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← Le molte vite dell'Artista

Creato il 06/05/2026, 15:44 · Aggiornato il 06/05/2026, 15:45

Capitolo 4: L'Artista, il Dottore e la Ragazza Serpente

@saymanSayman
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Il pianeta Veridia era un piccolo gioiello galattico, situato poco distante dalla Nebulosa degli Eterni, ed era una meta turistica ambita. Molti popoli desideravano, almeno una volta nella vita, vivere un viaggio da sogno tra le sue bellissime città antiche, nuotare nei mari cristallini e perdersi nelle folte foreste. La città più nota e celebrata di quel mondo era Aethelmar, la piccola bellezza mediterranea affacciata sul mare. Questa città era considerata la capitale dell'arte e ogni anno, durante il celebre volo delle mongolfiere, artisti provenienti da ogni angolo della galassia giungevano per sfoggiare la loro passione.

Aethelmar era un affascinante intreccio di stili ispirati alle antiche civiltà mediterranee, o almeno così raccontavano gli umani, nostalgici della loro patria ancestrale: la Terra. In realtà, la città era stata interamente costruita dalla razza locale, composta da umanoidi verdi, noti per il loro carattere solare e la loro gioia contagiosa.

 In realtà, la città era stata interamente costruita dalla razza locale, composta da umanoidi verdi, noti per il loro carattere solare e la loro gioia contagiosa

La città era divisa in due anime distinte ma armoniose. La zona costiera, baciata dal sole e abbracciata dalle onde, era un incanto mediterraneo: case dai tetti di terracotta e pareti color pastello si arrampicavano dolcemente lungo le colline, offrendo scorci mozzafiato sul mare. Le strade erano lastricate con pietre levigate dal tempo, ornate da fioriere traboccanti di piante profumate. Caffè all'aperto e mercatini d'arte animavano ogni angolo, mentre le piazze decorate con mosaici brillanti e fontane danzanti accoglievano abitanti e viaggiatori in un'eterna celebrazione della bellezza.

 Caffè all'aperto e mercatini d'arte animavano ogni angolo, mentre le piazze decorate con mosaici brillanti e fontane danzanti accoglievano abitanti e viaggiatori in un'eterna celebrazione della bellezza

Nel cuore dell'entroterra, invece, sorgeva la città antica, dal fascino medievale. Qui, le vie strette e tortuose serpeggiavano tra edifici in pietra scura, archi gotici e torri merlate. Al centro si ergevano templi dal gusto "romano", con colonne scolpite e frontoni imponenti, accanto a chiese dalle vetrate colorate e campanili che suonavano melodie solenni al calar del sole. Le taverne in legno e ferro battuto, illuminate da lanterne a olio, raccontavano storie di viaggiatori e leggende antiche. Questa parte di Aethelmar conservava un'atmosfera solenne e misteriosa, un richiamo diretto alle radici mitiche di Veridia.

Durante il giorno del volo delle mongolfiere, l'intera città si trasformava in un palcoscenico a cielo aperto. Artisti di ogni genere, provenienti da ogni angolo della galassia, invadevano le strade e le piazze, esibendo le loro abilità. Pittori e illustratori esponevano i loro quadri su cavalletti, dipingevano ritratti sul momento o creavano opere ispirate al paesaggio e alla gente. Musicisti intonavano melodie sotto il cielo turchese, mentre scultori, artigiani e performer di strada coinvolgevano i passanti con le loro creazioni. Questo giorno era famoso proprio per i pittori che, come da tradizione, affollavano le piazze per mostrare e donare al cosmo la loro arte, rendendo Aethelmar un crocevia di culture e creatività.

 Questo giorno era famoso proprio per i pittori che, come da tradizione, affollavano le piazze per mostrare e donare al cosmo la loro arte, rendendo Aethelmar un crocevia di culture e creatività

In una piazza sopraelevata che si affacciava sul resto della grande città, si trovava uno spiazzo verde al cui centro svettava un magnifico albero secolare. Con la sua ampia chioma verde, l'albero offriva una gradita zona d'ombra dove i turisti potevano sostare per ripararsi dal caldo, pranzare con un picnic o concedersi una piccola pennichella. La cosa strana era che quell'albero era apparso dal nulla pochi giorni prima e molti si chiedevano da dove provenisse. La spiegazione più plausibile era che fosse stato collocato lì dai locali come ornamento, sfruttando la loro avanzata tecnologia.

Poco più in là, accanto alla grande balconata in marmo che si affacciava sulle immense scale sottostanti, si era radunata una folla eterogenea, composta da esseri di ogni razza e specie. Il gruppo avvolgeva una gentile signora dai capelli rossi mossi, occhi azzurri e un sorriso bonario. Il suo volto gentile, punteggiato da qualche lentiggine evidenziata dalla recente abbronzatura, ispirava subito simpatia. La donna stava dipingendo il ritratto di una coppia di volpini umanoidi con un'abilità che nessun altro artista in città sarebbe stato in grado di eguagliare. Era straordinaria: le sue pennellate sembravano dare vita al disegno, creando uno spettacolo di colori che incantava i presenti, tanto che qua e là si sentivano esclamazioni di meraviglia.

Indossava una camicia verde ormai macchiata di vernice, così come le mani e persino qualche ciocca dei capelli. I jeans blu, ancora miracolosamente intatti, contrastavano con l'aspetto disordinato della parte superiore, ma bastava osservarla per capire che a lei dell'aspetto non importava molto quando era immersa nella sua arte.

