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← La Trattoria dei Penati

Creato il 09/05/2026, 15:57 · Aggiornato il 09/05/2026, 15:57

Capitolo 8: VIII - Libero una divinità etrusca e mi faccio nemico mezzo Olimpo

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Ero stato interrotto da Nerone, o meglio dal suo cuscino.

Me lo aveva lanciato addosso con la delicatezza di un bisonte al grido di “C’è gente che vuole dormire qui!”, poi se n’era andato brontolando di quanto fossi ingrato a disturbare il suo sonno di bellezza.

Il suo intervento mi aveva risollevato appena il morale, mentre la mia testa correva all’idea più folle della mia vita: potevo richiamare le anime dei miei antenati dall’aldilà, dovevo solo capire come.

Annina e Danilo erano stati attratti perché le castagnole era il loro cibo preferito, forse funzionava allo stesso modo.

Con quest’idea in testa, avevo deciso di cercare nei faldoni di nonna eventuali appunti in merito. Conoscendola aveva sicuramente segnato un “preferito di…” da qualche parte.

Tuttavia, complice lo sfogo appena avuto, ero arrivato appena a metà della lettera A, addormentandomi sul tavolo senza nemmeno la forza di tornare in camera.

Mi svegliò una cervicale atroce e il caldo della coperta che, probabilmente, mi aveva messo addosso Fufluns.

Ma almeno non avevo fatto incubi con demoni e luci al neon.

Il sole era abbondantemente sorto, mentre rumori insoliti arrivavano dalla Trattoria.

Voci alte, vetri e calcinacci mossi da scope, sacchi d’immondizia spostati verso l’uscita.

Mi presi un po’ di tempo per sollevare la testa, indeciso se sperare di vedere la mia famiglia o temere di non vedere i miei due nuovi coinquilini.

Le castagnole che avevo lasciato erano finite, ma dubitavo fossero stati Annina e Danilo.

Sarebbe stato bello, ma li sentivo distanti. Non come gli altri miei parenti, che proprio non percepivo nel mondo immanente, ma non nell’area di San Pasquale di Rocca.

Inspirai a fondo, alzando lo sguardo sulla finestrella passavivande, e da lì vidi la cosa più strana che un umano potrebbe mai immaginare: Nerone e Fufluns in grembiule da cucina, guanti in lattice e fazzoletto in testa che pulivano il disastro che avevano fatto il giorno prima.

«Ricordami, perché lo devo fare io?» chiese Nerone alzando un sopracciglio «Se tu non ti fossi fatto svuotare, a quest’ora…»

«Non sono stato io a evocare un mini-sole all’interno di un lugo chiuso. È già tanto se non ha preso fuoco l’intero stabile» spiegò il dio tirando su una paletta intera di vetri e svuotandola dentro a un sacco nero. Si voltò verso di me e sorrise «Ben svegliato, giovane Penati. Dormito bene?»

«Sì, credo…» rantolai massaggiandomi il collo e osservando la scena confuso, così dissi la cosa più normale che mi venne in mente «Volete un caffè?»

«Volentieri, grazie» annuì Fufluns.

«Fai anche delle altre… come hai detto che si chiamano?» chiese Nerone schioccando le dita a intermittenza.

«Castagnole?» propose Fufluns.

«Esatto, proprio quelle!» annuì dittatore.

«Agli ordini…» risposi alzandomi e preparando la moka grande e degli altri dolcetti.

Già che c’ero preparai un paio di panini al latte e li appoggiai sulla finestra passavivande senza pensarci troppo.

Mi fermai un attimo a osservarli: Nerone aveva l’aspetto di un ragazzo di vent’anni, dai capelli fulvi e ricci. Gli occhi ocra erano l’unica cosa che si potesse dire “divina” – oltre al peplo imperiale – ma per il resto poteva essere un volontario che mi stava dando una mano dopo un disastro vandalico.

Dal canto suo Fufluns aveva le fattezze di un trent’enne in dread e treccine che coordinava i lavori e monitorava la situazione sporcandosi a sua volta le mani.

Fu lì che mi resi conto di una cosa: «Perché delle divinità stanno pulendo come dei mortali?»

«Me lo chiedevo anch’io» commentò Nerone infastidito.

«Perché non abbiamo il potere che può avere una divinità che si è adattata al cambiamento» spiegò Fufluns «E perché ci sentiamo in colpa per quello che è successo ieri.»

