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← La Trattoria dei Penati

Creato il 09/05/2026, 15:53 · Aggiornato il 09/05/2026, 15:53

Capitolo 7: VII - Scopro la storia di Annina e Danilo (e ritrovo il mio senso)

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Mi tuffai giù per le scale buie.

La nuova lettura del mio trauma da parte di Fufluns mi aveva lasciato impreparato.

Dovevo rimettere in ordine le idee, e la cosa più razionale che mi stava venendo in mente era cucinare.

Non volevo usare le pastiglie. Non dovevo usarle.

Mi fermai a metà scala, estraendo il blister.

Perché non dovevo usarle?

Prendendole quell’incubo sarebbe finito, la mia vita sarebbe tornata quella di sempre: casa-famiglia, alberghiero, lavoro estivo.

Scossi la testa e rimisi in tasca, finendo quella discesa solitaria e accendendo la luce della cucina.

Per fare il libum avevo fatto un disastro, tra farina sparsa, gocce di miele e cotenna di guanciale in giro, per non parlare delle impronte di Nerone e Fufluns.

Per prima cosa decisi di ripulire: non si poteva certo lavorare in tutto quel disordine!

Guanti, straccio, acqua, detersivo fatto in casa.

Finito il lavoro guardai il tavolo con una certa soddisfazione prima di passare per terra con la scopa, assaporando quel momento di completa solitudine.

Nessun dio, nessuno imperatore, nessun demone.

Nessun parente.

Strinsi il manico della scopa, inspirando profondamente.

Avevo imparato a trattenere le lacrime molto presto, tra le prese in giro a scuola, quelle in casa-famiglia e gli sbuffi infastiditi degli adulti.

Oltre al fatto che non potevo permettermi di piangere nel bel mezzo di un servizio, di un’interrogazione o di una lezione.

E anche in quel momento non volevo disturbare Fufluns e Nerone.

Presi qualche respiro per calmarmi, guardando la cucina ora in ordine, concentrandomi su cosa preparare mentre mi cambiavo i guanti a coprire le fasciature delle ustioni.

Non potevo fare a caso, dovevo farlo con uno scopo, un obiettivo.

Un senso.

Qualcosa che rimanesse sul tavolo, che attirasse chi era affamato o per chi si fosse alzato prima di me.

Mi tornarono in mente Annina e Danilo durante una Pasqua in cui ero riuscito a tornare alla Trattoria – poco dopo era scoppiata la pandemia, per la mia solita fortuna. Zia Anita aveva preparato una ciotola di castagnole sperando che durassero almeno due giorni.

Erano finite in meno di mezz’ora, divorate per lo più dai gemelli. Io ne avevo prese due in segreto e già mi ero sentito in colpa.

Facili da fare, piccole e sode, anche il giorno dopo si sarebbero mantenute.

Presi una terrina, mettendo farina e zucchero, mescolandoli con lievito setacciato, uova sbattute e sale.

Ora dovevo pensare a come aromatizzare le castagnole.

Non potevo fare il classico sapore, non volevo farle come al solito.

Sperimentare era una delle cose che mi riusciva meglio quando ero agitato, esattamente come con il libum.

Nerone era un tipo focoso, forse dovevo puntare su sapori forti, aciduli… ma era pur sempre un dolce, non potevo permettermi troppa sperimentazione.

Un conto era giocare sulla copertura come con la torta, ma in questo caso dovevo ricordare i sapori dell’Antica Roma, e a parte la ricotta non mi veniva in mente niente.

Non ero sicuro che il piccante potesse piacere a tutti, oltre al fatto che probabilmente non sarebbero venute buone al pari di quelle tradizionali.

Cosa si usava di solito? Farina, lievito, scorza di limone, burro…

L’idea mi venne spontaneamente.

Recuperai del burro salato dal frigo e lo sbattei con della ricotta mista e della scorza di limone, infine mescolai tutto con il resto dell’impasto.

Assaggiai al volo e il risultato fu… discutibile.

Aggiunsi dell’altro zucchero, sbattendo con forza in modo che venisse una pastella soda.

Iniziai a fare le palline mettendole in una teglia distanziate, poi sistemai un pentolino con quattro dita d’olio e lo misi a scaldare, nel mentre preparai una ciotola di zucchero.

Aspettai alcuni minuti, pulendo il tavolo dopo quella nuova cucinata, poi mi sedetti assaporando il momento.

Mi ricordava le volte che cucinavo in segreto alla casa-famiglia: non dovevo chiedere permessi per sperimentare, non dovevo sentirmi rimproverare per la mia inventiva, le ombre scure non venivano a disturbare.

Non ero trattato come se io fossi la mia malattia.

Osservai l’olio.

Dopo anni di cucina senza strumenti, avevo imparato a riconoscere quando era pronto per la frittura, così iniziai a buttarci dentro le palline.

L’odore di pastella fritta salì gentile verso la cappa non funzionante.

L’inspirai avidamente, mentre la straziante realtà faceva capolino nella mia mente.

