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← La Trattoria dei Penati

Creato il 03/10/2026, 17:42 · Aggiornato il 03/10/2026, 21:03

Capitolo 35: XXXIV – Caccia al tesoro (inutile) in giro per Modena

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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«Ehi, puer! Ce ne hai messo di tempo! Cos’è, sei stato attaccato da un mostro?» mi chiese Nerone come se non fosse successo niente «Forza, dì ad Empanda cosa c’è scritto sul fazzoletto che abbiamo recuperato» mi ordinò con il solito cipiglio che si faticava a prendere sul serio.

Estrassi la chiave con le mani tremanti, poi mi guardai attorno cercando la dea.

«Do-dov’è?» chiesi con il terrore che esplodesse di nuovo.

«Come dov’è!? È proprio di fronte a te» commentò confuso, poi mi guardò intensamente «Ehi, stai bene? Sei pallido…»

«Ho… avuto un incontro non bellissimo con… un mostro, ma non era pericoloso» risi nervoso «È bastata una caramella» presi un respiro profondo srotolando il fazzoletto «Comunque, l’indizio dice “La vecchia strada per gl’inferi t’indicherà la via”, ma non capiamo cosa voglia dire. Hai qualche idea?»

Silenzio, poi Nerone disse: «Em… puer… non vorrei dirtelo, ma stai guardando il palo della luce.»

«Oh…» mi voltai piano, cercando un vago indizio su dove potessero essere Empanda e Nave, ma proprio non riuscivo a vederle.

O a sentirle.

Mi scoprii a tremare, tuttavia Nerone fece una cosa… da Nerone? O meglio, da Nerone che avevo conosciuto a inizio viaggio.

«Okay, non so cosa ti sia successo là dentro, comunque Empanda dice che potrebbe essere la strada che univa Modena a Mantova dato che il nome etrusco, Manthva, deriverebbe dal dio degl’inferi Mantus» spiegò sbrigativo «Ora, sperando di non dover andare fino a là, dobbiamo trovare questa “strada”… che però ormai sarà bella che sepolta. Almeno abbiamo Empanda che ci può fare a GPS. Dimmi quando ti sei ripreso che partiamo.»

«Credo… mi ci vorrà qualche ora» ammisi teso come una corda di violino «Conviene incamminarci e scoprire cosa apre questa chiave…»

Nerone mi guardò confuso, poi alzò le spalle e attese qualche secondo prima di incamminarsi. Lo seguii piano, con calma e pronto a scappare se fosse esploso di nuovo.

Ero talmente sconvolto che non riuscivo nemmeno a ragionare su cosa lo avesse innervosito a tal punto.

No, innervosito non era corretto.

Era andato completamente fuori di testa! Avessi avuto un carattere diverso sarei finito sicuramente di sotto, e addio ultimo Cuoco Sacro.

Si poteva dire che la mia codardia cronica mi aveva salvato la vita.

Raggiungemmo un parco cittadino circondato da un palazzo ad anello e con sotto un parcheggio a pagamento.

Al centro si trovava una camminata di lapidi romane e… una strada con ancora i solchi dei carri!

«Ad occhio direi che siamo nel posto giusto» commentò Nerone studiando la strada e le lapidi «La via per gl’inferi… ha anche senso. Comunque, meglio che sia in superficie, no? Forza, cerca questa toppa e passiamo alla prossima tappa.»

Rilessi l’indizio con cautela, cercando qualcosa che si potesse ricollegare alle lapidi romane.

“Se mi hai trovato devi essere uno di noi. Ma la fiducia dopo anni non basta, così ecco a te il secondo indizio per trovare ciò che ti appartiene…”

Uno di noi… dovevo trovare la lapide di un Penates.

Mi misi a cercare, leggendo le iscrizioni sulle pietre, una per una.

Niente da fare.

Tornai a studiare il ricamo del fazzoletto: parlava di fiducia che non basta, forse dovevo trovare qualcos’altro. Possibile che avessimo parenti senza necessariamente il nome “Penates”?

Non era da escludere, e se da una parte avevamo Zio Cornelio amico fraterno di Nerone, dall’altra avevo visto Mamarke vessato dai legionari del dittatore Camillo.

