Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo XII

Copertina di Le molte vite dell'Artista
Copertina con AI

Le molte vite dell'Artista

di @sayman

Crossover, Doctor Who (fandom generico) · Classificazione: Generale · In corso

99.518 parole · 13 capitoli · 2 letture · aggiornata il 1 ottobre · nessuna recensione ›

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Artista

Capitoli

13 capitoli, dal 6 maggio al 1º ottobre

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Riassunto

Riassunto

Questa raccolta presenta brevi avventure incentrate sul misterioso viaggiatore omniversale noto come l'Artista.

Capitolo 12

Il Metronomo del Male

12.974 parole, circa 65 minuti

Copertina del capitolo 12

Erano secoli, se non di più, che J non tornava nella sua patria, Italia, più precisamente in Toscana, ma visto che viaggiava ormai da qualche tempo con la figlia, voleva mostrarle le sue origini.

Aveva scelto di atterrare in Piazza Matteotti, il cuore del piccolo paesino toscano di Greve in Chianti: aveva una forma triangolare ed era circondata da antichi portici in pietra. Qui si trovava una statua dedicata a Giovanni da Verrazzano, il famoso esploratore nato proprio in queste terre. La piazza ospitava negozi storici e botteghe dove assaggiare il vino locale e i salumi.

Il suo TARDIS prese la forma di un camioncino con su scritto "Salumi Veri".

<< Greve in chianti! >> urlò J-Time a sua figlia, che guardava curiosa il posto. Abituata alle grandi metropoli, quel paesino era fin troppo piccolo, anche se doveva ammettere che apprezzava l'odore dei prodotti locali che, trasportati dalla leggera brezza estiva, le donavano un senso di pace oltre a un'acquolina mostruosa. << Non pensavo che eri cresciuto in un posto più... >> si guardò attorno. << Più >>.

Per Alex era difficile immaginarsi sua madre crescere in un posto del genere. Era solo troppo... no, mediocre non era la parola giusta, ma molto poco artistico, ecco, o quantomeno alieno. Ok, lei era la prima che adorava la quotidianità, ma lei non era sua madre. 

<< Yo, i miei genitori avevano scelto questo luogo proprio perché pacifico. Oltre al fatto che erano entrambi fan della Toscana e del vino >> spiegò lui. 

<< Giusto, avevi accennato al fatto che la nonna fosse italiana >> si ricordò la castana. 

<< Sì, mia madre si chiamava Vanessa della Rovere ed aveva vissuto gran parte della vita sotto la protezione della famiglia Medici a Firenze, ma è nata nel Ducato di Urbino >> spiegò. 

<< Aspetta... la nonna era rinascimentale? >> chiese e lui annuì con un sorriso. 

<< Non parli mai di lei, non hai mai parlato nemmeno molto di tuo padre a dire il vero... >> 

<< Non vi ho mai parlato di papà perché farlo avrebbe significato parlarvi dell'Omniverso e anche io, come i miei genitori, volevo darvi una vita il più normale possibile >> le rispose.

 << Normale? >> Alex alzò il sopracciglio. 

<< Normale nei canoni di Paradox, ovviamente >> ridacchiò lui scuotendo la testa. 

<< La mamma non ha mai detto chi era davvero a papà, vero? >> chiese Alex, chiedendosi il perché. Ok per lei e il suo fratellino, aveva perfettamente senso, ma a suo padre? Aveva forse paura che non l'avesse accettata? 

<< Sinceramente? >> la guardò. << Credo che lei ti risponderà a un certo punto, quindi non ti farò spoiler >>.

 << J, ascolta... >> Alex lo guardò. << Non è che ti fa stare male il fatto che non ti chiamo mamma o papà, no? Per me la mamma è ancora viva nel mio presente e quindi boh... È che ti vedo come un simpatico fratello >>. 

<< No, affatto >> le sorrise. << Yo, so come ti senti, anche mio padre a un certo punto cambiò davanti ai miei occhi e non la presi affatto bene. So che questo ai tuoi occhi è strano. Inoltre sì, come hai giustamente detto, hai ancora Paradox >> ridacchiò. << La rigenerazione è strana, anche per me, anzi soprattutto per me! Quando diventai me, fu davvero strano essere un maschio! Ok, era giusto, ero io, era come se fossi nato così, ma allo stesso tempo... avevo i ricordi di otto donne nel cervello e sapevo che quelle donne ero io >> rivelò, facendola ridacchiare. << Nella mia testa sono sempre stato umano, uno strano umano immortale, ma comunque umano. È così che sono cresciuto, quindi sì, so che è strano, hai ragione, lo è anche per me e sai che ti dico? >> 

<< Follow The Flow? >> chiese lei roteando gli occhi, visto che J usava sempre il suo tormentone per qualsiasi cosa. Anche se sì, nel suo caso seguire il flusso era la scelta più azzeccata. All'inizio aveva pensato che J fosse tipo come un trans, ma in realtà erano cose totalmente diverse e la rigenerazione era un processo casuale e non una scelta, almeno da come lo aveva capito lei. Era solo contenta di non esserne in grado, perché come uomo anche no, ma anche come donna... ma diversa. 

<< Esatto! >> urlò J. << Dai, ora andiamo nella mia vecchia scuola elementare >>.

Detto ciò, si incamminò verso la destinazione con la sua solita andatura shalla, come se fosse il più cool della strada. J si comportava come un perfetto fotomodello, ma senza farlo apposta, visto che era il suo carattere. Roteando gli occhi bonariamente, sua figlia lo seguì.

––––––•––––––

La scuola elementare Domenico Giuliotti si ergeva con la sua facciata giallo chiaro, ampia e solida, illuminata dal sole del pomeriggio. Le finestre alte, incorniciate da archi decorativi, davano all'edificio un'aria antica e quasi signorile, mentre la ringhiera in ferro battuto del piano superiore aggiungeva un tocco di eleganza d'altri tempi. La rampa pavimentata che saliva verso l'ingresso era affiancata da un muretto di pietra, e a sinistra alcuni alberi sempreverdi gettavano ombra sul marciapiede e sul tratto di prato che ammorbidiva l'insieme.

I due arrivarono davanti alla scuola e si fermarono a osservarla. Alex la trovò davvero immensa e anche... vecchia. Perché in Italia tutto sembrava più antiquato?Chang, purtroppo, non viaggiava più con loro, visto che era tornato al suo lavoro — cosa che avrebbe voluto fare anche lei — e le aveva spiegato che quella sensazione veniva dal fatto che era un paese ricco di storia, e che la si poteva trovare anche in Cina, la sua patria.Per Alex era stato un modo gentile per dire che gli Stati Uniti d'America avevano una storia molto più breve degli altri paesi.

Dopo qualche istante, si incamminarono lungo la rampa. Il pavimento leggermente inclinato conduceva all'ingresso principale, dove la porta, alta e massiccia, mostrava segni di usura che non toglievano nulla al suo fascino. 

Dentro, l'aria profumava di legno vecchio e corridoi lucidati mille volte. Le pareti, dipinte di un giallo tenue, erano illuminate da grandi finestre che lasciavano entrare una luce calda e morbida. Il pavimento chiaro rifletteva tutto con un bagliore quasi nostalgico. Le porte delle aule, alte e con vetri opachi, lasciavano intravedere solo sagome e ombre, come ricordi che non volevano svanire del tutto.

Procedettero lungo il corridoio principale, dove il silenzio era rotto solo dal rumore dei loro passi.  A metà del corridoio, sulla parete di destra, apparve una grande bacheca in legno scuro. Era piena di fotografie: alcune scolorite dal tempo, altre più recenti, tutte disposte con cura. C'erano immagini di recite, feste di fine anno, squadre sportive, maestri sorridenti, bambini con grembiuli colorati. Ogni foto sembrava raccontare un frammento di vita, un momento congelato che l'edificio conservava come un archivio silenzioso.

Una foto attirò subito la loro attenzione: una foto impossibile che ritraeva J, Paradox e una bambina di forse sei anni, dai capelli rossi, con un vestitino invernale blu. 

<< Cosa?! >> chiese Alex stupita, vedendo lì tre versioni della madre

<< Cosa?! >> chiese Alex stupita, vedendo lì tre versioni della madre. 

<< Yo, le cose si fanno interessanti! >> sorrise il rapper divertito. 

<< Qui c'è scritto che l'anno è il febbraio del 1993 >> mormorò Alex, leggendo la data sotto la foto.

<< Ehy, chi siete voi?! >> urlò da lontano una bidella un po' vecchiotta che stava avanzando verso di loro. Sentendo le urla e i chiacchiericci dei bambini dalle aule, si resero conto di essersi infilati dentro durante l'ora di lezione senza nemmeno suonare il campanello. Dopo averla salutata con un'alzata di mano ed aver preso la foto dalla bacheca, uscirono all'aperto.

Il furgone — che in realtà era il loro TARDIS — si fermò davanti a loro. << Comodo eh? >> ridacchiò J, facendola sbuffare.

––––––•––––––

Appena rientrati nel TARDIS, J pigiò la sua collana e Alex si ritrovò a sbuffare e a roteare gli occhi divertita.

<< Ci risiamo... >> 

Sono in ritardo alla porta, ma sono ancora nella lotta

Tasche piene di dubbi, ma stanotte ho fame

Leggo ogni segnale sul retro del treno

Eppure la svolta sbagliata ride quando chiamo per nome

Tengo un occhio sull'orologio e uno su di te

Cerco di cogliere la crepa dove il tempo si apre

Stivali sul pavimento e il cuore in gioco

Mi serve solo il secondo che mi calza a pennello

Alex ormai aveva viaggiato abbastanza tempo con J da sapere che lui risolveva quasi qualaisasi cosa con la sua musica che sia stata un'invasione aliena o preprarsi il caffè. 

Fammi girare, non lasciarmi svanire

Un piccolo gesto può cambiare la giornata

Se lo manco una volta, ci riprovo

Ho bisogno del momento che mi lasci entrare

Ehi TARDIS, mostrami la via Mostrami la via,

mostrami la via Trova il momento giusto, subito

Ehi TARDIS, mostrami la via

Ehi TARDIS, mostrami la via

Non voglio perdere la mia giornata

Trova il momento giusto, subito

Ehi TARDIS, mostrami la via

Quindi, se aveva ben compreso, J voleva trovare il punto giusto della linea temporale per andare a cercare Paradox. Quando... non poteva semplicemente chiamarla lei? Era sua madre, alla fine. Ma no, J doveva sempre fare i ragionamenti mentali più strani, anche se in effetti la Paradox della foto poteva provenire da un punto diverso della linea temporale che lei non conosceva. Che casino...

