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Creato il 09/05/2026, 16:07 · Aggiornato il 09/05/2026, 16:07

Capitolo 10: X - Faccio il pieno al pandino e guadagno un GPS divino

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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«Ma sei scemo!?» la voce di Nerone mi arrivò ovattata, attutita dal rumore delle fiamme crepitanti «Stavi per uccidere il mio cuoco personale, di nuovo!»

«Non me lo aspettavo» rispose Fufluns «Comunque adesso abbiamo un ricettario digitale, e lui sembra stare bene.»

«Sono riuscito a coprirlo per tempo, e la tua ondata non è lontanamente paragonabile alla mia» ammise mentre la sua voce si faceva più nitida. Intuivo che mi stava sostenendo per le spalle, le mani ora più calde e accoglienti «Si vede che sei arrugginito.»

«Acqua…» rantolai aprendo appena gli occhi secchi. Avevo una sete impossibile, come se fossi stato veramente presente all’incendio di Roma «A-acqua…»

Vidi l’ombra di Fufluns dirigersi verso il frigorifero, una massa informe che si muoveva attorno a noi.

Iniziai a riprendere consapevolezza del mondo, con una sensazione di ferro tra le labbra e un’acidità di stomaco invidiabile.

D’istinto vi voltai di lato, portandomi una mano alla bocca.

Non mi ero mai ubriacato in vita mia, però da quel che avevo visto nei film e nelle serie tv, quello doveva essere un post sbornia coi fiocchi.

«Prova a vomitarmi addosso e giuro che t’incenerisco, puer» mi ammonì Nerone.

Feci per alzarmi e andare al lavandino, ma le gambe cedettero, la testa che ondeggiava ancora confusa.

Mi trattenni a fatica, aggrappandomi allo schienale di una sedia.

Fufluns mi allungò un sacchetto appena in tempo, permettendomi di liberarmi da quel peso, poi mi passò un bicchiere d’acqua che bevvi avidamente.

«Stai meglio?» chiese gentilmente «Scusa, non sono più abituato all’essere un dio.»

Non risposi subito, vomitando di nuovo e annaspando.

Da secchi, ora gli occhi erano fin troppo umidi e gonfi. Mi asciugai con la maglietta, alzandomi in piedi e appoggiandomi allo schienale della sedia.

«Sei… riuscito a trasferire tutto?» chiesi. Se fossi stato così male inutilmente non me lo sarei mai perdonato.

«Credo che la priorità sia farti riprendere» sbuffò Nerone «Comunque ha trasferito tutto: non che avesse altra scelta.»

Li guardai confuso prima di vomitare di nuovo.

Fufluns unì le mani davanti alla bocca, tamburellando appena i pollici meditabondo: «Non so come spiegartelo, ma semplicemente hanno reagito e il mio potere divino è esploso. Se non ci fosse stato Nerone, probabilmente saresti morto per avvelenamento da alcol.»

Al solo pensiero mi venne un brivido lungo la schiena: l’imperatore mi aveva salvato non una, ma due volte.

Come poteva aver fatto ciò che avevo visto?

«Grazie» rantolai mentre mi allungavano un altro bicchiere d’acqua «Cosa ci manca da fare?»

«Rendere funzionanti i documenti di “Alberto” e vedere se Empanda parte» spiegò Fufluns.

«Empanda?» chiesi confuso. Un nuovo capogiro mi costrinse a sedermi.

«L’automobile qui fuori, comunque possiamo pensarci anche dopo. Tu riprenditi con calma, intanto io e Nerone andiamo a fare le sue valige» sorrise cordiale spingendo l’Imperatore verso le scale di casa.

«Perché dovrei prepararle io?» chiese infastidito l’interessato.

«Perché servono anche a te dei vestiti umani. Non vorrai andare in giro con quel peplo sgargiante.»

«Perché? Tanto gli umani non ci possono vedere, abbiamo già comprovato che lui è un’eccezione!»

