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Emily riprese conoscenza in quella che sembrava a tutti gli effetti un'infermeria militare. L'ambiente era immacolato, asettico, illuminato da luci fredde e abbaglianti che rendevano tutto ancora più irreale. Le pareti erano bianche e prive di decorazioni, l'aria sapeva di disinfettante e ogni superficie metallica brillava sotto i neon. Gli strumenti medici ordinatamente disposti su carrelli inox e le scaffalature piene di bende, flaconi e attrezzature sterilizzate lasciavano poco spazio all'immaginazione: qualunque cosa fosse successo, qui ci si aspettava di trattare emergenze. Vi erano tre lettini in tutto, disposti in fila. Emily si trovava su quello al centro, l'unico occupato.
Appena provò a muoversi, un dolore pulsante le attraversò la testa. Istintivamente si portò una mano alla fronte, scoprendo un grosso cerotto sulla parte destra. Preoccupata, si tastò il corpo con attenzione, come se solo in quel momento si fosse ricordata dell'incidente.
Era sulla Jeep della UNIT, quando le tre versioni di suo padre erano scomparse nel nulla. L'attimo successivo, il veicolo aveva perso il controllo ed era finito fuori strada. Dopo l'impatto, il buio.
Quando tentò di alzarsi, un violento giramento di testa la fece barcollare. La vista le si sdoppiò e dovette ricadere sul lettino, lottando contro un conato di vomito che le salì alla gola.
<< Hai subito una forte emicrania a causa dell'impatto. Per fortuna, a parte qualche taglio, non hai riportato nulla di grave >> disse una voce femminile, ferma e autorevole, alle sue spalle.

Emily si voltò di scatto, o almeno quanto il mal di testa le permetteva e vide sulla soglia una donna bionda, sulla cinquantina, dal volto severo e dagli occhi lucidi di razionalità e disciplina. Indossava una camicia azzurra sotto una giacca blu scuro, con le mostrine ben in vista: l'uniforme impeccabile della UNIT.
<< Ehm... salve? >> disse Emily, cercando di sembrare più lucida di quanto si sentisse davvero. << Io sono l'Artista. Tu? >>
<< Kate Lethbridge-Stewart, ufficiale scientifico della UNIT >> Il tono era serio ma non ostile << e so chi sei, Emilia. Tuo padre lavora part-time per noi >>.
<< Ah... ok >>. Emily non poté evitare un'espressione perplessa. Almeno si trovava nella sede della UNIT, non nelle mani di qualche scienziato pazzo. Si rese conto, con un certo fastidio, che la paranoia di Nove stava iniziando a influenzarla.
<< Se sei abbastanza stabile da camminare, seguimi. Siamo nel mezzo di una crisi globale >>. Kate si voltò e uscì dalla stanza con passo deciso. Emily raccolse la sua giacca di pelle rossa dalla sedia accanto al lettino e la seguì, ancora un po' traballante.
Attraversarono una serie di corridoi tutti uguali: lunghi, grigi, senza finestre, illuminati da fredde luci al neon che tremolavano appena, come se fossero sul punto di spegnersi. Emily li trovava opprimenti, impersonali, come se ogni parete fosse stata progettata per confondere chiunque non sapesse dove stesse andando. L'unico suono era quello dei passi di Kate, rapidi e sicuri, che echeggiavano nel silenzio assoluto.
Poi, all'improvviso, Kate aprì una porta e si trovarono in una sala completamente diversa. Emily si fermò sulla soglia, sorpresa.
La stanza era ampia e semibuia, con le luci tenute basse per non disturbare la visione dei numerosi monitor che tappezzavano le pareti. Schermi ovunque, alcuni piccoli e ravvicinati, altri giganteschi, sospesi sul lato opposto della sala. I colori delle immagini in movimento illuminavano a intermittenza i volti concentrati dei tecnici seduti alle postazioni: uomini e donne intenti a digitare comandi, leggere dati, rispondere a comunicazioni urgenti. Alcuni parlavano a bassa voce nei microfoni, altri gestivano pannelli pieni di luci lampeggianti.
Al centro della sala troneggiava un maxischermo imponente che trasmetteva una sequenza continua di immagini in tempo reale: incidenti stradali, mezzi deragliati, folla in fuga, elicotteri sopra città nel caos. Sembrava il cuore pulsante di una macchina da guerra tecnologica, un incrocio tra una centrale operativa e un bunker di crisi globale.
Kate le indicò una sedia e una volta che Emily si fu accomodata, fece un cenno verso lo schermo.
Le immagini erano inquietanti: treni deragliati, aerei schiantati, autobus fuori controllo, ma non era solo caos meccanico. Vi erano anche testimonianze confuse, urla, gente che scompariva nel nulla.
<< Oh, mamma... me lo ricordo questo... >> mormorò Emily, con un brivido.
Quel giorno, anni prima, lo aveva vissuto in prima persona. Dopo essere uscita arrabbiata dal negozietto, si era diretta a comprare il materiale che le serviva per dipingere, ma la rabbia non era passata durante il tragitto, così aveva deciso di andare a trovare la sua amica Anika. Erano rimaste bloccate nella metro per ore, a causa di un incidente e della scomparsa improvvisa di alcune persone. All'epoca, le era sembrato un semplice guasto o disorganizzazione, ma ora capiva. Era stato un evento anomalo e lei aveva scelto di ignorarlo come tutti gli altri umani.