Ogni quasi‑errore ha lasciato un segno sulla mia pelle

Ogni passo sbagliato mi ha insegnato dove comincio

Ho visto la buona sorte scivolare da una mano che trema

Come acqua tra le crepe nella sabbia della città

Così mi muovo col battito, mi muovo col suono

Non mi serve per sempre, mi serve adesso

Una rottura netta e sono al mio posto

Un respiro affilato e sono faccia a faccia

Fammi girare, non lasciarmi svanire

Un piccolo gesto può cambiare la giornata

Se lo manco una volta, ci riprovo

Ho bisogno del momento che mi lasci entrare

Ehi TARDIS, mostrami la via Mostrami la via,

mostrami la via Trova il momento giusto, subito

Ehi TARDIS, mostrami la via

Ehi TARDIS, mostrami la via

Non voglio perdere la mia giornata

Trova il momento giusto, subito

Ehi TARDIS, mostrami la via

Mentre J cantava e smanettava sulla console, che essendo una sorta di strano mixer da DJ aggiungeva musica alla sinfonia — cosa tanto spettacolare quanto stranissima — lei si ritrovò a muoversi a ritmo, anche se aveva le braccia incrociate. Alla fine della fiera, la ragazza adorava sentirlo cantare: era molto bravo ed era il genere di musica che le piaceva. Non la sua preferita, ovviamente, ma almeno non erano gli urli assatanati che faceva la madre.

Se la stanza si ferma, so cosa fare

Tengo i nervi saldi quando tutto si trascina

Ogni secondo perduto può tornare vivo

Quando entro in sincronia, atterro dove prospero

Mentre J cantava, Alex si ritrovò a osservare la sala console e, ancora una volta, ad apprezzarla. Forse era troppo blu, o forse c'erano troppi dischi musicali appesi al muro, ma la pulizia e l'ordine che emanava le piacevano. Inoltre lo studio di registrazione dietro il vetro, nella parete alla sua sinistra, era quel tocco di classe in più che faceva comprendere bene il lavoro del rapper agli altri e non aveva nulla a che vedere con le chitarre lasciate per terra nello studio della madre.

In effetti apprezzava quella sala anche perché non sembrava appartenere a un'ubriacona svitata come Paradox, che nella sua sala console aveva persino un mini bar... che boh.

Ehi TARDIS, mostrami la via Mostrami la via, mostrami la via

Trova il momento giusto, subito

Ehi TARDIS, mostrami la via

Ehi TARDIS, mostrami la via

Non voglio perdere la mia giornata

Trova il momento giusto, subito

Ehi TARDIS, mostrami la via

<< Mbè? Hai finito? >> ridacchiò lei, e il rapper annuì prima di correre verso l'esterno, seguito dalla figlia che roteava gli occhi.

––––––•––––––

Una volta usciti, si ritrovarono immersi in una folla aliena incredibilmente variegata: dagli umanoidi agli insettoidi e... Alex davvero non sapeva che cosa fossero gli altri. Aveva adocchiato due Zygon, razza che aveva conosciuto durante l'ultimo viaggio, dei Raxacoricofallapatoriani — o come si diceva — e qualche altra specie che l'aiutò a capire che quello era l'universo d'origine di suo nonno, o almeno un parallelo.

Guardandosi attorno, cosa non facile vista la quantità di esseri, soprattutto quelli più alti dell'umano medio che le impedivano la visuale, notò di trovarsi all'interno di quello che sembrava un grande stadio. Poco più in alto, alcune postazioni illuminate da deboli led azzurri avevano la forma di conchiglie; visto che vi vedeva delle persone sedute, molto probabilmente si trattava dei posti vip.

In alto, sopra al palco dove molto probabilmente si sarebbe presto esibita la madre — visto che erano lì per lei — fluttuava un globo olografico con la scritta "Interstellar Contest" in rosa che gli orbitava attorno.

In alto, sopra al palco dove molto probabilmente si sarebbe presto esibita la madre — visto che erano lì per lei — fluttuava un globo olografico con la scritta "Interstellar Contest" in rosa che gli orbitava attorno

In quel momento il palco si illuminò, facendo entrare due persone.

 In quel momento il palco si illuminò, facendo entrare due persone

La prima sorprese non poco la ragazza: si trattava di Rylan Clark. Possibile? Lo conosceva solo per fama, non è che lo seguisse più di tanto, ma... che ci faceva lì? Era un alieno? O un tizio immortale?

Accanto a lui vi era una donna gatto, con un vestito bianco che la faceva sembrare una suora.

<< Benvenuti nella 804° versione di questo concorso canoro! >> urlò il presentatore, facendo gioire la folla. 

<< Dopo l'increscioso incidente dell'anno scorso, siamo tornati più forti che mai! >> disse la donna gatto, portando Alex a chiedersi che cosa fosse successo l'anno prima. 

<< Anche quest'anno abbiamo un sacco di talenti provenienti da tutto l'universo che canteranno solo per voi! >> urlò l'altro. << Ma prima... una band molto speciale ci farà l'onore di aprire questo contest stellare! >> 

<< Ecco a voi i Paradox!! >> urlarono i due insieme, e subito una musica rock iniziò a suonare mentre l'acclamata band comparve quasi dal nulla.

Le ombre strisciano sul pavimento

Spalanco la porta chiusa a chiave

Urlo al cielo vuoto Guardo il vecchio mondo morire

Era proprio lei, Paradox, sua madre, con la voce che Alex conosceva da quando era piccola, che cantava con un sorriso divertito e beffardo mentre suonava la chitarra con foga. Accanto a lei c'era... lo zio Gabriele? Sì, era proprio lui: con i suoi soliti capelli castani, il sorriso divertito e allegro e la giacca di pelle nera con sotto la camicia bianca. Non si cambiava mai?

Riesci a sentire il silenzio spezzarsi?

Quanto ancora puoi sopportare?

Alla batteria, che suonava come un pazzo, vi era forse il personaggio più strano che Alex avesse mai visto: un cartone animato vivente in stile secolo scorso, con la testa a forma di bomba con tanto di miccia e due guantoni alla Topolino. Accanto a lui c'era un cinghiale umanoide dall'aspetto tutto sommato tenero e dietro la pianola... un robot per bambini? Sua madre dove lo aveva recuperato, dalla Chicco? Sul serio: quel colore blu acceso, il farfallino al collo e gli occhiali di plastica gialla lo facevano sembrare adatto ovunque, tranne che in mezzo a quei rockettari rozzi e pazzi.

Sono la tempesta che lacera la notte

Brucio forte, pura rabbia

Nessuno mi dice dove andare

Mi muovo veloce e colpisco in basso

Con un leggero colpo scherzoso alla spalla, J le sorrise, per poi precipitarsi verso il TARDIS, che aveva preso l'aspetto di uno strano armadietto e scomparve immediatamente. Subito dopo la musica cambiò e il ritmo divenne un po' più rap.

Sbuffando, la castana roteò gli occhi, comprendendo perfettamente ciò che stava per succedere.

J apparve fiero sul palco, mandando in delirio la folla che urlava il suo nome, sorpresa ed eccitata.

Yo, il futuro è qui!

Liberate la strada, rendetela chiara

Porto il codice e la velocità

Pianto un nuovo seme digitale

Tu urli forte ma io penso veloce

La tua era è finita, è passata

Paradox lo guardò confusa, per poi tirare fuori un po' la lingua con un'espressione sia divertita che di sfida.

Flussi di dati nelle mie vene

Spezzando tutte le tue catene arrugginite

Non ho bisogno di urlare per vincere

Lascia che l'algoritmo inizi

Fatti da parte, levati di mezzo

Oggi è un giorno completamente nuovo

Lei urlò: <<Scendi dal mio palco!>>

Lui repppò: <<Gira la pagina!>>

Lei gridò: <<Io governo questa terra!>>

Lui disse: <<Prendi la mia mano!>>

Dopo quello scambio di battute, la rocker si lasciò andare a un assolo che, per Alex, era inutilmente lungo, anche se il polpo umanoide che si scuoteva a ritmo accanto a lei non la pensava allo stesso modo. 

Ci scontriamo come tuono e pioggia

Mandando entrambi fuori di testa

Cuore di metallo incontra mente digitale

Lasciando indietro i più deboli

Ma poi... in che senso mente digitale? Non è che fossero robot, quei due. Sbuffando, la castana — visto che non avrebbe mai compreso davvero i cantanti — si fece largo a spintoni tra la folla, che le lanciò diversi insulti in lingue strane che, per la sua sanità mentale, il TARDIS non aveva tradotto, mentre cercava di raggiungere il palco.

Chi vince questa lotta?

Solo il tempo lo dirà stanotte

Quanto meno Paradox aveva preso quella sfida con fare sportivo...imprecando Alex si issò sul palco beccandosi delle occhiate stranite da tutti, in primis da sua madre che la guardò sia divertita che confusa. 

<< Chi cazzo dovresti essere? >> 

<< Tua figlia >> la liquidò lei, per poi prendere J per la giacca e portarlo fuori nel retropalco.

<< Che cazzo? >> chiese Paradox confusa, beccandosi un cenno da Gabriele. 

Quando la band li raggiunse, sentirono la ragazza sbraitare contro il rapper, che aveva alzato le mani, sia spaventato che divertito. 

<< Ma ti sembra normale una cosa simile?! >> sbottò. << Cioè... non potevi aspettare che avesse finito e poi dirle che sei il suo futuro? >> 

<< Cazzo no! >> intervenne Paradox con uno sguardo beffardo. << Noi siamo l'Artista ed è così che ci dobbiamo salutare, sfoggiando la nostra arte!! >> fece il simbolo del Rock. 

<< Tu stai zitta, che sei una mezza pazza e quindi è ovvio che dici così >> sbuffò lei, per poi guardare J, che sapeva essere una persona molto più normale. 

