Il suo volto, semplice e rotondo, esprimeva una simpatica goffaggine. Poco più in là vi era un altro cartone animato, un grosso gatto robot blu e bianco la cui forma era composta da due sfere quasi perfette: una più piccola per la testa, con baffi e un naso rotondo, e una più grande e sferica per il corpo, che sembrava ospitare al suo interno ogni sorta di gadget.

 Poco più in là vi era un altro cartone animato, un grosso gatto robot blu e bianco la cui forma era composta da due sfere quasi perfette: una più piccola per la testa, con baffi e un naso rotondo, e una più grande e sferica per il corpo, che semb...

Con loro vi era anche, un ragazzo coreano che emanava l'aura di un gentile liceale. Indossava una divisa scolastica che gli conferiva un aspetto ordinato, ma sotto di essa si percepiva una costituzione atletica, quasi robusta, tipica di chi non teme l'azione. I suoi capelli scuri erano solitamente un po' scompigliati, incorniciando un viso dai lineamenti dolci ma con uno sguardo che poteva passare rapidamente dalla timidezza alla determinazione, rivelando una forza interiore inaspettata. La sua postura era spesso un po' curva, segno di una modestia che celava un grande potenziale.

Infine, vi era una ragazza coreana il cui aspetto curato e professionale si distingueva nettamente dall'opulenza delle due versioni precedenti

Infine, vi era una ragazza coreana il cui aspetto curato e professionale si distingueva nettamente dall'opulenza delle due versioni precedenti. I suoi capelli scuri erano raccolti in uno chignon ordinato che incorniciava un viso dai tratti delicati, animato da un sorriso aperto e accogliente. Occhiali dalla montatura sottile le conferivano un'aria intelligente e riflessiva. Il suo abbigliamento, un sobrio maglione a collo alto nero e un ampio scialle o cappotto grigio scuro, suggeriva eleganza e praticità, mentre gli orecchini pendenti dorati aggiungevano un tocco di raffinatezza. La sua postura, con le braccia incrociate, emanava sicurezza e calma.

La coreana, che poco prima stava ammirando il murales, si voltò e andò verso di Emily.

<< Ciao, sono te. Loro sono i miei allievi: So Mun e Nobita. Con lui c'è anche il suo amico e tutore, Doraemon >>.

I tre salutarono con un'alzata di mano o di zampa nel caso del gatto robot.

<< Siamo arrivati troppo presto? Vedo che la Quinta e la Sesta non sono ancora nel murales >>.

<< No, siete... in orario, credo >> rispose Emily, stanca. << Non credo che nessuno di voi abbia rispettato il giusto intervallo di tempo, quindi... vabbe'. Sono stata trasportata nel negozio della Numero Sei >>.

<< Lei... ti ha dato davvero una brutta impressione, vero? >> chiese la Settima e Emily annuì.
<< In realtà è meno "crudele" di quanto sembri, anche se il suo ossessivo bisogno di fare affari lo fa dimenticare >>.

Emily annuì e sbuffò. Cercare di identificarsi nelle sue versioni future era inutile; non ci riusciva e a questo punto aveva quasi rinunciato. Per ora, l'unica rigenerazione che le era davvero piaciuta era la Terza, se non altro, era dolce. Decisamente stanca, decise di cambiare argomento:

<< Quel dolce ragazzino ti ha chiamata "maestra", quindi suppongo che tu insegni >>.

Nel sentirsi definire "dolce", Nobita si imbarazzò subito, facendo ridacchiare gli altri due.

<< Sì, esattamente >> rispose lei con tono fermo ma gentile. << Non posso dirti troppo per via degli spoiler, ma sono la sua insegnante privata >>.

<< Nobita era veramente pessimo a scuola >> disse uno sconsolato Doraemon. << Non si impegnava mai e pensava solo a bighellonare. Per fortuna, con Emily le cose sono cambiate >> il gatto blu sembrava sconfitto, come se avesse fallito la sua missione.

<< Nel mio caso, lei era la mia insegnante del liceo >> disse con un sorriso Mun. << Mi ha aiutato in più di un modo e non solo a livello scolastico. Anche perché non sono uno studente terribile >>.

<< L'unico posto terribile è la tua scuola >> intervenne severamente la maestra, poi specificò: << Bullismo >>.

Emily fece una smorfia disgustata. Il bullismo era una piaga, purtroppo presente ovunque. Provò subito tristezza e compassione verso il ragazzo, perché le persone gentili erano spesso le prede preferite dei bulli.

<< Mi scusi, Emily del passato >> gatto blu attirò la sua attenzione, guardandola con aria saggia e apprensiva. << L'idea del murales è bella, ma siamo sicuri che non metta a rischio la cronologia? >>

La rossa alzò le spalle, imbarazzata e divertita. Non poteva negare che il gatto avesse ragione, ma aveva già pensato a un piano per non forzare troppo il tempo. Se poi le sue versioni future l'avevano ignorato arrivando quando volevano, allora c'era poco da fare. Si guardò l'orologio: erano a malapena le undici. Secondo i suoi calcoli sarebbe dovuta arrivare la Terza e invece erano già alla Settima.

<< Il mio collega viaggiatore del tempo non ha tutti i torti >> disse la coreana. << Quindi è ora di andare >>.