I nonni lo capivo, Andrea un po’ meno… ma Annina e Danilo? Erano piccoli, troppo piccoli.

Cosa li aveva strappati alla vita? Perché erano dovuti morire?

La vista mi si annebbiò senza preavviso.

Sbattei le palpebre, stropicciandomi gli occhi prima di estrarre con la ramina le prime castagnole e buttarle nello zucchero. Le feci rotolare delicatamente, in modo da coprirle di grani cristallini e metterle in una terrina foderata di carta assorbente.

Buttai un secondo giro e vidi di nuovo sfocato.

“Sarà il fumo” pensai mentre un nodo mi saliva in gola.

Silenzioso, quasi impercettibile.

Me ne accorsi quando notai la ramina tremarmi tra le mani estraendo il terzo giro di castagnole.

Scossi la testa: dovevo continuare a cucinare, non potevo lasciare il lavoro a metà.

E poi piangere non sarebbe servito a nulla, non li avrebbe fatti tornare, non li avrebbe riportati alla Trattoria in un battito di ciglia.

Mentre mi concentravo un rumore insolito catturò la mia attenzione, quello di qualcuno che stava mangiando con gusto.

Mi voltai scolando il penultimo giro di frittura e… la mano mi scattò istintivamente alla tasca dei pantaloni.

Un’ombra, grande poco più di un topo, stava sgranocchiando una delle castagnole fumanti.

Rallentava per il calore, se la girava tra le manine, poi tornava ad addentarla, soffiando nuovamente per il troppo caldo.

Dal canto mio tenevo le dita strette sulle pastiglie, gli occhi sgranati ad osservare la creatura, come in attesa che facesse qualcosa di pericoloso.

Probabilmente la guardai per troppo tempo perché spostò gli occhi su di me, piegò appena quella che doveva essere la testa e ritornò a mangiare come se nulla fosse.

Non era come con Fufluns: non sembrava cattivo, né aggressivo, anzi. Però era un’ombra con occhi di fuoco, e questa cosa mi destabilizzava.

Che fosse solo una creatura leggendaria come mi aveva detto il dio? In tal caso dovevo ignorarla? Fingere che non esistesse?

No, dovevo costringermi a vederla, a cercare la sua essenza più profonda.

Ad accettarla.

Mi abbassai in modo da avere gli occhi a filo con il tavolo, osservandola con lo sguardo di un bambino incuriosito.

Allungai appena la mano, punzecchiandola con un dito e ritraendomi subito dopo.

Così da vicino, gli occhi non sembravano effettivamente inquietanti: il rosso era più simile a un riflesso, mentre il fumo una mantellina di pelo grigio.

Mi avvicinai nuovamente, accarezzandolo piano su quella che doveva essere la schiena. Si drizzò e si voltò verso di me sorpreso, il visino da bambino che mi osservava arricciando il naso come un coniglio.

Portava un berretto rosso che ciondolava seguendo l’ondulamento della testa.

Sembrava spaesato, ma non spaventato.

«E t'em vètt?» chiese sbattendo le palpebre ferine. Io annuii senza replicare, tenendo le mani sul tavolo «N't à magnè al caramèli?» scossi la testa, stringendo di più le dita sul legno.

Volevo costringermi a vederlo, affascinato da quella forma così poco inquietante.

In fondo era solo un Mazenpegul, un folletto endemico della zona. Un po’ dispettoso, ma di base buono.

Perché lo avevo sempre visto come un’ombra e non per quel che era? Per il trauma come diceva Fufluns?

Scossi la testa: la vera domanda era “perché sapevo del Mazenpegul”?

Rimase ad osservarmi per un po’, quasi più sorpreso lui di me da quel cambio di prospettiva, poi tornò ad addentare la castagnola, leccandosi le labbra dallo zucchero e sprofondando la testa a ogni morso.

Tra le sue mani era l’equivalente di un melone, avevo persino paura che non lo finisse.

Però aveva un non so che di rilassante: aveva sempre apprezzato la mia cucina? Da quanto stava lì? Cosa faceva di solito?

Mi sedetti osservandolo ancora un po’, prima di concentrami sul soffitto senza un reale motivo, poi presi una castagnola e me la buttai in bocca chiudendo gli occhi.

Il sapore appena salato esplose sulle papille gustative, mentre un ricordo del secolo scorso mi cullava accompagnato da sonetti antichi.

*** * ***

Monte Sole era famoso in Italia per un fatto di guerra.

Lo chiamavano eccidio, una rappresaglia per un confitto che il popolo voleva solo che passasse.

Le regole erano semplici: per ogni soldato tedesco ucciso dai partigiani, dieci civili venivano presi e giustiziati.

La legge della guerra, nulla di segreto o nascosto.

Un posto, nel cuore della campagna, era ancora scampato ai rastrellamenti: una trattoria affacciata sulla collina, un luogo sicuro, protetto da antichi patti e vecchie tradizioni.

Il cibo era poco, la solidarietà relativa.

Gli abitanti del luogo avevano sempre donato a chiunque chiedesse un pasto, indipendentemente dal colore della divisa o del fazzoletto.