Quando finì il ritratto, un volpino maschio dal pelo scuro si avvicinò per pagarla, ma la rossa rifiutò con un gesto gentile e un sorriso.

Quando finì il ritratto, un volpino maschio dal pelo scuro si avvicinò per pagarla, ma la rossa rifiutò con un gesto gentile e un sorriso

<< Non possiamo non darle niente... >> disse lui. Indossava un completo blu notte, elegante ma sobrio e la compostezza con cui parlava suggeriva un'indole pacata e rispettosa. Secondo lui un tale capolavoro meritava un compenso: era talmente ben fatto che sembrava una fotografia e data la qualità, avrebbe potuto avere un prezzo elevato.

<< Mio fratello ha ragione >> aggiunse la "cagnolina" dal pelo candido, morbido come neve fresca. I suoi occhi tondi e gentili spiccavano sotto il ciuffo ordinato e il vestito verde acqua che indossava accentuava il suo aspetto dolce e rassicurante. << Non possiamo accettarlo gratis >>.

<< Su, non stressate la signora >> intervenne un'altra volpina, più anziana, dal pelo color miele con riflessi ramati, una tonalità tipica della loro specie. Portava un tailleur bordeaux e un'aria leggermente protettiva, come quella di una sorella maggiore sempre attenta.

<< Signor... >> la pittrice attirò l'attenzione dell'uomo.

<< Sono Jacob >> rispose lui << e loro sono le mie sorelle, Gemma e Pepita >>.

<< Signor Jacob, non dipingo per soldi. Lo faccio perché mi piace e perché fa parte di me, tutto qui >> disse lei con un sorriso sereno. << Quindi prenda il quadro e si goda una bella vacanza con la sua famiglia >>.

I tre canidi si allontanarono felici, dopo averle sorriso. Lei li osservò con affetto. In effetti, non aveva davvero bisogno dei loro soldi: la sua straordinaria nave omniversale le forniva tutto ciò di cui poteva aver bisogno. All'inizio aveva accettato qualche spicciolo, più per avere un po' di moneta locale da usare nei negozietti di souvenir, ma chiedere denaro per i suoi quadri le era sempre sembrato sbagliato. Era lì per dipingere, nulla di più, nulla di meno.

<< Signori, è ora di pranzo e ho un certo languorino, quindi se volete scusarmi... >> disse, lanciando uno sguardo al baretto dall'altro lato della piazza, situato sotto un piccolo archetto, sormontato da un campanile.

Alla vista di qualche sbuffo tra la folla, almeno da chi aveva una bocca per farlo, lasciò lì le sue cose e si avviò verso il bar. Poi però cambiò idea. Si voltò e iniziò a scendere la grande scalinata che collegava la piazza al livello inferiore della città.

A metà del percorso, dove i gradoni si interrompevano brevemente, si trovava una fontanella di pietra chiara, semplice ma elegante, dalla quale sgorgava un filo d'acqua limpida che cadeva con un suono fresco e regolare in una vasca circolare

A metà del percorso, dove i gradoni si interrompevano brevemente, si trovava una fontanella di pietra chiara, semplice ma elegante, dalla quale sgorgava un filo d'acqua limpida che cadeva con un suono fresco e regolare in una vasca circolare.

La pittrice si avvicinò, si lavò con cura le mani ancora macchiate di colore e si rinfrescò il viso con qualche spruzzo leggero. Non poteva certo imbrattare il pranzo con la vernice.

Più leggera e sorridente, si voltò per risalire verso la piazza, ma fu bloccata da due donne che la guardavano sorridendo.

Una delle due aveva un'aria curiosa e frizzante, con un'espressione tra l'entusiasta e il divertito. I suoi capelli biondi, tagliati in un caschetto morbido, ondeggiavano leggermente al vento. Indossava un cappotto lungo color beige con l'interno arcobaleno, una maglia a righe colorate e pantaloni scuri, completando un look tanto strano quanto inconfondibile. I suoi occhi brillavano di una vivace intelligenza e l'energia con cui rimbalzava sul posto faceva intuire che non stesse mai ferma troppo a lungo.

Accanto a lei c'era una giovane donna britannica di origine indiana, dalla pelle ambrata e i lineamenti eleganti. I lunghi capelli castani erano raccolti in una coda ordinata e lo sguardo calmo ma deciso. Indossava un giubbotto scuro e teneva le mani in tasca, osservando la scena con un sorriso più contenuto, ma sincero.

Prima che una delle due potesse parlare, la bionda fu placcata da un abbraccio improvviso da parte della rossa, confondendo sia lei che la sua compagna.

<< Zio! Che piacere rivederti! >> esclamò la rossa con un grande sorriso. << Beh, zia in questa rigenerazione... come stai? Vedo che sei in compagnia di Yaz! Graham e Ryan non ci sono? >> chiese, guardandosi attorno.

<< Scusa... chi è Yaz? Io sono Cindy Sinclair, o Sin per abbreviare >> rispose l'altra ragazza, confusa.

La rossa, imbarazzata, si passò una mano sulla faccia. << Prima o poi imparerò... >> mormorò tra sé. Poi alzò lo sguardo e si rivolse a loro con un sorriso: << Scusate il mio atteggiamento di prima, sono l'Artista, ma potete chiamarmi Emily se vi fa piacere. Sono una viaggiatrice omniversale... e ho confuso il Dottore con il Dottore che conosco io >>. Questo la fece pensare a quando, tanto tempo prima, aveva abbracciato per errore una versione parallela di sua zia River, senza sapere chi fosse in realtà. A quanto pare, non era cambiata poi così tanto.