«Non si sa mai…» lo spinse via senza troppe cerimonie «Tu riposati, ci penso io a tenertelo lontano.»

Mi sdraiai sul tavolo senza la forza per controbattere, dichiarando a me stesso che mai nella vita avrei provato ad ubriacarmi volontariamente.

Sollevai un attimo la carta d’identità di Nerone, solo per non pensare ad altro.

Era proprio venuta bene, ma effettivamente se solo io potevo vederlo a cosa gli serviva?

Fufluns aveva parlato di conti corrente, ma non credo fosse solo per quello. Il dio doveva sapere qualcosa che a noi sfuggiva, ed essendo io un umano come potevo permettermi di chiedere delucidazioni?

Forse Nerone si sarebbe permesso, ma la risposta sarebbe stata la stessa: “se insisti chiamo Apollo”.

A parte sapere che erano padre e figlio, non capivo perché l’Imperatore fosse così terrorizzato da quella frase. Aveva detto lui stesso che era stato mandato dagli dèi ad indagare la situazione, no?

E comunque Fufluns aveva già preso contatti con Apollo, a cosa serviva tutto quel bullismo?

Decisi di non interferire: se Fufluns stava agendo in quel modo, c’era sicuramente un motivo, e, come detto, io ritenevo di non avere l’autorità per pretendere risposte.

Appoggiai la fronte sul tavolo, presi un paio di respiri profondi e mi alzai nuovamente a sedere.

Non avevo molte alternative, per cui mi alzai e salii le scale, entrando in camera mia.

Sentivo Fufluns e Nerone battibeccare in camera di Andrea tra un “io quella roba non la metto” e un “questo è nel tuo stile”.

Decisi si lasciarli fare, recuperando uno zaino da campeggio che mi avevano regalato i nonni.

In effetti se erano fantasmi, come avevano fatto a regalarmelo?

Se mai li avessi ritrovati, glielo avrei chiesto.

Perché li avrei ritrovati, quella era l’unica cosa che volevo fare veramente in quell’avventura.

Recuperai alcuni vestiti, piegandoli per bene e mettendoli in fondo allo zaino. Non molti, in fondo saremmo stati via poco… vero?

A pensarci non avevo idea di cosa mi sarebbe dovuto servire: tenda non ce l’avevo, ma non sarebbe stato un problema dormire in macchina.

Non per me, almeno, ma non sapevo per Nerone.

Decisi di prendere un paio di coperte e un sacco a pelo proveniente dalla casa di Torino.

Appena ero riuscito a venire alla Trattoria d’estate, lo avevo portato via dalla Casa-famiglia, dopo averlo tenuto gelosamente nell’armadietto con un sistema di campanelle a segnalare se qualcuno provava a rubarmelo.

Non mi ero portato molto da casa dei miei genitori, un po’ per i ricordi che mi facevano soffrire, un po’ perché non mi era concesso molto spazio a disposizione.

Sapevo che molte cose, soprattutto quelle di un certo valore, erano state prese dai miei nonni materni, ma non sapevo che fine avessero fatto.

Probabilmente le avevano vendute.

Mi caricai lo zaino in spalla, cercando di non pensarci, ritornando verso il piano terra.

Scivolai verso la dispensa, scendendo fino in cantina.

Tra i vini e i salumi c’era una porticina che dava a una stanza non molto grande, usata come deposito non alimentare.

Tendenzialmente ci tenevamo vecchie reliquie, oggetti che si usavano di rado e il fantomatico fornelletto da campo.

La comodità stava nel fatto che funzionava a legna, bastava solo fermarsi nei posti giusti.

Il più era studiarsi un percorso, che senza sapere dove andare per la missione era ancora un’utopia.

Tornai verso la cucina, non prima di aver recuperato delle cibarie dalla dispensa. Meno spesa dovevamo fare, meglio era, ipotizzai.