Forse per paura, forse per carità.

Povere persone di campagna il cui unico desiderio era vedere la fine del conflitto.

Ma le regole della guerra erano chiare, talmente precise che nemmeno la protezione dei Santi poteva nulla.

Annina e Danilo erano due bambini di quelle campagne, ingenui ma svegli come tutti i pargoli che vivono la guerra ogni giorno.

Un fratello al fronte, un altro disperso.

Sarebbero potuti scappare come aveva chiesto la madre, ma erano rimasti, sfidando i fucili puntati su di loro per proteggere i più piccoli, stoici com’era stato insegnato loro dai parenti incorporei con cui avevano vissuto tra quei colli sperduti, promettendo che non avrebbero più permesso che accadesse.

Piccoli e giudiziosi, Charun non aveva raccolto le loro anime, rendendoli eterni Penates della Trattoria.

Aprii piano gli occhi, scoprendomi piegato sul tavolo.

Il nodo alla gola era sparito, ma le guance erano bagnate e il naso colava di muco acquoso.

Mi alzai per prendere un fazzoletto, poi li vidi.

Annina e Danilo erano inginocchiati sul tavolo, con lo sguardo da pestiferi come al solito e le dita appiccicose di zucchero.

Tangibili e reali, come me li ricordavo quando mi saltavano addosso per svegliarmi.

Sogno? Realtà? Illusione?

In quel momento non m’importava: erano lì, e stavano bene.

«I dolci di Cesco sono sempre i migliori» disse Danilo a bocca piena «Ma oggi si è superato.»

«Sìsì» annuì Annina pulendosi la bocca con il dorso della mano «Buone buone, starei qui a mangiarle per sempre.»

Li strinsi a me, scoppiando a piangere.

«State bene» singhiozzai «State bene» mi sfuggì un sorriso dolce.

«E ti tu sei svegliato senza che lo facessimo noi, non succede spesso» ammise Danilo prima di spingermi via «Dai mollaci! Così non riusciamo a mangiare!»

Mi allontanai appena, asciugandomi gli occhi con la maglia: «Siete stati molto coraggiosi, sapete?»

«Zia Anita dice che siamo stati degl’incoscienti» annuì Annina tornando alle castagnole.

«Ma abbiamo sentito l’odore delle tue prelibatezze dall’Inferno, non potevamo trapassare senza mangiarle di nuovo, nono!» esclamò Danilo allungandosi per prendere un altro dolcetto «Charun non si è accorto che siamo tornati qui, troppo preso a litigare con Zia Anita sul nostro Accordo.»

«Ma davvero?» chiesi dolcemente. A me bastava che fossero lì e stessero bene.

Morti, ma i miei soliti piccoli cuginetti gemelli.

«Eggià» annuì Annina «Zia Anita era una di quelle più agitate, ma anche gli altri adulti erano innervositi dalla cosa» alzò le spalle «Charun rispondeva solo con la stessa parola nella lingua che non ho mai imparato, troppo difficile.»

La sua frase mi arrivò come una doccia fredda, mentre il ricordo della visione demoniaca mi si allargava nella testa.

«Babbo ha provato ad insegnarci, ma a noi non è mai interessato» spiegò Danilo, poi fece per prendere l’ennesimo dolcetto, ma la mano ci passò attraverso «Oh oh.»

«Cosa succede? Non ditemi che…» ansimai spaventato.

Dei tre, sembravo più bambino io di loro.

«L’Accordo ci sta richiamando» disse Annina ingenua «Non si trova più qui?»

«Ovvio! Francesco l’avrà trasferito, come fece Pietro anni fa» annuì il fratello risoluto «Babbo lo diceva sempre: la Trattoria è ovunque ci sia l’Accordo, quindi vuol dire che cugino Cesco lo ha spostato dove vuole aprire la nuova Trattoria. Dove ci porterai questa volta? Andrea parla spesso di un posto chiamato “Napoli”, ma non l’ho mai visto…»

Li guardai, i loro corpi sempre più evanescenti, gli occhi speranzosi.

Erano pur sempre bambini, non potevo dirgli “in un posto con demoni e freddo arredamento minimale”.

«Sì» dissi con un sorriso falso «Ci vediamo nella nuova Trattoria, vedrete che vi piacerà. Ma quando arrivare, nascondetevi, mi raccomando. Così facciamo una bella sorpresa a Zia Anita.»

«Sarà fatto!» esclamarono in coro mettendosi sull’attenti.

Mentre i loro corpi lentamente sparivano, l’ansia del giorno prima esplodeva in disperazione assoluta, senza che riuscissi più a trattenerla.

Urlai, singhiozzai, mi soffiai il naso con uno straccio di fortuna.

Gli eroi nei libri non piangono mai, qualsiasi cosa gli accada.

Resistono a ogni avversità, a ogni dolore.

Ma io ero solo un umano.

Un umano che aveva appena accettato nella sua vita un dio etrusco del vino, un imperatore piromane e un folletto bolognese.

Perdendo tutta la sua famiglia.

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