Detto ciò, si allontanò seguita dai suoi studenti. Nobita sembrava più svogliato degli altri e la seguì con flemma e controvoglia. << Maestra, non possiamo restare un po' di più? >>

<< Non sfuggirai al compito in classe, Nobita >> gli rispose lei con tono severo, facendolo annuire mesto.

So Mun gli batté una mano sulla spalla con fare quasi fraterno.
<< Prima ti togli il dente, meglio è, no? Così poi abbiamo più tempo per le avventure >>.

Il ragazzino annuì con un grande sorriso.

"Dimenticavo..." disse una voce nella testa di Emily. Lei si guardò intorno spaesata, poi capì che a parlarle era la maestra. "Farò presente alla mia versione futura di venire un po' più tardi, così avrai tutto il tempo per finire i ritratti mancanti".
Detto ciò, la sentì ritirarsi dalla sua mente. Era da tanto che non comunicava con la telepatia, non da quando aveva visto suo padre, quindi fu un gradito ritorno.

Emily guardò il gruppetto entrare in una panchina che sparì nel nulla. Con un sorriso, andò verso il muro per prendere il materiale, ma non appena si avvicinò, un potente rombo la fece cadere a terra spaventata. Si allontanò di corsa dalla parete, temendo un attacco nemico. Del fumo si levò sopra il muro e, poco a poco, si intravide una figura che cominciò a suonare la chitarra con forza e a cantare a tutto volume.

Una volta terminato quello spettacolo oltremodo chiassoso, la rossa si tolse le mani dalle orecchie, visibilmente infastidita da tutto quel frastuono. Non era una fan del rock metal: la musica era troppo forte e i cantanti urlavano come dei posseduti. Della canzone aveva capito solo alcune parti, come "sono Paradox, il caos e le fiamme" e poco altro. Aveva comunque percepito la bella voce della donna nel fumo e l'assolo fantastico: era brava, così come lo erano tutte le altre se stesse. Se c'era una cosa che aveva capito, era che quella ragazza sapeva fare la sua arte. Peccato solo per il genere... che non sarebbe mai stato il suo.

<< Allora? >> una voce da vera ragazzaccia la riportò alla realtà << Che te n'è parso del mio spettacolo? >> Il tono era quasi sarcastico e provocatorio. << Anzi no, so già cosa dirai: le mie povere orecchie delicate e artistiche non possono tollerare tutto questo frastuono, io voglio la musica classica che mi blah bla bla bla...»

Una volta osservato bene il volto della sua interlocutrice, Emily capì che, per quanto la stesse prendendo in giro, quel sorriso beffardo e sfacciato non era cattivo. Si vedeva che non faceva sul serio.

<< Mi hai assordata! >> le urlò contro Emily, visibilmente irritata e con ancora le orecchie che le dolevano per un fastidioso suono di sottofondo. << Inoltre, ti pare normale arrivare così? Mi hai spaventata! Un semplice "ciao" non andava bene? >>

<< Cazzo no! >> rispose Paradox. << Siamo Artiste! Che razza di Artiste saremmo se non ci presentassimo tra di noi con la nostra arte? >>

Emily sbuffò. Il ragionamento, per quanto folle, aveva una sua logica. Anche se non l'avrebbe mai ammesso ad alta voce.

<< Comunque, dovevi aspettare prima di venire! La Settima ti ha detto di pazientare un attimo, visto che mi mancano ancora dei volti da dipingere! >> disse, indicando il muro, dove ne mancavano ancora tre... anzi, ora quattro.

<< Non hai ascoltato la canzone? >> chiese Paradox con tono beffardo. << Sono Paradox, Rossa. Io non ascolto nessuno e me ne frego di quello che mi dicono. Soprattutto, non prenderò mai ordini dalla maestra dalla figa asciutta, chiaro? >>

Emily la osservò meglio. Il suo aspetto e le sue parole erano proprio quelle di una ragazza metal, trasgressiva, una vera ribelle che rompe e infrange ogni regola. Capelli mossi dai riflessi blu-verdi, taglio deciso e irregolare, piercing al naso e tatuaggi sulle braccia che spuntavano dalla giacca di pelle nera. Indossava un top nero aderente che lasciava intravedere l'addome scolpito, e jeans strappati, vissuti.

Al collo portava una collana d'argento semplice ma vistosa... e familiare. Emily sgranò leggermente gli occhi: era la collana della madre, la stessa che portava anche lei. Non ricordava di averla vista addosso a nessuna delle altre versioni future  o forse non ci aveva fatto caso, ma su Paradox era evidente, impossibile da ignorare. 
La rocker  la portava con disinvoltura, come se fosse parte naturale del suo stile sfacciato. Al polso un orologio metallico, sulle labbra un sorriso sicuro, quasi beffardo. Aveva lo sguardo di chi sa di potersi permettere tutto. Sembrava appena uscita da un concerto underground... o da una rissa. Una vera rocker, un mix esplosivo di stile, arroganza e libertà.