Appoggiai tutto sul tavolo e lo osservai con perizia, chiedendomi se ci sarebbe stato tutto nel pandino.

Era uno dei primi modelli, con tanto di mangiacassette anacronistico e un colore turchese da fare invidia alle auto di colore base marrone “cioccolato”… per non dire altro.

E poi c’erano da preparare i proiettili gastronomici da lanciare a Nerone.

Cioccolato, caramelle e salatini non erano facilissimi da fare con il fornetto da campo, così decisi di tenermi le castagnole come opzione “alla buona”.

Tornai in camera a recuperare una borsa frigo, scivolando nuovamente giù a riempirla con ciò che ritenevo più utile.

Non c’era molto, probabilmente avremmo dovuto comprare qualcosa lungo la strada.

Sicuro otto pirofile di lasagne non le potevamo portare con noi, ma forse a Fufluns sarebbero tornate utili per mantenere il suo senso.

Decisi di congelarne sette, poi preparai un paio di scodelle di castagnole, portandole davanti alle icone dei santi.

Unii le mani e dissi: «Lo ammetto, non so quanto funzionerà, però vi prego di proteggere questo posto assieme a Fufluns fino al mio ritorno» gli affreschi vibrarono, muovendosi come vivi. Mi costrinsi a pensare che non fossero allucinazioni «Grazie.»

Tornai alle mie borse di viveri, preparando i sacchi e spostandoli verso l’esterno.

Ora che avevo tutto a posto dovevo solo caricare la Panda… sempre che fosse partita.

Per un attimo sperai che non succedesse.

La osservai nella sua posizione storta, parcheggiata da non so quanto in una derapata frettolosa. Non mi ero mai fermato a guardarla fino a quel momento, chissà perché era stata posizionata in quel modo.

Forse dovevo indagare prima di partire, magari c’era una ruota sgonfia o…

Scossi la testa e tornai dentro: Fufluns e Nerone si erano affidati a me per mantenere il loro senso, anche se non mi piaceva, era pur sempre un compito chiesto da degli dèi!

Aprii lo sportello del quadro elettrico, il posto deciso dai miei nonni per tenere tutte le chiavi… ma proprio tutte!

Le controllai grattandomi dietro la testa, prendendo quelle della Panda con il timore – o la speranza – che mi esplodessero in mano. Niente chiavi, niente viaggio, no?

Mi presi qualche minuto per studiare anche le altre: ce n’erano alcune veramente insolite, come una grossa chiave di bronzo che avrà avuto più di duemila anni, o quelle di un mezzo che non riconoscevo.

Le chiavi dei miei genitori non c’erano, probabilmente le avevano tenute i nonni materni.

Non che avessi molta voglia di tornare in quella casa – o in quel ristorante – però averle con me pensavo mi avrebbe dato più forza per quella partenza.

Stavo per rimetterle a posto quando la voce di Fufluns mi fece trasalire.

D’istinto me le nascosi in tasca senza pensarci, manco avessi fatto qualcosa di sbagliato.

«Tutto a posto, giovane Penati? Hai bisogno che ti facciamo la valigia?» chiese dalle scale.

«N-no, tutto a posto. Ho già preparato per me!» risposi con la credibilità di un ladro inesperto «Adesso provo a far partire la Panda!»

Tornai al mio complito autoimposto senza aspettare una risposta, aprendo la macchina e iniziando a caricare i bagagli.

Uno alla volta, senza fretta.

Perché io dalla Trattoria proprio non me ne volevo andare.

*** * ***

«Quindi? È tutto pronto?» chiese Fufluns con le braccia incrociate dietro la schiena con fare tranquillo.

«Sì… credo» risposi controllando il baule.

Incredibilmente c’era stato tutto, a parte il borsello coi documenti di Nerone e uno zaino leggero in cui avevo messo il reader, la fionda e qualche munizione.