<< Oh, brillante! >> esclamò il Dottore con un sorriso a trentadue denti. << Adoro il multiverso! Sono stata più volte in universi paralleli e ho amici che vivono in uno di essi! Scusate, sto divagando... Hai detto zio? >>

<< Sì, ti chiamo zio, ma non sei il mio zio biologico >> spiegò Emily.

<< Hai detto di chiamarti Artista... sei per caso un Signore del Tempo? >> chiese Sin, incuriosita. Il titolo le ricordava inevitabilmente quello del Dottore e sperava di trovarsi davanti a un altro esponente di quella leggendaria civiltà.

<< Solo per metà, ma sì >> rispose Emily. << Mio padre è il Guardiano. Avete un Guardiano dalle vostre parti? >>

<< No, nessun Guardiano >> disse il Dottore, ancora un po' incredula. Davanti a sé c'era davvero un altro membro della sua specie... o meglio, un ibrido. Doveva ammettere che si era sempre chiesta come fosse un ibrido, una curiosità nata anche durante i suoi viaggi con Clara. Clara che, guarda caso, si trovava di nuovo nel TARDIS, insieme a tante altre persone. Ecco perché lei e Sin avevano deciso di prendersi una pausa e godersi un piccolo viaggio da sole, lontano dal caos.

<< Sei in parte umana? >> chiese infine il Dottore, che aveva già intuito qualcosa.

<< Sì, in parte umana... una Time Sapiens o roba simile >> rispose Emily con una risata. << Comunque, volevate qualcosa? >> Solo allora si ricordò che le due l'avevano fermata per un motivo.

<< Beh, sì... volevamo che ci facessi un ritratto di coppia >> rispose Sin, che sperava proprio in una giornata romantica da passare da sola con il Dottore, ma ovviamente dovevano imbattersi in una nipote parallela... almeno sembrava simpatica.

<< Oh, sì, certo! Molto volentieri! Prima però vorrei pranzare, quindi vi prego di avere un po' di pazien... >> In quel momento, un'esclamazione di stupore salì dalla folla sulla piazza. Le tre si voltarono di scatto e corsero a vedere.

Una volta tornate su, videro che la chioma del grande albero secolare stava cambiando colore ogni secondo, creando uno spettacolo scenico a dir poco straordinario. Le ombre sotto di esso, tinte da mille sfumature di luce filtrate dalle foglie, formavano un mosaico cangiante. I bambini correvano e ridevano, inseguendo le forme che si proiettavano sul prato.

<< Ma che esibizionista... >> commentò Emily, a metà tra il divertito e l'infastidito.

<< L'albero è... vivo? >> chiese Sin. Le altre due la guardarono. << Lei ha detto che è un esibizionista e dopo tutto quello che ho visto... non mi sembra così impossibile >>.

<< No, non è vivo >> rispose Emily, visibilmente imbarazzata. << Cioè... è vivo, ma non è un alb... Sentite, seguitemi >>.

Detto ciò, si incamminò verso l'albero e sparì dietro il tronco. Sin fece il giro, cercando dove fosse finita, ma non c'era traccia.

<< Doc, dove è finita Emily? >>

<< Oh, è geniale... >> mormorò la Dottore, estasiata mentre osservava l'albero. << Doc! >> la scosse Sin, riportandola alla realtà. << Oh, scusa, Sin >> disse, poi indicò l'albero. << Non hai capito cos'è? >>

In quel momento, un lembo della corteccia si aprì e comparve Emily. << Entrate, sì o no? >> disse, prima di rientrare all'interno.

Una volta varcata la soglia, si trovarono davanti a qualcosa di mozzafiato: l'interno di un TARDIS.  Secondo Sin, era persino più bello di quello del Dottore.

L'interno del TARDIS di Emily si rivelò come un'opera d'arte viva, un perfetto equilibrio tra tecnologia avanzatissima e un calore domestico

L'interno del TARDIS di Emily si rivelò come un'opera d'arte viva, un perfetto equilibrio tra tecnologia avanzatissima e un calore domestico. La sala console si apriva come il cuore pulsante di uno studio d'artista spaziale: al centro, una colonna di cristalli incandescenti pendeva dal soffitto come una stalattite fiammeggiante, composta da globi organici che sembravano pulsare di energia arancione e rossa, scendendo verso la console sottostante come se fossero vivi, alimentando l'intera stanza con un battito costante.

La console stessa era un capolavoro di legno levigato, intarsiato con pannelli di comandi colorati e pulsanti iridescenti, disposti con una precisione quasi caotica. I pulsanti, in particolare, sembravano modellati con una sorta di pongo solido, una materia semiorganica dalle tinte sgargianti e forme giocose, più simili ai bottoni di un gioco per bambini che a comandi di navigazione temporale.