Nella mia famiglia, di fatto, c’era un po’ di tutto.

Una lapide catturò la mia attenzione: un blocco rettangolare in pietra, sormontato da un timpano, con al centro il mezzo busto a rilievo del defunto. Di per sé era una lapide romana come altre, magari più curata, ma di base era qualcosa che avevo già visto.

Ciò che mi aveva colpito, in compenso, erano i dettagli: presentava grappoli d’uva e un uccellino, per cui il tipo si occupava di cibo.

Iniziai a cercare una fessura da qualche parte, tastando la stele come un inesperto Indiana Jones.

«Individuata la lapide, puer?» mi chiese Nerone facendomi trasalire «Ehi, sono solo io, mica Asta-coso.»

Non risposi, rimanendo concentrato sulla mia ricerca.

«È da prima che sei strano» brontolò appoggiandosi alla lapide con naturalezza «Non mi aspettavo che usassi le pillole…» mi bloccai, tremando come una foglia. Il suo tono non era arrabbiato o aggressivo, ma io avevo comunque paura «A Empanda e Nave ho detto che deve averti annebbiato la vista il mostro» si scostò stiracchiandosi «Torno da loro, tu cerca di non metterci troppo.»

Non osai dire quel che mi passava per la testa.

Avevo paura che qualsiasi cosa avrei detto lo avrebbe fatto scattare, e se lui stava fingendo che non fosse successo, io avrei fatto altrettanto.

E ’l sol figliuol dannato or si rifonda

Le parole di Nortia mi rimbombarono nella testa proprio in quel momento, come se potessero essere in qualche modo collegate a ciò che era successo con Nerone.

Tornai alla mia lapide, trovando ciò che cercavo sul retro, appena sopra il piedistallo. Un’incisione praticamente invisibile che delineava un pannello removibile. Riuscii a toglierlo facendo un po’ di gioco con la chiave e trovando uno scrigno grande quanto un’arancia.

Era in legno semplice, simile a un baule dei pirati in formato molto ridotto.

Richiusi la lapide e raggiunsi l’Imperatore che stava guardando il vuoto.

Per un attimo temetti fosse andato in blocco come prima.

«Trovato?» chiese guardandomi.

«Trovato» dissi mostrando lo scrigno. Decisi di sedermi su una delle panchine e lo aprii con la chiave trovata al museo.

All’interno era stata incisa una nuova frase.

«Ben fatto, giovane Penati, sei quasi giunto a destinazione» lessi arricciando le labbra «Ora vola verso il terzo indizio, seguendo le Sfide di Apollo che nel bel paese non gli fecero onore, trovane il cantore che ti manderà alla prossima tappa.»

E di nuovo una chiave, questa volta con l’impugnatura a farfalla e il corpo cilindrico.

«Sfide di Apollo che non gli fecero onore» annuì Nerone prima di ghignare come suo solito «Inutile dirlo, starà parlando della Secchia Rapita, per cui andiamo alla Ghirlandina!»

«Non… credo…» dissi con molta calma «Dobbiamo cercarne il “cantore”, chi ha scritto il sonetto a riguardo. Credo.»

Nerone piegò appena la testa, poi sospirò e alzò le spalle: «Non posso darti torto, puer. Quando hai ragione, hai ragione. Allora? Chi ha scritto “La Secchia Rapita” o qualcosa del genere?» si drizzò appena «Alessandro Tassoni? E bravo il mio piccolo pennuto. Troviamo la statua di questo tizio e poi andiamo alla Ghirandina, perché sicuramente sarà lì ciò che stiamo cercando» mi guardò confuso «In effetti, cosa stiamo cercando?»

«La Trattoria… presumo» non ne ero più tanto sicuro nemmeno io. Eravamo al terzo indizio, ma a cosa portasse quella caccia al tesoro mi era ignoto.

Feci per riprendere la mappa quando il mio stomaco brontolò isterico.

M’imbarazzai come mai prima d’ora, provando a nascondermi dietro lo zaino.

«Forse è il caso di fermarci a mangiare prima di proseguire» annuì Nerone «Non mi piace molto come idea, ma meglio essere in forze per recuperare la Secchia, no?»