<< Oh, ma come cazzo ti permetti, mocciosetta?! >> sbraitò la rocker, beccandosi un'occhiata di fuoco dalla futura figlia. 

<< Quella ragazza fa paura... >> disse il cinghiale umanoide. 

<< QUELLA RAGAZZA HA LE PALLE, AHAHA! >> urlò il cartone animato. 

<< Io vedo la stessa isteria della nostra leader... si vede che è sua figlia >> disse il robot, beccandosi un'occhiataccia da entrambe le donne, visto che per loro era un'offesa gravissima essere paragonate all'altra, in primis per Alex. 

<< J, che ci fai qui? >> gli chiese Gabriele. 

<< Yo, è una lunga storia... >> gli sorrise lui. 

<< Della quale parlerete nel backstage >> disse una voce severa: apparteneva a una donna nana, bionda, dallo sguardo autorevole accentuato dalla sua mezza età, mentre indicava loro la porta.

––––––•––––––

Usciti dalla porta, si ritrovarono in un corridoio circolare, color prevalentemente panna, con qualche decoro colorato nel soffitto, simile a stelle fluttuanti, che J aveva già visto diverse volte, sia con quegli occhi che con quelli del suo passato, che in quel momento stava camminando poco dietro il piccolo gruppetto formato da sua figlia e dalla direttrice del posto, con il loro solito fare beffardo.

Usciti dalla porta, si ritrovarono in un corridoio circolare, color prevalentemente panna, con qualche decoro colorato nel soffitto, simile a stelle fluttuanti, che J aveva già visto diverse volte, sia con quegli occhi che con quelli del suo passa...

Cavolo, nonostante fosse una pazza, gli mancava essere Paradox. Era così fuori dalle righe e piena di musica, così tanto piena che non le era bastata una rigenerazione per esprimere quella determinata arte. Mai prima di allora due vite avevano seguito la stessa identica passione.

Certo... vi erano delle cose della rocker che, con il senno di poi, erano oltremodo esagerate e ridicole e a J piaceva come era ora: molto più allegro, solare e chill. 

<< ...quindi se volevi partecipare ok, ma potevi avvertire >> disse una voce accanto a lui. << Ma mi stai ascoltando? >> 

<< È nel mondo dei sogni >> sbuffò Alex, riportandolo alla realtà e costringendolo ad abbassare la testa con un sorriso di scuse verso la direttrice del posto.

Al rapper piaceva Nina Maxwell: la trovava seria nel suo lavoro, ma gestiva sempre tutto bene, eccetto l'anno prima con tutta la faccenda del terrorismo da parte degli Hellion, che comunque compativa, data la tremenda sorte inflitta al loro mondo. Aveva avuto bisogno dell'aiuto di suo zio, il Dottore, per sistemare la situazione altrimenti tragica, però nessuno era infallibile. 

<< Scusa, ma non era mia intenzione partecipare >> le disse J

<< Scusa, ma non era mia intenzione partecipare >> le disse J. << Diciamo solo che mi trovavo in zona e non ho potuto resistere dal dire la mia >>. 

<< Il vostro duello farà parlare, il che in realtà è ottimo per la pubblicità >> ammise la bionda e J annuì. In effetti, ad occhi esterni, quel duello doveva sembrare più un dissing verso i Paradox che una lotta tra due versioni dello stesso Signore del Tempo, ma eh... anche quello faceva parte del gioco.

Nina si fermò davanti a una porta scorrevole, sempre nello stesso stile futuristico delle altre, con su scritto... Pandox? 

<< Chi sono i Pandox? >> chiese confusa Alex, mentre la porta si apriva e compariva un gruppo di panda grossi dallo sguardo serio e minaccioso, ma tenero.

<< Chi sono i Pandox? >> chiese confusa Alex, mentre la porta si apriva e compariva un gruppo di panda grossi dallo sguardo serio e minaccioso, ma tenero

Il leader del gruppo indossava una giacca di pelle rossa, mentre il resto del corpo peloso era nudo. Gli altri membri avevano giacche di pelle, ognuno di un colore diverso.

<< Cucciolo! Cazzo, da quanto tempo! >> Paradox e il panda si abbracciarono con tanto di pacche sulla spalla. << Quindi quest'anno sarete voi a rappresentare il vostro mondo? >> 

<< Esatto! >> rispose con una voce fin troppo tenera per la sua stazza. << È un vero onore rappresentare Patatongo >>. 

<< Patatongo? >> chiese la castana a J, confusa da quel nome. << Inoltre in che senso rappresentare? >> 

<< Certo, è il nome del loro mondo. Cucciolo è un Patatonghiano >> le sorrise divertito lui; molto probabilmente la figlia si aspettava un nome più pandesco, tipo Panda World o Oasi di Bambù. << Inoltre questo contest funziona in modo estremamente simile all'Eurovision terrestre >>. 

<< Ovvero...? >> chiese confusa la ragazza e J sbuffò.

Per quanto si fosse espanso già da un po' oltre i confini europei, si era dimenticato che in effetti gli Stati Uniti non vi avevano mai partecipato, almeno non nella realtà di Alex. Forse American Song Contest, durato un solo anno, poteva essere considerato simile, ma Alex... Alex aveva ben altri interessi, quindi comunque non avrebbe capito il paragone. << I vari pianeti dell'universo scelgono il loro rappresentante canoro — può essere anche una band — e rivaleggiano tra loro per vincere. Il concetto è questo >>.

Alex annuì, abbastanza disinteressata, facendolo scuotere la testa e ridacchiare. 

<< Comunque voi siete un po' più giù, errore mio >> si scusò Nina e dopo aver salutato i Pandox, con tanto di schiaffone scherzoso nel culo da parte di Paradox al leader della band — che fece gemere Alex — arrivarono finalmente davanti al camerino, che si aprì automaticamente accogliendoli all'interno.

––––––•––––––

Il camerino era abbastanza semplice: una stanza rettangolare, illuminata da luci bianche morbide che correvano lungo i bordi del soffitto. Alle pareti vi erano pannelli lisci color panna, interrotti solo da qualche fascia metallica lucida. Un divanetto grigio occupava il lato sinistro, con davanti un tavolino basso pieno di bottigliette d'acqua e qualche snack alieno dall'aspetto discutibile.

Sulla destra, un grande specchio con cornice luminosa rifletteva l'intero ambiente e sotto di esso un mobiletto ordinato ospitava trucchi, pettini e qualche strano strumento musicale portatile. Era un ambiente pulito, pratico, con quel minimo tocco futuristico che fece capire ad Alex che i Paradox vi erano appena entrati per la prima volta: quel posto era fin troppo in ordine per i loro standard. O almeno per gli standard della madre, visto che gli altri — eccetto lo zio Gabriele — non li conosceva, ma aveva già capito che avevano gli stessi problemi mentali di Paradox, se non peggio...

Paradox si buttò sul divano davanti a loro, con la grazia di un'oca spiaggiata, mentre guardava J con fare beffardo e divertito. 

<< Wow, la rigenerazione è una lotteria e devo dire che l'hai vinta, baby!! >> sorrise al suo futuro, facendo sbuffare Alex. Sapeva — o almeno sperava — che non ci stesse provando con il suo futuro, ma che cavolo, doveva sempre comportarsi così? << Il tuo stile hip hop mi piace, fai bling bling con gli amici eh? >> 

<< AH! LUI VA IN GIRO CON I SUOI BRO A FAR IMPENNARE LE MACCHINE! >> scherzò la bomba animata, con una voce fin troppo alta che ad Alex rischiava di far venire un aneurisma... anche se forse era l'insieme delle cose a farglielo venire. 

<< Yo, come distruggere anni e anni di storie hip hop con due sole frasi >> ridacchiò J, che tanto, visto che li conosceva, non si era minimamente offeso.

<< Vuoi qualcosa da mangiare? >> chiese gentilmente il suino umanoide, offrendo ad Alex un piattino con degli snack che sembravano cioccolato verde-alga. La ragazza ne prese uno solo perché lo trovava dolcioso e le fece venire i sensi di colpa per aver mangiato del cinghiale in passato... anche se lui non era un suino terrestre. Oppure sì? Comunque quel dolcetto faceva schifo. 

 << Ok, eccetto quella squinternata di Paradox e lo zio Gabriele, non conosco nessuno di voi fenomeni, quindi... sareste? >> 

<< "Zio" non ti si addice proprio... >> disse il robot guardando il suo amico, che ridacchiò e alzò le spalle. << Comunque sono Pianobot, piacere >>.

Sul serio si chiamava così? Che brutto nome... 

<< Beh, mi conosci già e in realtà anche io conosco te >> le sorrise Gabriele, per poi bloccarla con una mano alzata. << Sono un Arcangelo, il tempo per me non è esattamente lineare come per voi altri. >> Detto ciò, manifestò due candide ali bianche dietro di lui, facendo spalancare la bocca ad Alex per lo stupore. Sul serio gli Arcangeli erano reali? 

<< Yo, oltre al fatto che viaggi nel tempo e conosci il mio futuro >> lo prese in giro il rapper. 

<< J, non sminuire la mia figura divina! >> sbuffò l'arcangelo, facendo il finto offeso. 

<< Sono Boozer, piacere >> si presentò il cinghiale. 

<< Sei terrestre o... >> chiese curiosa Alex. 

<< Sì, ma nella mia versione della Terra gli umani si sono evoluti dai cinghiali >> spiegò lui e Alex annuì, anche se le sembrava davvero assurdo. Xavier lo avrebbe tartassato di domande su come funzionasse il tutto e... cavolo, come le mancava il suo fratellino... 

<< IO SONO BOOM BOOM!!!! >> si presentò l'ultimo e Alex dovette tapparsi le orecchie. 

<< Va bene, coglioni! Godiamoci lo spettacolo! >> Detto ciò, Paradox — con uno strano telecomando alieno — accese lo schermo olografico in fondo alla stanza, dove si poteva vedere il palco in cui erano stati poco prima.

––––––•––––––

Lo spettacolo che seguì... fu davvero strano e, in alcune parti, decisamente trash per Alex. In realtà era iniziato alla grande, con la voce meravigliosa e calda di Cora Saint Bavier, una bellissima donna di colore con due corna nere che le circondavano la testa come una coroncina.

