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L’esplosione arrivò dalla cucina, uscendo dalla finestra come una fiammata di energia solare pura, poi il lampo si schiantò sulla creatura.
Mi trovai sbalzato sotto al patio, abbattendomi sul tavolo allestito per il compleanno, scoprendomi stranamente illeso.
Sconvolto, sull’orlo di una crisi respiratoria, ma intero.
Una mano calda mi prese il polso aiutandomi ad alzarmi.
«Muoviti, puer!» esclamò chi mi aveva salvato «Non so per quanto ancora riuscirò a tenere questa forma.»
Guardai confuso il mio salvatore: luminoso, con il profumo di glassa alla spirulina e crema pasticciera che lo avvolgeva.
Le gambe si mossero da sole, la vista annebbiata dalle lacrime della paura, mentre rotolavamo dentro alla taverna e chiudevamo porte e finestre a doppia mandata.
«Non credo che basterà la porta» disse sistemandosi il peplo imperiale e la corona d’alloro «Ma qui almeno ho da mangiare se si perde l’effetto.»
Scivolai a terra, le gambe molli ancora sconvolto: «G-grazie, Signore.»
«Bah, come se lo avessi fatto gratis» brontolò «Piuttosto, non hai una spada da queste parti? Non posso permettermi di usare i poteri di mio padre per troppo tempo» si accese una fiammella tra le dita «Anche se ora come ora probabilmente sono più forte di lui.»
«Padre?» chiesi confuso «Siete forse un angelo?»
Mi guardò come se avessi detto un’eresia, poi la creatura batté violentemente contro la porta.
Mi raggomitolai a terra su me stesso temendo che il vetro s’infrangesse.
La paura che tornava prepotentemente, mentre pensavo alle pastiglie in camera.
Come se avessero potuto impedire quella realtà così manifesta.
«Vabbè, comunque quel che dovevo fare qui l’ho fatto» disse l’angelo evasivo «Mi prendo un po’ di torta per il viaggio e… oh! Coltelli da cucina! Potrei…»
«Ti prego, non lasciarmi!» la voce mi uscì spontanea. I lacrimoni da bambino spaventato, mentre il mostro informe batteva ancora contro il vetro «Ti prego, Creatura di Dio, non lasciarmi da solo. F-farò qualsiasi cosa…»
Sollevai appena lo sguardo: l’angelo mi studiava sorpreso, poi un sorriso calcolatore gl’incurvò le labbra.
Non che m’interessasse molto in quel momento: volevo solo essere salvato da quell’incubo. Dopo avrei razionalizzato, adesso la mia priorità era sopravvivere.
«Qualsiasi?»
«Q-qualsiasi» balbettai «Ma ti scongiuro, non lasciarmi da solo con quella cosa.»
Studiò dentro alla cucina: «Di un po’, l’hai fatta tu quella torta?» annuii vigorosamente, il suo ghigno che si allargava ulteriormente «E potresti cucinare un libum?».
Annuii di nuovo, sollevandomi in ginocchio. Il vetro iniziò ad incrinarsi e io mi rannicchiai nuovamente a terra.
Mi sentii sollevare di peso, trovandomi faccia a faccia con l’angelo: «Allora facciamo un accordo, io ti aiuto e tu diventi il mio cuoco personale» mi allungò la mano «Affare fatto?»
Il vetro iniziò ad incrinarsi pericolosamente, spegnendomi completamente il cervello.
«A-affare fatto» gli strinsi la mano, il caldo solare che mi si riversava nelle vene, poi l’angelo mi spinse in cucina e scivolò a recuperare un vecchio falcetto appeso al muro. Sbeccato e arrugginito in un insolito color turchese, nelle sue dita brillò appena, pulendosi dalla patina d’antico.
Un rosso brillante, coi segni del martello che l’aveva forgiato e il manico lavorato al pari di uno specchio antico.
Lo guardò sorpreso, poi la porta esplose schiantandosi contro la parete di fronte.
«Tu cucina il libum, che a Fufluns ci penso io, puer!» disse agitando l’arma.
Solo in quel momento notai che stava fluttuando, sospeso da una brezza dal calore divino.
«Certo che sei messo male, ragazzone!» gridò l’angelo scattando a destra e buttandosi sulla creatura. Di risposta, questa sollevò un vaso proteggendosi dal colpo di falce. La figura dell’angelo baluginò appena, come un forno durante un calo di tensione «Sarà più complicato del previsto, ti conviene sbrigarti con quel libum!»
Mi appoggiai al tavolo, le gambe che mi tremavano e la gola secca, ma riuscii comunque a raggiungere l’unico scaffale della cucina pieno di libri.
Il primo passo era cercare la ricetta tra i ricettari della nonna, per fortuna li aveva divisi per ordine alfabetico... Il problema vero è che solo con la L erano cinque faldoni!