«Parla per te!» esclamò l’Imperatore «Solo perché tu – il mostro – ti senti responsabile, non capisco perché io – il salvatore – devo fare altrettanto.»

«Perché così ti fortifichi per quando andrete in missione.»

Nerone si accigliò: «Fermo un attimo! Io dovrei andare in missione e tu rimani qui a fare la bella vita? Chi ti credi di essere? Mr D?»

«Lo hai detto tu che sei qui per questo, o devo forse chiamare Apollo per avere la conferma?»

L’Imperatore sbiancò, poi brontolò qualcosa e chiuse un paio di sacchi di calcinacci.

Risi appena, poi notai una piccola ombra sul pavimento.

Inizialmente pensai fosse la proiezione dei capelli di Fufluns, poi lo riconobbi.

Era il Mazenpegul nella sua mantellina di pelo grigio che trascinava i pezzi più piccoli con la fatica di un Maciste.

Ora che lo avevo accettato nella sua forma reale, non era così spaventoso come un tempo, ma chissà quanti come lui erano ancora delle ombre dagli occhi rossi alla mia vista.

Magari li avevo notati muovere le coperte, aprire e chiudere le finestre quando avevo caldo o freddo, passarmi le penne a scuola quando mi servivano… al solo pensarci mi si stringe il cuore ancora adesso.

Quindi figuratevi in quel momento in cui tenevo ancora le pillole per la schizofrenia in tasca senza un motivo apparente.

Decisi di preparare del latte caldo a parte, poi, al suono del caffè che saliva, chiamai: «Colazione pronta per tutti!»

Nerone mi guardò confuso avvicinandosi: «Tutti chi?» poi notò il Mazenpegul saltellare felice e inerpicarsi sulla tavola verso il latte caldo nella tazzina da caffè «Anche per il topo antropomorfo?»

«Con tutto l’aiuto che mi ha dato in questi anni, è il minimo» ammisi sorridendo dolcemente. Il Mazenpegul sgranò gli occhi con una castagnola già in bocca, poi arrossì e si abbassò il berretto sugli occhi per l’imbarazzo «E comunque è un folletto endemico della zona, non un topo.»

Fufluns mi guardò stupito, spuntando dentro la cucina e andandosi a sedere davanti alla tazza di caffè ancora libera: «Sei informato per essere uno che non ci crede.»

«Sì…» ammisi senza togliere gli occhi dal Mazenpegul. Vederlo fare colazione era rilassante, quasi familiare e nostalgico «Ma non so perché.»

«Interessante» constatò il dio prima di evocare una bottiglia di sambuca e correggere il caffè «Sarà una di quelle cose da indagare, se non durante il vostro viaggio, al vostro ritorno» prese una castagnola e la spezzò delicatamente «Adesso la priorità è…»

Qualcuno busso alla porta interrompendolo. Mi affacciai, notando un uomo con un pacco tra le mani.

Mi voltai verso i due immortali confuso e Fufluns disse: «Oh, deve essere il mio ordine.»

«Sai usare Amazon?» chiese Nerone alzando un sopracciglio.

«No, ma ho un amico che lo sa usare» bussarono di nuovo «Fai tu gli onori di casa, giovane Penati?»

«Va bene…» risposi ancora confuso e alzandomi in piedi.

Dal vetro della porta si poteva scorgere una figura giovane e snella, poco più alta di me con due specie di corna sulla testa. Il solo pensiero che l’ennesimo demone mi attaccasse mi fece irrigidire, tremolante come una fiamma al vento.

Guardai Fufluns che sollevò il pollice con un: «Tranquillo, è dei nostri.»

Se lo diceva lui mi potevo fidare, giusto?

Ispirai a fondo e aprii piano.

Un ragazzo della mia età stava guardando una bolla di consegna, ma non era quella la cosa strana.

La vera cosa che mi lasciò sconvolto furono le ali che adornavano l’elmetto, bianche e non troppo grandi, e il paio di calzari alati che teneva ai piedi.

«Ho una consegna express per…» strinse gli occhi, poi alzò lo sguardo su di me «Beh, tu non sei di certo Fufluns» inspirò profondamente, poi sollevò le spalle e fece per entrare.

«Ermes?» chiesi confuso mentre superava la soglia tranquillo.

Sentii una sedia muoversi di scatto, poi la porta della dispensa aprirsi e chiudersi a chiave.