<< Perché non usi la pittura sonica per rimetterti in pari? >> le chiese Paradox. << Giusto... per te sarebbe come barare. Rompi le tue stupide regole! Tanto ti assicuro che a nessuna delle tue future versioni importa come hai disegnato quel cazzo di murales! >>

<< Importa a me! >> ribatté Emily con tono deciso. << Ci tengo che la mia arte si esprima al meglio, ok? Così come credo che tu ci tenga a scrivere la tua "musica" nel migliore dei modi, no? >> Alla parola musica, Emily aveva mimato con le dita le virgolette, solo per infastidire Paradox, che infatti sembrò subito urtata.

<< Oh no, tu non hai il diritto di offendere la mia musica >>.

<< Che c'è, non sopporti gli haters? >> la stuzzicò Emily.

<< Gli haters me li mangio a colazione, bimba! >> rispose lei, alzando le mani con il simbolo delle corna del rock. << Non puoi fare il mio lavoro se non sei capace di sopportare quegli stronzi, ma non tollero che una ragazza stonata come te giudichi la mia musica. Voglio dire... per quanto io possa fare schifo, tu lo faresti di sicuro ancora di più >>.

<< Non sono stonata... >> protestò Emily, anche se in cuor suo sapeva che era vero. La sua amica Anika glielo aveva detto chiaramente: quando cantava, sembrava una balena spiaggiata e morente. C'era rimasta male, ma solo per un secondo, perché tanto il suo sogno non era certo quello di diventare cantante. Eppure... le sue versioni future sembravano tutte fare le cose che a lei interessavano di meno. Sembravano quasi volerle fare un dispetto.

Dopo aver tirato fuori una birra da una delle sue tasche, evidentemente più grandi all'interno, la rocker ne tracannò un sorso con la grazia di un camionista, poi gliela porse.

<< Vuoi un sorso? >> Al suo sguardo contrariato, la ritirò subito. << No? Ok >> alzò le spalle con un sorriso. << La sexy regina guerriera della Flotta della Galassia di Asperia mi aspetta. Dovresti vederla, cazzo: due metri di guerriera con tre bellissimi seni sodi >> fece il gesto di palparli con le mani,  << quattro braccia che ti si infilano letteralmente ovunque e il vigore di un esercito spartano! >> Si fermò pensierosa, poi fece un sorrisino che definire spavaldo e libidinoso sarebbe stato riduttivo. << Chissà se Leonida vuole unirsi! >>

Poi si girò, alzò il braccio destro e fece il gesto del rock con la mano, gridando: << Let's rock, baby! >>
Scomparve dietro al muro, forse per raccogliere la sua attrezzatura, come i fumogeni usati prima, o forse perché la sua nave era parcheggiata lì dietro, ma alla fine, poco importava.

Esausta, Emily si guardò intorno, controllando che non ci fossero altre versioni future pronte a farle prendere un colpo. Poi raccolse il pennello dal secchio con la vernice blu e ricominciò a dipingere i volti mancanti.

Dopo una buona ventina di minuti era finalmente in pari con il lavoro. Con un sorriso stanco ma soddisfatto, decise di sedersi sulla panchina più vicina per rilassarsi un po'.
Paradox l'aveva prosciugata, sia con la sua musica prepotente che con il suo carattere esagerato. Ma la colpa non era solo della rocker. Anche le Emily precedenti avevano contribuito al suo esaurimento. Pensare che praticamente tutte loro erano lei la fece riflettere. Era riuscita a esaurirsi da sola. Si passò le mani sul viso, poi chiuse gli occhi e si concesse finalmente un momento di respiro.

Dopo poco sentì la panchina traballare leggermente, come se qualcuno si fosse appena seduto accanto a lei. Emily alzò lo sguardo e si trovò davanti un ragazzo che non poteva essere definito in altro modo se non cool.

Era un ragazzo afroamericano, giovane, con un sorriso talmente aperto e sincero da trasmettere subito una sensazione di tranquillità. Indossava una felpa chiara sopra una maglietta azzurra e al collo portava una collana dorata con una vistosa lettera J che brillava alla luce del giorno, come a voler dire che lui sapeva bene chi fosse. Un berretto blu portato all'indietro gli dava un'aria ancora più rilassata e informale. Jeans comodi, stile urbano e un atteggiamento così disteso da sembrare quasi fuori dal tempo.

Non sembrava avere fretta. Era seduto con le braccia appoggiate sull panchina, come se stesse solo godendosi la quiete del momento. Guardava il cielo, sorridendo, come se stesse osservando qualcosa che solo lui poteva vedere.

Emily capì subito che le stava concedendo tempo. Tempo per riprendersi, per respirare. Una novità, rispetto alle altre sue versioni future, sempre teatrali, invasive, aggressive. Curiosamente, nonostante l'aspetto decisamente maschile, lui le ricordava più se stessa di tutte le altre messe insieme.

<< Mi spieghi come fai a essere così chill? >> Le venne quasi naturale chiederglielo: la sua aura calma e allegra l'aveva spinta a farlo.

<< Beh... forse perché non ho il ciclo? >> Il ragazzo le rispose con una risata allegra e contagiosa, facendola ridere a sua volta. Poi si alzò in piedi e fece un giro su se stesso indicandosi con entrambe le mani. << Che ne pensi? >>

<< Che è strano >> ammise con sincerità, << ma anche giusto. Sembri un tipo giusto, fratello >>.
La rossa cercò di parlare come un afroamericano... fallendo miseramente. Il risultato fu solo buffo. << Devo dire che, per quanto non riesca ancora a realizzare che prima o poi, con la rigenerazione, potrei diventare un uomo... poteva andarmi peggio >>.

