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«Io… cosa… eh!?» esclamai dopo un momento di spaesamento. Mi portai le dita alla tempia e feci scattare il braccio leggermente in avanti «Aspetta un secondo, come lo avrei fatto? Gli ho solo offerto la colazione!»
Fufluns non rispose subito, bussando alla porta della dispensa: «Puoi uscire, se n’è andato.»
La porta si aprì appena, mentre Nerone spuntava guardingo: «Sicuro sicuro?»
«Sicuro sicuro» annuì il dio «Sembra quasi che tu sia ricercato.»
Nerone scivolò fuori con uno sbuffo: «Si tratta di una missione segreta, non sono molti gli dèi che ne sono a conoscenza» Fufluns lo guardò eloquente indicando me con la testa «Voi siete un incidente di percorso. E comunque potevi anche solo prendere il pacco e mandarlo via, no?»
«Dovevo sperimentare una mia teoria» spiegò il dio alzando le spalle.
Deglutii, stranamente consapevole che il suo esperimento c’entrasse con me, così feci una domanda che mai avrei pensato di fare a un dio: «Quale teoria?»
«Mi mancano ancora alcune informazioni, ma su una cosa sono certo: se ragiono come se attorno a me fossero tutto e tutti ingredienti per distillati, capisco un po’ di più questo mondo moderno» ci girò attorno Fufluns.
«Sta di fatto che potevi perdere anche meno tempo» Nerone spostò lo sguardo infastidito su di me «E tu potevi non dargli corda, puer!»
«Non… mi ero accorto della tua assenza» ammisi ancora confuso.
«Tu non…» si morse le nocche dell’indice destro, anche se qualche improperio in latino gli sfuggì dalle labbra.
Inspirò a fondo per calmarsi e si torno a sedere a tavola, addentando una castagnola ancora arrabbiato.
Per un attimo gli occhi gli brillarono di una luce diversa, come se mangiare e bere stesse risvegliando qualcosa dentro di lui.
Guardai il caffè, le castagnole e infine le mani: possibile che fossi stato io?
Se potevo richiamare i morti, non era da escludere, ma non ero sicuro si trattasse di una mia capacità innata.
«Comunque, parliamo di cose serie» riprese Fufluns aprendo il pacco appena arrivato «Trovare un nome da umano per Nerone.»
L’Imperatore si trattenne dallo sputare il caffè: «Come, scusa?!»
«Io vorrei ancora…» provai a dire timidamente.
«Non sappiamo se hai un corpo fisico o meno adesso, meglio prevenire che curare» spiegò Fufluns aprendo il pacco del computer con la delicatezza di un nonno con un Brondi «E poi c’è bisogno di un’identità falsa per accedere ai tuoi fondi, credo.»
«Per questo il computer?» chiese Nerone confuso.
«Sì, la mia conoscenza ha parlato di banca a casa, o qualcosa del genere» guardò lo schermo nero girando appena la testa confuso «Sai come si accende?»
«Veramente io vorrei sapere come…» provai a dire. Avevo imparato molto presto a non disturbare gli adulti che parlavano tra di loro, figuratevi se m’intromettevo tra due entità a mio avviso superiori.
«Il bottone in alto» brontolò Nerone «E poi non sono nemmeno sicuro che i miei conti siano ancora attivi.»
«Per questo dobbiamo scoprirlo» Fufluns strinse gli occhi confuso, continuando a guardare lo schermo nero «Queste cose moderne non funzionano mai.»
Al suo terzo tentativo di accendere il computer con ESC decisi di prenderlo io e iniziare le procedure di autenticazione. Non era molto – informatica non è così fondamentale all’alberghiero – ma speravo che facendo così mi avrebbe dato delle risposte.
Una volta sistemato il minimo lo ruotai verso Nerone e guardai il dio del vino – trenta secondi, poi riabbassai lo sguardo: «Cosa significa che ho scisso Turms dalle sue versioni greca e romana? Se posso chiedere…»
«Quello che ho detto: hai ridato consistenza – e dignità – a un dio che molti considerano “versione” e non “presenza”» spiegò estraendo delle carte magnetiche, un lettore e una stampante per tessere.
«E questa cosa non avrà delle conseguenze?» chiesi senza fare caso alla profondità di quella scatola venti per venti. La mia priorità era capire quanto avevo fatto arrabbiare Ermes e Mercurio e quanti panini al latte avrei dovuto offrirgli per farmi perdonare.
