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Mi ripresi con l’odore di bruciato che si mescolava al profumo dell’uva appena spremuta e alla glassa alla spirulina.
Qualcuno stava mangiando seduto a uno dei tavolini poco distanti, il rumore delle forchettine da dolce era difficile da confondere nel silenzio innaturale della sala.
Mi strinsi appena nella coperta che avevo addosso, girandomi verso lo schienale del divanetto della trattoria.
«Ma pensa: quindi mi stai dicendo che ci sono un campo greco e un campo romano in America? E a quando quello etrusco?» stava dicendo Fufluns mangiando.
Una fitta mi arrivò alla base della schiena, ma decisi di ignorarla. Magari avevo dormito storto e la voce che associavo a “Fufluns” in realtà era uno dei miei parenti che stava parlando con qualcuno rientrato dall’estero.
«Siete praticamente estinti, a cosa vi serve un campo!?» rispose l’angelo.
Lo potevo sentire trangugiare rumorosamente, come se non toccasse cibo da giorni.
Una nuova stilettata alla schiena mi fece irrigidire appena.
Ma perché mi faceva così male?
«E anche su questo hai ragione» sospirò Fufluns «Anche mangiando tutte le leccornie cucinate dal giovane Penati, non penso che riuscirei a trasferirmi là, in effetti» sentii la sua mano mentre mi accarezzava la testa, calda e profumata di mosto fresco «E poi non mi sembra carino abusare della sua gentilezza se è l’ultimo rimasto.»
Non osai muovermi, decidendo che avrei fatto finta di essere morto.
In fondo morire era un po’ come dormire, con la giusta dose di calma sarebbe tutto tornato come prima.
Prima... rispetto a cosa?
La testa iniziò a girare, come se fossi stato su un perno che oscillava in senso antiorario.
Un quarto di giro poi tornava in posizione in un salto temporale, come un loop.
«Certo che voi dei “antichi” vi fate di certi problemi» brontolò l’angelo «Solo perché è un umano.»
Umano? Mi aveva definito così anche qualcun altro, ma chi?
Se solo non mi avesse fatto così male la schiena, probabilmente avrei ricordato meglio cosa mi avesse portato ad essere steso su quel divanetto.
Fulfuns deglutì confuso: «Lui sarebbe cosa? Non è un Penato semidivino?»
«Ti sembra morto? E dire che eri una divinità liminale.»
Mi mossi appena, sperando di trovare una posizione più comoda.
La schiena non era per niente d’accordo, così rantolai qualcosa e rimasi a dargli le spalle.
Probabilmente pensarono che avessi il sonno agitato perché non sembrarono particolarmente preoccupati.
«Non tra morte e vita, e comunque adesso passavo il tempo a spaventare i bambini che non volevano dormire. E solo nella zona di Felsina!» sentii Fufluns accasciarsi sul tavolo e leccarsi le dita «Ma anche quei tempi sono finiti. A ricordarsi del Papon sono rimasti solo gli antropologi e gli storici del folklore. Per questo quella strix è riuscita a controllarmi così bene» il mio stomaco brontolò a tradimento «Però hai ragione, quello non era lo stomaco di un Penato.»
Mi chiusi appena nelle spalle tremando.
Non era realmente freddo, quanto piuttosto la memoria che piano piano riaffiorava, mentre la ragione cercava di negare ogni evento del passato recente.
«Appena si sveglia sarà il caso di ringraziarlo come si deve» disse il dio continuando ad accarezzarmi i capelli «Senza quel libum non avrei mai recuperato il mio senso.»
«Ehi! Gli ho data io l’idea!» puntualizzò l’angelo.
«E grazie anche a te, Lucius caro» sorrise affabile «O preferisci Nerone?»
«Non dovresti nemmeno farmi questa domanda!» sbuffò muovendo il piede nervoso «E comunque era un suo dovere aiutarci.»
«Siamo divinità in pensione – almeno io, non so tu – non aveva alcun dovere nei nostri confronti» mi accarezzò la testa «Ringraziarlo a voce è il minimo.»
Mi presi qualche minuto prima d’intromettermi nella conversazione, indeciso se prenderli per realtà o illusioni schizofreniche: «Prego, credo…»
«Oh! Sei sveglio» sentii lo sguardo di Fufluns addosso.
La schiena dette l’ennesima fitta.
Lo stomaco brontolò di nuovo.
«Se hai fame non fare complimenti. Siamo noi ospiti tuoi, ci mancherebbe che ti togliamo il cibo dalla bocca» disse prendendo una forchettata «A cosa dobbiamo questa torta? C’è qualche nuova festa da celebrare che non conosco?»
