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Avevo appena messo la torta in frigo e stavo sistemando i piatti da mettere in tavola quando sentii la porta aprirsi.
Mi affacciai, pensando di vedere qualcuno dei miei parenti, ma, a parte la porta spalancata, non notai nulla.
Il che era strano per la mia normalità.
Nella mia testa malata c’era sempre qualcosa che apriva porte o finestre: un fantasma, una megera, il più delle volte un’ombra dagli occhi di fuoco.
Era una certezza che mi causava attacchi di panico, e fino a quel momento non mi era mai capitato di non vedere.
Non ero letteralmente preparato!
Dovevo chiudere la porta? Dovevo salire in camera a prendere le medicine? Dovevo restare immobile a guardare finché non spuntava l’allucinazione?
Decisi che potevo permettermi di chiudere, raggiungendo la porta come un artificiere si avvicina a una bomba.
Tempo di accostarla che i mestoli appesi in cucina vennero colpiti da qualcosa facendo un rumore assordante.
Mi fermai, cercando ciò che stava facendo tutto quel casino.
Perché doveva esserci qualcosa, esattamente come c’era quando il vento spostava le lenzuola o la porta si apriva.
Tornai in cucina con il cuore in gola, pensando di trovare la finestra aperta e la brezza estiva che entrava prepotentemente.
E invece niente, non c’era assolutamente niente.
Decisi di dirigermi verso casa con l’obiettivo di andarmi a lavare la faccia. Magari ero solo stanco, avevo fatto molte cose fin dalla mattina e il fatto di non avere la mia famiglia intorno mi stava trascinando nei ricordi dei mesi invernali.
La porta si aprì di nuovo, questa volta con un cigolio lento, poi degli artigli graffiarono il pavimento in modo innaturale.
Sembrava di sentire un condor che saltella su delle piastrelle, mentre una voce gracchiante diceva: «E questa era l’ultima, ora dobbiamo solo trovare la proprietà e lasciare questo posto all’Oblio.»
Qualcosa rantolò poco fuori.
Un soffio sinistro, simile alle onde in una grotta nascosta.
Una cloaca vuota che mi fece accapponare la pelle, mentre un brivido mi prendeva tutta la schiena.
Perché avevo già sentito quel rantolo prima di allora, e non era finita bene.
Non osai voltarmi, continuando a scivolare piano verso le scale. Anche gli strumenti appesi avevano smesso di agitarsi, mentre un vento caldo mi accarezzava le caviglie in direzione del frigorifero.
«Chissà dove l’hanno nascosta» continuò il suono rauco, un misto tra la voce di una vecchia cornacchia e di una giovane civetta «Com’era fatta pure? Ah, sì… oh, è stato facile.»
Sentii il raspare degli artigli sui muri di pietra mentre scrostavano l’intonaco datato, ma mi costrinsi ad ignorarlo.
Più lo sentivo, più ci credevo, o così almeno diceva il mio psichiatra.
Il frigo che si spalancava mi fece sobbalzare, bloccandomi proprio davanti alla finestra passavivande.
Gli artigli persero presa, scivolando sulla pietra assieme al rumore di un quadro che si staccava dal chiodo di sostegno.
Il botto assomigliò a un uccello scarpa che si schiantava al suolo, mentre un frullio d’ali che si stringeva su un oggetto non troppo diverso da una cornice.
«Charun!» esclamò la voce rapace «Per fortuna non si è rotta. Questo foglio vale più di me e te messi assieme: se si rovina, possiamo dire addio alla nostra esistenza. Ti sembra!? E se qualcuno ci sentisse?» sentii le unghie saltellare mentre la risata gutturale riempiva la sala vuota «Ma sentimi! Come se ci potesse essere qualcuno di viv…»
Mi sentii gli occhi da civetta piantati addosso, indagatori.
Non osai voltarmi, immedesimandomi in un opossum davanti a un predatore.
«Te n’eri perso uno, Charun?» chiese la donna «Richiamalo in fretta, non so fin quanto non sarà attiva la protezione.»
Non feci in tempo a ragionare che mi trovai l’ombra avvinghiata al polso, gli occhi di bragia puntati addosso. Un tocco freddo, di acqua e vento, come toccare un remo umido, poi la sensazione di vuoto che mi prendeva il petto.