Attorno alla sala, scaffali colmi di libri antichi si intrecciavano a postazioni di lavoro stracolme di pennelli, strumenti di disegno, provette e dispositivi sconosciuti. Tra i volumi impolverati e manoscritti galattici, spiccava un'edizione completa di Harry Potter, con le coste consumate dall'uso e un segnalibro infilato in mezzo a "Il prigioniero di Azkaban*"*. Qua e là, sgabelli colorati, sedie rivestite in velluto rosso e tavoli ingombri di fogli, mappe stellari e tazze mezze piene contribuivano a creare un'atmosfera vissuta, creativa e sorprendentemente accogliente. Il pavimento era invaso da un disordine evidente e pittoresco: tubetti di colore, fogli accartocciati, utensili sparsi, scarpe dimenticate e piccole sculture seminate qua e là, come se Emily fosse troppo impegnata a creare per fermarsi a riordinare. Un vero disordine artistico, coerente con lo spirito di chi viveva in quella nave.

Dalle finestre esagonali filtrava la luce di uno spazio profondo popolato da meduse cosmiche, creature traslucide che fluttuavano dolcemente nel vuoto, come se stessero osservando l'interno da fuori.

Impegnata ad ammirare la meraviglia del luogo, il Dottore fece un passo troppo lungo e inciampò goffamente in un barattolo pieno di pennelli rovesciati a terra. Con un movimento sgraziato delle braccia, riuscì a non cadere ma finì con l'atterrare su uno sgabello rotante, girando su sé stessa in modo ridicolmente teatrale. Sin, che osservava la scena da vicino, fece roteare gli occhi con affetto e rise sottovoce, scuotendo la testa.

Era evidente che quel TARDIS rifletteva pienamente la sua pilota. Non era solo una macchina per viaggiare: era un'estensione del suo spirito libero, una fusione di arte, scienza e meraviglia, con un tocco di caos geniale che sembrava respirare in ogni angolo della stanza.

<< Ti sembra il momento di dare spettacolo? >> chiese la rossa con tono di rimprovero, mentre girava attorno alla console. << Quale parte di non dobbiamo dare nell'occhio non hai capito? Sei solo geloso perché la gente guarda me e non te? Oppure volevi solo attirare la mia attenzione? >>

Mentre Emily parlava con il suo TARDIS, Sin si diresse verso la libreria, attratta soprattutto da una serie che aveva adocchiato fin da subito: la sua preferita. A quanto pare, anche la misteriosa viaggiatrice del multiverso era una fan di Harry Potter. Una volta preso in mano "Il prigioniero di Azkaban", andò dalla rossa e decise di interromperla, anche perché, se assomigliava anche lontanamente al Dottore, avrebbe continuato a parlare con la sua macchina del tempo ancora per un bel po'.

<< Ho notato con piacere che anche tu sei una fan di Harry Potter >> le disse, mostrandole il libro. << Ti assicuro che i libri successivi sono ancora più belli >>.

<< Oh, lo so >> rispose Emily con un sorriso. << Non so quante volte ho letto questa saga >>. Solo allora Sin notò quanto fosse usurata la copertina del libro che teneva in mano. << Adoro questa saga letteraria e adoro visitare il mondo di Harry. Hagrid è davvero simpatico e ho adorato mostrargli gli animali alieni >>.

Emily non si era mai definita una nerd. Non si era mai appassionata particolarmente alle varie saghe letterarie o cinematografiche. Harry Potter, però, era speciale. Era la sua infanzia, quel periodo in cui da piccola sperava di ricevere la lettera per Hogwarts tramite un gufo. Da bambina si sentiva speciale, forse perché lo era davvero, visto che suo padre le aveva cancellato i ricordi dei suoi viaggi nel multiverso. Viaggi che, però, riaffioravano nei sogni e nei disegni. Si sentiva legata a Harry e ai suoi amici: anche loro erano ragazzini speciali. Leggere quei libri era un modo per viaggiare in mondi fantastici e forse per ritrovare ciò che aveva perduto.

<< Cosa? >> esclamò Sin con gli occhi sgranati. << In che senso hai visitato il mondo di Harry Potter? Sei andata a qualche fiera a tema? >>

<< Vedi, Sin, nell'Omniverso ogni opera è reale da qualche parte... compreso Harry Potter >> disse Emily con un sorriso. << Quando ho detto che ho visitato quel mondo, intendevo proprio che l'ho fatto letteralmente >>.

A quel punto Sin entrò in modalità fangirl e cominciò a tempestare la rossa di domande, facendo ridacchiare il Dottore. In effetti, quello che aveva detto Emily era vero: anche lei aveva viaggiato nell'universo di Star Trek un paio di volte. Forse avrebbe dovuto portarci Sin, prima o poi.

<< Mi ci devi portare. Ora! >> esclamò la ragazza indiana, ancora euforica. Poi, però, tornò coi piedi per terra. << Ok, forse non ora, ma... in futuro? >> In fondo era lì per un appuntamento romantico con il Dottore, quindi non era proprio il momento di partire.

<< Molto volentieri >> rispose Emily. << Anche perché è da un po' che non viaggio con qualcuno e comincio a sentirmi un po' sola >>.

Il Dottore le rivolse un piccolo ma dolce sorriso: più di chiunque altro sapeva cosa significava viaggiare da soli per tanto tempo. Era la maledizione dei Signori del Tempo.

<< Hai molti amici, però >> disse Sin, indicando una scrivania alle loro spalle, dove c'erano molte foto di Emily con persone diverse. Con suo grande piacere, tra quelle c'era anche una foto con l'Undicesimo Dottore, il suo primo Dottore. Il farfallino era un'icona intramontabile ovunque. Se non aveva visto male, c'era anche una foto con Merry e Pipino, due personaggi de Il Signore degli Anelli, ma se Harry Potter era reale... forse lo era anche tutto il resto.