*** * ***

Decidemmo di fermarci vicino al Monumento ad Alessandro Tassoni, esattamente sotto la torre della Ghirlandina, in Piazza della Torre – quando si dice la fantasia – con vista sulla strada, come a voler controllare che nessuno ci rubasse l’indizio che solo noi conoscevamo.

Fu in quel momento che tornai a intravedere Empanda e Nave.

Le loro figure sembravano ombre indistinte dietro a una cortina di nebbia. Probabilmente era quello l’effetto “foschia” che citavano gli dèi di tanto in tanto.

«Nave, come va l’ala?» chiesi pensando di sentire la sua risposta.

Nulla, l’udito ci avrebbe messo un po’ di più a ritornare.

«Ha detto che le dà noia» mi aggiornò Nerone tagliando a metà con la forchetta i tortelloni di zucca.

«Forse – e dico forse – dato che siamo fermi potremmo provare a usare l’acqua termale di Aplu…» proposi. Sembrava veramente tornato il Nerone di sempre, ma abbassare la guardia non era ancora nei miei piani «Prima al bar non siamo riusciti, per cui…»

«Per il piccione? L’acqua termale?» commentò aspro. Quasi mi ribaltai dalla sedia temendo il peggio «Vista la ferita dovrebbe starci in ammollo per un po’» chiamò il cameriere con un gesto della mano «Può portarci una scodella?» l’inserviente lo guardò confuso «O qualcosa di simile, se ce l’avete.»

«Vedo… cosa posso trovare» rispose il ragazzo con una calma invidiabile prima di allontanarsi.

«Prendi fuori l’acqua, puer. Empanda si occuperà di occultare tutto con la Foschia» spiegò tornando ai suoi tortelloni «Prossima volta voglio assaggiare i tuoi, puer.»

«Può fare una cosa del genere?» chiesi guardandola prima di recuperare la bottiglia d’acqua termale dallo zaino.

«Tutte le divinità possono. Chi più chi meno» spiegò evasivo «Per questo genere di cose è abbastanza una sciocchezza, per i mostri è praticamente automatica» ci pensò su «Anche adesso la stiamo usando per nascondere i tuoi connotati e mangiare tranquilli.»

In effetti non c’avevo fatto caso, ma dopo quello che era successo alla Galleria Estense sentivo molto meno gli occhi dei passanti addosso. Certo, ero intento a guardare Nerone come un ordigno inesploso, ma il fatto che si fosse preoccupato di questa cosa era… come mi aspettavo che fosse.

Di base lo aveva fatto per suo interesse personale e probabilmente mi avrebbe detto qualcosa prima se non…

Mi chiusi nelle spalle: «Grazie…»

«Figurati» disse tranquillo «Ne avevamo discusso quando eravamo da Aplu e tu te la dormivi della grossa, ma di fatto l’ho provato solo prima al museo quando…» si bloccò, poi si mise un pezzo di raviolo in bocca «Nulla d’importante.»

Tenni lo sguardo basso sul piatto di cappelletti. Mi si era chiuso lo stomaco al solo pensiero.

Non volevamo parlarne nessuno dei due, inoltre non volevo tirare fuori l’argomento davanti a Empanda. Lo avrebbe fulminato sul posto, e perdere l’unico “attaccante” del gruppo non era la mossa ideale.

Il cameriere tornò con la scodella, liberandoci da quell’imbarazzo.

«Grazie» rispose Nerone, poi prese la bottiglia e ne versò abbastanza da fare una piscina per uccelli. Il fumo e l’odore di zolfo si espansero come se fossero appena usciti da una fonte naturale «Vai dentro, pennuto. Dovrebbe aiutarti a stare meglio.»

L’ombra di Nave saltellò sulla tavola, svolacchiando fino alla scodella. Misi una mano per aiutarla a salire e la vidi saggiare l’acqua prima di immergersi quasi completamente.

Iniziai a vedere i dettagli, anche se poco, come il visino rilassato mentre si godeva il bagno termale, divenuto a sua volta nebbia ai miei occhi.

«Penso ci vorrà tutto il pranzo» concluse Nerone tornando a mangiare i suoi ravioli «Nel frattempo potremmo valutare come salire sulla Torre della Ghirlandina.»