«Oddio, è la centesima volta che controlli!» esclamò l’Imperatore dal sedile del passeggero «Sembra quasi che non vuoi partire!»

Risi nervoso chiudendo il bagagliaio.

Si era rifiutato categoricamente di guidare lui – “Un Imperatore non guida, anche se ha la patente” – e io avevo accettato passivamente.

«Prima tappa, Villanova di Castenaso. Sai come arrivarci?» chiese Fufluns ignorando le lamentele di Nerone.

«In effetti no…» ammisi sperando che ciò ci facesse rimanere lì, ma il mio senso del dovere ebbe il sopravvento e aggiunsi «Mi farò guidare dalla cartellonistica.»

«Esiste Google Maps!» esclamò l’Imperatore.

«Non posso guardare il telefono mentre sto guidando» spiegai sedendomi alla guida.

Mi sistemai il sedile e gli specchietti con perizia, più che altro per ritardare la partenza che per reale puntigliosità.

«Si vede proprio che hai preso la patente da poco» sbuffò Nerone appoggiando la testa sulla mano, poi estrasse il cellulare, cercando la strada «Ti metto io il navigatore, se proprio non vuoi “sfidare la legge”.»

«Grazie» gli risposi indeciso.

Mentre Fufluns bene o male rimaneva pacifico, Nerone aveva un non so che di lunatico. Se la tirava come fosse stato ancora padrone del mondo, eppure faceva dei gesti naturalmente gentili.

Girai la chiave e… la macchina non partì.

Provai di nuovo, borbottò appena e si spense.

“Oh che peccato” pensai sardonico, poi sospirai uscendo di nuovo: «Batteria a terra.»

Nerone roteò gli occhi infastidito mentre aprivo il cofano per controllare.

Fufluns mi si avvicinò incuriosito solo per spostarsi si nuovo con un: «Questo è materiale per Sethlans, posso provare a chiamarlo, se vuoi.»

Scossi la testa: «Non voglio inimicarmi ulteriormente l’Olimpo o chi per lui, grazie» incrociai le braccia, non ci capivo molto di motori nemmeno io.

«Puoi usare il potere divino per farla ripartire» propose Nerone con un borbottio infastidito.

«Non sono Tinia, non ho poteri elettrici» precisò Fufluns «Ma potremmo provare a scinderlo da Zeus e…»

«No!» esclamai, solo per poi sentirmi in colpa «Non penso che sia una buona idea…»

«Non serve chissà quale laurea in ingegneria divina!» sbuffò Nerone «Basta solo che rilasci il tuo potere divino. In modo controllato, non come prima.»

Fufluns si massaggiò il mento, poi annuì: «Non mi stai chiedendo di usare il mio potere divino, ma l’energia divina che permette il potere divino. Però ci vorrebbe un fattore scatenante, come una richiesta…»

«Un ex voto?» proposi solo per non sembrare passivo.

«Ottima idea, giovane Penati!» commentò il dio dandomi una pacca sulla schiena «Non ricevo un ex voto da secoli, vediamo se mi ricordo ancora come si attivano.»

Tornai in casa, recuperando un taccuino e una penna.

Non sapevo molto di ex-voto, ma i miei parenti mi avevano spiegato qualcosa: dovevo visualizzare ciò che volevo chiedere, disegnarlo quanto più comprensibile possibile e aggiungere una preghiera generica.

Scarabocchiai in modo molto poco accurato una macchina che partiva, sperando che bastasse a rendere nullo l’ex-voto.

Poi aggiunsi un banalissimo “Fufluns, aiutaci tu” e strinsi il foglietto tra le mani, concentrandomi sulla richiesta.

Lo passai al dio che lo studiò affascinato.

«Preghiera accettata!» rispose schioccando le dita.

Una scintilla di elettricità viola partì dalla batteria, poi la macchina rombò nuovamente operativa.

«Ha… funzionato» commentai sorpreso.