La foto più curiosa, però, era senza dubbio quella che ritraeva Emily con degli alieni bizzarri: un gatto antropomorfo dal pelo grigio, vestito da Dottore e dal volto gentile; una bella ragazza dalla pelle blu e i capelli viola; un essere simile a una roccia; e uno strano blob verde.

La foto più curiosa, però, era senza dubbio quella che ritraeva Emily con degli alieni bizzarri: un gatto antropomorfo dal pelo grigio, vestito da Dottore e dal volto gentile; una bella ragazza dalla pelle blu e i capelli viola; un essere simile a...

<< Oh sì, loro sono Milo, Callissa, Mork e Mxtyljhs >> disse Emily con un sorriso. << Li conobbi a Natale, quando ero molto piccola. Milo è anche il mio Dottore personale >> Indicò il gatto con affetto.

<< Perché non sono qui con te? >> chiese Sin, sopraffatta dalla curiosità.

<< Perché hanno una loro vita da vivere >> rispose Emily, un po' triste, ma sincera. Li andava comunque a trovare.

Intanto il Dottore azionò una leva e disse con un gran sorriso: << Ecco fatto, ho spento le foglie >>.

<< Zio! Hai appena fatto smaterializzare il TARDIS! >> sbuffò la rossa, irritata. << Giuro, non esiste Signore del Tempo che guida queste navi peggio di te. Perfino io, che sto ancora imparando, sono più brava! >>

Sin scoppiò a ridere: era vero, il Dottore era un pessimo pilota. Al volto offeso della bionda rise ancora più forte, seguita da Emily. Il Dottore incrociò le braccia e fece una smorfia infantile.

<< Quanto meno siamo nello stesso mondo e luogo... solo quattro ore nel futuro >> disse l'Artista, osservando il monitor.

<< Cosa? Ma allora il volo delle mongolfiere è già iniziato! >> esclamò allarmata Sin, che non voleva perdersi quello spettacolo per nulla al mondo. Le tre si voltarono verso la porta, ma questa era scomparsa.

<< Cosa?! >> chiese Sin, visibilmente confusa.

<< Zia, scusa, potresti spostarti un attimo? >> chiese Emily. La bionda si spostò, notando che poco prima si trovava sopra una botola che... non c'era prima. La rossa la aprì e saltò giù, seguita a ruota dalle altre due, più per curiosità che per altro.

Una volta scese, si accorsero di trovarsi in mezzo a uno spettacolo meraviglioso: stavano volando in un mare di mongolfiere

Una volta scese, si accorsero di trovarsi in mezzo a uno spettacolo meraviglioso: stavano volando in un mare di mongolfiere. Guardando meglio, si resero conto che anche loro erano sopra una mongolfiera e che sopra di loro, al posto della fiamma, c'era la botola che collegava al TARDIS.

<< Wow... >> disse Sin a bassa voce, incantata. Le mongolfiere erano coloratissime e i piloti vari e bizzarri contribuivano a rendere il tutto ancora più suggestivo. Sotto di loro si estendeva il mare, brillante sotto i raggi del sole. La città, vista dall'alto, era forse ancora più bella.

<< Circuito camaleonte >> spiegò il Dottore, ammirando anche lei la bellissima "mongolfiera" rossa in cui si trovavano. << I TARDIS si adattano all'ambiente in cui atterrano, assumendo le forme più disparate. Io però l'ho sempre trovato superfluo... adoro la mia cabina blu >>.

<< Tutti amiamo la tua cabina, zia. Ma guarda che meraviglie può offrire la mia nave >> disse Emily, allargando le braccia. Adorava il suo TARDIS, perché poteva cambiare forma, rendendo ogni viaggio diverso e mai noioso. Inoltre, essendo un TARDIO, una nave molto più avanzata delle altre, a volte prendeva forme davvero sorprendenti. Il camuffamento le permetteva anche di vivere in tranquillità. Sì, aiutava quando serviva, ma il suo scopo era viaggiare e dipingere. Lasciava volentieri il ruolo da eroe a suo zio o a suo padre. << Adoro questa città. Mi ricorda casa >>.

<< Di dove sei? >> chiese Sin, ancora con un sorriso stampato in faccia.

<< Sono italiana... beh, almeno la mia parte umana lo è >>.

<< Non sembri italiana, però >> scherzò la ragazza.

<< Lo so, sembro irlandese o norvegese. Purtroppo somiglio a papà... beh, a una delle sue versioni. Chissà, magari in futuro avrò davvero un aspetto italiano >>.

<< Deve essere strano sapere che, in futuro, si diventerà persone del tutto nuove alla propria morte >> disse Sin con aria pensierosa. << Anch'io, in un certo senso, ritorno dalla morte... in un modo piuttosto disgustoso, aggiungerei, ma almeno rimango sempre me stessa >>.

<< In che senso ritorni dalla morte? >> le chiese la rossa, ora curiosa.

<< Sono una Naigini, una ragazza serpente. Faccio la muta e torno in vita >> rispose lei, alzando le spalle.