𐌉𐌈𐌖𐌑
Śuthi
Una voragine mi si aprì nell’animo, seguita da una certezza lampante che mi attraversava il cuore: la mia famiglia era tutta morta da prima che venissi a San Pasquale di Rocca.
La consapevolezza improvvisa mi lacerò l’animo: lo sapevo già da tempo, ma qualcosa dentro di me aveva continuato a negarlo. Il bisogno di un posto sicuro a cui tornare mi aveva tenuto in piedi fino a quel momento, e avrei continuato a vivere in quell’illusione auto imposta per sempre se non avessi incontrato quell’ombra.
Tuttavia, l’epifania macabra che mi era giunta mi lasciò paralizzato e terrorizzato.
Con chi avevo realmente parlato? Di chi o di cosa avevo sentito il tocco? La mia follia era arrivata ad essere così reale da non poter essere tenuta sotto controllo nemmeno con le medicine?
Cos’era reale? Cos’era illusione?
Chi ero io?
𐌋𐌀𐌅𐌔
Sval
La sensazione di vuoto scomparve mentre la creatura si allontanava e quella parola mi rimbalzava nel cervello come una condanna e una certezza.
Ero vivo, e solo per quello ero grato.
Non a chi, non a cosa.
Solo felice di non essere morto, non fisicamente almeno.
Perché dentro, la paura per quella vita piena di ombre, fantasmi e megere, mi stava corrodendo silenziosamente.
Era un po’ come morire, in fondo.
Anzi, forse era meglio morire.
«Beh!? Lui non ti piace?» la voce gracchiante mi trapanò le orecchie mentre tornavo velocemente alla “realtà”.
Da quando pensavo che era meglio morire? Non era da me, non era mai stato da me pensare una cosa del genere.
Amavo la vita, per quanto tragica, difficile, a tratti illogica. Mi piaceva scivolare di notte in cucina a trafficare con gl’ingredienti della Casa-Famiglia, l’adrenalina per ogni rumore improvviso che poteva essere un operatore dei servizi sociali come uno degli altri ragazzi venuto ad assaggiare i miei piatti di nascosto o un’ombra in cerca di un biscotto fumante.
Sollevai lo sguardo sulla donna e la mia mano scattò d’istinto alla tasca dei pantaloni.
Perché non poteva essere qualcuno o qualcosa di reale ciò che avevo davanti.
Zampe artigliate al posto dei piedi, occhi infossati e volto rugoso incorniciato nei capelli radi, grigi e unti. Portava un abito logoro e sporco, piccoli teschi umani appesi in cintura e ampolle di dubbia natura. Tutta la sua figura aveva in contorni indefiniti, come un affresco vivente.
Doveva essere per forza un’illusione!
«Vi-vo…» rantolò la creatura.
Il cuore mi stava per uscire dal petto, non ero più sicuro che sarei rimasto vivo per molto.
«Vivo?» gli artigli della megera saltellarono sul pavimento, poi sulla finestrella passavivande, colpendo i piattini delle offerte.
Avvicinò le dita nodose al mio viso.
Mi scostai d’istinto, gli occhi sgranati dal terrore.
Uno scatto involontario, ma tanto bastò a condannarmi.
«Tu mi vedi» gracchiò sorpresa, poi annusò l’aria «Perché tu mi vedi?»
Scattai verso le scale senza pensarci, il respiro rotto dall’ansia e un solo obiettivo in testa: dovevo prendere le pillole, dovevo tornare alla realtà prima che la follia mi divorasse definitivamente.
Una volta prese, ombre e megere sarebbero sparite, mentre la mia famiglia sarebbe tornata da me.
«Fufluns, non lasciarlo scappare!» la sentii gridare «Non possiamo permetterci testimoni mortali.»
Scivolai in camera prendendo con le mani tremanti il blister e provando ad estrarre una pastiglia.
La confezione mi scivolò dalle mani, poi il colpo mi sbalzò verso la finestra. Una spallata, simile a un placcaggio di rugby che mi fece volare contro la ringhiera e ribaltare dall’altra parte.