Il ragazzo sorrise divertito. << Yo, sono J-Time, a proposito. Non potevo certo continuare a chiamarmi Emily anche così >>.

<< Grazie a Dio che non hai scelto Emilio, come ci aveva proposto tempo fa nostro padre >> scherzò lei e lui rise.

<< Papà sa fare molte cose, alcune davvero incredibili, ma non sa proprio dare i nomi. Soprattutto il numero tredici >>.

Emily annuì ridendo, perché era assolutamente vero.

<< Mi piace il nome J-Time. Sei un rapper? Mi sorprende che tu non sia arrivato rappando come un matto >>.Ovviamente stava scherzando: in realtà era grata che non l'avesse fatto. Poteva sopportarlo una volta, ma due? No, grazie. Anche se, molto probabilmente, la musica di J non sarebbe stata assordante come quella di Paradox. O almeno lo sperava.

<< Mi chiamo J. Il Time si aggiunge al titolo da rapper >> rispose lui, allontanandosi un poco per mettersi di fronte a lei. << Per quanto riguarda la canzone... >>

L'americano sfiorò due volte la J sulla sua collana dorata, e partì una musica.
Subito dopo, iniziò a cantare:

Yo, Emily! Ascolta bene, questo è per te,

Dal tuo futuro, un messaggio di hype, lo sai perché?

La tela è un inizio, non la fine del gioco,

Il tuo spirito creativo, brucia come un fuoco!

Cosa? J stava davvero cantando una canzone per lei? Come mai? Dall'inizio e dal tono sembrava una canzone rilassante, una canzone che esprimeva fuducia.

Piccola Emily, col pennello che sfiora,

La tua mano incerta, ma la tua mente vola.

Guardi l'orizzonte, ti chiedi 'che sarò?',

Non temere la strada, è il tuo prossimo show!

Ho viaggiato nel tempo, ho cambiato ogni volto,

Ma l'anima che senti, Emily, è rimasta un monolite scolpito.

Eri un'idea, un schizzo, un bagliore di luce,

Ora sono J-Time e questa è la mia voce!

Quella canzone le parlava direttamente al cuore. Perchè si, era vero: era la sua paura verso il futuro, verso la rigenerazione che l'aveva messa in quella situazione.

Nove vite, un solo battito, Follow the Flow,

L'Artista non muore mai, supera ogni confine!

Le tue linee si son fatte rime, case e sapori unici,

Dal tuo studio al palco, siamo sempre gli stessi amici.

Non aver paura, il futuro è un beat che ti aspetta,

Ogni nuova vita è la tua prossima, più grande vetta!

L'anima non si cancella, l'arte trova la sua via,

Emily, L'Artista non muore mai, è solo energia!

Ora era chiaro: J le stava dicendo di non preoccuparsi, perchè nonostante tutti i cambiamenti sarebbe stata sempre lei, sarebbe stata sempre l'Artista.

Eri atleta e agente, veloce, con un piano ben chiaro,

Il mistero risolto, un enigma non più raro.

Poi chef, la cucina un palco, i sapori la tua arte,

Attrice, ogni emozione letta in ogni sua parte.

Poi Architetta, hai disegnato sogni in cemento e cristallo,

E poi mercante, hai capito il valore di ogni intervallo.

Tutto questo è tuo, Emily, ogni singola sfumatura,

La tua arte si evolve e non ha mai paura.

La sua arte non sarebbe mai morta davvero, sarebbe solo cambiata con i tempi, con lei, ma sempre li presente, sempre li a contraddistinguerla.

Nove vite, un solo battito, Follow the Flow,

L'Artista non muore mai, supera ogni confine!

Le tue linee si son fatte rime, case e sapori unici,

Dal tuo studio al palco, siamo sempre gli stessi amici.

Non aver paura, il futuro è un beat che ti aspetta,

Ogni nuova vita è la tua prossima, più grande vetta!

L'anima non si cancella, l'arte trova la sua via,

Emily, L'Artista non muore mai, è solo energia!

A quel punto lei si ritorvò ad asciugarsi una lacrima vagante: questa canzone era ciò che di cui aveva bisogno. Questa canzone aveva spezzato le pesanti catene del dubbio che opprimevano il suo cuore.

Quando il TARDIS fa il suo suono e la luce ti avvolge,

Non è una fine, è solo un nuovo album che sorge.

Le tue paure sono ombre, la tua luce è più forte,

La tua creatività balla e ride con la sorte.

Dalle tue mani ad ogni nota, è solo una storia,

Il tuo vero io, Emily, è pura gloria!

In quel momento si sentì un bellissimo assolo di chitarra e i due videro Paradox che stava suonando seduta sulla panchina un po' più in là; questa volta l'assolo piacque molto di più alla rossa perché era in linea con la canzone e non parte di una musica metal. Anche J sorrise nel vedere la sua versione passata dargli man forte.

Continua a creare, Emily... continua a sognare...

J-Time l'ha detto! Follow the Flow!