«Un paio, probabilmente» ammise Fufluns «Ma non ti preoccupare, ce ne occuperemo io e Turms.»
Decisi di non replicare, unendo solo le mani e alzando lo sguardo.
Ebbi la bruttissima sensazione che un fulmine colpisse la casa… o qualunque copertura mitologica ci fosse sopra.
«Non sono bloccati…» commentò Nerone senza alcun preavviso «Per me stesso, non sono bloccati!! Certo, tra spese legali e risarcimenti non è rimasto molto, ma sono ancora attivi!»
«Risarcimenti?» chiesi confuso abbassando lo sguardo su di lui.
«Non sono affari tuoi, puer» precisò mentre digitava rapidamente sul tastierino numerico «Anche in questo è rimasto qualcosa.»
«Quanto?» domandò Fufluns.
«Qualche miglioncino, nulla di che…» brontolò infastidito.
«Qual… eh!?» esclamai sconvolto.
«Sarà sì e no un terzo di quello che avevo» Nerone scivolò contro lo schienale pensieroso «Il problema ora è come usarli.»
«Ed è qui che entrano in gioco questi» sorrise Fufluns indicando gli strumenti da falsario come un televenditore, poi si mise a leggere le istruzioni.
O quantomeno ci provò, girando il libretto in varie direzioni prima di sospirare affranto e passarmelo esasperato.
Lo guardai confuso, poi iniziai a leggere e a configurare anche la stampante per tessere: «Non sai leggere l’italiano?»
«A quanto pare» alzò le spalle mesto.
«E ieri come hai fatto a usare il cellulare?»
«Mi ha aiutato Lucius» indicò con la testa l’imperatore «A proposito, come ti chiamiamo?»
«In che senso, scusa?» chiese confuso sollevando lo sguardo dallo schermo.
«Te l’ho detto: ti serve un nome da umano, un alias che passi inosservato» spiegò Fufluns prendendo un altro cornetto.
L’Imperatore alzò un sopracciglio: «Nerone non va già bene?»
«Nerone è un nome da cani» risposi continuando a configurare la stampante. Avevo fatto bene a far installare una connessione internet l’anno prima, anche se i nonni non erano convinti.
«Che intend… bau!» si portò una mano alla bocca mentre io e Fufluns lo guardavamo sorpresi «Non sono stato io, vero?»
«Mi sa proprio di sì» annuì il dio prima di guardare me «Stai pensando a dei cani?»
Mi annodai le dita imbarazzato, poi mi concentrai sul ricordare i busti romani che avevo visto nei libri di storia dell’arte.
Nerone smise di abbaiare: «Allora… potrei chiamarmi Vercingetorige. O Attila!» si mise in posizione eroica «A come Atrocità, T come…»
“Busti romani” mi dissi “Busti rimani”, poi inspirai profondamente appoggiando le mani unite davanti alla bocca: «Sono entrambi nomi da cani…»
«Eh ma che due…!» esclamò infastidito «C’è un nome antico che non sia per cani!?»
«Giulio.»
Mi guardò con occhi talmente omicidi che temetti di essere incenerito sul posto. Un nuovo fulmine cadde sulla Trattoria: questa volta lo sentii bene, vedendo pure un’ombra perlacea tremare fuori dalla finestra.
Nerone sembrò non accorgersene, mentre Fufluns, dopo un primo irrigidimento, decise di fingere normalità.
Tornai alle mie istruzioni: avevo già fatto incazzare abbastanza universo per quel giorno.
Nerone scosse la testa stringendo le dita sulle braccia: «Ma non posso chiamarmi Lucio?»
«Sarebbe troppo ovvio» fece notare Fufluns.
«Però è un nome relativamente moderno: Lucio Battisti, Lucio Dalla, Lupo Lucio…» ammisi buttandogli un’occhiata di una frazione di secondo
«Ma perché finisce sempre con dei canidi!?» esclamò Nerone.
«Aspetta, però» Fufluns si massaggiò il mento «La Lupa era il simbolo di Roma, potremmo partire da quel Lupo Lucio per trovarti un nome.»
«Lupo Cattivo, Lupo di Gubbio» iniziai ad elencare «Ezechiele Lupo, Lupo Alberto…» sbattei le palpebre «Alberto non è un nome così malvagio.»
«Alberto non è male, è stato il nome di diversi re del passato» annuì Fufluns.