 In realtà era iniziato alla grande, con la voce meravigliosa e calda di Cora Saint Bavier, una bellissima donna di colore con due corna nere che le circondavano la testa come una coroncina

J le aveva spiegato che l'anno scorso lei aveva fatto commuovere l'universo e aveva fatto cessare un'epoca di discriminazioni contro la sua razza, la stessa che aveva causato l'attentato. Ma sapeva che non tutti i membri di una specie erano uguali: bastava guardare l'umanità...

Poi però... la situazione degenerò di colpo quando entrò in scena un alieno che sembrava uscito da un cartone animato per bambini. Era così strano che Alex non avrebbe saputo davvero descriverlo, se non come un piccolo struzzo pupazzoso con la bocca a trombetta. La sua canzone, poi... sembrava una presa in giro verso gli adulti. Sul serio: ripeteva solo il suo nome con intonazioni bambinesche e diverse.

<< Che cafonata è? >> sbottò. << Dai, ma non è manco una canzone, ripete solo il suo nome! >> 

<< IN REALTÀ CI SONO ANCHE MOLTI LALALALA >> ridacchiò la bomba, facendola irritare. 

<< La tua mente bacata fa lalalala! >> 

<< NO, LA MIA MENTE BACATA FA BOOM BOOM! >> alzò le manone guantate lui. 

<< In realtà la sua canzone è molto commovente, ma per la maggior parte degli esseri senzienti risulta ridicola >> le spiegò Gabriele, ma lei lo liquidò con un gestaccio della mano.

Dopo quello scempio si susseguirono svariati cantanti di tutte le forme e colori, che cantavano canzoni più o meno decenti. I Pandox non furono da buttare, ma non piacquero poi molto ad Alex, rispetto alla madre che faceva il tifo in modo molto caotico, unito a diversi rutti dovuti alla bizzarra bevanda verde — decisamente alcolica — che aveva tirato fuori dal nulla.

A seguire, un'altra band metal fece sgranare gli occhi a entrambe le varianti dell'Artista, che urlarono in sincronia: << Sontaran? >> Lei non sapeva che cosa fosse un Sontaran, ma molto probabilmente erano gli ometti bassi e tarchiati, con la testa simile a una patata, che erano apparsi sullo schermo.

La canzone fu oltremodo sgradevole, quindi ovviamente alla madre piacque un casino e parlava di morte, guerra, invasioni e granate. 

<< Yo, molto probabilmente saranno dei rinnegati del loro popolo >> le spiegò J, triste. << I Sontaran vivono solo per la guerra; alcuni si dice che si allontanino per seguire le proprie passioni — sempre legate alla guerra, ovviamente — diventando una sorta di rinnegati, ma... che ci fanno qui? Dubito che rappresentino il loro pianeta >>.

<< Ma che cazzo ne so, sarà una delle tante manovre politiche >> Paradox liquidò la cosa con un gesto della mano scazzato.

Dopo altre esibizioni, accadde una cosa che portò il trash, già alto in quel luogo, a una scala di indecenza pura. Dal nulla, scoppiarono come piccoli petardi una serie di bombe coriandoli che invasero il palco e i presentatori, che sembravano confusi tanto quanto loro. Poi una ragazzina  scese lentamente a terra, come una dea glitterata, con un sorriso folle e iniziò a cantare.

<< Ma è la pazza della bancarella! >> urlò Alex, avendola riconosciuta. Era lei: capelli platinati, abito multicolore arcobaleno e sguardo vacuo ma anche sveglio e divertito. << Ma chi ha seguito? >> 

J e gli altri però erano troppo impegnati a piegarsi dalle risate a quella vista. 

<< Vai, Papa!! >> fece il tifo Paradox e solo allora Alex si ricordò. Quella pazza era suo nonno, una delle sue versioni almeno! Ora capiva da chi cavolo aveva preso sua madre... anche se questo lo si poteva dire anche del loro talento canoro, perché cavolo... era brava.

Quello spettacolo era così pieno di glitter in aria, assurdo e ricolmo di teneri orsetti di peluche apparsi dal nulla, colorati e vestiti con abiti di varie professioni — due dei quali portavano gentilmente via i presentatori, che si guardavano oltremodo confusi, con tanto di dita all'orecchio per capire se quello fosse davvero in programma — che ad Alex fu difficile seguire la canzone.

Sembrava solo una grande pubblicità per il suo negozio di dolci situato in un asteroide di nome Principessa, ma il resto... Alex era convinta di essere finita sotto qualche acido, perché le sembrava di essere stata proiettata in un sogno stranissimo.

La matta roteò su se stessa ricominciando il ritornello e la folla, ricoperta di festoni e glitter, ballava allegra con lei, mentre gli orsetti lanciavano dolcetti che venivano afferrati al volo.

A fine spettacolo, la matta — con tanto di pelosetta compagnia — scomparve in un vortice di petali colorati, che formarono la scritta:

"L'inaugurazione del negozio è questo venerdì! Bye!!" Appena sotto, comparvero delle coordinate, brillanti e svolazzanti tra i petali

<< Ragazzi, io esisto da eoni, ma non ho mai assistito a uno spettacolo tanto allucinante! >> Gabriele scoppiò a ridere seguito dagli altri. 

<< Yo, voglio cantare con Cherise, al diavolo le regole temporali! >> disse J, mentre si teneva il petto. Aveva avuto ben poche occasioni per incontrare quella versione di suo padre e ogni volta lo faceva morire: era così... Cherise. Non poteva essere descritta in altri modi. 

<< Cazzo, pure io >> ridacchiò Paradox. << Voglio dire... sono tentata di mandare lo spettacolino alla Tata, ma... >> 

<< Non osare... Eva impazzirà e non è il caso, potremmo non nascere più >> rispose J, sempre mentre rideva. 

< Chi è Eva? >> chiese Alex.

<< La nona versione di tuo nonno >> le spiegò Gabriele. << Immaginati Mortisia della Famiglia Addams, ma più cattiva e incazzata con l'esistenza, ed avrai Eva McGreen >>.

Alex si limitò a roteare gli occhi e sbuffare a quelle assurdità, aspettando il prossimo cantante e visto che i presentatori erano tornati sul palco, doveva presto esibirsi... anche se loro erano venuti qui per una foto misteriosa, non per queste cafonate.

Subito dopo si esibì un essere stranissimo, che era letteralmente un uomo gigante fatto di roccia e magma. 

<< Cazzo, è un bonazzo >> disse la madre, con la lingua tra i denti e un fare beffardo e civettuolo. << Poi sembra un sexy guerriero romano >>. 

<< Ma è un sasso! >> la figlia la guardò malissimo. << Cioè, anche volendo... >> sbuffò lei. 

<< La mia figa ha poteri speciali >> ridacchiò la rocker e quello per la ragazza fu troppo. 

<< Cioè... io... >> si alzò di colpo, dirigendosi verso la porta. << Vado a farmi un giro. >> Detto ciò, uscì impettita dalla stanza.

––––––•––––––

Dopo aver camminato per qualche minuto, cercando di smaltire il nervoso che sua madre le faceva venire ogni volta, si imbatté in un distributore di bevande, decisamente simile a quelli della sua epoca, tanto da sembrare un oggetto di antiquariato in quel contesto. Le bibite disponibili però erano tutto fuorché terrestri: Blu Palantos, Limonata di Fiori, Vomito di Sglarl e altri nomi bizzarri che le toglievano sempre di più la voglia di provare qualcosa. Anche se... non aveva monete o schede elettroniche futuristiche del luogo per prenderla comunque, quindi...

<< Ragazzina, è inutile guardare il distributore in quel modo >> disse la madre, che la stava raggiungendo da destra. << Quando quei cosi si inceppano c'è solo una soluzione >> e senza aspettare la sua risposta tirò una sonora zampata al distributore, facendolo vibrare.

<< Ma che maleducazione! >> sbottò una voce elettronica. << Si può sapere che ti ho fatto? >> Il vetro del distributore venne sostituito da un faccione digitale indignato, quasi come un'emoji, per poi — tramite quattro cavi usciti dalla sua parte inferiore — allontanarsi impettito. << Che lavoro ingrato che è il mio... >> piagnucolò.

Dopo aver osservato l'ennesima bizzarreria di quel giorno, Alex guardò malissimo la futura madre, che alzò le mani in segno di scuse, anche se si vedeva che era divertita

Dopo aver osservato l'ennesima bizzarreria di quel giorno, Alex guardò malissimo la futura madre, che alzò le mani in segno di scuse, anche se si vedeva che era divertita.

<< Senti... >> sospirò. << Che ci fai qui? >> 

<< Mi sono resa conto che non avrei dovuto dire quella cosa davanti a mia figlia... quindi mi dispiace... >> si scusò lei. << Però... davvero diventerò madre? Cazzo, sono la versione di me meno adatta per esserlo! >>

Alex si trovò d'accordo, almeno in parte. Era vero che vi erano versioni dell'Artista più sane di mente di Paradox, come J, ma era anche vero che secondo la sua esperienza personale la rocker non era stata una madre orribile, anzi. Ok, la faceva impazzire con il suo carattere fuori dalle righe, ma come madre non le aveva fatto mancare nulla. Da questo punto di vista si era sempre ritenuta fortunata: vi erano genitori abusivi o crudeli, o genitori gentili ma troppo poveri per dare una vita degna ai figli, o casi persino peggiori. Jared e Emily le avevano permesso di vivere una vita più che degna e di questo gliene era immensamente grata. Anche se non poteva dirlo all'attuale Paradox davanti a lei, perché non poteva rivelarle il suo futuro. Anche se... qualcosa forse sì.

<< Sei la donna più caotica, svitata e trasgressiva che io abbia mai conosciuto >> le sorrise gentilmente, << ma sei , o sarai, anche una brava madre >>.

La donna la guardò dubbiosa, ma alla fine alzò le spalle con un sorriso. 

<< Senti un po' >> la osservò intensamente. << Come diventerò quel bellissimo e cool afroamericano? Sai, spero solo di non essere inciampata dalle scale o roba simile >>. 

<< Non lo so >> Alex alzò le spalle, per poi approfondire. << Nel mio presente ci sei ancora tu, J viene dal futuro >>.

 << Oh... >> sospirò la pazza, per poi guardarla con fare triste. << Beh... non vorrei farti rattristare con quello che sto per dirti, ma credo che tu lo debba sapere... molto probabilmente per J tu sei morta da tempo >>. 