<< Viaggio nel tempo, suppongo? >> domandò Kate. Emily annuì lentamente.
<< Sì, ma non ho visto molto. Io e Anika siamo rimaste in metro. Quando siamo uscite, abbiamo solo pensato fosse una strana giornata >>.
<< Non hai visto il telegiornale? >> chiese curiosa Kate.
<< No, mi dispiace. Io... non guardavo molta TV >> Emily abbassò lo sguardo. << Preferivo disegnare o leggere. Papà, poi, non è mai stato tecnologico. Niente cellulare, niente televisione. Solo un vecchio telefono fisso nel negozio >>. In fondo, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quell'uomo dai gusti antiquati, così restio alla tecnologia, fosse in realtà un membro di una specie anni luce più avanzata. Pensarlo ora le sembrava quasi ridicolo, eppure era la verità.
<< D'accordo, allora te la faccio breve. Due ore fa... >>
<< Aspetta. Due ore?! >> la interruppe Emily, allarmata.
<< Sì. Sei stata incosciente per due ore. Posso continuare? >> Emily annuì. << Come dicevo: due ore fa, un gruppo di persone è scomparso nel nulla, causando il panico. Alcuni di loro erano alla guida di veicoli. Da lì gli incidenti >>.
Emily si illuminò. Finalmente tutto aveva un senso: il guidatore della Jeep era scomparso, lasciandoli in balia del veicolo in corsa.
<< Ma perché proprio loro? >> chiese. << Perché non tutti? Perché non noi? >>
Kate sorrise appena, compiaciuta dalla prontezza della domanda. Mostrò una serie di foto su uno dei monitor secondari: uomini di ogni età, etnia e ceto sociale.
<< Come vedi, sono tutti uomini, ma non tutti gli uomini. Ce ne sono ancora, come puoi notare >> disse, indicando alcuni agenti uomini nella sala.
Emily si portò una mano alla bocca, in preda a un'intuizione improvvisa. << Magari... tutti questi uomini hanno qualcosa che li accomuna... Uff, papà saprebbe sicuramente capi... papà! >> esclamò alzandosi di colpo, mentre un'idea tanto ovvia le balenava in mente. Come aveva fatto a non pensarci prima?
<< Kate, controlla se questi uomini sono anche dei padri! >> disse con tono concitato. Kate la guardò confusa. << Vedi? Il mio problema è che sono italiana fino nel midollo, ma oggi è il 15 giugno, la festa del papà qui in Inghilterra! >> gridò Emily. In Italia si festeggiava il 19 marzo, ed ecco perché non le era venuto subito in mente: per lei, quella data non era mai cambiata. Quando era andata a controllare la data da Thomas, aveva letto anche che giorno fosse.
Le ricerche cominciarono subito e con Kate al comando bastarono pochi minuti per avere conferma.
<< È vero, sono padri >> disse infine la donna, guardandola con rinnovata attenzione.
Emily sbuffò. La situazione era strana e ormai di cose strane ne aveva viste parecchie. Sinceramente, non aveva la minima idea di come risolvere quel caos: suo padre o suo zio avrebbero saputo cosa fare, loro sì. Erano molto più bravi, esperti... eroici. Se non loro, allora forse...
<< Avete provato a contattare lo zio? >> chiese, attirando su di sé uno sguardo confuso da parte di Kate e di alcuni agenti nei paraggi. << Il Dottore. Volevo dire il Dottore >> sospirò. << Allora? Lo avete contattato? >>
<< Ovviamente, ma non siamo riusciti a rintracciarlo, sai com'è fatto >> rispose Kate.
Emily annuì. << Allora... conoscete il Concilio degli Osservatori? La Cacciatrice, magari? Torchwood? La Angel Investigation? >> Alla sola menzione di quest'ultima, un pensiero le attraversò la mente: Angel. Chissà come stava? Le mancava. Avrebbe dovuto andarlo a trovare, prima o poi.
Kate la osservava visibilmente perplessa. Aveva sentito parlare, almeno per sentito dire, di alcune di quelle persone e organizzazioni, ma non essendo lei la direttrice della UNIT, non era informata su tutto. Quello che conosceva erano per lo più voci e a suo parere piuttosto fantasiose. Gli Osservatori, ad esempio, si diceva avessero a che fare con la magia... ma la magia non era reale. Non poteva esserlo. Secondo lei si trattava solo di anziani studiosi che scambiavano per magia ciò che era in realtà scienza aliena. Mostri come gli Angeli Piangenti, ad esempio, potevano facilmente sembrare demoni, ma in realtà erano esseri extraterrestri. Così come la Coscienza Nestene, che animava i manichini di plastica.
<< La UNIT non ha contatti con queste organizzazioni, mi dispiace >> si scusò infine Kate.