«Perché dovremmo salire sulla torre?» chiesi confuso provando a mandare giù i miei cappelletti.

«Perché è lì che si trova il prossimo indizio, no? Mi sembra abbastanza ovvio…» probabilmente Empanda gli disse qualcosa «In che senso, scusa? Ovvio che parla di quello, vero, puer?»

Estrassi lo scrigno e ne lessi il contenuto. Ogni scusa stava diventando buona per non mangiare.

«Ora vola verso il terzo indizio» dossi ad alta voce «Seguendo le Sfide di Apollo che nel bel paese non gli fecero onore, trovane il cantore che ti manderà alla prossima tappa.»

«Ecco, “il cantore che ti manderà alla prossima tappa”. Il monumento a Tassoni è di fronte alla Girlandina, ci sta dicendo di salire lì.»

«Penso che intenda il monumento dello scrittore in sé, non la torre» spiegai, poi tremai e aggiunsi «P-però l’indizio nella statua potrebbe portarci alla Secchia…»

Nerone mi lanciò una delle sue occhiate serie, poi brontolò: «Va bene, ma se non troviamo nulla giuro che…» notò il mio sguardo terrorizzato mentre stringevo la mano del patto «Non mangerò più nulla di tuo» Empanda probabilmente gli fece notare che era controproducente per lui e non per me «A-allora mangerò, ma non ti farò più i complimenti su come cucini.»

*** * ***

Trovare la fessura per la chiave fu la cosa più semplice che ci potesse capitare: un foro tondo dietro al tallone destro.

Il problema vero fu raggiungerlo senza essere visti: a quanto pare la Foschia evocata da Nerone ed Empanda aveva dei limiti di spazio notevoli, così se la creavano davanti, mi si vedeva dietro e viceversa. Senza contare che la dea dei viaggi mi stava facendo da supporto per rimanere in equilibrio sul monumento.

Infilai la chiave velocemente e… non girava.

Era sicuramente la sua, ma sembrava bloccata.

Provai nella direzione opposta e… girava a vuoto.

«Abbiamo un problema…» dissi aggrappato alla gamba del povero Tassoni «Non funziona.»

«In che senso?» chiese Nerone.

«A destra non gira, a sinistra va a vuoto…» dissi piano. Un paio di passanti mi guardarono confusi, cosa che mi mise in imbarazzo.

«Posso vedere la chiave?» chiese Empanda facendomi trasalire.

Mi voltai verso di lei, scoprendola in forma quasi fisica. I capelli castani, la divisa anni Cinquanta, gli occhi color oliva.

Era ancora un po’ fumosa, ma almeno ne riconoscevo i dettagli.

Ma soprattutto, la sentivo! Come una radio rotta, ma la sentivo…

Estrassi la chiave e gliela passai con cautela. La studiò un po’, poi annuì e me la riconsegnò con un: «Potrebbe essere un carillon, o qualcosa del genere.»

«Un carillon?» chiesi confuso. Guardai la chiave, in effetti era a farfalla, ma perché un carillon?

La infilai nuovamente e iniziai a girarla nella direzione a vuoto. Effettivamente ogni giro diventava più difficile, come se caricasse qualcosa.

Arrivato alla fine, mollai la chiave che iniziò a tornare indietro lentamente… ma cosa avevo caricato?

Provai a guardare il piedistallo, ma nulla. Dietro al mantello, ma anche lì non si muoveva niente. Il rumore circostante non aiutava a sentire eventuali scricchiolii, così mi trovai a dover caricare nuovamente la molla.

Tornai a studiare la statua, ma nulla, fino a che…

«Questa cosa gli apre la bocca» dissi guardandomi attorno sperando di non essere visto. La molla faceva abbassare la mascella lentamente, per cui mi sarebbe bastato aspettare che finisse.

O così credevo.

Mi allungai quando aveva raggiunto l’apertura massima e… quasi mi tranciò le dita.

«Avrei bis…» mi trattenni dal chiedere.

Nerone stava controllando la Foschia, Empanda mi stava sorreggendo con un drone invisibile. Non avrebbero mai potuto aiutarmi!

L’unica era provare a farcela da solo.