«Non hai ancora iniziato a impastare?!» esclamò l’angelo saltando verso l’uscita. La creatura puntò nuovamente lo sguardo su di me costringendolo a tentare un assalto per riavere l’agro della battaglia.
«Devo cercare la ricetta!» risposi scorrendo il dito sulle coste.
«Ma hai detto che lo sai fare!»
«Ero nel panico!» risposi cercando di rimanere concentrato.
L. Li. Lib.
Estrassi il faldone, lasciandolo scivolare sul tavolo e aprendolo con cautela.
Il clangore della battaglia non mi aiutava a rimanere lucido: sentivo i piatti sfasciarsi a terra, i quadri cadere e le tende strapparsi.
Non osai guardare attraverso la finestra passavivande, rimanendo concentrato sulla mia ricerca.
Libagione, Libico, Libeccio… Libum!
«Trovato!» esclamai leggendo rapido la ricetta.
Focaccia al formaggio rituale preparato come offerta annuale agli déi.
Priapo - Latte
Vesta - Miglio
Libero o Bacco - Miele
Lo rilessi un paio di volte, non sicuro di aver capito.
Perché mi aveva chiesto un libum? Era un cibo per delle divinità pagane a cosa mai gli sarebbe servito?
Più ci pensavo più confondevo reale e illusione.
Decisi di proseguire con la ricetta, l’unica cosa al momento che mi teneva ancorato al concreto, cercando di trovare un motivo sensato alla sua richiesta.
300 grammi di formaggio
150 grammi di farina bianca di grano
Mezzo uovo
Due cucchiai di miele
Mi ricordava la ricotta al miele che faceva nonna e i pani cotti in foglie di castagno del nonno.
Un lampo mi tornò alla mente: l’angelo voleva un’offerta, ovvio!
Ma per cosa? Ci doveva essere un motivo per un’offerta?
Aveva parlato di poteri e di rinvigorimento, forse dovevo risvegliare qualcosa in lui… o in me.
Tornai alla ricetta.
Pecorino, uovo, farina… l’idea iniziò a prendere forma nella mia testa.
Mi affacciai cercando di ignorare il caos che c’era nella stanza, notando le fiamme dell’angelo che si facevano sempre più fievoli.
Chiunque nella mia situazione avrebbe fatto di testa sua, ma io ero cresciuto a permessi e restrizioni, per cui chiesi: «Posso sperimentare?»
«Basta che non lo fai blu, puer!» mi rispose l’angelo aspro attirando nuovamente l’attenzione della creatura.
«Grazie!» rapido estrassi il guanciale dal frigo, tagliandolo a cubetti.
Due cucchiai di miele, mezzo uovo e pellicola a coprire la ciotola, lasciandola a parte mentre preparavo l’impasto.
Mi spostai nella cantinetta, prendendo il pecorino di zio Cornelius. Antica ricetta di famiglia che nessuno a parte noi sarebbe riuscito a replicare.
Ne grattai la quantità richiesta e lo misi nel mortaio.
Iniziai a pestarlo, aggiungendo la farina un po’ per volta in modo che diventasse un composto unico assieme al mezzo uovo che mi era rimasto da parte.
Movimenti semplici e lenti, delicati.
Isolato nel mio mondo di magia umana, la battaglia e le creature strane erano un lontano ricordo. Solo illusioni che mi avevano spinto a cucinare per farle sparire, risvegliando il mio amore per la cucina e la forza di quella creatura di Dio.
Aggiunsi un po’ di guanciale marinato e continuai a pestare delicatamente in modo che ogni elemento si unisse all’altro.
Lo sollevai piano, spostandolo in una ciotola e lasciandolo riposare.
Alzai lo sguardo verso la sala, come ad aspettarmi il solito pienone dell’ora di pranzo, troppo alienato dalla creatività culinaria che mi aveva rapito.
Salvai la ciotola per tempo, mentre un peplo sfarfallante si schiantava sul tavolo.
Mi abbassai mentre l’ombra si buttava sull’angelo.
«Non è ancora pronto?!» mi chiese la creatura divina spingendo nuovamente via l’avversario.
«La cucina ha bisogno di tempo» spiegai prima che la creatura mi piantasse gli occhi viola addosso «Ma forse non ne abbiamo così tanto.»
«Che razza di semidio sei, scusa!?» esclamò, poi annusò l’aria confuso «Strano, non puzzi di semidio.»
«Di cosa, mi scusi?» la creatura ansimò pronta a buttarsi nuovamente in cucina. Rapido preparai due panetti su una teglia e infilai tutto in forno «Lo riuscite a tenere buono per venti minuti?»
«Venti min…» l’angelo si morse la mano per trattenersi «Passami un altro pezzo di torta, puer!»
Decisi di non farmi domande, aprendo il frigo e tagliando una grossa fetta blu mare. Ne mancava già un pezzo, e chiunque fosse stato aveva lasciato il coltello dentro.