<< Beh, dovrebbe averli >> rispose Emily con tono deciso. << Padri che scompaiono nel nulla, proprio nel giorno della loro festa? Qui c'è traccia di magia. Devo solo capire quale creatura l'ha causato. Anzi no... >> fece una pausa, mentre un'idea le attraversava la mente. << Con papà chissà dove, forse so chi contattare, ma dovrai portarmici. Per favore? >>
Kate annuì e dopo aver impartito alcuni ordini ai suoi sottoposti, fece cenno a Emily di seguirla. Le due si diressero verso un hangar sotterraneo, dove erano parcheggiate numerose Jeep nere, identiche a quella con cui Emily era arrivata. Anche se, a essere precisi, sarebbe più corretto dire: con cui si era schiantata.
In quel momento il suo sguardo cadde sul cofano di una delle vetture, dove campeggiava la scritta "UNIT"... o almeno, una versione maldestra di essa. Emily lanciò un'occhiata interrogativa a Kate, che sbuffò con evidente irritazione.
<< Il cretino che ci ha ridipinto le Jeep ha sbagliato sia il logo che la scritta >> spiegò seccamente. << Ovviamente è stato prontamente licenziato. >>
Emily non sapeva se ridere o meno, ma alla fine si limitò a salire in silenzio su una delle vetture insieme a Kate.

Dopo che Emily ebbe indicato la destinazione, il viaggio proseguì in silenzio fino alle campagne londinesi. Qui si trovava una splendida casa d'epoca, tipica dell'Inghilterra rurale: la facciata in pietra viva era parzialmente ricoperta di edera, il tetto spiovente in ardesia e le finestre a riquadri con tende chiare che lasciavano intravedere l'interno. Il giardino, curato ma non eccessivamente ordinato, era arricchito da cespugli di lavanda, qualche alberello sparso qua e là e un sentiero di pietre che portava all'ingresso.
Kate parcheggiò sul selciato davanti alla porta marrone. Dopo aver lanciato uno sguardo al prato attorno, fece un cenno a Emily perché bussasse, ma prima che lo facesse, la ragazza si girò verso di lei, incerta.
<< Perché siamo venute qui da sole? >> chiese. << Voglio dire... pensavo ci avrebbe accompagnate qualche guardia. Una cosa da protocollo, ecco. >>
<< Mi sembrava di aver capito che tu avessi tutto sotto controllo, Emily >> le rispose Kate con un sorriso ironico. << Non credo sia saggio inviare un plotone della UNIT a dare la caccia alla magia. Non trovi? >>
Emily arrossì. In effetti, non aveva tutti i torti.
Dopo aver suonato il campanello, la porta si aprì quasi subito. A riceverle fu un uomo di mezza età, dallo sguardo curioso ma gentile.

Rupert Giles aveva i capelli castani leggermente brizzolati, occhiali sottili che gli conferivano un'aria da professore universitario e indossava un maglione beige sopra una camicia. Il suo portamento tranquillo e la voce misurata ispiravano rispetto.
<< Ciao, sono l'Artista. Lei è Kate, della UNIT, e... sappiamo chi sei >> disse Emily, impacciata. Poi si corresse subito, più timidamente. << O meglio, io so chi sei. Viaggio nel tempo. Sono un'amica di Angel, il vampiro con l'anima... potresti aiutarci? Credo che, per il problema che stiamo affrontando, ci serva il consiglio del capo degli Osservatori >>.
Giles accennò un sorriso divertito e fece loro cenno di entrare. Emily e Kate lo seguirono immediatamente.

L'interno della casa era in perfetta armonia con l'esterno: un ambiente antico, affascinante e colmo di storia. Il salotto era dominato da un grande camino in pietra, al momento spento, vista la stagione e da un tavolo in legno massiccio ricoperto di libri. Gli scaffali erano pieni di volumi antichi, pergamene arrotolate e oggetti curiosi: barattoli contenenti ingredienti misteriosi, alcuni dei quali sembravano addirittura scrutarle. Emily avrebbe giurato di aver visto muoversi un paio di occhi in uno di quei vasi.
Tutto le ricordava il padre, quello rosso, che sicuramente avrebbe adorato quel luogo così ricco di tracce del passato. Da quanto Angel le aveva raccontato, Rupert Giles sarebbe andato d'accordo con Dodici.
<< Volete del tè? >> chiese l'uomo, indicando alcune sedie attorno a un tavolino. Le due annuirono e lui sparì in un'altra stanza.
<< Ti ho seguita fin qui, Emily, ma ora... mi vuoi dire chi è questo tizio? >> domandò Kate, con un tono che era un misto tra curiosità e cautela. Si fidava della ragazza, era difficile non farlo, Emily era così gentile, quasi tenera, ma Kate era anche il tipo di persona che pretendeva di sapere in quale guaio si stesse cacciando.
<< Lui è Rupert Giles, il capo del Concilio degli Osservatori >> iniziò a spiegare Emily. << Se c'è qualcosa di soprannaturale, lui è la persona giusta a cui chiedere. Questa casa è una delle sedi secondarie del Concilio, che lui sta ricostruendo dopo che una creatura chiamata il Primo Male ha letteralmente fatto esplodere quella principale. Adesso la sede ufficiale è in un castello in Scozia. Tipo Hogwarts... ma meno magica e senza Hagrid... voglio conoscere Hagrid... >>
<< Emily >> la richiamò Kate, scuotendola dai suoi pensieri.