«Ed è un nome comune tra i giovani, anche grazie ad Alberto Angela» spiegai aspettando che la stampante si scaldasse.
Nerone ci pensò su: «In effetti non mi dispiace come divulgatore» si spinse appena all’indietro, dondolando sulle gambe posteriori della sedia «E va bene, accetto, ma il cognome lo scelgo io.»
Fufluns alzò le mani: «Prego, proponi pure.»
«Enobardi» annuì risoluto «Da Enobarbo: nessuno capirà mai che sono io.»
Fufluns allungò la mano verso Nerone: «Allora benvenuto tra gli umani, Alberto Enobardi.»
L’Imperatore ebbe un leggero tic all’occhio, poi allungò la mano infastidito: «Non farci l’abitudine, però.»
Lo segnai sullo schermo della stampante cercando di ignorare quel siparietto: «Data di nascita.»
«Quindici dicembre del 37» disse tranquillo.
«Non credo che si riesca a inserire il 37 dopo Cristo. O che sia legalmente inseribile su un documento» ammisi guardandolo senza incrociare i suoi occhi «Facciamo 2001»
«Perché?» chiese infastidito.
«Perché sembri un ventenne» mi supportò Fufluns «Serve altro?»
«Luogo di nascita ho messo Roma…»
«Per la precisione sarebbe Anzio» specificò Nerone.
«Anzio, scusate…» digitai rapidamente il testo prima di tornare a leggere le istruzioni e prendendo una tessera da inserire nella stampante.
Prima che qualcuno di voi ci provi: è illegale, non fatelo a casa.
Però lo ammetto, quella situazione era talmente assurda che un po’ mi piaceva. Era un modo per staccare, avere uno scopo, una strada da seguire senza cadere nella disperazione.
Ero stato troppo lontano dalla mia famiglia per accettare di perderla per sempre, e se fare ciò poteva servire a salvarli, lo avrei fatto altre cento volte.
E poi venivo da due anni di coprifuoco, lock down, green pass e fastidiosi cori dai balconi, senza parlare del mio rapporto coi servizi sociali.
L’infrangere la legge aveva un non so che di appagante in quel momento.
«Come facciamo la fototessera?» chiesi unendo i pollici pensieroso.
Fufluns mi guardò confuso, ma Nerone sospirò: «Quella cosa si può collegare al computer?» annuii «Dammi solo un momento, allora.»
«Non ti facevo così smanettone» commentò il dio.
«Non pianifichi la caduta di tuo padre senza sapere come nasconderti tra i mortali» alzai un sopracciglio verso di lui «Fatti i fatti tuoi, puer.»
Decisi, di nuovo, di non indagare, concentrandomi sulle altre tessere e optando per stampargli quella sanitaria, poi mi misi a studiare il lettore di carte.
«Mi sento inutile» sbuffò Fufluns prima di alzare le spalle «Proverò a capire come siano potuti entrare in questo spazio Canidia e Charun svuotato.»
«Come sono entrato io?» propose Nerone mangiando una castagnola mentre continuava a lavorare al computer «Quando sono arrivato le difese erano inesistenti, come per un rituale mal riuscito o non effettuato.»
Bloccai il lavoro che stavo facendo all’istante, ripercorrendo gli avvenimenti del giorno prima, da quando mi ero svegliato a quando ero andato al cimitero, fino all’arrivo di Canidia, Charun e Fufluns.
E solo una cosa non avevo fatto: le offerte ai santi protettori della Trattoria.
Mi voltai d’istinto verso la finestra passavivande, notando solo in quel momento il secondo piatto di panini al latte abbandonato dal mattino prima, intonso.
E dire che zia Anita mi aveva pure ricordato di farlo!
Mi alzai rapido per mettere almeno le offerte del giorno sotto le rispettive icone, quando due ombre si palesarono nella sala.
D’istinto arretrai, la mano alla tasca dei pantaloni. Quelli non erano decisamente dèi solo un po’ fusi tra di loro o creature come il Mazenpegul.
E le abitudini sono sempre dure a morire.
“Resisti” mi dissi unendo le mani “Se dovessero essere pericolosi ci sono Nerone e Fufluns, resisti”
Le ombre si fermarono sulle offerte, prendendole con le mani e facendole sparire nel loro corpo di polvere e oscurità, poi arretrarono come si erano avvicinate.
Le seguii con lo sguardo, mentre sparivano all’interno degli affreschi iconografici davanti a cui di solito lasciavo le offerte.