<< Oh... ho sentito parlare di voi, ma non ho mai avuto il piacere di incontrarne una >> disse Emily. << Per quanto riguarda la rigenerazione... mi spaventa. Diventare qualcun altro mi mette ansia, perché so che sarò ancora io, ma allo stesso tempo non sarò più me stessa e la cosa che mi terrorizza di più è la paura di perdere la mia arte. So di essere l'Artista e molto probabilmente lo sarò anche dopo, ma temo che non sarà più la mia arte. Capisci? È strano da spiegare >> aggiunse. << Quindi, sinceramente, Sin, preferirei fare la muta come te. Potrà risultare disgustoso, ma almeno non perderei la mia personalità >>.

Emily non aveva dimenticato la rigenerazione di suo padre nel bizzarro cugino Trevor. Ora voleva un gran bene a quel giovane nerd ed era riuscita ad accettarlo come figura paterna, ma ogni volta che pensava a lui non poteva evitare di ricordare come, una volta cambiato, si fosse dimenticato di sua madre. Poi c'era quella volta in cui tre versioni del Guardiano si erano incontrate: così diverse da sembrare a malapena la stessa persona. Lo stesso valeva per il Dottore, ma i vari Guardiani, in un certo senso, differivano ancora di più rispetto agli altri della loro specie. Sin annuì. Era evidente che la sua nuova amica fosse giovane, almeno per gli standard secolari dei Time Lords, visto che non si era mai rigenerata.

Il Dottore aveva ascoltato in silenzio la discussione, riflettendo su come anche la sua prima versione avesse avuto paura del cambiamento. La prima rigenerazione era sempre traumatica; anche le successive non erano mai piacevoli, ma almeno si sapeva a cosa si andava incontro. Stava per dire qualcosa alla sua nipote parallela quando notò, in basso, in una delle piazze della città, un mare di persone che scappava urlando, inseguite da un altro gruppo... solo che queste ultime sembravano meno reali: meno dettagliate, più astratte. A un primo sguardo, sembrava l'inizio di un'epidemia zombie.

<< Ragazze, guardate >> disse, attirando l'attenzione delle due, che si affacciarono subito.

<< Dio, Doc, con te non c'è mai una giornata tranquilla >> commentò Sin. La bionda fece un sorriso di scuse, poi estrasse il suo cacciavite sonico dalla punta gialla e lo puntò verso l'alto.

<< Non osa... >> iniziò Emily, ma la mongolfiera partì a razzo verso la città, facendo urlare le tre.

La mongolfiera partì a razzo, sollevandosi all'improvviso sopra i tetti della città come se fosse impazzita. Volava a bassa quota, sbandando tra i vicoli e sfiorando cornicioni, torri e campanili con traiettorie pericolosamente instabili. Il Dottore cercava inutilmente di controllarla con il cacciavite sonico, puntandolo freneticamente nel tentativo di correggere la rotta, ma senza ottenere alcun risultato.
Dopo un ultimo scarto laterale, il pallone si schiantò contro la facciata di un negozio di animali alieni. Il telo si afflosciò lentamente contro il muro, mentre all'interno del negozio una miriade di creature esotiche scappava terrorizzata, rovesciando gabbie, scaffali e vetrine in un fuggi fuggi caotico.

 Il telo si afflosciò lentamente contro il muro, mentre all'interno del negozio una miriade di creature esotiche scappava terrorizzata, rovesciando gabbie, scaffali e vetrine in un fuggi fuggi caotico

Con i capelli pieni di paglia (il negozio sembrava in parte una stalla) la rossa lanciò uno sguardo torvo alla zia, poi osservò la mongolfiera, ora sgonfia e accasciata contro il muro. Non ci fu il tempo di chiedersi perché si fosse afflosciata, in fondo era pur sempre una macchina futuristica, perché furono subito circondate da un gruppo di figure disegnate: alcune sembravano realistiche, quasi dipinte a mano, altre così ridicole da sembrare uscite dalla mente di un bambino.

 Non ci fu il tempo di chiedersi perché si fosse afflosciata, in fondo era pur sempre una macchina futuristica, perché furono subito circondate da un gruppo di figure disegnate: alcune sembravano realistiche, quasi dipinte a mano, altre così ridic...

Emily riconobbe tra loro anche i propri ritratti. Naturalmente, erano quelli più realistici: frutto del suo talento. Le figure le osservavano bramose... e poi attaccarono.

Per fortuna, alle loro spalle c'era il TARDIS, ma entrarci fu un delirio: bisognava attraversare il pallone sgonfio. Le tre si spinsero, si urtarono e sgomitarono per farsi strada. A peggiorare la situazione c'erano i disegni impazziti che le calpestavano dall'alto, bramosi di entrare anche loro.

<< Chi mi ha toccato le natiche? >> chiese il Dottore.

<< Beh, hai delle belle chiappe >> rispose Sin con tono birichino.

<< Sin! >> urlò la bionda, seguita dal gemito esasperato della rossa.

<< Vi sembra questo il momento di flirtare, voi due? >>

Una volta entrate, ammaccate e malconce per il volo caotico e le botte prese tra gli spintoni e l'assalto dell'orda, il Dottore dichiarò con aria di superiorità: << Ecco perché la mia cabina è più comoda: non si sarebbe mai afflosciata >>.

<< Dottore! Vorrei ricordarti che tutto questo casino è colpa tua! >> gli urlò l'altra Time Lady e la bionda ebbe almeno la decenza di sentirsi in colpa.

<< Ora... che cosa erano quelle cose e come le fermiamo? >> chiese giustamente Sin.