<< Sì, scusa. Il punto è: se c'è qualcuno che può aiutarci col nostro caso, è lui >> concluse la rossa, imbarazzata. Tutto quel parlare di Osservatori e esseri magici le fece tornare in mente gli Uomini di Lettere dell'universo dei suoi amici Sam e Dean. Le mancavano, soprattutto in queste situazioni, dove sicuramente loro avrebbero risolto tutto a suon di spari e insulti.
Quando Giles tornò con un vassoio di tazzine di tè fumanti e alcuni biscotti, fu il momento di raccontargli il motivo della loro visita. Dopo aver ascoltato attentamente, l'uomo collegò quanto gli era stato detto a ciò che aveva visto al notiziario: la notizia della scomparsa improvvisa di molte persone non era certo passata inosservata e anche il suo Concilio si era subito attivato.
<< Avete fatto bene a venire da me, perché credo che dietro ci sia della magia. Il punto è capire quale >>.
<< Secondo me, dietro ci dev'essere qualcuno che odia il proprio padre o che ha qualche problema con lui... anche se mi sembra eccessivo far sparire tutti i papà del mondo. Mi sembra molto un atteggiamento da Veronica >>.
Allo sguardo confuso dei due, lei continuò:
<< Veronica era una ragazzina odiosa e viziata che frequentava il mio stesso anno all'Artistico. Faceva le bizze per letteralmente qualsiasi cosa, soprattutto per le più stupide >>.
Emily sbuffò, al ricordo dell'odiosa Veronica, che si sentiva la più bella di Firenze, se non del mondo intero e vantava una famiglia ricchissima. Una volta aveva addirittura osato sminuire suo padre, chiamandolo un topo da museo. Se solo avesse saputo...
In quel momento, Emily fu seriamente tentata di far atterrare il TARDIS nella camera di quella viziatella e farle prendere un bello spavento. Soprattutto perché viaggiava con Nove e quella donna sapeva come incutere timore.
Giles sembrò riflettere, poi il suo volto si illuminò:
<< Forse so chi può darci una mano >>.
A quel punto Kate sbuffò sonoramente: << C'è qualcuno che le cose le sa e basta, senza dover chiedere a qualcun altro? Sto cominciando a stancarmi di questa catena >>.
Gli altri due parvero un po' imbarazzati, ma anche divertiti. Giles fece loro cenno di seguirlo.
Scese con passo deciso una vecchia scala scricchiolante, le pareti intorno a loro sempre più umide e incrostate di muschio man mano che si addentravano nel sottosuolo.
Raggiunsero una cantina dal soffitto a volta, immersa in una luce tremolante. Al centro della stanza, un inquietante pentacolo tracciato con polvere d'argento risplendeva debolmente, circondato da calderoni fumanti, ciascuno alimentato da fiamme bluastre che sembravano bruciare senza legna né carbone.
Alle espressioni preoccupate delle due, Giles si voltò con un sorriso e disse:
<< Non preoccupatevi. Questo cerchio di evocazione serve per chiamare demoni alleati. Non tutti sono cattivi e alcuni potrebbero avere preziose informazioni >>.
Le due annuirono, seppur poco convinte, Emily in primis, che immaginava già Bobby Singer farle una ramanzina per essere scesa con tanta leggerezza in una cantina piena di simboli infernali.
<< Quindi stiamo per chiamare un demone buono? Magari Lorne? >> chiese la rossa, speranzosa di rivedere il gentile demone verde.
<< No, in realtà non è né un nemico né un amico. Lo vedrete >> disse, poi decise che forse doveva spiegarsi meglio e rassicurare un po' di più le sue due ospiti. << L'Artista potrebbe aver avuto una buona intuizione. Forse tutti i padri del mondo sono scomparsi per il capriccio di una bambina e conosco un solo tipo di demone in grado di esaudire questo genere di desideri: i Demoni della Vendetta. Sto per evocare il loro capo. Certo, non ne sono ancora del tutto sicuro, ma vale la pena tentare >>.
Detto ciò, recitò una formula e al centro del cerchio apparve un demone anziano dalla pelle grigia e con due corna sulla testa. Indossava un abito elegante, marrone e dall'aria antiquata.

<< Ammirate D'Hoffryn! Signore di Arashmaharr, colui che trasforma l'aria in sangue e fa piovere morte su... Signor Giles! A cosa devo la sua chiamata? >> chiese il demone, sospettoso, poiché non gradiva molto essere convocato da un Osservatore. I tre notarono che sembrava spaventato, agitato da qualcosa. Era evidente che non fossero loro la causa di tanta inquietudine.
Dopo avergli spiegato la situazione, il demone annuì:
<< Sì, i genitori maschili sono scomparsi perché una ragazzina ha espresso questo desiderio a uno dei miei demoni della vendetta. Il problema è che il demone si è anche portato dietro tre individui alquanto singolari, che... stanno devastando il mio regno >>.
<< Fammi indovinare: un ragazzo nerd ed energico, un uomo elegante e una donna da incubo? >> chiese Emily.