Erano due nicchie in fondo alla sala della trattoria, una dedicata a Santa Marta di Betania e l’altra a San Martino de Porres.
«Interessante» commentò Fufluns alle mie spalle facendomi trasalire «Da quant’è che non ricevono un’offerta come si deve quei due?»
«Ieri le ho dimenticate» ammisi a sguardo basso.
«Ieri non hai fatto il gesto» specificò il dio prima di guardare verso il frigo senza un apparente motivo «Quando hai preparato la torta, a cos’hai pensato?»
Lì per lì mi confuse, poi risposi: «Al mare?»
«Più specifico.»
«Alle onde? Non lo so, mi sono ricordata che mia madre la faceva arancione e la chiamava Fuoco di Vesta» gli occhi di Fufluns brillarono appena «Cos’ho detto?»
«La risposta più da Penati che ti ho sentito dire da quando mi hai ridato senso» spiegò dandomi una pacca sulla schiena e tornando a sedersi «Comunque, ora che abbiamo capito come sono potuti entrare, è tempo di organizzare la vostra missione.»
«Nostra?» chiesi confuso.
Fino a quel momento avevo pensato che sarei rimasto alla trattoria a cucinare cibo per richiamare i miei parenti dall’Inferno. Nessuno mi aveva parlato di partire prima della fine dell’estate.
«Io non mi muovo senza un…» iniziò Nerone prima di fermarsi, poi brontolò tappandosi la bocca con una castagnola «Non è così necessario in fondo.»
Fufluns trattenne una risata – o fece uno starnuto, non lo capii molto bene – poi disse notando la mia confusione: «Nei miti, gli eroi tendenzialmente ricevono una profezia prima di una missione. Tu sei un umano, per cui la tua non è una missione diretta, ma sei il supporto necessario affinché finisca bene. Credo.»
«Ah, beh, se lo credi…» sbuffo Nerone senza staccare gli occhi dallo schermo.
«Certo, non sono una divinità profetica, o un suo figlio» l’imperatore distolse lo sguardo «Per questo la vostra prima visita sarà da Vegoia.»
«Chi?» chiesi bevendo un po’ del mio caffè, la tazzina fin troppo stretta tra le dita. Non volevo partire, dannazione! Solo avessi avuto il coraggio per dirglielo…
«L’oracolo etrusco per antonomasia, profetessa suprema, signora dei misteri etru…» iniziò Fufluns altisonante.
«Talmente famosa che su Wikipedia esiste solo la pagina in inglese» commentò Nerone roteando gli occhi «In effetti perché non ho… ah, già. Troppo lontana da Indianapolis.»
«Comunque» proseguì Fufluns «Lei può darvi una profezia e affidarvi una missione. E non sottovalutare la cosa, Nerone, potrebbe essere un buon modo per redimerti.»
«Come se avessi fatto qualcosa di sbagliato» brontolò l’interessato. Lo guardai con un sopracciglio alzato «Fatti i fatti tuoi, puer.»
Alzai le mani, poi guardai Fufluns: «Dove troviamo questa Vegoia?»
Fare domande in merito era l’unico modo che conoscevo per accettare la cosa.
«Oh, quello è facile. Al Museo Villanoviano a Villanova di Castenaso, il problema vero…» indicò con lo sguardo il falcetto che Nerone teneva infilato in cintura «…è che lui è armato e tu no.»
Corrugai la fronte confuso: «Ma hai appena detto che devo fare da supporto.»
Non mi ero ancora abituato all’idea di dover partire dalla Trattoria e si aggiungeva il fatto che dovevo essere armato.
Ma era un dio, mi ero già fatto nemico mezzo Olimpo e l’altro mezzo di Colle Palatino… non volevo rischiare.
«Sì, ma Nerone non può mantenere il potere divino per sempre senza che tu gli dia da mangiare, e in battaglia è fondamentale la velocità» Fufluns tamburellò sul tavolo pensieroso.
Nerone mi lanciò un’occhiata, poi sospirò grattandosi dietro la testa: «Anche ipotizzando qualcosa da portaci da qui, primo, non sarà eterna e, secondo, non la possiamo usare per sfamarci. Insomma: io sono divinizzato, ma il puer è un umano.»
Fufluns lo guardò piacevolmente sorpreso: «Non mi aspettavo che ti preoccupassi per lui. O per qualcun altro a parte te.»