Rotolai sulla tettoia del patio, scivolando verso la grondaia e schiantandomi sulle aiuole fiorite.
Rimasi immobile ad ansimare, guardando il cielo ancora poco consapevole del perché ci fosse quello e non il soffitto della mia camera.
Mi girai sulla pancia, sollevandomi in ginocchio sull’erba e i calcinacci.
Vomitai a causa della botta, il dolore alla schiena che arrivava come una lenta ondata di calore.
Concreto, reale.
Terribilmente reale.
La presa sulla caviglia mi congelò l’arto e i pensieri mentre mi portava nuovamente in alto. Le mani cercarono istintivamente il terreno, lasciando solchi disperati sul prato appena messo in ordine, poi mi trovai davanti una nuova ombra.
I suoi occhi viola che mi guardarono vuoti, mentre l’odore di vino sintetico mi bloccava i polmoni.
𐌍𐌀𐌐𐌋𐌀 𐌉𐌄
Ei Alpan
Una voragine di fame chimica mi si aprì nello stomaco. Una richiesta ancestrale che mi attorcigliava le viscere mentre la creatura spalancava quella che doveva essere la bocca.
Tastai in tasca in cerca di uno dei miei esperimenti di pasticceria. Ne avevo sempre uno da far assaggiare al mal capitato di turno, magari avrebbe placato, anche se per poco, la creatura.
Trovai la mia piccola offerta nella tasca davanti, un cioccolatino mela e cannella mezzo sciolto che avevo fatto il giorno prima.
Feci per scartarlo, ma mi scivolò, rotolando in mezzo all’erba.
L’ombra si voltò ad osservare il cioccolatino, piegandosi appena verso il terreno.
Mi trovai con la testa nella sua gamba di fumo, mentre il sapore di cartone e zuccheri sintetici mi prosciugava la bocca. Da quella posizione non potevo spostarmi più di tanto, e la presa della creatura sulla caviglia era più forte di quanto mi sarei aspettato da un grumo di particelle nere.
Poi arrivò l’onda, tremenda, di perdita.
Non so bene come spiegarla, ma era come se mi svuotassero lo stomaco di tutto, anche del concetto stesso di stomaco.
Il mangiare per dovere biologico, senza più senso.
Solo…
Rotolai via, ansimando, mentre la creatura si voltava verso di me. Un velo di dubbio le brillò negli occhi, poi si allungò nuovamente verso il cioccolatino.
La mano della megera arrivò prima, facendo arretrare il mostro che mi trascinò sul terreno alla stregua di una coscia di maiale.
«Nonono, Fufluns. Questo non è per te» lo ammonì pulendo appena il cioccolatino sull’abito «Ha troppo senso per te, è lui il tuo Fufli Snack.»
Mi puntò il dito nodoso addosso, buttandosi il mio esperimento in bocca senza nemmeno gustarlo.
Sgranò gli occhi, mentre la pelle le si tendeva appena e le zampe diventavano più realistiche.
«Peccato perdere anche questo rituale, ma gli ordini sono ordini» disse disegnando un cerchio ai suoi piedi con il dito «Se solo fossi stato più giovane avrei approfittato di questa svista di Astaroth» sospirò trascinando Charun nel cerchio con lei e buttando quelle che sembravano ossa umane tutt’attorno «Addio, ultimo Penati. In fondo ti sto facendo un favore a farti svuotare l’anima.»
Li vidi sparire in un frullio di ali e piume, poi Fufluns mi sollevò nuovamente, pronto a divorarmi.
«Qualcuno mi aiuti…» pregai come se potessi essere sentito «Vi prego, se c’è qualcuno…»
E chi mai poteva esserci?
La mia famiglia era composta da fantasmi, i proprietari del borgo mi avevano lasciato ogni loro casa come un paio di scarpe fuorimoda e gli assistenti sociali sarebbero arrivati solo a settembre.
Non avevo più nulla a disposizione, a parte la disperazione.
Perché in fondo non volevo morire.
Non così!
Guardai la chiesa sconsacrata, unica testimone della tragedia che si stava per compiere, poi chiusi gli occhi e lì invocai l’ultimo essere che avrei mai pensato di cercare nella mia vita.
«Ti prego, Dio, aiutami!»