A quel punto Emily si ritrovò ad abbracciare il suo futuro che ricambiò con altrettanto entusiasmo. La rossa si sforzò di ignorare il "Pussy!" urlatole da lontano da Paradox, visto che niente doveva rovinare quel momento.

La musica però non si era fermata e, dopo aver sciolto l'abbraccio, J cominciò a cantare "Follow the Flow" in maniera più allegra e divertita, prendendo per le mani Emily che si ritrovò a volteggiare con lui divertita.

Non aver paura e continua a sognare, Follow the Flow.

<< Hai finalmente capito, Emily? >> le chiese con tono incoraggiante il suo futuro. << Non devi stare lì a crogiolarti su chi diventerai, goditi la vita e poi fallo con tutte le altre. Segui le tue passioni, le nostre passioni e vedrai che il futuro sarà fantastico! >>

<< Non cercare di utilizzare il tormentone della nona versione di nostro zio per convincermi! >> scherzò lei ridendo. Le piaceva il Nono Dottore.

<< Lo sai? >> le disse il rapper con un sorriso. << Incontrandoti, mi hai fatto ripensare al passato, quindi ora so quale sarà la mia prossima meta >> con un sorriso, cominciò a incamminarsi in tutta fretta. << Voglio farti un piccolo spoiler: Time&Space! >>

Con un sorriso nostalgico l'Artista capì subito: quello era il nome del negozio di suo padre. In effetti... sarebbe stato bello rivisitare quel posto così legato alla sua adolescenza. << Mi mancherà la tua presenza! Mi sarebbe davvero piaciuto passare più tempo con te! >> gli urlò contro Emily, visto che J-Time era già lontano. Il rapper si limitò ad alzare una mano in segno di saluto e scomparve nel fitto degli alberi circostanti.

<< Ehi, apetta! >> gli urlò dietro Paradox. << Perché non mi hai incluso nella canzone? >>

In effetti, pensò Emily, nella lista delle sue vite/arti passate il rapper non aveva menzionato né Paradox né se stesso. Forse perché erano entrambi cantanti e quindi rappresentavano il presente, o erano già lì, davanti ai suoi occhi, rendendo inutile ricordarli. Chissà.

<< Perché sei una cafona >> le rispose a tono l'Artista. Paradox le fece il dito medio e la linguaccia. << Che ci fai ancora qui? >>

<< Ero andata dietro al muro a pisciare >> rispose rozzamente Paradox. << Il mio TARDIS è da un'altra parte. Poi ho sentito la bellissima voce del mio futuro e ho deciso di intervenire. Lo stile non mi fa impazzire, troppo melenso, però cazzo se avrò una bella voce! >>

Detto questo, anche lei se ne andò, per la felicità e la sanità mentale di Emily, che la guardava esasperata.

Dopo aver dipinto J con un ritrovato ottimismo, Emily vide in lontananza una figura che fotografava gli alberi e l'ambiente circostante. La donna, perché sì, era abbastanza vicina da capirne il genere ma non così tanto da distinguerne i lineamenti, sembrava completamente assorta, come se non si fosse nemmeno accorta della sua presenza. Accanto a lei saltellava una piccola palla di pelo bianca. Un coniglio, forse?

Incuriosita, Emily si avvicinò e poté constatare che sì, si trattava davvero di un tenerissimo coniglietto bianco, che la fissava con uno sguardo curioso.

<< Awww! >> esclamò la rossa, sollevandolo da terra per coccolarlo, << ma quanto sei tenero! >>

A quel punto, la fotografa si accorse della sua presenza e le rivolse un sorriso davvero bello e caloroso, un sorriso che irradiava calma e gentilezza. Era evidente che questa versione futura di lei fosse stata influenzata dal carattere chill di J, cosa che l'Artista considerava un ottimo segno.

 Era evidente che questa versione futura di lei fosse stata influenzata dal carattere chill di J, cosa che l'Artista considerava un ottimo segno

La donna aveva un'aria tranquilla e accogliente, con i capelli biondo-grigio tagliati a caschetto, lisci e ordinati. Un paio di occhiali riposavano sopra la testa e indossava una camicia verde salvia abbottonata, con le maniche arrotolate, abbinata a pantaloni cargo color sabbia. Al collo portava una collana con un ciondolo rotondo e appesi a un laccio aveva sia una fotocamera professionale, che teneva tra le mani, sia una videocamera compatta.

<< Scusa se non ti ho notata >> disse leggermente imbarazzata, abbassando la fotocamera. << Stavo immortalando questo paesaggio >>.

Emily annuì con un sorriso cortese, anche se dentro di sé pensava che quel posto abbandonato non fosse poi così degno di essere fotografato. Aveva il suo fascino, certo, ogni cosa ce l'aveva, lei lo sapeva bene, essendo un'artista, ma c'erano luoghi ben più straordinari in giro per il cosmo. Inoltre, stava fotografando... alberi. Erano, beh, solo alberi. Poi si ricordò di quante volte anche lei aveva dipinto paesaggi semplici, scarni, per il puro piacere di farlo. Si rese conto di essere, ancora una volta, sul punto di giudicare l'arte di una sua versione futura. Poteva essere davvero testarda, quando voleva.

<< Questa tenera palletta di neve è tua? >> chiese, cambiando argomento, curiosa. Era la prima versione di sé che vedeva in compagnia di un animale domestico.