«Se lui crepa di fame io non ho potere divino» spiegò offeso «Non sono ancora ai livelli di “Lester”.»
«Ho un fornelletto da campo» ammisi prima di maledirmi. Potevo inventarmi di non avere gli strumenti, no? Il danno era fatto, per cui proseguii con l’elenco «Potrei portarmi una pentola e una padella. O anche solo una padella.»
«Una padella, ma certo!» esclamò Fufluns «La potresti tirare in testa ad eventuali nemici, e anche i coltelli si possono…»
«Non userò gli strumenti della cucina per difendermi» lo fermai diretto. Va bene accettare di partire – che non lo avevo fatto – ma su certe cose non avrei ceduto… forse «La padella potrei, ma il resto rimane nello zaino in caso di combattimento.»
Il dio sbatté le palpebre sorpreso, poi prese una castagnola e se la girò tra le dita: «Mentre ero svuotato hai fatto cadere qualcosa, vero?»
«Un… cioccolatino» risposi di nuovo timorato. In quel momento temevo seriamente di aver esagerato, anche se Fufluns era il dio più tranquillo che mi potesse capitare.
«E ne hai ancora?» feci un cenno di assenso con la testa «Puoi prenderli, per favore?»
Andai ad aprire uno dei pensili della dispensa ed estrassi un sacchetto da congelatore pieno di palline ricoperte di stagnola: «Sono esperimenti che faccio nel tempo libero: cioccolatini, caramelle, salatini…»
Li appoggiai sul tavolo e Fufluns li studiò affascinato: «Li fai tutti tondi?»
«Sono più facili da impacchettare e tenere in tasca» spiegai annodandomi le dita nervoso «Mi piace farli assaggiare alle persone e vedere cosa ne pensano.»
Se ne portò uno davanti al naso e chiuse un occhio, puntando su Nerone che non ci fece caso, poi guardò il Mazenpegul che passava lo sguardo tra di noi.
Aveva messo le manine in mezzo alle gambe divaricate, indeciso se intromettersi o meno. Fino a quel momento non aveva detto nulla, incuriosito da ciò che stavamo facendo.
«Mi porti quella cosa che abbiamo trovato prima?» chiese il dio gentilmente.
Il folletto annuì risoluto, alzandosi e tuffandosi giù dal tavolo con un balzo felino.
Trotterellò verso la trattoria, sparendo per una buona mezz’ora. Il tempo necessario per finire di inserire i dati finti di Nerone e lanciare la seconda stampa.
Quando tornò portava qualcosa sulla schiena che spuntava come due corna alle sue spalle.
Lo aiutai a salire e lui mi allungò una fionda a Y.
Il corpo era in metallo lucido a forma di cornucopia, molto facile da stringere tra le dita. L’elastico era in crine di cavallo intrecciato, con la tasca in cuoio su cui campeggiava una mano nella classica posizione a fica. Un simbolo scacciaguai dove il pollice spuntava tra indice e medio.
La cosa veramente sorprendente è che nessuna delle sue parti sembrava minimamente intaccata dal tempo, forse un po’ dall’usura e da un paio di battaglie al massimo.
«Fionda di bronzo celeste: non avrei mai pensato di trovarne una qui, probabilmente era appesa alle pareti come cimelio e durante il combattimento è caduta» spiegò Fufluns «Comunque per ora ci serve per la sua utilità. Potresti usarla per lanciare questi assaggini a Nerone durante i combattimenti per ripristinare la sua energia divina.»
La soppesai incuriosito: in effetti mio padre mi aveva insegnato a usare la fionda, ma erano pur sempre otto anni che non ne maneggiavo una. Alla Casa-famiglia era impensabile usarla e anche alla Trattoria nessuno mi aveva mai spinto a riprenderne l’uso.
Tirai leggermente l’elastico che non andò troppo lontano rispetto alla sua posizione iniziale, poi lo lasciai.
Sentii lo spostamento d’aria manco avessi usato una balestra.
Un fischio preciso, poi Nerone che si massaggiava la tempia confuso, colpito da qualcosa d’invisibile.
Non avevo puntato a lui, eppure sembrava che il colpo fosse andato nella sua direzione.
L’imperatore sollevò la testa nella nostra direzione, poi notò la fionda che tenevo in mano e abbassò appena lo schermo del PC per osservare meglio.
Presi un cioccolatino, girandomi verso Fufluns senza tirare eccessivamente l’elastico, poi rilasciai.