<< Sì, lo so >> mormorò a bassa voce Alex.

Certo che lo sapeva: era il motivo principale per cui aveva deciso di viaggiare con il rapper. Non voleva dargli il dispiacere di perderla ancora una volta. Era quello il vero motivo per cui aveva rinunciato alla sua tanto amata quotidianità. J, quando pensava che lei non lo vedesse, la guardava con uno sguardo di nostalgia che le spezzava il cuore. Era contenta di essere per lo più umana e di non vivere abbastanza da non veder spirare i suoi figli... anche se non sapeva davvero a quanto ammontasse il suo tenore di vita.

In quel momento una creatura che appariva come un groviglio inquietante di carne — un essere massiccio dalla pelle verde che si sollevava con le sue numerose zampe dal pavimento — si avvicinò. 

Dal suo corpo si diramavano tentacoli spessi, ognuno collegato a strani dispositivi metallici che sembravano pulsare o vibrare, come se stessero estraendo energia o controllando i suoi movimenti

Dal suo corpo si diramavano tentacoli spessi, ognuno collegato a strani dispositivi metallici che sembravano pulsare o vibrare, come se stessero estraendo energia o controllando i suoi movimenti. In uno dei tentacoli portava uno strano aggeggio metallico.

<< Sei Paradox, sono... >> una serie di versi che Alex non comprese, chiedendosi anche come mai il TARDIS non li traducesse. Ora che ci faceva caso, anche la lingua degli Joodoon non veniva tradotta e nemmeno altre. << ...e sono un tuo grande fan! >>

 << Cazzo! Ma tu sei un venusiano? >> la rocker lo guardò stupita. << Ma non eravate estinti? >> 

<< Alcuni di noi si sono salvati scappando via dal nostro mondo prima dell'estinzione >> spiegò lui, senza aggiungere altro, molto probabilmente non voleva rivere quel triste ricordo. 

Paradox gli sorrise facendo due pollici in su. 

<< Scusatemi, ma ora devo portare questo xenofono al museo >> si scusò la creatura. 

<< Museo? >> chiese curiosa Alex. 

<< Sì, quest'anno la direzione ha allestito un museo dove sono esposti vari strumenti famosi o antichi. È un modo per onorare la musica e guadagnare qualcosa in più >> spiegò lui... lei... esso. Alex non riusciva a capire il suo sesso, e magari ne aveva uno totalmente diverso dagli umani. 

<< Se non è un problema vorrei venire con te, questo museo mi ha incuriosita >> chiese Alex. 

<< Adesso è chiuso, apre dopo lo spettacolo >>. 

<< Dai, Venusian Boy, lei è mia figlia, fai uno strappo alla regola! >> gli sorrise Paradox, facendogli il segno del Rock. 

<< Va bene, tanto mi sembra uno con le appendici sulle spalle >> acconsentì. << Seguitemi >>. 

<< Ah no, a me di ste cazzate storiche mi frega poco e niente >> ridacchiò beffarda Paradox. << Torno dai Guys, a dopo! >>

Dopo averla osservata andare via, Alex seguì l'abitante di Venere, realizzando a quanto fosse diventata assurda la sua vita.

––––––•––––––

Una volta entrati in quella che era più una piccola esposizione che un vero e proprio museo, notò una sala lunga e stretta, illuminata da luci soffuse che cambiavano colore lentamente.

Le pareti erano ricoperte da pannelli trasparenti dentro cui fluttuavano ologrammi di strumenti musicali antichi, ognuno accompagnato da una breve descrizione che si accendeva solo quando qualcuno si avvicinava

Le pareti erano ricoperte da pannelli trasparenti dentro cui fluttuavano ologrammi di strumenti musicali antichi, ognuno accompagnato da una breve descrizione che si accendeva solo quando qualcuno si avvicinava. Su piedistalli metallici erano esposti strumenti reali provenienti da pianeti diversi: chitarre con corde di luce, tamburi che pulsavano come cuori, flauti che sembravano scolpiti in cristallo vivo. 

In fondo, appoggiato al muro, vi era il più grande metronomo che avesse mai visto. Alto e nero, con l'asta che faceva sonori ticchettii e vibrava di energia blu che si innalsava ad intervalli regolari verso l'alto.

<< Quello non faceva così prima... >> borbottò il venusiano. << Tu resta qui, vado ad avvertire la direzione >> Detto ciò, se ne andò con quelle sue gambe che gli davano un'andatura davvero singolare, a tratti inquietante.

Rimasta sola, Alex si aggirò tra i vari strumenti e... scoprì che nemmeno la musica aliena le interessava poi più di tanto, ma almeno in quel luogo vi erano pace e serenità, tanto che chiuse momentaneamente gli occhi.

<< Chi sei RAGAZZO! >> Una vociona potente e autoritaria la fece sobbalzare. Davanti a lei, a guardarla in modo minaccioso, vi erano i tre "uomini patata" che avevano cantato poco fa la canzone sulle esplosioni e guerre.

<< Voi siete Sontaran, giusto? >> chiese con una voce autorevole, cercando di nascondere lo spavento che si era presa e che aveva tuttora, visto i faccioni minacciosi dei tre tipi

<< Voi siete Sontaran, giusto? >> chiese con una voce autorevole, cercando di nascondere lo spavento che si era presa e che aveva tuttora, visto i faccioni minacciosi dei tre tipi. Avevano delle manone a tre dita ciascuna che sembravano poterla spezzare come un ramoscello.

<< Esatto, ragazzo >> rispose un altro, quello che se ne stava poco dietro alla destra di quello che aveva parlato prima, che forse era il leader. Il terzo era nella stessa posizione, ma a sinistra.

<< Sono una ragazza comunque... >> borbottò lei e i tre si limitarono a grugnire.

<< Vraal, a che punto è il dispositivo? >> chiese quello al centro a quello alla sua destra. 

<< Non è ancora del tutto carico, signore >> rispose lui. 

<< Dannazione! >> sbraitò il capo, per poi guardare la castana che si stava lentamente allontanando con piccoli passi all'indietro. << Attivalo lo stesso, siamo stati scoperti! >> ordinò. 

<< Ma signore, ci basta ucciderla e il gioco è fatto, no? >> intervenne il terzo. 

<< No! Si vede che il ragazzo è veloce e noi non siamo armati per lo stupido regolamento del luogo! >> sbraitò.

<< Scusate, ma che cosa è quel metronomo e che cosa volete farci? >> chiese curiosa Alex. Se doveva raccontare il tutto a sua madre, doveva avere delle informazioni.

<< Riscrivere la realtà, assorbento il potere della musica qui presente! >> gonfiò il petto, già abbastanza gonfio, visto che non avendo il collo i pettorali sembravano sporgere in modo ridicolo. 

Se non fosse stata spaventata dalla minaccia di morte, quegli alieni erano davvero ridicoli: per parlarsi dovevano girarsi in modo goffo verso i compagni, sembrando bambolotti imbranati. Inoltre, a proposito di imbranati... il venusiano non poteva avvertire la direzione da lì, con un dispositivo futuristico di comunicazione? Con la sua strana biologia non poteva averlo con sé? Bah...

<< Creeremo un mondo di guerra e musica! >> esultò Vraal. << Uno dove potremo seguire la nostra passione senza il timore di venir giustiziati! >> 

<< Per la gloria dell'Impero Sontaran!! >> urlò il terzo, e tutti e tre cominciarono a fare una strana danza.

Si misero in ginocchio e battevano le mani chiuse in pugno, inneggiando: << Sontar-Ah! >> << Sontar-Ah! >> << Sontar-Ah! >>

Si misero a cantare quell'inno con fare roccheggiante, per poi concludere quella ridicola esibizione con Vraal che pigiò un pulsante su uno strano dispositivo che aveva appena tirato fuori dalla sua giacca rock

Si misero a cantare quell'inno con fare roccheggiante, per poi concludere quella ridicola esibizione con Vraal che pigiò un pulsante su uno strano dispositivo che aveva appena tirato fuori dalla sua giacca rock.

Subito dopo la ragazza sentì una potente vibrazione attraversarle le ossa, per poi sentire uno strattone che l'attirò verso lo strumento che brillava di blu. I Sontaran vennero trascinati verso il metronomo, che aveva distrutto il muro dove stava, così come le pareti in cui si trovavano, rendendole simili a un vortice blu‑violaceo che risucchiava ogni cosa, con lo strumento che si ergeva al centro, fiero e — secondo Alex — anche molto più alto di prima.

A un certo punto delle braccia possenti la bloccarono, anche se forse se n'era accorta solo in quel momento, visto che non era mai precipitata come gli alieni o, beh... praticamente tutta la stanza, con tanto di strumenti, o la realtà stessa, visto che il vortice sembrava risucchiarla.

<< Tutto ok? >> chiese la gentile voce dello zio Gabriele. Quando alzò la testa per osservarlo, notò che le sorrideva gentilmente.

<< Sì... credo >> sussurrò lei. Quando la lasciò andare, scoprì con piacere che poteva stare in piedi da sola, senza il timore di venir risucchiata. Attorno ai due il vortice dilagava, ma loro si trovavano su un pezzo di pavimento dell'esposizione che se ne stava lì immobile, come se tutto quel caos non lo scalfisse in alcun modo. Era forse merito dei poteri angelici?

<< Forse sarà meglio far arrivare anche gli altri >> rifletté l'Arcangelo e, con uno schiocco di dita, J e la band apparvero confusi.

<< Che cazzo..? >> Paradox si guardò attorno confusa. << Dai, ero andata a pisciare! Almeno fatemi finire! >>

J si precipitò dalla figlia e l'abbracciò. << Tutto ok? >> la guardò preoccupato e lei annuì.

<< CHE SBALLO!! >> urlò il cartone animato. 

<< Che succede? >> chiese spaventato Boozer.

<< Quello >> Gabriele indicò il metronomo, << è il Metronomo del Male e sta distruggendo questo universo. Solo una canzone cantata da chi ci crede davvero nella musica può fermarlo. Quindi amici... let's rock! >> fece il gesto del rock con la mano destra, per poi guardare J. << E sì, anche rap >>.

<< Ma non ha sens— >> cercò di intervenire Alex, ma Gabriele la bloccò con un dito sulle labbra.