Rapido l’angelo prese la fetta con le mani e, con l’eleganza di un muflone, se la buttò in bocca.
La pelle iniziò a brillare di luce solare, coi vestiti che cangiavano folgoranti. Un ibrido strano tra Food Wars e Asterix il Gallico, dalle fattezze di un ragazzo di vent’anni vestito da imperatore romano.
Ruttò pulendosi la faccia dalla glassa pronto a tornare a combattere: «Comunque buona, complimenti.»
«G-grazie» balbettai.
Mi nascosi sotto al tavolo in attesa che il libum fosse pronto, osservando la sala che si accendeva di fiamme controllate.
L’angelo aveva evocato un sole tra le dita, muovendolo come un osso per cani mentre la creatura lo seguiva bramosa, il fuoco che bruciava le tende e le tovaglie già strappate.
Una danza distruttrice dove il mostro e l’angelo si confondevano. Chi era chi? Da chi veramente dovevo difendermi? Per chi dovevo cucinare?
«Spostati!» esclamò l’angelo.
Sollevai appena lo sguardo, trovandomi gli occhi della creatura a pochi centimetri dal viso.
𐌍𐌀𐌐𐌋𐌀 𐌉𐌄
Ei Alpan
«Fa-me» il rantolo fu più diretto, come un soffio alle mie orecchie «Fa-me…»
Di nuovo la sensazione di vuoto allo stomaco, l’anima che si contorceva.
Il sapore dei piatti insipidi della casa-famiglia mi riempì la bocca, mentre il freddo delle lezioni di cucina dell’alberghiero si fondeva con l’assenza di senso.
Domande esistenziali iniziarono a vorticarmi nella testa: perché lo stavo facendo? Cosa mi spingeva a cucinare?
Chi ero?
L’angelo mi prese di peso, trascinandomi via da sotto il tavolo.
«Non lasciarti sopraffare! Da umano dovresti essere meno soggetto a questo genere di cose, no?» parò un assalto con il falcetto «E tu ripigliati, stupido di un Fufluns!»
Caricò il pugno, una stretta salda mentre le nocche si coprivano di fiamme e colpiva in piena faccia la creatura che indietreggiò verso la finestra passavivande.
Fece per alzarsi, ma le gambe gli cedettero, il braccio che tremava e si anneriva.
«Lividissima Paludis …» ansimò.
Lo notai sudare e perdere lucentezza, poi la creatura lo agguantò per la caviglia e lo lanciò nella sala.
Si schiantò contro il muro, scivolando a terra come un comune mortale, mentre la creatura tornava su di me.
L’angelo giaceva a terra ancora confuso e debole, io non sapevo minimamente come agire, a parte indietreggiare fino ai fornelli e pregare che non fosse vero.
«Fa-me» la creatura spalancò il buco nero che aveva come bocca, pronto a mangiarmi mentre il vuoto prendeva possesso del mio animo.
In fondo non avevo più niente da perdere: la mia famiglia era morta, la trattoria era distrutta, e presto o tardi si sarebbero venuti a prendere l’intero borgo per renderlo uno dei tanti quartieri senz’anima in giro per il mondo.
Il forno suonò proprio in quel momento, strappandomi da quella rassegnazione.
La trattoria? L’avrei ricostruita. Il borgo? Lo avrei modernizzato tenendo conto della sua storia. La mia famiglia? L’avrei trovata.
Estrassi il libum fumante con le mani nude.
«Hai fame?» commentai ignorando le ustioni ai palmi «E allora mangia!»
Lo buttai a viva forza nelle fauci della creatura, tenendogli la mano sul volto mentre provava a ribellarsi.
Non gli avrei permesso di rifiutare la mia offerta!
La creatura si agitò, poi si fermò, gli occhi che da tizzoni ardenti si trasformavano in chiare pupille viola. Il fumo prese consistenza in un corpo snello di pelle mediterranea che brillava di oro e ametista. Dread e treccioline scure dai riflessi vinaccia che gli ricadevano sul viso etereo spandendo profumo di vino come uno shampoo pregiato.
Continuò a masticare, sbattendo le palpebre sorpreso, poi deglutì e si scostò appena: «Non mangiavo un libum così buono da quando gestiva il tempio Mamarke. Devi essere suo nipote, vero?»
Annuii confuso. Il nome mi era familiare, ma da qui a dire che eravamo imparentati…
«Mi sa che ormai ha finito la sua carriera da Penato, non mi stupirebbe che tu non lo conosca» si stiracchiò nella veste tipicamente etrusca, allungandomi la mano amichevole «Piacere, giovane semidio. Io sono Fufluns, grazie mille per l’offerta.»
«Pre-go…» balbettai.
La testa iniziò a girarmi pericolosamente, mentre l’adrenalina che avevo avuto fino a quel momento mi scemava dal corpo.
Alzai appena la mano per prendere la sua, poi ribaltai gli occhi all’indietro, cadendo come corpo morto cade.