Il dio prese il dolcetto con una facilità disarmante, ma questa volta lo vidi chiaramente: il colpo aveva rallentato appena prima di raggiungerlo, come se volesse essere preso da lui.
«Interessante» commentò spostando lo sguardo da me al cioccolatino.
«Molto interessante» annuì Nerone guardandomi come una bistecca cotta alla perfezione.
Probabilmente aveva un secondo fine di qualche tipo, ma mi aveva anche salvato la vita.
E poi avevamo un accordo, per quanto fosse più a suo favore che a mio.
Non avevo molta scelta in merito, o almeno secondo me…
«Sarei curioso di vedere cosa succede se la usassi io» disse l’Imperatore allungando la mano. Guardai Fufluns e lui annuì pensieroso, così gliela consegnai.
Soppesò l’elastico con perizia, poi puntò verso la sala.
Il lampo fu sorprendente, una sfera di fuoco che sfrecciò attraverso la porta prima di schiantarsi sui divanetti ancora salvi che presero subito fuoco.
«Nerone!» esclamò Fufluns buttandosi a estinguere le fiamme con una coperta «Non dovevi caricarlo di energia divina.»
«Non l’ho fatto!» rispose offeso avvicinandosi e attirando a sé le fiamme. Io rimasi ad osservarli dalla finestra passavivande, non avevo ancora i riflessi per reagire come loro «Dev’essere il bronzo celeste, o…» si toccò in cintura, estraendo il falcetto arrugginito. Brillò appena, poi tornò nuovo, con tanto di filo appena arrotato «Mi aveva lasciato perplesso questa cosa ieri. E no, non è bronzo celeste, è un normale falcetto da grano.»
«Benedizione di Demetra?» propose Fufluns prendendo in mano lo strumento. Tra le sue dita tornò vecchio e arrugginito, la lama leggermente sbeccata.
Nerone distolse lo sguardo arricciando la bocca in una smorfia schifata: «Ne dubito fortemente…»
«Questa missione è un mistero dietro l’altro» concluse il dio «Come siamo messi?»
Scossi rapidamente la testa e tornai alla stampante.
«La tessera sanitaria è a posto, adesso mancano la carta d’identità e la patente» spiegai senza guardarlo.
Nerone tornò al computer: «Inseriscili uno per volta. Intanto passami la tessera sanitaria, vediamo se mi ricordo ancora come si fa.»
Mentre proseguivamo con tutta quell’operazione, che di legale aveva solo il suffisso, Fufluns si appoggiò alla finestrella passavivande: «Come ti porterai dietro le ricette?» lo guardai confuso «Se dovrai risvegliare altre divinità, dovrai dar loro un cibo specifico. Per esempio, a me hai dato il libum che di solito si offriva a Bacco, seppur personalizzato, per questo ha funzionato. Quindi, come pensi di portarti dietro le ricette?»
«Con un reader?» proposi ancora incerto indicando la libreria in fondo alla cucina «Avevo iniziato a digitalizzare tutte le ricette presenti qui per poterle rifare, ma sarò arrivato a metà se non di meno…»
Nerone si fece pensieroso, poi scivolò a studiare i ricettari. Provò a toccare la costa di uno dei faldoni e questa brillò appena: «Reagisce, come sospettavo. Dove tieni questo reader?»
«In camera mia.»
«Vallo a prendere.»
Mi misi sull’attenti e corsi su per le scale, facendo i gradini a due a due anche se non erano multipli. Recuperai il reader in carica e tornai nuovamente al secondo piano, passandolo all’Imperatore come si potrebbe porgere un ex-voto.
«Ooh, uno che mi tratta come si conviene!» esclamò prendendo l’oggetto e aprendolo, poi toccò la libreria.
Fu sbalzato dall’altra parte della cucina, con il reader che volava dalle sue mani. Io e Fufluns ci buttammo per prendere il dispositivo al volo, riuscendo a salvarlo per miracolo.
«Devo chiedere ad Apollo perché ha mandato te» commentò il dio guardando un Nerone schiantato a testa in giù. Dopo il botto era scivolato a terra, attutendo con le braccia lo schianto che gli avrebbe spezzato l’osso del collo, ma aveva ancora gli occhi strabuzzati dalla sorpresa «Sul serio, come ti muovi fai danni.»
L’Imperatore ci mise un po’ prima di rispondere, girandosi e sollevandosi lentamente: «Parla quello che per poco non si mangiava l’ultimo Penati.»