Riuscii a girarmi verso di loro e per poco non svenni un’altra volta: quei due si stavano mangiando impudentemente la torta per il mio compleanno!
Feci per alzarmi, ma la schiena non mi dava proprio pace.
Ormai ero sveglio, per cui mi portai la mano sul punto incriminato e il ricordo del volo fuori dalla finestra mi arrivò come se avessi messo il palmo su una piastra rovente.
Per questo mi faceva male la schiena: Fufluns mi aveva attaccato con l’intenzione di mangiarmi!
Allora perché era lì a gustarsi la mia torta di compleanno come se fosse tutto normale?
Riuscii a sedermi, appoggiando i palmi sul legno.
Solo in quel momento notai le mani coperte di bende, dito per dito. Qualcuno mi aveva fasciato le ustioni con cura, l’odore di arnica che usciva dalla garza sterile.
Decisi di prendermi una fetta di torta anch’io, avrei pensato dopo a chi mi aveva curato.
Non mi era venuta male, con la crema fatta dalla nonna e la glassa azzurro mare, il pan di spagna si era ammorbidito nel modo giusto, mentre spumini e amaretti aggiungevano la flagranza giusta.
Per un attimo mi sembrò di vedere zia Anita salutare dal tavolo apparecchiato sotto al portico, la nonna che portava le teglie fumanti di lasagne, nonno e zio Cornelius che facevano sparire le carte da briscola mentre la prima portata veniva porzionata in cinquanta quadrati perfetti.
«Dove sono gli altri?» chiesi ancora poco consapevole «La mia famiglia, intendo: sono qui attorno?»
Fufluns tentennò appena, ma l’angelo non si fece tutti i suoi problemi: «Sono stati richiamati, a quanto pare avevano finito il loro compito. Certo che cinquanta Penati in una volta sola è un bel numero.»
«Richiamanti?» chiesi confuso.
«Nell’aldilà. Charun è venuto a prendere le loro anime per portarli dove dovrebbero stare» Fufluns gli dette un cricchetto sulla fronte «Auch! Cos’ho detto? È la verità…»
«Non puoi dire a un mortale che la sua famiglia è stata tutta trasferita in blocco nel regno di Aita» spiegò aspro «Soprattutto perché non sono stati richiamati in modo normale.»
«I miei… aspetta…» presi un respiro profondo «Il fatto che la mia famiglia sia tutta morta è vero?»
«Perché la cosa ti stupisce, puer? La vera assurdità è che tu sia vivo» commentò l’Angelo mettendosi un po’ di torta in bocca.
«La vera cosa assurda è che tu abbia preso le sue difese, Lucius» Fufluns studiò il mio piatto ancora integro «Non mangi?»
Mi si era chiuso lo stomaco: troppi cambiamenti, troppe informazioni. E poi chi erano quei due?
O meglio, cosa erano? Erano reali?
Perché se i dolori erano reali, non ero sicuro che potessero esserlo anche loro?
«Nerone?» chiesi guardando l’angelo «Come l’Imperatore Romano?»
«Non come, io sono l’Imperatore.» si alzò in piedi con aria trionfale «Il solo e unico Lucio Domizio Enobarbo, rinominato Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico. Ma tu puoi chiamarmi semplicemente Dio Nerone» si tornò a sedere, indicando chi gli stava di fronte come un ristorante chiuso dall’USL «Mentre questo qui è Fufluns, dio etrusco del bere.»
«Piacere di conoscerti, giovane Penati!» mi strinse la mano, scuotendola con una forza assurda. Fisico e reale, d’istinto serrai le dita sulle sue, a cercarne la tangibilità «Grazie al tuo cibo, posso dirmi rinato.»
«Prego» lo guardai scombussolato, poi chiesi «Ma quindi cosa siete? Illusioni? Assistenti sociali?»
Incrociò le braccia pensieroso: «Tecnicamente siamo proiezioni divine delle necessità di senso umane» lo guardai ancora più confuso «Dèi. Siamo Dèi. Vecchi, probabilmente, dimenticati o rielaborati, ma di base siamo Dèi.»
«Dèi…» ripetei quella parola poco convinto.
Nella mia testa era al pari di dire illusioni, ma non avevo realmente voglia di indagare ulteriormente.
Non in quel momento con lo stomaco chiuso e il calo di zuccheri che stava arrivando.