Il demone agitò una mano e apparve una sorta di schermo fumoso, attraverso il quale si potevano distinguere i tre Guardiani, legati a tre pali di legno all'interno di una cella logora e decisamente sporca. L'unica fonte di illuminazione era una piccola finestrella, da cui filtrava un po' di luce.
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Un demone dalle fattezze femminili, con la pelle deturpata da qualcosa di indefinito, li osservava come se fossero i suoi trofei. Eppure, sembrava infastidita: nessuno dei tre mostrava paura o riverenza nei suoi confronti. Sembravano solo... seccati.
<< Gentile nobildonna, potreste slegarci le mani? Come potrà constatare anche lei, questa posizione è alquanto scomoda >> disse Dodici con la sua voce elegante e affabile.
<< Così poi scappate? Non se ne parla! >> ringhiò il demone.
<< Orsù, dove potremmo mai andare? >> replicò lui con un sorriso gentile. Ovviamente stava usando la cortesia per guadagnare tempo e architettare un piano. Conosceva i Demoni della Vendetta e sapeva bene che non erano signore dal cuore tenero. << Se non vuole liberarci, può almeno spiegarci perché siamo stati rinchiusi qui? Non mi pare di avervi arrecato offesa, né a te né a un tuo protetto. A meno che il tuo protetto non sia un oggetto d'antiquariato >>.
Nel pronunciare quelle parole si sentì terribilmente solo. Aveva solo sua figlia e al momento, lei era arrabbiata con lui. Anche se sapeva che, in futuro, sarebbe stata felice... per quanto si possa esserlo viaggiando con la sua nona versione. No, non gli piaceva affatto che la piccola Emilia avesse conosciuto quella parte di sé, quella parte del suo passato.
<< Un papà ha osato non tornare in tempo per la cena dell'anniversario della mia protetta e del suo fidanzatino. Oltraggioso! E pensare che ha tirato fuori la scusa di un incidente stradale! >> sbraitò la demone, furiosa. << La piccolina, visto che oggi è la festa del papà, si è messa a piangere per questo affronto, avvenuto due giorni fa e, attraverso il suo dolore, mi ha evocata. Voleva che ogni padre del mondo scomparisse. Ha fatto bene! >>
<< Sì, ma che viziata! >> esclamò Tredici, incerto se ridere o indignarsi. Certi umani superavano ogni limite. << Io boh... e se un cane le abbaiava contro? Faceva sparire tutti i cani? E se a un certo punto non le piacevano più i vestiti rossi, che faceva? Aboliva il rosso e caput? Cioè... io boh >>.
La demone parve profondamente offesa e lo fissò con uno sguardo carico d'ira, mentre il biondo le sorrideva con nonchalance.
<< Mi perdoni, sempre se posso permettermi, non ha ancora risposto alla mia domanda. Perché siamo qui? Ha teletrasportato qui tutti i padri o c'è un'altra ragione? >> insistette Dodici.
<< Il desiderio non vi ha cancellati. Forse per via della vostra natura... strana e aliena. Ma poco importa: vi terrò come trofei! >> rispose la demone, quasi compiaciuta. << Però, ora che ci penso, non conosco nemmeno i vostri nomi >>.
<< Questa è una storia interessante >> cominciò Tredici, con uno sguardo divertito. << L'uomo accanto a me si chiama Raimondo Eustachio Maria, ed è un attore teatrale fallito. Fin da bambino custodiva il sogno di recitare nelle grandi opere classiche, sai, quelle che si fanno nei teatri vecchi, tipo l'Amleto. Ma, ahimè, siamo nel ventunesimo secolo e la gente preferisce andare al cinema a vedere Iron Man che vomita fango radioattivo contro King Kong. Roba più epica insomma. La sua passione era inversamente proporzionale al pubblico presente: i teatri erano sempre vuoti. Triste e sconfortato, si rinchiuse in un negozio d'antiquariato... anche se non vendeva nemmeno... >>
La creatura, confusa da quel racconto quasi delirante, si accorse troppo tardi che uno dei ceppi era vuoto. Un attimo dopo, un sonoro crack segnò la fine della sua esistenza. Nove, approfittando della distrazione creata dal suo futuro, si era liberata e silenziosa come una pantera, era alle sue spalle. Le spezzò il collo con precisione letale.
Dopo aver lanciato uno sguardo glaciale al suo futuro e recuperato le chiavi dal cadavere, aprì la porta della cella e uscì senza dire una parola.
<< Secondo te cosa significava quello sguardo? >> chiese Tredici mentre si liberava a sua volta. << Per me era un misto tra "vi odio" e "mi fate schifo". Tu che dici? >>
<< Dico che la nostra versione oscura è l'unica che ha fatto qualcosa, mentre tu hai solo parlato a vanvera per prenderti gioco di me >>.
<< Ho parlato a vanvera solo per farvi guadagnare tempo. Sapevo che la Tata sarebbe stata la prima a liberarsi. Sono il vostro futuro, so cosa pensate. >> Gli tese la mano per aiutarlo ad alzarsi. << Forza, nonno. Seguiamo la nostra versione emo prima che faccia una strage >>.