«Non sembri contento di ciò.»

M’irrigidì colto in fallo: «M-ma certo che no! E poi se lo chiedono gli dèi, non posso certo tirarmi indietro…» Fufluns soppesò la mia risposta poco convinto, così aggiunsi «A-almeno abbiamo scoperto che gli ex voto sono ancora validi.»

Nerone uscì dalla macchina infastidito: «Ora che abbiamo risolto questo problema, possiamo partire o vogliamo fare notte? Anche perché bella la batteria che funziona, ma è quasi in riserva.»

«Andiamo» annuii rientrando in macchina sudando freddo.

«Tenetemi aggiornato, mi raccomando!» esclamò Fufluns «E se voleste tornare indietro in qualsiasi momento, potete farlo!»

“Certo, come no…” pensai buttando un ultimo sguardo alla Trattoria.

Quando l’avrei rivista? Come l’avrei trovata? Ci sarei tornato dritto o coi piedi in avanti?

Mi fermai colto da un terrore razionalmente umano, poi abbassai il finestrino con la manovella: «Ho un dubbio: fuori da qui l’Olimpo ci può fulminare?»

«Sul serio!?» esclamò Nerone infastidito «Ci possiamo pensare anche dopo: prima iniziamo ‘sta missione, prima torniamo ognuno ai suoi hobby, non so se è chiaro.»

Fufluns mi mise una mano sulla testa come un fratello maggiore. Mi ricordò molto Andrea quando a quattordici anni mi rincuorava sul fatto che sarebbero stati tutti lì ad aspettarmi l’estate successiva.

Certo, il tocco del dio era condito da un tono molto più gentile e meno distaccato, ma era la stessa sensazione di calore che avevo provato allora.

«Non posso prometterti che non sarà un viaggio turbolento» ammise gentile «Tuttavia, hai una mano che ti protegge da ogni pericolo.»

Sembrò guardare Nerone, ma non sembrava realmente indicare lui.

«Ora su, andate» disse infine allontanandosi «Come ha detto “Alberto Enobardi”, prima iniziate la missione e prima la finirete.»

Nerone gli fece un elegantissimo dito medio mentre il pandino, borbottando e cigolando, iniziò a muoversi inesorabile verso la strada principale.

Mi presi tutto il tempo del mondo per controllare che non arrivasse nessuno – come se fosse possibile – e iniziai a guidare scendendo verso valle.

Nerone si teneva alla maniglia sopra il finestrino, cercando di non far trapelare la paura che stava provando a ogni curva.

Il terrore mio era non arrivare a valle, così decisi di fare alcune domande, giusto per stemperare la tensione.

«Tu… sai niente di visioni demoniache?» chiesi indeciso.

Mi lanciò un’occhiataccia, poi rispose: «Pensa alla strada, puer

Promisi a me stesso di posticipare ogni altro quesito.

La cosa, stranamente, volse a mio vantaggio.

«Dipende…» brontolò Nerone mentre giravo sullo stradone principale. Un fulmine si schiantò davanti all’auto prima che facessi la curva, ma l’Imperatore non ne sembrò particolarmente impressionato «Cosa intendi per visioni demoniache?»

«Demoni in gessato bianco in superattici minimali?» risposi poco convinto.

Mi guardo sorpreso: «Molto specifica come visione» mi strinsi nelle spalle, svoltando dentro al benzinaio. Il volante mi dette uno strattone prima che un fulmine colpisse la pompa a cui volevo fare il pieno. Ancora una volta Nerone non batté ciglio «Comunque, non è qualcosa che conosco. Potrebbe essere un demone minore…»

«Che controlla Canidia?» non volevo pensare ai fulmini. Non dovevo pensare ai fulmini.

Insomma, erano normali a cel sereno.

Sui colli bolognesi.

In una zona non magnetica.

Okay, non lo erano.