<< I ritratti delle persone hanno preso vita >> spiegò il Dottore. << Per quanto riguarda come fermarli... beh, ho un piano. O meglio, parte di un piano, ma è già qualcosa, no? >>

<< Tu non hai mai un piano, zia >> disse Emily con un sorriso bonario, << ma so io come fermarli: basta un po' d'acqua e dovrebbero dissolversi >>. Alla fine della fiera, lei era pur sempre una disegnatrice e sapere come si elimina il colore faceva parte del suo lavoro.

<< Brillante! >> esclamò la bionda, avviandosi verso i comandi e iniziando a smanettare. << Posso usare il TARDIS per far piovere, la natura farà il resto >>. Poco dopo si udì il familiare Worp Worp: si stavano smaterializzando, ma Emily non fu affatto contenta di quel suono.

<< Zia, per quanto quel suono sia iconico, tendo a viaggiare con il freno a mano abbassato. Se la mia nave si dovesse rompere, sarei nei guai: non sono una meccanica, ok? >> Sì, il TARDIS si autoriparava e lei era in grado di sistemare qualche piccolo danno, ma un guasto serio sarebbe stato un vero problema. In quanto ibrida, non aveva le stesse capacità cognitive di un Signore del Tempo purosangue e poi lei era un'artista, non una tecnica.

<< Ma senza suono è noioso! >> si lamentò la bionda, facendo una smorfia, poi premette un pulsante e sorrise soddisfatta. << Ecco fatto! >>

Le tre si avvicinarono alla porta, ora tornata al suo posto, e osservarono l'acquazzone spazzare via l'orda di zombie disegnati. Le strade erano diventate torrenti di acqua colorata e l'ambiente sembrava molto meno sereno di prima, quasi macabro. Sporgendosi un po', si poté notare che la macchina aveva assunto l'aspetto di una cabina blu assai familiare. Le tre sorrisero.

 Le tre sorrisero

<< Beh... è pur sempre una missione del Dottore >> disse Sin e le altre due annuirono.

<< Ora dobbiamo capire chi c'è dietro tutto questo delirio >> disse Emily, stanca. Non ne poteva più di quella giornataccia, soprattutto perché non era nei suoi piani affrontare zombie disegnati, ma con il Dottore di mezzo, era quasi normale. Anzi, forse si era risolta anche fin troppo in fretta. << Spero solo non sia come una delle mie ultime avventure, quando i quadri volevano diventare reali e prendevano il posto delle persone... Fu un incubo >>.

<< Spaventoso! >> esclamò Sin, ora visibilmente allarmata.

<< Nah, nulla di così serio. Guardate... >> disse la bionda, indicando lo schermo della console. << Prima, mentre facevo piovere, ho attivato anche gli scanner per analizzare quelle figure. Sono composte da nanomacchine fuse con la pittura. Sì, sono uscite dai quadri, ma il loro scopo era solo causare caos >> spiegò. << Ora basta rintracciare il segnale e... Yauza! Ok, nemmeno con questo volto riesco a farlo funzionare >> ammise, imbarazzata. << Comunque... usciamo, dài >>.

Detto ciò si precipitarono fuori  e si trovarono davanti a una ragazza cicciottella, con la pelle e i capelli verde chiaro e un viso sproporzionato, quasi infantile. Indossava una tuta tecnica un po' larga, sporca di macchie di colore sintetico e sul viso portava un paio di occhiali futuristici abbassati sul naso, che la facevano sembrare ancora più spaventata e impacciata. Alle sue spalle si intravedeva un piccolo laboratorio improvvisato: qualche tavolo con sopra monitor sospesi, strani pennelli meccanici e fili luminosi che correvano in ogni direzione. L'odore era un misto di plastica calda e inchiostro elettronico.

Il TARDIS, intanto, aveva assunto l'aspetto di un vecchio armadio metallico pieno di spie lampeggianti, come un terminale abbandonato nel retro di un centro dati

Il TARDIS, intanto, aveva assunto l'aspetto di un vecchio armadio metallico pieno di spie lampeggianti, come un terminale abbandonato nel retro di un centro dati.

<< Ti abbiamo colta con le mani nel sacco >> disse l'Artista, a braccia conserte e con uno sguardo severo. << Quindi arrenditi... >>

La ragazza alzò le mani, impaurita. Le tre la guardarono con tenerezza: si vedeva che non era una cattiva persona.

<< Perché hai causato tutto questo? >> le chiese Sin.

<< Perché mi hanno esclusa dalla festa! Nessuno voleva i miei quadri! >> rispose, quasi in lacrime.

<< Com'è possibile? >> domandò Emily. << È un evento aperto. Chiunque può esporre ciò che ama. Non ci sono transenne, né inviti >>.

<< Secondo gli organizzatori, le immagini create col programma di IA che ho sviluppato non erano arte vera! >> sbottò la verde. << Che differenza fa se l'immagine nasce da un pennello o da una frase digitata? >>

<< Tutta la differenza del mondo >> disse l'Artista, severa. << L'arte non è il risultato finale. È il processo. È sporcarsi le mani di vernice, rompere pennelli, passare notti intere su un dettaglio che forse nessuno noterà. È mettere sé stessi dentro un'opera. Quello che hai fatto mi offende. Offende me e tutti quelli che vivono per questo >> la ragazza abbassò lo sguardo, ma Emily continuò <<  Sei brava con la tecnologia, ma questa festa non è il posto adatto a te o alla tua "arte" >>.