J e Paradox si guardarono per un secondo, divertiti, poi — carichi come molle — come tutti gli altri che avevano recuperato i loro strumenti da non si sa dove, iniziarono a suonare.

Le lancette strisciano come lame

Sul bordo del mio nome Ingranaggi neri nel corridoio

Sputano via le mie ore

La notte ora ha i denti

E morde attraverso l'acciaio

Conto ogni secondo

Come una ferita che posso chiudere

Senti quel ticchettio nel petto

Non ti lascia, non dà riposo

Se sbagliamo un'ultima svolta

Tutto ciò che amiamo brucerà

Paradox iniziò a cantare con il solito entusiasmo, tanto che l'intera realtà si entusiasmò con lei, e tutto iniziò a tremare, facendo guardare intorno Alex con fare preoccupato.

Ferma il Metronomo della Morte

Fermalo ora, prendi fiato

Possiamo spezzare quel tamburo di ferro

Possiamo far correre la fine

(Ferma il Metronomo) (Ferma il Metronomo)

Gabriele iniziò a ripetere << Ferma il Metronomo >> con il vocione gutturale rock di cui Alex non ricordava il nome, ma che odiava.Era forse il death growl?

Sono entrato con un piano, quattro mosse avanti al colpo

Ho letto il ritmo nel polso, visto il veleno nel quadrante

Ogni tic una minaccia, ogni scatto un miglio rubato

Sono calmo nel caos, mi muovo con un sorriso affilato

J iniziò a cantare con la sua solita energia shalla che lo contraddistingueva. Anche se Alex notò uno stile più rockeggiante nel suo rap e, in fondo... un tempo era una rocker, rocker che in quel momento cantava insieme a lui, cosa che rischiava di mandare la ragazza al manicomio.

Inoltre... beato lui che era calmo nel caos, visto che lei non lo era affatto, soprattutto perché oltre ai tremori — che non li facevano cadere solo per un miracolo — il vortice aveva cambiato colore, diventando dello stesso colore dell'universo: pieno di stelle e galassie, con ogni tanto qualche sprazzo di pianeta che appariva, come una casa, un albero argentato sotto un cielo arancione illuminato da due soli. La realtà si stava sfaldando sotto i suoi occhi e doveva ammettere che, tutto sommato, era uno spettacolo magnifico.

Mani sulla leva, sento tremare tutta la stanza

Polvere sugli interruttori, sento svegliarsi gli ingranaggi morti

Se il tempo vuole un pagamento, io sono il debito che non ha preso

Un taglio netto e l'intera macchina si spezza

Senti quel ticchettio nel petto

Non ti lascia, non dà riposo

Se sbagliamo un'ultima svolta

Tutto ciò che amiamo brucerà

Ferma il Metronomo della Morte

Fermalo ora, prendi fiato

Possiamo spezzare quel tamburo di ferro

Possiamo far correre la fine

(Ferma il Metronomo) (Ferma il Metronomo)

I Paradox e J erano così presi dalla loro musica che non si stavano rendendo conto di niente, cosa che lasciava basita la povera Alex.

Vedo la linea rossa salire

Vedo il buio riavvolgersi

Se mi tieni la mano, giuro

Che possiamo strappare il tempo

In quel momento Gabriele iniziò a cantare come il fratello che era caduto, perché seriamente... anche se era bravissimo, come gli altri.

Un'altra spinta, un'altra mossa

Colpisci il nucleo, non perdere il ritmo

Conto alla rovescia, poi taglia il filo

Guarda l'intero orologio morto svanire

Ferma il Metronomo della Morte

Fermalo ora, prendi fiato

Possiamo spezzare quel tamburo di ferro

Possiamo far correre la fine

Ferma il Metronomo della Morte

Siamo nati per superare la morte

Quando l'ultimo ingranaggio si spezza e cade

Noi resteremo sopra ogni cosa

A canzone terminata, i tremori si fecero più violenti, mentre il vortice sembrava venir risucchiato dal metronomo in modo ancora più vorace. 

<< Ehm... ragazzi? >> chiese Boozer. << Sbaglio o è peggio di prima? >> 

<< Certo che lo è?! >> sbottò Alex guardandoli inviperita. << Questo affare si alimenta di musica per riscrivere la realtà, praticamente gli avete dato da mangiare! >> guardò lo zio in cagnesco. << Il tuo piano fa schifo! >>

Gabriele si limitò a battere le mani due volte e tutto tornò alla normalità, fatta eccezione per il metronomo che non si trovava più sul muro e i Sontaran che sembrano essere stati rischiucchiati in modo definitivo. 

<< Dicevi? >> chiese con una faccia da finto innocente. 

<< Io... giuro... pure gli angeli son scemi qui, ufff >> sbuffò Alex, che sul serio non sapeva che pesci pigliare. << J, di' alla mamma perché siamo qui, prima che perda la pazienza in modo definitivo! >>

Ridacchiando, il rapper estrasse la foto dalla sua giacca blu e la mostrò a Emily, che la osservò stupita.

 << Ah... verso la nostra infanzia, eh? >> chiese divertita lei. 

<< Sì, ma visto che il vostro duello è piaciuto un sacco, il pubblico vuole un bis più amichevole, quindi... >>

L'Arcangelo schioccò le dita e J, Alex e Paradox scomparvero nel nulla.

––––––•––––––

Riapparvero di colpo davanti alla scuola elementare Domenico Giuliotti. La facciata giallo chiaro era la stessa, ma ora era decorata con festoni colorati, nastri rossi e blu che ondeggiavano al vento freddo di fine inverno. Le finestre enormi erano tutte illuminate e da ognuna usciva un brusio di voci, risate, strumenti che venivano accordati male.

Davanti all'ingresso, la rampa era piena di genitori infreddoliti, bambini con i grembiuli blu, maestre che cercavano di mettere ordine senza riuscirci. Alcuni bambini correvano ovunque, altri provavano flauti e tamburi creando un caos musicale che sembrava un rito di invocazione degli dei del rumore.

Accanto alla porta principale, appeso con due corde e un po' storto, c'era un grande cartello dipinto a mano: 

FESTIVAL DELLA MUSICA – 1993

<< Teletrasporto angelico >> borbottò J. << Comodo, ma... >>

Intanto Paradox osservava il posto con un misto di nostalgia e confusione, mentre si massaggiava le braccia per il freddo invernale. 

<< Cazzo, entriamo che mi si sta congelando la passera >> sbottò, per poi entrare di corsa dentro, seguita dagli altri due che, in effetti, non avevano il giusto abbigliamento per la stagione.

L'interno, se possibile, era ancora più caotico — e per fortuna più caldo — dell'esterno: vi erano persone ovunque e suoni provenienti da ogni dove. Il corridoio era già illuminato, visto che fuori era nuvoloso. La scena che però attirò l'attenzione dei tre era quella di una tenera bambina che se ne stava sola, appoggiata al muro, seduta, con la testa appoggiata sui pugni, spingendo le gote in modo tenero.

Alex la riconobbe come la bambina della foto: aveva gli stessi capelli rossi e la magliettina pesante blu.. Era tenerissima e aveva una voglia matta di coccolarsela, ma poi si ricordò che quella bambina era sua madre e che quindi sarebbe stato oltremodo strano.

J intanto andò dalla piccola e si accucciò davanti a lei, che lo guardò curiosa. 

<< Tutto ok? >> le sorrise il rapper, con uno sguardo nostalgico. 

<< No... >> sbuffò lei gonfiando le gote, dandole se possibile un'aria ancora più tenera. 

<< Come mai? >> chiese gentilmente J, anche perché davvero non se lo ricordava. Erano passati troppi secoli da quando lui era quella bambina, misto al fatto che molti dei ricordi dell'infanzia si perdevano nel tempo e che, con la sua presenza mista a quella di Paradox, non si sarebbe ricordata comunque. 

<< Perché ho scritto una canzone per il concorso, ma mi vergogno a cantarla... >> borbottò lei. 

<< E se la cantassimo noi per te? >> le propose Paradox, mentre si appoggiava con nonchalance al muro con il braccio sinistro. << Tu puoi limitarti a presentarla, ci stai? >>

Prima che la piccola potesse rispondere, una voce chiese: << Chi siete? >> 

<< Ciao maestra Sofia... >> borbottò la piccola rossa, seguito subito dopo da un lascivo: << Hai capito la maestra Sofia... >> che però fu smorzato da Alex, che le diede una gomitata sullo stomaco, beccandosi un'occhiataccia.

Voltandosi — nel caso di J, si era rimesso in piedi nel mentre — notarono una bellissima donna che li guardava con diffidenza.

Era una maestra perfettamente in stile primi anni '90: capelli castani vaporosi, raccolti in una mezza coda con un fermaglio di plastica colorata; frangia leggermente arricciata; un maglione di lana rosa pastello con motivi geometrici tipici dell'epoca; una gonna lunga blu scuro e scarpe basse nere. 

Portava al collo una collanina con un piccolo ciondolo a forma di cuore, e aveva un'espressione gentile ma attenta, da insegnante che ne aveva viste tante

Portava al collo una collanina con un piccolo ciondolo a forma di cuore, e aveva un'espressione gentile ma attenta, da insegnante che ne aveva viste tante. Il suo profumo ricordava il talco e il gesso delle lavagne.

J aveva compreso il motivo della diffidenza: le persone della sua carnagione non erano davvero ancora ben viste, visti i problemi legati all'immigrazione africana e ad altri fattori a cui non aveva voglia di pensare, uniti al fatto che Paradox sembrava uscita di galera non ispiravano molta fiducia, soprattutto se visti accanto a una ragazzina. Per fortuna che con loro vi era la persona più normale e affidabile dell'Omniverso.

<< Salve, noi siamo parenti lontani della famiglia della Rovere >> sorrise Alex alla maestra. << Veniamo dall'America >>.

La maestra osservò meglio J con uno sguardo molto meno dubbioso, forse perché lo aveva inquadrato nel neo panorama Hip Hop oltreoceano? 

<< Davvero? >> chiese la piccola Emilia osservandoli con curiosità. << La mamma e il babbo non mi hanno mai parlato di voi >>. 