<< Nonno? Ti ricordo che tu sei il futuro, quindi sei tecnicamente più vecchio di me >> sbuffò Dodici, rialzandosi e spazzolandosi l'abito elegante. Ci teneva a quell'abito: era costoso, raffinato. L'ultima cosa che voleva era rovinarlo in una cella lurida.
Inseguire Nove non fu difficile. Bastava seguire la scia di cadaveri.
<< Giuro... la Tata sembra uscita da un film horror >> mormorò Tredici. Dodici annuì. Definire "oscuro" il suo passato era un eufemismo.
Dopo aver svoltato l'ennesimo angolo di quella che sembrava una fortezza medievale in rovina, corridoi di pietra, torce puzzolenti e un'aria stantia, si ritrovarono di fronte a un gruppo di demoni grigi e cornuti, armati di spade.
Dodici estrasse un fioretto dalla giacca di velluto, si mise in guardia e dichiarò: << En garde! >>
Con movimenti rapidi ed eleganti, parò ogni attacco con una grazia quasi innaturale. La sua lama danzava nell'aria, fendendo colpi e infliggendo ferite precise, letali. Ogni passo era calcolato, ogni respiro controllato. Colpì un avversario alla spalla, poi si voltò e affondò la lama nel fianco di un altro, facendolo cadere a terra senza un suono, ma per ognuno che abbatteva, altri due prendevano il suo posto. Erano troppi. I clangori delle armi si moltiplicavano, i nemici stringevano il cerchio. Schivò un fendente per un soffio, rotolò da un lato ed evitò una lancia, solo per essere costretto a indietreggiare sotto una nuova raffica di attacchi. Il fiato cominciava a farsi corto, le forze a calare. Se le cose fossero continuate così, non avrebbero resistito a lungo. Sarebbero stati sopraffatti. Era solo questione di tempo.
<< Fatti da parte damerino e ammira la mia tecnica finale! >> disse Tredici, ponendosi davanti a lui. Puntò il suo cacciavite sonico dalla punta vibrante e gialla. << Expecto-Rasengan! >>

Dalla punta scaturì uno shinobi trasparente, simile a un fantasma, che teneva nella mano una sfera blu roteante. Il ninja lanciò l'energia contro i nemici, spazzandoli via con un tornado. Poi partì in corsa con la schiena piegata e le braccia dritte ai lati: la famigerata Naruto-run*.* Urlando e travolgendo, scomparve in fondo al corridoio.
I due lo seguirono preoccupati, mentre il fantasma travolgeva ogni nemico. Purtroppo colse di sorpresa anche Nove, facendola schiantare contro dei barili pieni di una sostanza viscida e puzzolente. Si rialzò con la testa incrostata di schifo, i capelli unti e uno sguardo che prometteva soltanto una cosa: morte.
<< Chi di voi due ha creato quel coso? >> chiese, gelida. I due si indicarono a vicenda, facendola sospirare.
<< Okay >> disse Tredici alzando le mani,<< l'ho craftato io, ma era ancora work in progress. Manca la colonna sonora "Spin & Burst*"* e la funzione per richiamarlo >>.
<< E hai deciso comunque di usarlo... perché? >> chiese Nove, gelida.
<< Perché mi andava >> rispose, alzando le spalle con disinvoltura. << Senti, non devo dare spiegazioni al mio passato. Piuttosto, vediamo di uscire da qui. Ho delle cose da fare. In un universo sono uno youtuber famoso, mi hanno invitato al Lucca Comics >>.
I due sapevano che mentiva: poco prima, fuori dal negozio, aveva detto che era lì solo perché si annoiava, ma non gli importava. Anche loro volevano solo andarsene.
<< Aspetta... >> disse Dodici, fermandosi. << Che vuol dire craftare? >>
<< Vuol dire costruire >> ridacchiò il suo futuro. Nove li spinse avanti, spazientita. Si era decisamente stancata di quei due.
––––––•––––––

Sulla Terra, Emily non poté far altro che mettersi una mano in faccia per le buffonate di suo padre, di tutte e tre le sue versioni. Anche se, in fondo, era sinceramente divertita dall'attacco "nerd" di Tredici o dal vedere Nove ricoperta di schifezze.
Si rese conto che quella era la prima volta in cui osservava Dodici comportarsi davvero come il Guardiano. Aveva viaggiato con Tredici e Nove, li aveva visti affrontare terribili mostri e risolvere non poche minacce. Sapeva bene come agivano nel multiverso. Ma con suo padre, no. Con lui non aveva vissuto alcuna vera avventura, a parte quelle avute quando era piccolina... ma non se le ricordava bene, anche a causa del "lavaggio del cervello" che le aveva fatto lui. Per fortuna, riusciva ancora a ricordarsi dei Ponds e del Dottore. Almeno quello...
<< Ascolta >> disse Emily, avvicinandosi a D'Hoffryn, che la osservò con sguardo severo. << È chiaro che i tuoi uomini non riusciranno a tenere papà a lungo. Figuriamoci tre di lui. Quindi... potresti rimandarli qui? Per favore? >>
<< Non posso annullare un desiderio così facilmente >> protestò lui, ma la rossa gli indicò il filmato nella nebbia. Il demone sbuffò. << D'accordo... >>
Detto ciò, scomparve, sostituito dai tre Guardiani, che apparvero all'improvviso, guardandosi attorno confusi. Poi i loro occhi si posarono su Emily.