<< Ci siamo ritrovate in mezzo all'eterna lotta tra l'artigianato e l'industria >> commentò Sin al Dottore, che annuì.

<< Per i robot, disegnare con l'IA è arte. Perché non dovrebbe esserlo anche per me? >> ribatté la colpevole.

<< Perché tu non sei un robot. Comunque... come ti chiami? >> chiese Emily.

<< Pauloxiahn >> rispose lei, imbarazzata.

<< Pauloxiahn, le immagini create con l'IA non hanno anima, né personalità. Per me è una mancanza di rispetto verso ciò in cui credo >> proseguì la rossa, con tono severo e quasi materno.

<< Ci sono scrittori che la usano per creare bellissime illustrazioni per le loro fanfiction e il risultato è notevole >> aggiunse Sin, << ma quelle non sono a scopo di lucro e sono certa che se sapessero disegnare da sé lo farebbero. Quindi concordo con Emily >>.

All'improvviso, la porta venne sfondata con un fragoroso colpo che le fece sussultare. Entrarono alcune guardie in uniformi nere, dall'aspetto militare e minaccioso. I loro stivali pesanti rimbombarono sul pavimento mentre avanzavano in formazione compatta, sollevando le armi con precisione letale. Gli elmetti oscuravano in parte i loro volti, rendendoli impersonali e freddi. Senza esitazione, puntarono i fucili verso la verde, che gridò spaventata.

<< Oh no! >> esclamò il Dottore, facendo esplodere le armi con un colpo del suo cacciavite sonico. Le armi caddero a terra inoffensive. << Niente armi in mia presenza! Sono stata io a chiamarvi, ma trattatela con gentilezza, ok? >>

Le guardie annuirono e portarono via Pauloxiahn, che lanciò uno sguardo dispiaciuto verso l'Artista. Emily, brevemente, le sorrise di rimando.

La rossa era dispiaciuta per la povera ragazza, ma, anche se Pauloxiahn non aveva avuto l'intenzione di fare del male a qualcuno, aveva comunque compiuto un atto grave. Aveva causato il caos con le sue nanomacchine. Emily si chiese anche come avesse effettivamente utilizzato le sue macchine per controllare la vernice e rianimare i quadri... forse tramite diffusione aerea? Un qualche tipo di segnale? Alla fine, poco le importava: era tutto finito.

<< Ma... se ne sono andati senza lasciare nessuno qui a controllare la scena del crimine? >> domandò Sin, perplessa.

<< Quelle erano solo le guardie d'avanguardia. Tra poco arriveranno gli scienziati e gli addetti alle indagini. Quindi sloggiamo prima che ci trattengano anche noi >> disse la bionda, rientrando nel TARDIS, seguita dalle altre.

La macchina si materializzò di nuovo sotto forma di albero secolare, nel parchetto dove si trovava in precedenza. Le tre donne, esauste, si sedettero a osservare il tramonto. Ora che aveva smesso di piovere, il cielo era più bello che mai. L'aria ancora elettrica della tempesta dava un senso di pace e nella parte del cielo già buia si vedeva la Nebulosa degli Eterni brillare in lontananza.

Emily avrebbe voluto stendersi sull'erba, ma era ancora umida. Sospirò, frustrata. << Ho fame... >> si lamentò, facendo ridere le altre due. << Non ho ancora pranzato, ufff >>.

<< Allora andiamo a cena insieme, vi va? >> propose il Dottore.

Sin annuì entusiasta.

<< Mi dispiace, ma credo che andrò da sola >> disse Emily con un sorriso. << Voi due siete qui per un viaggio romantico, no? Godetevi la serata, ma prima... Sin? >>

<< Sì? >>

<< Dammi il telefono >> disse, porgendo la mano. Quando l'ebbe in mano, estrasse il suo cacciavite sonico da una delle tasche dei jeans blu e lo puntò sul dispositivo, che emise un suono metallico. << Ora hai il mio numero. Mi potrai chiamare ovunque nell'Omniverso. Così, quando vorrai, andremo a visitare il mondo dei maghi. >> Le restituì il telefono e fu subito abbracciata dalla ragazza, che le sussurrò un << grazie >>.

Poi si rivolse alla zia.

<< È raro vedere una versione di te felice con qualcuno, romanticamente parlando. Non lasciartela scappare e non chiuderti in te stessa, ok? >> Le due si abbracciarono. << Ciao, zia. Stammi bene >>.

<< Ciao, nipote parallela. Cerca di farti viva ogni tanto, ok? >> Poi si allontanò, mano nella mano con Sin, verso la città.

Emily le guardò scomparire in una delle stradine, poi tornò a contemplare il cielo, chiedendosi quale sarebbe stata la sua prossima meta. Con il cuore rivolto al futuro, si voltò ed entrò nel suo TARDIS, che scomparve in silenzio.

Note di capitolo

Questa fanfiction è un crossover con la mia amica autrice jelo273 (Wattpad) . Sin è la protagonista della sua serie che riscrive l'era di Tredici in Doctor Who. Visto che l'Artista viaggia per l'Omniverso, potevo non farla incontrare con questa variante del Dottore e con Sin? Ovviamente no.

I tre volpini umanoidi si ispirano ai tre cani del mio amico Son_Michael  e purtroppo uno dei tre, Pepita, è morto tempo fa. Questo riferimento puramente casuale è quindi finito anche per diventare un tributo a quella dolce cagnolina.

Detto ciò, ci vediamo!

Commenti

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