<< Questo perché non ci sentiamo da diverso tempo >> rispose distrattamente la Rocker, troppo impegnata a guardare con fare lascivo la maestra. << Mi chiamo Paradox >> le fece l'occhiolino, mettendola a disagio.

<< Mio dio... >> sbuffò Alex, per poi allontanare la madre insultandola. << Per una buona volta potresti non fare la ninfomane? >>

J, scuotendo la testa a quella scena, fece uno dei suoi migliori sorrisi a Sofia, che arrossì leggermente in risposta. 

<< Scusala, Paradox è strana... >> sorrise. << Comunque, sia io che lei siamo cantanti professionisti e visto che la piccolina ha paura di cantare da sola... >> oltre al fatto che nella sua prima vita era oltremodo stonata e voleva risparmiarle una figuraccia << ... ci siamo proposti di cantare la canzone al posto suo. Tanto non credo che violi le regole, no? >>

<< No no, certo che no >> sorrise la maestra. << Però è quasi ora, quindi... >>

Con un cenno alle due un po' più in là, tutti quanti seguirono la maestra e la folla che si stava dirigendo verso la loro destinazione.

––––––•––––––

L'aula magna era già piena quando entrarono. Le luci al neon, leggermente tremolanti come tutte quelle degli anni '90, illuminavano un mare di teste: bambini seduti in ordine sparso, genitori appoggiati alle pareti, maestre che cercavano di far rispettare una fila che non sarebbe mai esistita davvero.

Alex si fece largo tra la gente e trovò posto in mezzo agli altri bambini, sedendosi su una delle sedie di plastica color crema che scricchiolavano a ogni minimo movimento. Accanto a lei c'era un bambino che stringeva un flauto come se fosse un'arma e davanti una bambina che continuava a sistemarsi la frangetta con un cerchietto glitterato.

Sul palco, un grande telo bianco era appeso male — lo stesso della foto — con le pieghe che formavano ombre irregolari. Davanti, un vecchio pianoforte verticale color noce e un paio di microfoni sottili, quelli con la spugnetta nera sopra.Le casse gracchiavano ogni tanto, come se protestassero per essere state accese dopo anni di inattività.

Il brusio nell'aula magna si abbassò di colpo quando un uomo salì sul palco. Alex lo riconobbe subito come il preside: aveva quell'aria da adulto anni '90 che cercava di essere autorevole ma finiva per sembrare solo un po' stanco.

Era un uomo sulla cinquantina, capelli grigi pettinati all'indietro con troppo gel, occhiali sottili che riflettevano la luce dei neon e un completo marrone che sembrava uscito da un catalogo scolastico dell'epoca. Portava una cravatta verde scuro con piccoli motivi geometrici e teneva un foglio tra le mani come se fosse un tesoro fragile. 

Alex lo osservò mentre si schiariva la voce e per un attimo le sembrò di tornare bambina: quel tipo di adulto che parlava sempre troppo, ma che alla fine non diceva mai niente di davvero importante. A quanto pare i presidi erano signori noiosi in ogni luogo e in ogni epoca.

<< Buon pomeriggio a tutti... >> iniziò, con un tono che cercava di essere caldo ma risultava un po' metallico per colpa del microfono. << Benvenuti al nostro Festival della Musica del 1993. Siamo molto felici di vedere così tanti genitori, nonni, amici e... giovani talenti pronti a esibirsi. >> Il preside continuò imperterrito. << La musica è una parte fondamentale della crescita dei nostri ragazzi. Oggi ascolteremo canzoni, piccoli brani strumentali e... qualche sorpresa. >> Fece un sorriso che voleva essere incoraggiante, ma che non lo era affatto. <<  Vi chiediamo solo un po' di pazienza e tanto sostegno per i nostri giovani artisti. Grazie per essere qui >>.

Quando concluse, ci fu un applauso forte e disordinato: genitori entusiasti, bambini che battevano le mani a caso, qualcuno che fischiava per sbaglio. Alex applaudì anche lei, più per abitudine che per altro.

Quando il preside venne sostituito da Sofia, lei si imbarazzò subito quando il pubblico, in primis i bambini, le regalò un grande applauso. Alex comprese che doveva essere la maestra preferita di tutti lì dentro. 

<< Ehm... salve? >> sorrise timidamente la maestra. << La prima dei nostri studenti che si esibirà sarà la piccola Emilia della Rovere, che ha già contribuito tanto a questo concorso con i disegni che avrete potuto certamente ammirare nei corridoi e anche all'entrata della scuola >>.

Mentre tutti facevano un fragoroso applauso, la castana si rese conto di non averli nemmeno notati. Ok, forse sì, ma era una scuola elementare e i disegni sulle pareti erano la norma, quindi non ci aveva fatto molto caso. << Ha anche scritto una canzone, però, che farà cantare a due suoi parenti oltreoceano, quindi... Emilia, fatti avanti e dicci il titolo della tua canzone >>.

Dalle tende bianche uscì la piccola Emilia, che si guadagnò diversi applausi, ma i più caldi ed energici — anche se non eccessivi — venivano da due persone sedute nella fila davanti a lei, alla sua sinistra, poco più in là, a cui la maestra passò il microfono.

Dalle tende bianche uscì la piccola Emilia, che si guadagnò diversi applausi, ma i più caldi ed energici — anche se non eccessivi — venivano da due persone sedute nella fila davanti a lei, alla sua sinistra, poco più in là, a cui la maestra passò ...

Il primo era un uomo di mezza età. Aveva i capelli rossi e una barba incolta dello stesso colore, che incorniciava un volto segnato dall'esperienza, ma illuminato da uno sguardo saggio, nobile e pieno di orgoglio. Indossava un raffinato completo di velluto rosso, sopra una camicia nera che donava al suo aspetto un'aura enigmatica ed elegante.

Accanto a lui vi era una donna bellissima: lunghi capelli castani cadevano con morbide onde sulle sue spalle, incorniciando un volto dai lineamenti nobili e raffinati. Il suo vestito, un capolavoro di eleganza, era nero con sottili rifiniture argentate che creavano delicati giochi di luce a ogni suo movimento. Alex li riconobbe subito come i suoi nonni, visto lo sguardo colmo d'orgoglio verso la piccola che stava sul palco.

<< La mia canzone si chiama "La vita da artista" >> illustrò Emily e Alex sgranò gli occhi. Davvero? Sua madre era l'Artista ancor prima di esserlo ufficialmente. Era... assurdo, ma anche bello a modo suo.

Dopodiché i tendoni si aprirono rivelando Paradox e J-Time, che sembravano davvero fuori luogo per un posto del genere: sul serio stonavano tantissimo. I commenti degli spettatori poi non erano dei più gentili, soprattutto verso J. Ok, non erano nemmeno razzisti, ma in molti si chiedevano che ci facesse un vugunbrà sul palco. Che cosa fosse un vugunbrà poi? I commenti su Paradox che sembrava una galeotta invece trovarono l'approvazione di Alex... ok, forse no, ma davvero alcune volte sua madre sembrava uscita di galera.

La canzone partì sotto quei commenti, che la ragazza sapeva che J, anche se li aveva sentiti, aveva prontamente ignorato, ricordandosi ciò che le aveva detto tempo fa: << Yo, ricordati che nell'Omniverso, così come nella vita, non puoi piacere a tutti. È impossibile, quindi tanto vale prenderla con filosofia >>.

Partendo per la strada come un treno fuori controllo

Nessuna radice a trattenerci, nessuna catena, nessun dolore

Battiti nella mia anima, fuoco nelle vene

Bruciando forte nel richiamo dei riflettori

Quando la madre iniziò a cantare con quella voce calma e dolce, così diversa dalle urla che faceva di solito, ad Alex tornarono in mente le ninna nanne che le cantava quando era piccolina, facendole provare un potente senso di nostalgia. Si era tristemente resa conto che le mancava sua madre, così come le mancava essere una bambina stretta tra le sue braccia. Ok, i loro caratteri erano incompatibili e lo sarebbero sempre stati, e sapeva per certo che l'avrebbe fatta impazzire ancora e ancora, ma era pur sempre sua madre e non era giusto scacciarla solo perché avevano due caratteri opposti.

Le corde vibrano come vento sulla pelle

Note che volano libere dal caos che ho dentro

Scivolando tra le città lasciando il nostro segno Inseguendo echi nel buio

La calda voce di J le confermò la bravissima persona che era. Aveva adorato viaggiare con lui: le aveva fatto comprendere cose su sua madre che lei non conosceva. J era sua madre, ma molto più calmo e compatibile con il suo carattere, e proprio grazie a lui aveva iniziato ad apprezzare l'Artista nel suo insieme, non solo soffermandosi sulla versione che conosceva. Certo, era comunque un tipo assurdo per una che cercava la normalità e la quotidianità come lei, ma davvero... non avrebbe mai dimenticato lo sguardo di J quando la osservava: era uno sguardo di perdita e di amore, che le faceva capire che sua madre le voleva un mondo di bene e che presto, almeno per un Signore del Tempo, l'avrebbe vista spirare. Quindi non trovava affatto giusto sprecare del tempo con J quando poteva passarlo con la madre: era ingiusto privarla di quel tempo per lei così breve.

Ecco perché, dopo questa avventura, sarebbe tornata a casa e magari — forse solo magari — avrebbe viaggiato con la madre e il suo tenero fratellino. Ma solo ogni tanto, visto che adorava la sua vita sulla Terra.

Vita da artisti che rompono gli schemi

Libertà di vagare tra storie mai dette

Creare e viaggiare in una ricerca d'oro

Battiti che tuonano nelle notti gelide

<< Straordinario, vero? >> le disse una voce elegante e profonda, che la fece voltare verso la sua sinistra. L'uomo elegante, che aveva presupposto fosse suo nonno, ora stava guardando con gli occhi lucidi la scena davanti a sé. << Non sono mai andato così d'accordo con le altre versioni di me >>.

<< Ehm... di che cosa parla, signore? >> chiese lei facendo la finta tonta.

<< Viaggio nei meandri dell'infinito da tempo immemore >> la guardò con un leggero sorriso divertito. << So riconoscere dei viaggiatori temporali come me, soprattutto se in tasca tengono in modo molto evidente uno smartphone. >> Alex coprì con la mano la tasca incriminata.