<< Señorita! >> disse una vocina calda. Emily si guardò intorno per capire da dove provenisse, poi abbassò lo sguardo verso il coniglio tra le sue braccia. << Mi nombre es Diego. Gracias por los complimenti >>.

La rossa lo fissò, basita. Poi si ricordò ancora una volta che l'Omniverso era strano. Ovviamente Diego non poteva essere considerato un semplice animale domestico: era senziente. Doveva essere un altro dei suoi futuri companion.

<< La mia arte è la fotografia, come avrai notato >> disse la donna, visibilmente timida. << Mi concentro soprattutto sulla natura e sugli animali, ma cerco anche di catturare i momenti belli della vita. Tutto ciò che ha valore nell'Omniverso >>.

Si avvicinò un po' al murales. << Posso scattargli una foto? >>

Emily annuì con un sorriso. In fondo, non c'era nemmeno bisogno di chiedere: erano la stessa persona e quello era il muro dell'Artista. Forse quella donna era troppo gentile. Suo padre le aveva detto, parlando della sua quinta vita, che troppa gentilezza può portare alla rovina. Ma lei non era il Guardiano: correva meno rischi nel Multiverso, anche se i pericoli non mancavano comunque.

<< Dimmi un po', Diego >> disse, attirando l'attenzione della palla di pelo mentre la sua futura sé iniziava a scattare fotografie, << nel tuo universo i conigli parlano oppure tu sei speciale? >>

<< Io e la mia familia abbiamo sempre vissuto nel nostro cortile e nei dintorni, a Valverde de los Arroyos >> rispose con un'aria fiera. << Quindi non saprei dire, señorita. Forse sì, forse no >>.

<< La tua famiglia è come te? >> chiese Emily, ancora più incuriosita.

<< Sí. Rodrigo, mi hermano mayor, ha il pelo negro. Mia madre, señora Isabela, è marrone e via dicendo. Siamo tutti conigli parlanti >>.

<< Avete contatti con gli umani? >>

<< Sí, claro. Come ho detto, viviamo in un cortile e i cortili di solito stanno vicino alle case. Vogliamo bene ai nostri vicini umani >>.

A quel punto la rossa volle chiedergli se gli umani e i conigli conversavano tra di loro, oppure era come nei film dove gli animali parlavano, ma gli umani non li comprendevano, ma alla fine decise di non tartassarlo di domande, anche perché il suo futuro aveva finito e si stava avvicinando.

La sua futura versione la guardò con un'espressione gentile. << Verresti con noi un secondo? Vorrei fotografare altre zone qui intorno e in alcune, vorrei apparire anche io. Devo fare anche dei video. Diego è in gamba, ma... non ha le giuste appendici per tenere una videocamera >>.

<< Facciamo un altro video di "A spasso per l'Omniverso"? >> chiese Diego, guardando la donna, che annuì. << Perché non usi le videocamere volanti, come fai di solito? >> insistette il coniglio.

<< Perché si sono rotte... >> rispose lei, visibilmente imbarazzata << e poi è piacevole passare del tempo con... se stessi, no? >> aggiunse, rivolgendo lo sguardo alla rossa che annuì divertita.

<< Cos'è "A spasso per l'Omniverso"? >> chiese Emily, sempre più curiosa.

<< È il mio documentario/blog di viaggio. Carico i video dei miei viaggi sul mio canale. Mostro i luoghi più belli e non solo >>.

Emily si chiese su quali piattaforme potesse caricare quei video e soprattutto chi li guardasse. Quanta gente conosceva l'Omniverso? Tanta? O forse quel canale era seguito solo da pochi fortunati? In quel momento realizzò quanto fosse ancora giovane, nonostante avesse superato i 150 anni.

Passare un po' di tempo con la sua versione futura e con Diego si rivelò un'esperienza profondamente rilassante. Osservarla mentre fotografava e registrava dava una sensazione di pace, così come passeggiare tra i ruderi di quella civiltà abbandonata. Grazie a un video della donna, Emily scoprì che la sua teoria era corretta: un virus letale per la fauna locale aveva spazzato via ogni forma di vita animale, anche se ormai era scomparso da tempo.

Dopo un lungo abbraccio, i tre si salutarono. Emily tornò alla piazzetta con il muro, mentre la bionda e Diego si incamminarono verso una meta sconosciuta.

Una volta tornata, il suo cuore esplose di gioia: c'era qualcuno che stava disegnando sul muro! Quel qualcuno, ovviamente, era se stessa  e finalmente era una versione che era tornata a disegnare! Con un sorriso si avvicinò alla figura, che si accorse della sua presenza e si voltò, ricambiando con un sorriso misto tra il sincero e il beffardo. Non quel beffardo delle persone cattive, però... era difficile da spiegare, ma non era affatto un sorriso malvagio.

Vide che si trattava di un'altra incarnazione maschile, questa volta giapponese

Vide che si trattava di un'altra incarnazione maschile, questa volta giapponese. Aveva i capelli scuri e indossava una maglietta particolare, divisa in due colori: prevalentemente bianca, con le maniche più scure e un'illustrazione di un'anime che non riconosceva stampata sul davanti. La sua espressione era sia gentile che determinata, quasi devota alla sua arte.