<< Emily! >> esclamò Tredici, correndole incontro. La sollevò in aria e la fece roteare. << Ci hai tirato fuori dai guai! >>
Quando la ragazza tornò coi piedi per terra, fu accarezzata sulla testa da Dodici, che le rivolse un sorriso fiero. Il Rosso decise, volontariamente e con decisamente molto sforzo, di non soffermarsi sul cerotto che sua figlia aveva sulla testa. Non voleva fare il papà iperprotettivo, non in quell'occasione in cui, forse, avrebbe potuto metterla in imbarazzo. Sua figlia era ormai cresciuta e li aveva appena aiutati, dimostrandogli che sapeva cavarsela da sola.
<< Ottimo lavoro, figlia mia >>.
Emily era sinceramente commossa e anche un po' imbarazzata, ma la cosa che più la sorprese fu che, quando guardò Nove, lei le fece un piccolo sorriso.
<< Awww! >> disse Emily, << ma allora anche tu hai un cuore! Beh... due, ma ci siamo capite. Ti abbraccerei, ma... >> Indicò la sostanza viscida che ricopriva la donna.
<< Io ho una doccia, se può aiutare... >> disse Giles. La corvina annuì e salì su per le scale.
In quel preciso istante, il telefono di Kate squillò. Dopo aver sorriso, comunicò al gruppo che tutti i padri erano tornati. Poi salì anche lei, intenta com'era a gestire le numerose chiamate che stava ricevendo.
<< Sono Rupert Giles... >> disse infine l'Osservatore, approfittando del fatto che fossero rimasti soli. Da buon padrone di casa, decise di presentarsi.
<< Osservatore, figura paterna di Buffy Summers, eccetera eccetera...>> concluse Tredici per lui. << So chi sei. Piacere di conoscerti, ancora una volta >>.
<< Anche io so chi sei, ovviamente >> disse Dodici. << Riconosco quell'oggetto d'antiquariato là, poco vicino all'ingresso di questa tua adorabile e... esoterica cantina. L'hai comprato dal mio negozio, il Time & Space, vero? >>
<< Lei è il signor Robert Della Rovere? >> chiese Giles, con un'espressione sorpresa. << Che piacere conoscervi di persona! Adoro i vostri prodotti. Venga su, ho appena preparato il tè... anche se ormai sarà un po' freddo >>.
<< Certo che Robert è proprio un nome da umano.exe... che fantasia, Dio mio >> borbottò Tredici tra sé, ma a voce alta. Emily ridacchiò, mentre seguiva i due uomini eleganti al piano di sopra.
La merenda fu rilassante e trascorse tra chiacchiere leggere. Dodici si prese del tempo per ammirare la collezione di Giles, complimentandosi con lui per l'ottima selezione e il raffinato gusto in fatto di cimeli antichi. Emily invece fece merenda con Tredici, cercando di recuperare il tempo perduto. Era curiosa di sapere cosa avesse fatto dopo che lei se n'era andata.
<< Sai, le solite cose: mondi da salvare, popoli da visitare, video da montare. Sono stato su questo pianeta dove l'acqua è solida e la terra è liquida... un posto assurdo. Potrei portartici un giorno >> le disse e lei annuì.
<< Lo sai? Questa avventura è stata piuttosto tranquilla >> commentò Emily. Sì, aveva avuto un incidente ed era finita in una crisi magica globale, ma tutto sommato la situazione si era risolta facilmente, senza esplosioni planetarie o battaglie all'ultimo sangue, almeno per questa volta.
<< Beh... non tutte le avventure devono essere apocalittiche. E poi, chissà, magari le avventure dell'Artista saranno più chill >> scherzò il biondo, sorridendo.
<< Lo spero davvero. Tutta questa adrenalina è molto più adatta a te che a me. Io voglio solo viaggiare e dipingere >> disse lei. << Anche se... finché viaggerò con te... >>
<< Prima o poi viaggerai da sola >> disse il Guardiano. Conosceva bene il futuro di sua figlia e anche le sue versioni future. Tutte fantastiche.

In quel momento entrò un ragazzo dall'aspetto mingherlino, con il volto affilato e i tratti vagamente roditori: occhi piccoli e vivaci, naso leggermente sporgente e un'aria costantemente indecisa tra l'entusiasta e l'inquietante. Appena vide Emily, le rivolse uno sguardo lascivo. Lei rabbrividì, istintivamente infastidita.
<< Signor Giles, che cosa sono quei due strani cilindri argentati davanti a casa? >> chiese.
<< Era ora! >> esclamò Tredici, alzandosi dalla poltrona e correndo verso la finestra. << Bentornata, mia cara Nave! >>
<< Dove era finita? >> chiese Emily.
<< Bah, forse sapeva che dovevamo vivere questa avventura e ha deciso di togliersi di mezzo. I TARDIS sono strani >> spiegò il biondo e lei annuì.