«Non così tanto minore, allora» mi passò il telefono con il bancomat attivo «Fai la benzina che intanto ci penso.»

Deglutii: «Sei davvero sicuro? Del telefono, intendo…»

Alzò un sopracciglio dubbioso: «Ovvio, sennò non te lo avrei dato!»

Ipotizzai mi avesse frainteso, ma se lui era tranquillo, chi ero io per dirgli che avevo il terrore che mi esplodesse in mano per colpa di un fulmine impazzito?

Nemmeno il tempo di pensarlo che un colpo, simile a una scossa elettrostatica, mi colpì il polso facendo cadere il telefono a terra.

Controllai Nerone che non sembrava essersi accorto di nulla, poi recuperai il cellulare assurdamente intonso.

Decisi di concentrarmi sul mio compito attuale, inspirando profondamente.

Non avevo mai pagato col telefono, per un attimo avevo sperato nel suo aiuto.

Avevo usato sì e no un paio di volte la Carta Giovani – una prepagata con fondi della Regione per l’acquisto di materiale didattico – ma a parte quella, non avevo altro.

Decisi di improvvisare, in fondo mi riusciva bene.

“Inserire banconote o carte” trillò il terminale facendomi trasalire. Per un attimo pensai che fosse posseduto da una qualche divinità antica.

Inserire… ma come inserivo un telefono?

Mi allungai ad osservare Nerone, che stava guardando da tutt’altra parte. Sospirai e tornai al terminale.

“Inserire banconote o carte”

«Ho capito!» controllai nei dintorni, riconoscendo il simbolo del contactless. Non che ne sapessi molto, ma era abbastanza per proseguire.

Appoggiai il telefono pregando non mi chiedesse altro.

“Operazione in corso. Attendere prego” m’irrigidii “Selezionare. L’erogatore sullo schermo”

«Il cosa!?»

Inspirai e controllai meglio: lo schermo mi dava due numeri, gli stessi delle pompe vicino a noi.

Ipotizzai di dover scegliere quello dal nostro lato.

“Rifornirsi all’erogatore 4”

Ringraziai li dèi, preparandomi a fare il pieno.

Panda vecchio modello a diesel, bisognava usare le chiavi per aprire il serbatoio, una delle poche cose che sapevo fare. Nonno Pietro aveva insistito che lo imparassi, ora capivo il perché.

Non avrei mai voluto metterlo in pratica in una situazione del genere.

Feci il pieno col magone, chiusi tutto, tornai in macchina non completamente in me e rimisi in moto, destinazione Villanova di Castenaso.

Ero talmente nervoso che non mi ero nemmeno accorto che non stessero più cadendo fulmini, le mani sbiancate sul volante per quanto stavo stringendo.

«Demoni in gessato bianco, dicevi?» Nerone mi fece trasalire di nuovo. Per un momento mi ero scordato di lui.

«S-sì…» risposi agitato.

«Ehi, amico, hai solo fatto il pieno» arricciò il naso confuso «A proposito, il cellulare?» glielo passai senza dire una parola «Ma hai chiuso Google Maps?»

«No… credo…» risposi poco convinto.

Sbuffò roteando gli occhi: «Tu e Fufluns avete lo stesso numero di vocaboli. Guarda qua, pure il GPS mi hai fatto saltare! Adesso rimetto la strada e…»

«Alla rotonda, prendere la prima uscita» trillò una voce femminile alle nostre spalle.

Per poco non sbandai dallo spavento, riuscendo per non so quale miracolo a sterzare per tempo e fermarmi a bordo strada.

Guardai Nerone, anche lui sorpreso, poi ci voltammo entrambi.

Seduta sul sedile del passeggero si trovava una donna in abito romano. I capelli ricci e curati, di un nocciola ambrato, erano tenuti insieme da una corona d’alloro.

Un profumo intenso di pane appena sfornato s’irradiava dalla sua figura.