«Ero svuotato, tu che scusa hai?» Fufluns si appoggiò alla libreria soprappensiero e il legno brillò di rivoli viola.
Vino che correva sulle assi, sui faldoni e dentro alle mie amatissime ricette.
Le stava distruggendo, e anziché fermarsi, rimaneva con una mano sui volumi e l’altra con il reader acceso. Gli occhi spalancati e assenti
«Smettila!» esclamai lanciandomi in avanti «Ti prego, smetti…»
Nerone mi placcò prima che potessi raggiungere il dio, gli occhi fissi ad osservarlo in un misto di fascinazione e paura.
«Lasciami!» esclamai cercando di liberarmi «Li sta distruggendo!»
Nerone non rispose, facendomi segno di stare zitto. Alzò appena la testa mentre la lampadina del lampadario, che fino a quel momento era stata spenta, inizio a lampeggiare isterica.
Sbalzi di corrente improvvisi che rendevano l’atmosfera elettrica e pesante.
La io avevo tutta la mia attenzione, e il mio odio, su Fufluns.
Tatuaggi gli scorrevano vividi sulla pelle, rivoli di vino misto a inchiostro che prendevano forma… di parole.
Il mio odio si trasformò in confusione, mentre i testi dalle sue braccia scivolavano come serpenti verso il reader che rilasciava piccole scariche elettriche di colore viola.
Non li stava distruggendo, li stava trasferendo!
I suoi occhi brillarono, due fari di potere puro, il suo vestito una tunica di luce purpurea e…
Nerone mi schiacciò la faccia a terra prima che finisse la trasformazione. Provai a sollevarmi, ma a nulla valsero i miei sforzi. Ogni volta che voltavo la faccia, lui mi copriva gli occhi con la mano libera o con il peplo.
Poi arrivò il calore, bruciante, simile al bere d’un fiato una bottiglia di Tintura Imperiale.
Un terrore viscerale mi raggiunse, assieme alla certezza ancestrale che se fossi rimasto lì sarei morto sul colpo. Incenerito? Per infarto o ictus? O in coma etilico?
Non lo sapevo, ma era una certezza d’istintiva sopravvivenza, mentre ogni fibra del mio corpo di surriscaldava.
E non potevo scappare: Nerone mi teneva schiacciato sotto di lui, e anche potendo, dove sarei stato al sicuro?
Nessun vestito o strada o muro avrebbe mai potuto resistere a quella presenza.
Al confronto l’Imperatore, che fino a quel momento era risultato rovente, sembrava acqua ghiacciata. Una coperta di neve protettiva sotto cui, se avessi potuto mi sarei rannicchiato mentre tutto si faceva buio e luminoso allo stesso tempo.
Da mortale quale sono, chiusi gli occhi e pregai di non morire, mentre i lampi viola mi trapassavano le palpebre serrate.
Poi dalla luce una strada di ciottoli e strisce pedonali rialzate si aprì davanti a me.
Era notte, con delle torce accese ai crocicchi ad indicare la via e proteggere dai nemici.
Inizialmente ipotizzai di essere morto, poi un ragazzo mi corse accanto mentre tutto prendeva un aspetto più reale e vivo.
Avrà avuto una quindicina d’anni, gli occhi chiari e i capelli rossi sotto il cappuccio. Mingherlino, quasi rachitico, eppure non dava l’impressione di essere malnutrito. I pochi vestiti che spuntavano da sotto il mantello volutamente logoro davano l’idea che fosse un nobile.
O meglio, un patrizio.
Scivolava tra i passanti come un ladro in quel ricordo dal sapore antico.
Si tuffò contro il muro, poi s’intrufolò dentro la porticina di legno di un’osteria. Il profumo familiare mi avvolse mentre osservavo l’altare per gli antenati che faceva capolino sul fondo, incorniciato dalle statue di un uomo e una donna in abiti divini.
Gli stessi erano seduti a un tavolo poco più avanti, chiacchierando del più e del meno come persone comuni.
«Ma guarda chi c’è!» esclamò l’uomo «Il piccolo Lucius è tornato a trovarci anche oggi. Sei qui per tuo padre, giusto?»
Il ragazzo arrossì appena, nascondendo il volto ulteriormente nel cappuccio.
«Forse…» brontolò a sguardo basso.