Poco dopo, il Guardiano più anziano uscì in giardino, seguito dagli altri. Nove arrivò appena dopo, asciugandosi i capelli con un asciugamano bianco. Ovviamente ignorò lo sguardo di Andrew, che sembrava spogliarla con gli occhi.
<< Come ha fatto a pulire anche i vestiti? >> chiese Emily, notando che la giacca di pelle di Nove era ancora più lucida di prima.
<< Scienza pazzurda >> rispose Tredici con un sorriso, prima di abbracciarla. << Adesso è il momento di andare. Ci vediamo, Emily! >> Detto ciò, si incamminò verso il cilindro più vicino.
<< Il suo nome è Emilia >> lo corresse Dodici. << È un nome bellissimo, richiama la cortesia. Perché cambiarlo? >>
<< Boh, chiedilo a lei >> rispose Tredici alzando le spalle. << A me piace, è più moderno e simpatico >>.
<< Quello è il mio >> disse Nove, indicando il TARDIS a cui il biondo si stava avvicinando. << Il tuo è quello poco più in là >>.
<< Ma che dici? >> replicò lui, entrando. Pochi secondi dopo ne uscì: << È vero. Troppo buio lì dentro per essere il mio bellissimo e luminoso TARDIS >>.
Nove sbuffò. Poi, dopo aver salutato con un cenno, Tredici scomparve con la sua nave, osservato da Emily. Lei sapeva bene che quella versione di suo padre non era il tipo da addii e soprattutto non era uno che si voltava indietro. Guardava sempre avanti, al futuro. Perciò non era strano vederlo partire così in fretta. Eppure, la rossa si sentiva triste: sperava davvero di rivederlo, un giorno.
<< Grazie agli Dei, se n'è andato >> disse bonariamente Dodici, facendo ridacchiare la figlia.
<< Aspetta! >> esclamò Andrew. << Quello è un TARDIS? Ho sentito parlare di un certo Dottore che ne ha uno. Sul web dicono che cambia aspetto e forse anche sesso... e mi pare di capire che vi fossero tre di te, ora due. Sei il Dottore? >>
<< No, sono il Guardiano >> gli rispose Dodici, che trovava il ragazzo decisamente antipatico.
Andrew si avvicinò a Nove. << È vero che cambi sesso? Ma non ti senti un po'... inadeguata, da donna? Cioè, conosco donne fantastiche, lavoro con le Cacciatrici, ma se potessi, sceglierei di essere uomo. Tutto qui >>.
Nove gli sorrise e si avvicinò con fare seducente o almeno, così sembrava agli occhi del ragazzo. Gli altri, invece, sapevano bene che il ragazzo era fottuto.
<< Lascia che ti mostri il vantaggio di avere una forma femminile >> gli sussurrò. Poi lo afferrò per la maglietta e gli assestò una ginocchiata violenta nelle parti basse. Andrew urlò di dolore e crollò a terra, frignando.
Nove, avendone abbastanza, si rivolse a Emily: << Ti aspetto nel TARDIS >>. Detto ciò, entrò senza degnare nessuno di uno sguardo.
Emily vide Giles portarsi istintivamente le mani all'inguine, come per proteggersi e si rese conto che stava per farlo anche lei. Quel colpo era stato così potente che temeva per le sue parti intime... pur essendo donna. Persino Kate sembrava preoccupata.
Dodici, dopo aver chiesto a Kate se poteva darle un passaggio verso casa, si avvicinò a sua figlia e le porse un bellissimo libro dalla coperta rossa, rifinita in oro.<< Tieni. Penso che questo regalo ti sarà più utile rispetto al tuo passato. Volevo donartelo come inizio della tua nuova vita in Inghilterra, per aiutarti a ricordare ciò che ti mancava, ma ora che sarai più lontana che mai, ricordare le tue origini potrebbe servirti ancora di più. Cerca solo... di non fossilizzarti sul passato. Non fare come me e guarda avanti >>.
Emily aprì il libro: era un album fotografico, pieno zeppo di immagini della sua infanzia insieme ai genitori. C'erano anche foto solo dei suoi genitori. Una in particolare la colpì profondamente: lei abbracciata a sua madre, sembrava quasi un dipinto.

<< Un piccolo regalo da Leonardo da Vinci >> le disse suo padre con un sorriso. Emily lo abbracciò più forte che mai.
<< Mi mancherai, Babbo >> sussurrò, trattenendo le lacrime mentre si dirigeva verso il TARDIS. Sapeva che, se fosse rimasta un secondo di più, non sarebbe più riuscita a partire.
Una volta entrata nel cupo interno della nave di Nove, la salutò con un cenno e si avviò verso la sua stanza. Ora... si sentiva più felice. Le aveva fatto bene rivedere suo padre, entrambe le versioni che conosceva. La prospettiva di viaggiare di nuovo con Nove non le sembrava più così terribile.
Posò l'album sul comodino, intenzionata a sfogliarlo ancora in futuro. Ma per ora, guardava avanti. Con il cuore colmo di emozioni e lo sguardo rivolto verso nuove e fantastiche mete, si avviò ancora una volta verso nuove e straordinarie realtà.