Rime che scorrono come fiumi impazziti

Nessuna mappa nessuna guida solo sogni raccolti

Versi al volo come se fossimo nati così

A forgiare racconti di libertà

<< Comunque, data l'incredibile somiglianza con la Rocker, presuppongo che tu sia mia nipote? >> chiese e lei annuì, visto che sì, era vero che lei e Paradox si somigliavano. Stessi capelli castani — che la madre però portava tinti — stessi occhi azzurri, tratto che condividevano anche con la versione del nonno che le stava accanto, ora che ci faceva caso.

<< Esattamente. Alexandra Cross, piacere >> si presentò lei.

<< Americana, vedo... >> Alex notò un leggero disappunto, ma non troppo. Che cosa gli avevano fatto gli americani?

Stelle sopra come ricordi della notte

Parole sulle labbra sogni che prendono il volo

Nessuna meta solo la forza del viaggio

Vivendo forte nella folle luce della luna

<< Comunque, so chi sei: il Guardiano, Signore del Tempo e via dicendo... >> disse lei. << Poco fa ho anche visto esibirsi un'altra versione di te... >> aggiunse, solo per pentirsi subito dopo, perché forse aveva svelato troppo.

<< Quale? >> chiese lui, alzando il sopracciglio.

<< Cherise >> gemette lei, e lui roteò gli occhi, visibilmente infastidito e imbarazzato.

<< Buon Dio, quella versione... >> sbuffò l'uomo. << Beh, a modo suo era colorata e divertente, suppongo... >> Le allungò la mano destra in segno di saluto. << È stato un piacere conversare con te, Alexandra, ma le trame del futuro devono restare il più possibile celate dietro la tenda del mistero, quindi ti debbo salutare >>.

Per la nipote quel modo di parlare era sia strano che erudito, ma anche piacevole. Le stava già simpatica questa versione del nonno e le dispiaceva vederlo andar via. Però, prima, la sua curiosità ebbe la meglio e volle chiedergli una cosa: << Aspetta... se posso... cosa ne pensi della canzone? Anzi no, della scena davanti a te? >>

<< Non c'è gioia più grande, per un genitore, che vedere i propri figli crescere, realizzarsi e vederli risplendere >> le rispose, mentre i suoi occhi brillavano sia di gioia, ma con un'evidente tristezza che le fece capire quanto poco conoscesse davvero il nonno. << È un regalo ancora più gradito quando trasmettono la loro gioia e la loro eredità a qualcun altro >>.

Si voltò a osservarla con uno sguardo da nonno che le sciolse il cuore, per poi andarsene silenziosamente.

Vita da artisti che rompono gli schemi

Libertà di vagare tra storie mai dette

Creare e viaggiare in una ricerca d'oro

Battiti che tuonano nelle notti gelide

A canzone terminata, tutti quanti si alzarono in piedi — lei compresa — facendo un fragoroso applauso. Alla fine, strani o meno, l'Artista sapeva fare il loro lavoro e sapeva coinvolgere una quantità infinita di persone, che fosse un gruppo di genitori degli anni '90 o una folla aliena di un contest interstellare.

Notò che i tre sul palco si misero in posa, una posa che la ragazza riconobbe come la stessa dell'immagine che aveva dato il via a quella strana avventura, seguita da un flash. Dopodiché vide che il trio — formato in realtà dalla stessa persona — scese le scalette del palco per poi uscire dall'aula magna.

Senza perdere tempo, anche la castana si alzò dalla sedia per raggiungerli.

––––––•––––––

Tornata nel corridoio, notò una scena super tenera: la piccola abbracciava entrambe le persone che, secondo lei, le avevano salvato la vita, risultando adorabile e ignorando di fatto che si era aiutata da sola. 

<< Bella canzone >> si complimentò Alex con i due, per poi guardare la madre. << Visto che se ti impegni puoi cantare in modo decente? >>

Di tutta risposta ricevette solo un bel dito medio e una risata da parte di J. 

<< Che cos'è quel gesto? >> chiese innocentemente la rossa, per poi ripeterlo orgogliosa con entrambe le mani, che furono presto richiuse da un allarmato J. 

<< Yo, Paradox, vedi di non insegnare i gestacci alla nostra mini versione prima del previsto >> sbuffò il rapper. 

<< Ma che dici, sai che lei è una piccola anarchica, o ti sei scordato della faccenda delle bombe e degli elfi robot? >> gli ricordò sfacciata lei, facendolo sbuffare. << Anarchia nel cuore! >>  La rocker si batté sul petto due volte, per poi fare il segno della verità con la mano destra. 

<< Sei un caso perso... >> sbuffò Alex.

<< Emilia? >> chiese un'elegante voce femminile dietro di loro. Si trattava della nonna, o almeno ad Alex sembrava che fosse lei: guardava il corridoio dalla soglia alla ricerca della figlia, per poi fare qualche passo avanti dopo averla notata, con un sorriso. 

<< Mamma! >> La piccola le si gettò al collo e lei ricambiò il gesto felice.

Quando Alex si voltò verso i due artisti per vedere la loro reazione, fu come ricevere un pugno nello stomaco. Erano lì fermi, impalliditi, che guardavano la donna con occhi lacrimosi e pieni di tristezza. I loro volti mostravano i secoli che avevano davvero.

La cosa fece senso alla ragazza, perché non aveva mai visto sua madre così vulnerabile, anche se la comprendeva. 

<< Mamma, voglio presentarti i miei nuovi amici! >> La bambina spinse con la manina la donna verso i due, che la guardavano ancora imbambolati. 

<< È tutto a posto? >> chiese la donna, e i due — senza pensarci nemmeno un secondo — l'abbracciarono fortissimo in simultanea, seguiti anche dalla loro versione bambina, che si era unita molto probabilmente solo per non venir esclusa da quell'abbraccio di gruppo.

<< È tutto a posto? >> chiese la donna, e i due — senza pensarci nemmeno un secondo — l'abbracciarono fortissimo in simultanea, seguiti anche dalla loro versione bambina, che si era unita molto probabilmente solo per non venir esclusa da quell'abb...

<< Sei fantastica... >> sussurrò J a bassa voce. 

<< Grazie, anche voi lo siete >> rispose una voce molto poco femminile. I due artisti si staccarono dall'abbraccio confusi, per poi guardare in malo modo il colpevole. 

<< Gabriele! Sei un coglione del cazzo! >> Paradox gli tirò una sonora zampata, per poi urlare di dolore e mettersi a saltellare in giro, lanciando insulti coloriti al suo migliore amico angelico.

J si limitò a scuotere la testa e Alex andò ad abbracciarlo. Quella scena l'aveva commossa, e forse era un bene, soprattutto per il fatto che Gabriele li avesse portati indietro prima che accadesse qualcosa di irrimediabile. 

"Beh... Vanessa, in un certo senso, ha capito chi erano loro due"  le sorrise Gabriele, parlandole con la telepatia, che alla ragazza risultò decisamente strana e invasiva.Con un sospiro sciolse l'abbraccio con J, per poi avvicinarsi allo zio.

 << E tu come lo sai? >> chiese dubbiosa Alex. << Oltre al fatto che glielo avrà detto il nonno, quindi... sì? >> 

<< Verissimo, ma mi aveva confidato che lo aveva capito già dal loro abbraccio. Istinto di madre, o qualcosa di simile >> le rivelò l'Arcangelo. 

<< Quindi la conoscevi di persona? >> 

<< No, Alex, ma lei mi parlava ogni sera prima di andare a letto tramite le sue preghiere >> le sorrise. 

<< Oh... beh, come sta ora? >> chiese Alex, trovando assurdo e irreale quel discorso. << Voglio dire, se è morta sarà a casa tua, in Paradiso, quindi... >> 

<< Certo, l'accolsi io alle porte dorate >> annuì lui. 

<< Non sarebbe il compito di san Pietro? >> chiese la ragazza. 

<< Quel vecchio usciere non ha giurisdizione sui miei protetti >> sbuffò l'Arcangelo. << Comunque tua nonna sta bene, è felice e non vede l'ora di conoscerti, anche se non ha fretta, ovviamente >>. 

<< Ma... io sono atea, quindi... >> 

Gabriele si indicò con le mani. << Sono reale e sono davanti a te! Andiamo! Ma comunque sei la figlia della mia migliore amica e quindi praticamente raccomandata. Poi oh... se non ti piace il Paradiso c'è sempre il Nirvana, però ti avverto che i cicli di reincarnazione possono essere davvero lunghi. Altrimenti... il Valhalla? Con il tuo caratteraccio staresti bene insieme ai guerrieri nordici >>.

 << Non ho un caratteraccio! >> sbuffò lei, facendolo ridacchiare.

<< EHY IDIOTI! >> Bum Bum attirò l'attenzione di tutti. << VI ASPETTANO SUL PALCO PER L'ULTIMA CANZONE, CAZZO DAI!! >>

––––––•––––––

Alex non ascoltò davvero il duetto dei due Artisti, visto che per lo più stavano cantando sua madre e lo zio, e quel genere di musica non le piaceva affatto. Tanto che la musica, mista all'entusiasmo della folla che esultava come impazzita, diventò solo il sottofondo per i suoi pensieri. Quanto meno ora si trovava in una delle "conchiglie" vip situate in alto e non doveva subirsi l'agitazione degli alieni rockettari.

Quell'avventura le aveva fatto riconsiderare alcune cose: il suo rapporto con la madre, il fatto che voleva tornare a casa e sì, ci sarebbe presto tornata... ma forse non vi era poi così fretta. Avrebbe tenuto compagnia a J ancora per un po', per poi finalmente tornare alla sua quotidianità, con un pizzico di follia rock e nerd datole dai suoi parenti.

In quel momento avrebbe voluto chiamare il fratellino — cosa non difficile con il telefono modificato da J, che poteva chiamare chiunque anche ad universi di distanza — ma... forse Paradox era con lui e non voleva alterare la storia. Poco male: alla fine avrebbero parlato delle loro avventure una volta tornati a casa.

Con la mente proiettata verso il futuro, guardò gli spalti con un sorriso, intravedendo un futuro radioso. Anche se... vi era una domanda che le tartassava la mente:

<< Come mai un metronomo? >> Sul serio, non era uno strumento... boh? Ma che ne sapeva di musica lei...

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Sul capitolo intero. Le note ai passaggi stanno a margine del testo.

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