Decisi di tornare alla mia fetta di torta, soffiandoci sopra come avesse avuto una candelina invisibile e mi misi a mangiare in silenzio.
Lì per lì non ci feci caso, ma Fufluns mi guardò confuso, poi guardò la sua torta, ci soffiò sopra come avevo fatto io e riprese a mangiare a sua volta.
«Non avevo mai visto questo rituale, deve essere una cosa moderna» commentò mentre le iridi lampeggiavano di potere «A cofa ferbireffe?»
«Manda giù prima, amenus» brontolò l’angelo «E comunque credo che abbia solo mimato una torta di compleanno.»
«Ah» Fufluns deglutì e spalancò gli occhi «Per Tinia, è l’anniversario della tua nascita!?»
«Dovrebbe…» brontolai senza guardarlo.
La mia testa, grazie al nuovo apporto energetico, stava decidendo di correre su per le scale a prendere le pillole per la schizofrenia. Il mio corpo e il mio rispetto ancestrale per gli adulti non consanguinei, invece, mi bloccavano seduto su quel divanetto salvato dalla distruzione
Fufluns non percepì la mia confusione, tant'è che evocò un calice di spumante ed esclamò: «Potevi dirmelo prima, ti avrei portato un regalo! Auguri, giovane Penati!!»
Sia io che Nerone ci trovammo un bicchiere ciascuno mentre Fuflans indiceva un brindisi in mio onore.
«Credo che tu fossi troppo impegnato a volerlo mangiare» commentò Nerone «Bel compleanno di paludis che gli hai fatto.»
Il dio etrusco buttò giù il suo bicchiere tutto d’un fiato e lo riempì nuovamente con un gesto del dito: «Non è colpa mia se mi hanno svuotato – cioè, sì, in parte è colpa mia, lo sapevo che dovevo fondermi con Dioniso e Bacco e non con Pappus – chi se lo aspettava che Canidia mi avrebbe trasformato in un Lemure?»
Mi tornò in mente il film Madagascar: decisamente non era un lemure quello che mi aveva attaccato, anche se intuii che non intendevamo la stessa cosa.
Probabilmente notarono la mia espressione confusa, perché Fuflans aggiunse: «Se ti dico Eone Oscuro ti è più familiare?»
Un cassetto della memoria mi si aprì con un colpo secco. Eone oscuro lo avevo già sentito molti anni prima, quando mamma mi aveva parlato dei…
Ma certo!
I lemures latini: anime in pena che non trovavano la pace né tra i vivi né tra i morti, la versione oscura e corrotta dei lari.
Ma Fufluns si era definito un dio, non certo un lare.
Ma soprattutto, perché conoscevo i lemures e gli eoni oscuri? Che me ne avesse parlato qualcuno? Chi?
«C’entra quella vecchia strix di Canidia!?» Nerone attirò novamente la mia attenzione «E quanto è diventata forte per corrompere te, scusami?»
«Non è lei ad essere più forte, siamo noi ad essere più deboli» spiegò Fufluns.
«Parla per te, il mio culto è ancora più che attivo.»
«Sei ricordato come il piromane di Roma, colui che suonava la lira mentre la città bruciava e che ha usato i cristiani come capro espiatorio. Non mi sembra proprio una vittoria» Fufluns sospirò «Però almeno te un po’ di senso lo hai mantenuto. Io… ah, più ci penso più mi viene fame» gli allungai una fetta di torta «Grazie, giovane Penati.»
«Prego» giocai un po’ con la forchettina da dolce, digerendo le parole che avevo appena sentito «Davvero il mio cibo può ridarvi energia come se foste reali?»
«Questo è molto altro, se t’impegni» sorrise Fufluns «È la specialità della tua famiglia: cucina per l’anima, umana o divina che sia. Ricordo ancora il loro motto» notò la mia espressione confusa «I tuoi non ti hanno detto nulla?»
«La vedo difficile da morti» brontolò Nerone.
«Come se fossero morti da chissà quanto» il dio etrusco agitò la mano evasivo.
Mi strinsi appena la spalla nervoso: «Otto anni sono tanti?»
Nerone si massaggiò il mento: «Per noi no, ma…» alzò le dita in un modo che non riuscii a seguire «Quanti anni compi oggi?»
«Diciotto.»
Tornò a contare sulle dita, poi annuì: «Sì, sono tanti.»
«Non così tanti!» esclamò Fufluns «Ai miei tempi si poteva diventare proprietario del tempio e della necropoli anche prima.»