«Ti piacerebbe, uma…» si bloccò, voltandosi verso di me confuso, poi annusò di nuovo «Strano, non hai l’odore di un semidio, né di un veggente.»

«Me lo dicono spesso» ammisi poco convinto. Percepivo la stessa presenza di Nerone e Fufluns, quindi doveva essere un dio.

Una certa rassegnazione mi strinse il petto, impedendomi di portare la mano alla tasca.

«Comunque sono qui per quella brutta copia di Bacco, dove lo trovo?» commentò tornando alla sua bolla di consegna.

«Ehi! È stato Bacco a copiare da me!» esclamò il dio dalla cucina «O te lo sei forse dimenticato, Turms?»

Il ragazzo alzò lo sguardo sorpreso in direzione del dio: «Non sentivo questo appellativo da un po’, nessun mi chiama così. Ho persino smesso di correggerli» accennò a un sorriso amichevole «Ti vedo in gran forma. Non ti eri fuso con quell’inutile maschera di nome Pappus?»

«Tutto merito di questo ragazzo, mio caro» sorrise indicandomi con un gesto plateale. Per un attimo sentii anche le pareti guardarmi «Ti presento Francesco Penati, l’ultimo cuoco sacro in circolazione.»

Turms alzò un sopracciglio osservandomi: «Questo qui? Sul serio?» scosse la testa «Comunque, al contrario tuo, io ho ancora un’attività stabile, per cui, cortesemente, vieni a firmare la bolla di consegna che me ne vado.»

Fufluns mi guardò indicando con la testa le castagnole: «Ma come, non ti è mancata neanche un po’ l’Osteria? Fermati un attimo, suvvia.»

Intuii il suo piano, anche se non ero sicuro che funzionasse.

Ma chi ero io per metterlo in discussione?

Me lo immaginai come un cliente qualsiasi, impostando la mia modalità cameriere. E poi aveva fatto la fatica di venire fin lì con quel pacco pesante.

Non ero sicuro ci fosse roba per me, ma in qualche modo dovevo ringraziarlo.

«Posso offrirle un caffè prima? Ho anche dei dolci appena fritti» dissi accogliente.

Turms mi guatò stringendo gli occhi, poi sospirò: «E va bene! Ma solo cinque minuti, o è la volta buona che mi licenzia.»

«Anche Tinia è ancora in attività?» commentò Fufluns.

«Non lui, Ermes, o Mercurio… da quando siamo tre personalità nello stesso corpo sono passato allo scarto dello scarto» disse il messaggero sedendosi a tavola, il pacco poggiato accanto a lui come se nulla fosse «Mi sa che dei nostri sei l’unico imbecille che non si è fuso con delle divinità più sul mercato.»

«Che vuoi che ti dica, io voglio sempre essere unico.»

«Comunque…» iniziò Turms prendendo una castagnola «A che ti servono un computer e dei documenti falsi? Sul serio, hai idea delle scartoffie che io e Aplu abbiamo dovuto compilare?» scosse la tesa «Apollo, volevo dire Apollo.»

«Scartoffie? Perché?» chiese Fufluns.

«Amico, hai chiesto una spedizione divina express in Italia. In Italia, capisci! La patria della burocrazia: Tinia – volevo dire, Giove, oggi li sbaglio tutti – ha chiesto permessi, autorizzazioni, persino il lasciapassare A38!» gli passai il caffè caldo e lui ne inspirò avidamente il profumo «Aaah, come vorrei essere trasferito. Certo, essere la personalità principale come Ermes comporta delle responsabilità non da poco, ma a me basterebbe anche solo poter uscire ogni tanto quando consegna in America.»

Si buttò in bocca la castagnola e un rumore di catene strappate riempì l’atmosfera. Le ali sulla testa di Turms vibrarono lucenti, mentre l’abito, da peplo simil romano, prese una forma più etrusca.

Vidi un’anima uscire da lui, un fantasma che si sbracciava per rimanere ancorata a quel corpo, ma le mani lo trapassavano come fatte di fumo.

Sospirò affranto, rinunciando alla presa, tuttavia mi lanciò uno sguardo di puro odio prima di sparire al di là del soffitto, trascinato da una forza superiore.

Notai che, mentre si allontanava, prendeva consistenza, tanto che per un attimo temetti di essere fulminato sul posto per aver osato guardalo.