Dopo essere sceso dal secchio di plastica blu — recuperato da lei un po' di tempo prima, visto che, come una cretina, si era dimenticata il suo piccolo scaleo in legno — si inchinò leggermente, il tipico saluto giapponese.

<< Sono Sho Toki, mangaka >> disse, poi si rilassò un po' di più e aggiunse con un leggero sorriso: << Sono anche te, ovviamente >>.

La rossa gli sorrise calorosamente e osservò l'inizio del ritratto del ragazzo sul muro, che aveva uno stile diverso dal suo: lo stile dei manga, appunto. Non era mai stata una grande fan dei manga. I disegni erano belli, certo, ma il fatto che fossero in bianco e nero non le piaceva. Non voleva sembrare offensiva verso nessuno, ma le sembravano una versione meglio fatta dei disegni da colorare per bambini. Per lei, l'arte era colore.

<< Lo sai che quelli non sono lì tanto perchè si, vero? >> lo "provocò" in tono ironico e scherzoso, indicando i secchi con la vernice ormai quasi finita.

<< I manga sono uno stile, piccola Emily >> le rispose lui, con tono non offeso, ma orgoglioso di difendere la sua arte << e se permetti, sono disegni con molta più sostanza di quelli di un pittore >>.

<< Non credo, sai? >> ribatté lei con un sorriso.

<< I disegni sono solo una delle cose che contraddistinguono un manga >> spiegò, con passione nella voce. << Sono storie. Un mangaka è anche uno scrittore, un creatore di avventure. Un pittore dipinge solo cose. Non c'è paragone >>.

<< Anche i quadri hanno delle bellissime storie dietro, storie che vanno intuite con il cuore e l'anima, quando ci si lascia catturare da bellezza sulla tela >> rispose lei con orgoglio. << Inoltre sì, hai ragione, ma continuo a pensare che i manga sarebbero storie più belle se fossero colorate. Mi sembra quasi pigrizia >>.

<< Per quanto mi piaccia discutere con te di questo, io ero te... e so che non riuscirò a farti cambiare idea >> disse lui in tono scherzoso. << Quindi perché non facciamo ciò che sappiamo fare meglio? >> Indicò il muro con la sua matita nera e la rossa sorrise.

Dopo aver recuperato un altro secchio, i due si misero a dipingere i rispettivi ritratti. O meglio... Sho continuò il suo, mentre Emily iniziò quello della fotografa, che doveva ancora fare. Quella divenne una vera e propria sfida tra loro due, per vedere chi realizzasse il ritratto migliore. Gli sguardi di sfida che si lanciavano dimostravano la loro rivalità amichevole, una rivalità tra due persone che in realtà erano la stessa. Era una lotta tra il passato e il futuro.

Emily, però, era felice, perché era esattamente ciò che voleva fin dall'inizio. Era il piano originale di tutto quel delirio: disegnare con se stessa e divertirsi nel farlo.

Una volta completati, con le mani sporche di colore, i due osservarono i loro capolavori con malcelato orgoglio.

<< Non male >> disse Sho, con sguardo analitico.

<< Non male? Il mio è decisamente più bello! Il tuo invece sembra un lavoro incompiuto >> lo prese in giro lei.

<< Lascerò a te l'onere di completare il mio ritratto. Dopotutto... colorare all'interno delle righe è un lavoro adatto per i bambini, no? >> la stuzzicò con fare divertito e sarcastico.

L'infame le aveva letto la mente? Anche se... beh, era comunque lei. Con uno sbuffo sonoro, roteò gli occhi, poi scoppiò a ridere, seguita subito dall'altro.

<< Lo sai? Mi sono divertita, però. È bello vedere un me che non sia me, dipingere, anche se con il suo stile >>

<< Concordo. Ora però è tempo che io vada a comprare l'action figure di Miku Hatsune, non vedo l'ora di aggiungerla alla mia collezione >> disse con sguardo sognante.

Emily si ritrovò perplessa. Da come lo aveva detto, le era sembrato quasi che volesse comprare una persona! Certo, sapeva che si trattava di una statuina da collezione... però, boh. Non era mai riuscita a capire davvero quei tipi. Okaku? Otaku? O come diamine si chiamavano.

Con un saluto della mano, i due si salutarono e una volta sparito dalla visuale, lei si affrettò a colorare il ritratto: non esisteva che rimanesse in bianco e nero ancora a lungo.

All'improvviso, mentre colorava il ritratto di Sho, il pennello le sparì dalle mani. Preoccupata, quasi perse l'equilibrio, soprattutto perché il secchio su cui era in bilico non era già molto stabile di suo. Una volta scesa, per sicurezza, vide che sopra il muro sedeva una ragazza dall'aria annoiata e svogliata, che osservava il pennello roteandolo distrattamente sulla punta dell'indice destro.

La ladra di pennelli saltò giù dal muro con un balzo felino e dopo aver gettato via il pennello, prese il cellulare e cominciò a scorrere lo schermo, mantenendo quell'atteggiamento indifferente, come se nulla potesse davvero toccarla.
A vederla, poteva sembrare perfino più giovane di Emily, ma lei sapeva bene che quella ragazza aveva vissuto per secoli.