Gli occhi, di un intenso azzurro mare, ci osservavano confusi, come se fossimo noi quelli strani.

«Lucius?» chiese guardando Nerone «Per gli dèi, Lucius! Non ti vedo da quando avevi quattordici anni! Anche se non mi sembra sia passato molto tempo.»

«Empanda?» rispose l’Imperatore «Non sei cambiata di una virgola, come stai?»

«Adesso? Molto meglio, grazie» annuì entusiasta «Non mi facevano un pieno da vent’anni» si voltò verso di me «E questo chi è?» mi annusò «Strano, non odori di semidio o di veggente.»

«Ma che problemi avete voi divinità con gli odori?» chiesi, poi sgranai gli occhi «Perché sei una divinità, giusto?»

«Empanda, dea protettrice dei viandanti. Molto piacere» mi strinse la mano energicamente «Sei tu che mi hai fatto il pieno, vero?»

«Sì, credo…»

«Allora devi essere un Penati. Da che parte?»

«Fufluns?»

«Intendevo i tuoi nonni.»

«Oh… Pietro e Maria.»

«Sentivo una mano familiare! E dimmi, come stanno?»

Tentennai, al che s’intromise Nerone: «Sono diventati Penati, e adesso Charun li ha trascinati all’Inferno.»

Empanda si accigliò: «In che senso, scusa? I Penati hanno da sempre un accordo di non trapasso.»

«Sì, ma quell’idiota del traghetta anime si è fatto svuotare da Canidia. Se non ci fossi stato io non ci sarebbero più stati cuochi sacri» spiegò l’Imperatore «Non serve che mi ringrazi, ma se proprio devi…»

«E quindi? Come pensi di agire?» mi chiese Empanda ignorando Nerone, che non la prese molto bene.

«Non lo so» ammisi a sguardo basso «Stiamo andando da Vegoia proprio per avere un’idea su cosa fare.»

«Vegoia? E dove si trova ora?»

«A detta di Fufluns a Villanova di Castenaso» brontolò Nerone.

«Uuuh! Non ci vado da una vita! Quando partiamo?»

«Ci stavamo giusto andando, prima che ci facessi venire un infarto» l’Imperatore guardò me «E tu cos’aspetti a ripartire? Non abbiamo tutto l’anno.»

Ripresi la marcia con cautela, controllando che non arrivassero altre macchine.

«Alla rotonda, prendere la prima uscita» ripeté Empanda «Allora? Cosa mi racconti di bello, Lucius?»

«Bah, a parte che sono stato negli USA fino a qualche anno fa, non c’è molto altro da dire» brontolò Nerone «Tu, invece? Sei sempre stata in questa macchina?»

«Più o meno» ammise alzando le spalle «Sai che la Fiat Panda prende il nome da me, giusto?»

«Davvero?» chiedemmo io e l’Imperatore in coro.

«Assolutamente!» annuì orgogliosa «La scelta di guidare questa macchina da Maria e Pietro è venuta proprio da questo, poi da cuochi sacri ci hanno messo il loro» si affacciò tra i due sedili «Alla rotonda prendere la terza uscita.»

«Grazie» dissi eseguendo la manovra «Perché dai indicazioni come un GPS?»

Si batté sul mento pensierosa: «Forse perché è il sistema attuale di navigazione. Quando viaggiavo con Maria e Pietro non era raro che gl’indicassi la strada. Certo, loro non mi potevano vedere al contrario tuo, ma percepivano il flusso divino che infondevo sulla mappa.»

«Un attimo» ci fermò Nerone «Vuoi dire che dovrai venire con noi per tutto il viaggio?»

«Assolutamente» annuì entusiasta abbracciandoci senza preavviso. Il suo improvviso moto d’affetto mi fece stranamente evitare un nuovo fulmine «Sono decenni che non mi faccio un viaggio come si deve! Alla prossima rotonda, prendi la seconda uscita, verso la nostra nuova avventura assieme!»

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