Tornai ad osservare i miei ospiti che non sembravano essersi accorti di nulla. Per loro era stata una frazione di secondo, probabilmente, ma per me era durata un’eternità.

In particolare, Turms continuava a mangiare castagnole appoggiato sul tavolo molto più rilassato. Mi lanciò uno sguardo sereno, come se si fosse liberato di un peso, prese la tazzina da caffè tra le dita: «Senti un po’, tu hai mai visto l’America?»

Non ero sicuro fosse una domanda per me, ancora sconvolto da quello che avevo visto, ma scossi la testa comunque: «A parte Bologna e Torino, non ho visto molto del mondo.»

Si lasciò scappare una risata divertita sorseggiando il caffè: «E non stare in prestito! I tuoi antenati si sedevano sempre con noi dèi a tavola.»

«Sul serio?» chiesi scivolando su una sedia libera.

«Era un bel posto in cui staccare dai nostri doveri divini e parlare con gli umani senza filtri» annuì Turms, poi guardò verso la sala «Ma cos’è successo? Sembra che sia esplosa una bomba dopo anni di abbandono!»

Fufluns distolse lo sguardo con una risatina nervosa, fin troppo colpevole per i miei gusti. Io mi limitai a tamburellare sul legno prima di rispondere: «Ieri… siamo stati attaccati da qualcosa.»

«Immagino cosa, ne ho sentito parlare da Apollo» arricciò le labbra, finì il caffè, si mangiò l’ultima castagnola e allungò la bolla di consegna a Fufluns «Toh, firma che torno al lavoro, sennò chi lo sente Ermes.»

«Ne parli come se non fossi una sua personalità» commentò firmando con una penna brandizzata della Ermes Express. Il suo volto tradiva un certo compiacimento, ma non avrei mai osato chiedergli qualcosa.

Non in quel momento, almeno.

Turms rise divertito: «Oh, Fufluns! Quei rompiballe dei Romani usavano i loro dèi per spiegarci, non ti ricordi più?» si stiracchiò alzandosi in piedi prendendo la bolla e incamminandosi verso l’uscita.

Sembrava rinato, più energico e motivato.

Si fermò davanti alla porta mentre io e Fufluns lo seguivamo come a voler salutare un vecchio amico.

«Sai che c’è? Consegno l’ultimo pacco e mi prendo una bella settimana di ferie» commentò aprendo la porta «Sono proprio curioso di vedere dove hanno piazzato il Monte Olimpo questa volta.»

«Quando ci vai avvisami, voglio farmi una bella bevuta come si deve con Dioniso» rise Fufluns «E immagino che anche il giovane Francesco vorrà venire con noi.»

Un brivido mi percorse la schiena, sentendo lo sguardo adirato dell’entità che si era staccata da Turms.

«Non… credo di essere il benvenuto in America, per ora» ammisi annodandomi le dita.

«Proverò a mettere una buona parola» annuì Turms «Anche perché sono secoli che questo posto non è in attività costante, ci vorrebbe un po’ di rinnovamento.»

Guardò lo smartwatch sul polso che, a quanto pare, gli era rimasto anche dopo la trasformazione: «Oh, il prossimo pacco è qua vicino, quasi quasi ci vado in vespa.»

Prese l’elmetto e lo lanciò davanti a sé come un frisbee.

Le ali s’ingrandirono, piegandosi mentre il metallo di gonfiava e allungava in una Vespa 50 Special color avorio, due alucce all’altezza del sellino e il casco pronto da indossare.

Lo guardai sconvolto mentre saliva e sgasava come se avesse avuto una moto da cross.

«A buon rendere!» esclamò partendo in quarta, le ruote che si sollevavano da terra mentre lui fischiettava “Ma quant’è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi…

Lo guardai salutarci come un postino qualsiasi, poi sospirai, scivolando a terra assieme alla tensione.

Non so cosa mi avesse tenuto in piedi fino a quel momento, ma ora le gambe molli si erano sciolte come burro ammorbidito, lasciandomi seduto sul pavimento ad osservare ancora fuori dalla porta, come ad aspettarmi di vederlo tornare.

«Cos’è successo?» chiesi affaticato più del normale.

«Hai scisso una divinità etrusca dai suoi simili greco e romano» alzò le spalle Fufluns come se fosse una cosa che succedeva regolarmente.

E con la calma di un bradipo, scivolò verso la cucina, senza aspettare che metabolizzassi le sue parole.

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