Nerone indicò il calendario: «Ti faccio notare che è passato giusto qualche millennio dai “tuoi tempi”» tornò a guardarmi indagatore «Piuttosto. Perché puoi vederci, puer?»
Sbattei le palpebre, deglutendo a fatica la torta: «Non… dovrei?»
Nerone mi guardò come se avessi detto un’eresia, ma Fufluns unì le mani pensieroso.
«Non saprei bene» ammise il dio «I Penati vivi non hanno mai avuto affinità con l’altro mondo, in fondo erano umani. Un po’ più sensibili al sacro? Sì, ma non erano oracoli, sensivi o profeti. E nessuna divinità ha mai pensato di avere figli con voi.»
Nerone trattenne una risata: «Mio padre non avrebbe mai ingravidato nessuna Penati? Non ci credo.»
«Liberissimo, ma è la verità» mi annusò. Cos’avevano tutti con il mio odore? Okay, ero rotolato nell’erba, ma sembravano cercare un olezzo specifico «E no, tu non puzzi di semidio. Quindi… perché ci vedi?»
Strinsi le labbra, indeciso sulla risposta, poi mi accasciai sul divanetto a guardare il soffitto, senza saper bene cosa pensare.
La cosa più logica che mi veniva in mente era perché ero pazzo.
Non era un segreto, anzi.
In Casa-famiglia avevano messo un cartello in bacheca, avevo visite psichiatriche regolari e, ormai lo sapete, prendevo pillole per la schizofrenia.
Nella mia testa non c’era altra spiegazione.
Da quando erano morti i miei genitori avevo accettato di essere la mia malattia, per cui nella mia testa non c’era altra spiegazione.
Però c’era il mal di schiena e le mani calde di bruciatura: forse ero caduto mentre cercavo la mia famiglia e avevo messo i palmi sulle lasagne fumanti, e il fatto che non vedessi la mia famiglia era perché l’illusione era diventata troppo grande da gestire. Magari mi stavano parlando Nonna Maria e Nonno Pietro, ma io li vedevo come Fufluns e Nerone.
Insomma, era quello… no?
Chiusi gli occhi inspirando profondamente.
L’odore della crema pasticcera mi riempì le narici, calmandomi più di quanto mi sarei aspettato.
Il dolore alla schiena, le mani bruciate, la digestione che dava quella sensazione di sonnolenza, gli occhi e la mente pesanti di chi ne aveva vissute troppe per il suo diciottesimo compleanno.
Mi ripresi appena mentre qualcuno mi teneva sulle spalle facendo le scale di casa. Un movimento leggero, quasi a paura di svegliarmi.
Nonna?
No, la schiena non le reggeva così bene, e poi sembrava molto più giovane.
Andrea?
Probabile, anche se il profumo di vitigno e glassa alla spirulina non era proprio l’odore che mi sarei aspettato da mio cugino fumatore.
«Ma Nerone, di preciso, perché sei qui?» la voce di Fufluns mi colpì come un piatto di napolitan.
«P-Perché…» iniziò l’Imperatore colto alla sprovvista «… mi ha mandato Apollo, che domande.»
Stava palesemente mentendo, ma Fufluns non disse nulla e io rimasi immobile ad ascoltare. Un po’ la stanchezza, un po’ l’insicurezza.
Cosa succedeva a mettere in discussione le parole di un dio quando non si era un dio o un semidio?
Non avevo intenzione di scoprirlo.
«Primo, da quando prendi ordini da tuo padre?» proseguì Fufluns arrivando al primo piano «Secondo, perché ti avrebbe mandato?»
«Primo, non sono cose che ti riguardano. Secondo…» si fermò un po’ troppo a pensarci «Perché gli dèi sono preoccupati dallo svuotamento di senso, ovvio.»
«Ah, interessate» Fufluns mi fece scivolare a letto, coprendomi come avrebbe potuto fare un fratello maggiore «E a cosa dovrebbe importare a loro se sono in America?»
«Non farmi domande troppo difficili, per favore» brontolò Nerone «Comunque, finché il puer dorme potresti dirmi qualcosa di più sullo svuotamento di senso?»
Fufluns indugiò alcuni minuti, valutando quanto realmente stessi dormendo e quanto si potesse fidare di Nerone.
Si allontanò piano, scivolando verso la finestra per chiudere le persiane.
«Cosa sai della secolarizzazione?» chiese tornando verso la porta.
«La che?» avrei risposto esattamente come Nerone, per cui maledissi la stanchezza quando i due uscirono chiudendosi la porta alle spalle.