«Dovrebbe essere lì con Fufluns, o Pappus, come si fa chiamare adesso» indicò un tavolo in fondo alla sala senza guardare «Vai pure, ci pensiamo noi a controllare tua madre»
«Grazie…» il ragazzo scivolò in mezzo ai tavoli.
Altri giovani come lui erano lì, parlando animatamente con persone o estremamente più grandi o più o meno della loro età, o addirittura più piccole, ma due parole risuonavano nell’aria più di tutte le altre.
Madre e padre.
Lucius non si fece distrarre, proseguendo spedito verso il suo obiettivo. Un giovane adulto vestito con un peplo dorato e i capelli biondo sole stava parlando tranquillamente con un Fufluns quasi irriconoscibile. Vecchio, ingobbito, dalle guance rosse e i capelli argentati.
Lo riconobbi dagli occhi vinaccia, giovani e vivi come li avevo visti alla Trattoria, intenti ad ascoltare cosa stava dicendo il giovane uomo di fronte a lui.
«E quindi le ho detto “Ehi, bellezza, sbaglio o sei una musa? Perché in quanto Apollo mi hai appena ispirato il cuore”» stava decantando tutto tronfio, poi sospirò affranto «Non capisco perché mi abbia rifiutato.»
«Devi capire che ci sono donne che apprezzano questo genere di approcci e donne che non li apprezzano, Apollo» singhiozzò Fufluns in un’ubriachezza sobria, come se stesse facendo un personaggio.
«Non mi dirà che ha conquistato così mia madre, venerabile padre!» esclamò Lucius sollevando appena il cappuccio.
Se prima avevo il dubbio sul chi fosse, appena liberò i capelli rossi e ribelli, ebbi la certezza di chi si trattava, anche se vederlo a quattordici anni era strano.
L’uomo vestito d’oro sbiancò, osservando il ragazzo come si può guardare un fantasma.
«Lucius… caro…» disse tirato «Perché sei qui?»
«È l’unico posto in cui non può trovarmi» sollevò appena le spalle «Vi prego, padre, datemi una missione! Non ce la faccio più a stare in quella casa.»
Apollo dondolò appena sulla sedia, incerto, poi guardo verso la finestra e scattò in piedi: «Per me stesso! Devo sbrigarmi o chi la sente mia sorella! Ci vediamo, e non far preoccupare tua madre, Lucius.»
Gli scompigliò appena i capelli affettuoso e corse via uscendo dal locale.
Il ragazzo sospirò, sedendosi affranto al posto del padre e sdraiandosi sul tavolo con le braccia stese in avanti.
«Uffaaaa! Perché non mi dà una missione!? Il fratellone ha fondato una nuova religione e io sono costretto a restare qui con mia madre» brontolò con la fronte sul legno.
«Le missioni sono pericolose, non vorrà che tu ti faccia del male. È pur sempre tuo padre» commentò Fufluns cordiale.
«E infatti trova sempre una scusa per andarsene appena mi vede» si coprì la testa con il cappuccio «E poi c’è mia madre. Cosa spera che faccia? Che diventi imperatore!?»
Fufluns alzò appena le spalle: «Forse è proprio quella la tua missione, giovane Lucius.»
La scena cambiò in un vortice di fiamme.
Un Nerone molto più adulto guardava dall’alto il rogo della città sottostante.
Teneva una lira in mano, stringendola tremante. Lo vedevo di spalle, non potevo capire cosa stesse provando, quale espressione gli sporcasse il viso.
Eppure percepivo una sensazione di rabbia e frustrazione nella sua testa bassa e nel corpo irrigidito.
Sollevò la lira davanti a sé tirandone appena le corde. Questa prese la forma di un arco con una freccia di fiamme pronta a colpire le case ancora integre.
«Cosa stai facendo!» esclamò Apollo alle nostre spalle.
Nerone abbassò l’arma: «Quello che va fatto, padre» si voltò con un sorriso amaro che gli sporcò il volto adulto per pochi secondi, sostituito subito da uno sguardo folle in direzione del dio «Ti farò vedere che anch’io posso essere un eroe.»
Alzò nuovamente l’arco, preparando la freccia di fuoco.
Mi tuffai per fermarlo, come se fosse stato possibile cambiare la storia.
Il mio corpo gli passò attraverso, fatto di fumo e anima. Persi l’equilibrio, scivolando fino al bordo dell’altura e cadendo all’indietro verso le fiamme.
L’ultima cosa che vidi fu una freccia simile a una cometa che tagliava orizzontalmente il cielo prima del buio.