Aveva lunghi capelli argento che ricadevano in onde leggere sulle spalle, occhi dorati penetranti e uno sguardo carico di mistero

Aveva lunghi capelli argento che ricadevano in onde leggere sulle spalle, occhi dorati penetranti e uno sguardo carico di mistero. Indossava una giacca di pelle nera su una camicia di jeans, accessoriata con collane sovrapposte e orecchini discreti ma appuntiti. Il suo volto, perfettamente simmetrico, esprimeva allo stesso tempo freddezza e fascino magnetico. Ogni suo movimento sembrava studiato per trasmettere distacco, ma in modo ipnotico.

<< È ora di finirla >> le disse con tono apatico, senza distogliere lo sguardo dal cellulare.

<< Finirla di fare cosa? >> chiese Emily, confusa e anche un po' infastidita dal carattere della platinata.

<< Di dipingere le varie versioni di noi. Non posso permetterti di andare oltre >> rispose, con un tono severo ma annoiato, un mix di emozioni che solo lei sembrava riuscire a combinare alla perfezione.

<< Ma siamo quasi alla fine! >> protestò Emily. << Sarebbe un peccato non includere anche gli ultimi due volti, no? Non vuoi essere inclusa come la dodicesima? >>

<< Chi ti dice che io sia la dodicesima? >> ribatté la ragazza. << Per quanto ne sai, potrei essere quella dopo ancora. O magari una strana versione parallela. Hai dato per scontato che tutte le versioni che hai incontrato rappresentino il tuo futuro, ma se non fosse così? Se venissero da altre linee temporali? L'Omniverso è vasto, bambina >>.

<< Stai solo cercando di confondermi... >> ribatté Emily, irritata da quel "bambina". Era lo stesso modo con cui la Tata la chiamava quando era indignata, cioè praticamente sempre. Diventare come il Nono Guardiano era davvero l'ultimo dei suoi obiettivi.

<< Forse sì >> rispose l'altra alzando le spalle. << O forse no. Come ho detto, è tutto molto confuso >>.

<< Posso sapere almeno chi sei? Sì, sei me... ma hai un nome tuo o...? >>

<< Mi chiamano la Gazza Ladra >> rispose, con lo stesso tono impassibile, mostrandole il suo cacciavite sonico.

<< Ma come...? >> L'Artista si tastò la camicia verde in cerca del suo cacciavite, ma non lo trovò. Quando glielo aveva rubato? Era stata velocissima!

Dopo averle lanciato il cacciavite, la Gazza si allontanò dal muro. << Non si gioca con il tempo, bambina. Torna a casa. Vieni, ti accompagno >>.

In quel momento, Emily capì chiaramente che la Gazza non voleva accompagnarla per farle compagnia, né per offrirle conforto. Era lì solo per controllarla, per assicurarsi che obbedisse, che non si distraesse, che non tornasse indietro. Non c'era alcuna empatia in quel gesto, solo un dovere freddo e impersonale. Indignata, ma anche esausta, Emily annuì, non prima però di raccogliere tutte le sue cose. Giustamente, non voleva lasciarle in giro a sporcare l'ambiente.

<< Lasciale lì. Questo mondo è in rovina. Chi vuoi che danneggino quattro secchi di vernice? >> la ammonì la Gazza.

Emily, dopo aver dato un'ultima triste occhiata al suo lavoro, a quello che ormai chiamava il "Muro dell'Artista", si voltò e seguì, in modo decisamente letterale, il proprio futuro.

Una volta giunte davanti al suo TARDIS, la Gazza si allontanò senza nemmeno degnarla di uno sguardo. Emily, stanca, si fermò a osservare la nave: non l'aveva notata prima, troppo presa da tutto il resto. Anche se la macchina del tempo aveva assunto un aspetto così anonimo da sembrare una vecchia centralina arrugginita, restava sempre in grado di camuffarsi perfettamente nell'ambiente. Per questo, in fondo, meritava rispetto.

L'interno, però, era meraviglioso come sempre. Dopo essersi accasciata su una delle poltrone rosse, si lasciò cullare dalla calda atmosfera della nave. Piano piano, mentre il sonno la avvolgeva, si rese conto di non ricordare più il volto della seconda se. Lo sforzo di cercare di mantenere viva la memoria delle altre versioni accelerò soltanto l'arrivo di Morfeo, che la accolse nel suo morbido abbraccio.

Quando si svegliò, si era dimenticata dell'intera avventura, eccetto la prima mezz'ora, proprio come aveva previsto. Fu tentata di uscire per rivedere il muro, ma le sue paranoie, riaffiorate con la perdita della memoria, vennero subito calmate da un sussurro, due parole e una dolce melodia:

Follow the Flow.

Più serena e con un sorriso, azionò la leva, curiosa di scoprire cosa le avrebbe riservato il futuro.
Questa volta, però, senza barare. Pronta a percorrere la strada più lunga.

Note di capitolo

Spero vi siano piaciute le varie versioni dell'Artista! Qual è la vostra preferita?

Intanto ringrazio il mio amico Aragorn II Elessar (A03), il me stesso del passato e altri per avermi consigliato la versione Mangaka di questo personaggio. Ahaha, non ricordo esattamente da dove mi sia venuta l'idea, ma Aragorn me l'ha rinfrescata. Quindi, grazie, bro!

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).