Mi raggomitolai sotto le coperte, forse non volevo infilarmi in discorsi complessi e avventure surreali.
Volevo solo pensare alla taverna, alla scuola, alla mia famiglia.
Una voragine mi si aprì nel petto, mentre la consapevolezza tornava prepotentemente.
Ecco perché la Signora Frangipani mi trattava da matto quando salutavo la mia famiglia, perché il Signor Garbugliozzi mi guardava confuso quando parlavo dei miei parenti come fossero stati presenti.
Perché per quattro anni non ero potuto venire dai nonni paterni a passare l’estate e del perché non potevo essere affidato a nessuno di loro. Non li vedevano, non li potevano vedere.
E perché io sì? Perché sentivo le carezze di nonna e le pacche amorevoli del nonno?
Perché anche con gli psicofarmaci mi erano sembrati così reali?
Che fossero reali?
Cos’era reale? Cos’era illusione? Cos’era trauma?
Cos’ero io?
«Francesco Penati» il nome mi risuonò nel cervello mentre l’oscurità s’illuminava su una vista notturna di stelle dimenticate e luci al neon.
Ero in un attico da qualche parte in una grande metropoli, l’ambiente minimale e buio, come se l’inquilino non volesse aggiungere altro inquinamento luminoso al panorama.
Una figura umana si stagliava contro le torce artificiali, in gessato bianco e mocassini giallo oro.
«Il piano sta andando come previsto» stava dicendo a nessuno in particolare «Otto anni, ma l’attesa è valsa il risultato.»
Teneva un quadro tra le dita, accarezzandone la cornice dall’aspetto antico e familiare. All’interno intravedevo un’antica pergamena con delle scritte, ma non riuscivo a capire cosa recitassero.
Faceva strano in quell’ambiente così spoglio e vuoto, una pennellata di arte e colore che non mi sarei immaginato appeso su quelle pareti.
Tamburellò le unghie come artigli demoniaci sul vetro mentre ne leggeva il contenuto.
«Solo una cosa non mi convince» proseguì «Perché l’Accordo non cambia?»
Fece qualche passo, circumnavigando la scrivania anonima.
Gli auricolari brillarono alla luce dei neon mentre si sedeva.
Si fermò, irrigidendo la schiena: «Cosa vuol dire “non ha firmato”? Quale adolescente non forma per una cifra simile?» annuì un paio di volte, poi scosse la testa «Te l'ho già spiegato, finché c'è un proprietario che la tiene in piedi non si può svuotare» fece un paio di mugugni di assenso «Tra un paio di settimane? L'importante è che…»
Mi sentii il suo sguardo addosso, predatore e guardingo, poi un sorriso calcolatore gli incurvò le labbra. I denti demoniaci che brillavano di luce propria mentre gli occhi si trasformavano in due tizzoni ardenti di fuoco giallo.
«Belzebù, ti richiamo più tardi» accarezzò l’auricolare, poi ci batté sopra un paio di volte, gli occhi che non mi perdevano di vista «E io che temevo di annoiarmi a rimanere nel vecchio continente» mi venne talmente vicino che potevo sentire la chiamata in attesa dalle sue cuffiette. Il volto androgino indefinibile e i capelli che si sollevavano in due corna minacciose.
Mi avvicinò gli artigli al viso, poi qualcuno rispose alla chiamata facendolo allontanare con un movimento leggero: «Carissimo! C’è un leggero cambio di programma…»
Spalancai gli occhi sul soffitto della mia stanza, ansimando terrorizzato.
Cos’era stato? Un ricordo?
No, non era un ricordo.
Una visione?
Ci mancavano solo le visioni…
Qualcosa rantolò di fianco a me facendomi trasalire: Nerone stava dormendo nel letto degli ospiti, ronfando come un normalissimo umano.
Si era messo una camicia da notte di nonna e un’orrenda cuffia con pompon in tinta, che stonava con il suo aspetto da ventenne sbarbato.
«Stupido Fufli» brontolò girandosi dall’altra parte «Non sono una balia, io.»
Scoreggiò, si grattò il sedere e tornò a ronfare come se nulla fosse, più reale di quanto mi potessi aspettare.
Decisi di scivolare fuori dalle coperte, colpendolo appena sulla spalla. Sembrava tangibile, reale.
Fisico.
E allora perché non avrei dovuto vederlo?
Lo toccai di nuovo.
Brontolò infastidito sollevandosi il lenzuolo sulle spalle.
Mi spostai verso la porta in punta di piedi, prendendo le pillole dal comodino e uscendo piano dalla camera.