«Se vuoi la prendo io» cinguettò Nave dalla mia spalla. Per poco non mi ribaltai di sotto per la sorpresa «Adesso che mi avete guarito l’ala posso prendere io ciò che c’è nella bocca di questo signore.»

«Sicura?» chiesi. Lei frullò le ali e volò sulla mia testa, poi prese una seconda spinta e si piazzò sulla spalla della statua «L’unica cosa, sono un po’ arrugginita e non so quanto pesi ciò che dobbiamo recuperare, per cui tieniti pronto a prendermi, d’accordo?»

«Certamente» annuii scendendo di nuovo. I passanti di prima tornarono verso di me, probabilmente per controllare se fossi ancora lì e cosa ci facessi appeso al monumento di Tassoni.

Girai rapidamente la molla, poi tolsi la chiave e mi spostai davanti alla statua.

Nave ne guardava il viso concentratissima, vibrando le ali pronta all’azione. Avrebbe avuto pochissimi secondi prima che la bocca si chiudesse a scatto.

Quando si buttò in direzione delle fauci di marmo temetti il peggio.

La vidi infilare le manine al volo, scivolando con tutto il corpo a pochi millimetri dall’apertura e spingersi verso l’esterno.

La bocca scattò a tenaglia pochi secondi dopo e io la presi al volo prima che si schiantasse al suolo.

Teneva stretta al petto una sfera di plastica, di quelle apribili al cui interno c’è una sorpresa. La svitai con cautela, scoprendo al suo interno una sfera cava in argilla. Scuotendola, qualcosa si muoveva all’interno, risuonando come una campanella, ma non sembrava esserci altro.

«Un sonaglio etrusco?» brontolò Nerone «Sul serio!? Tutto sto casino solo per un giocattolo per bambini!?»

«Solo questo...» ammisi, poi notai Nave che mi guardava ammaliata. Le brillavano gli occhi di una luce argentata, guardando l’oggetto come un piccolo tesoro.

Mi volò attorno, guardandolo da ogni angolazione.

«Puoi suonare ancora?» chiese adorabile.

Come facevo a dire di no a quel faccino?

Scossi di nuovo il sonaglio.

«Sei… quasi… arrivato…» disse. La guardammo confusi «Non lo sentite? Sta parlando.»

«Cosa?»

«Il sonaglio, ogni suono è una parola… non lo sentite?» sembrò rendersi conto di qualcosa e aggiunse imbarazzata «N-non che io capisca tutto quello che risuona, ovviamente…»

«È comunque qualcosa» sorrisi tornando a muovere il sonaglio «Anche solo poche parole possono aiutarci nella ricerca.»

Nave sgranò gli occhi, felice di essere utile, poi si concentrò ardentemente: «Sei… quasi… arrivato… la tua… eredità… si… trova… su un… pezzo… di… carta…» rimase in silenzio per un po’, poi annuì «Dopo “carta” ricomincia con “Sei quasi”, ma non so dirvi cosa possa essere» mi volteggiò sulla spalla molto meno entusiasta «Mi dispiace non potere essere più utile di così…»

«Sei stata utilissima, invece» le sorrisi «Appena trovo una cucina ti preparo qualcosa, promesso.»

«Ehi, puer, ti ricordo che io ti ho nascosto dai tuoi consimili» brontolò Nerone «Senza contare che il suo indizio è inutile senza “un pezzo di carta”.»

«Un pezzo di carta…» ripeté Empanda «Un pezzo di carta… non potrebbero essere i documenti dell’eredità?»

«Ma sui documenti dell’eredità c’era l’indirizzo del Palazzo dei Musei, non…» sbattei le palpebre ripensandoci «In effetti mi era sembrata un po’… confusa, come se avessi la vista incrociata, non so se mi spiego…»

«Puer…» il tono di Nerone mi fece trasalire «Controlla-quei-documenti-ora.»

Mi piegai a terra, estraendo i figli e controllando l’elenco.

«Modena, Via…» deglutii notando l’indirizzo.

«Puer…»

«Via Emilia Centro, 134, cassetta di sicurezza 396 presso Banca di Bologna» conclusi con il terrore di non vedere il tramonto.

Nerone strinse i pugni, poi prese un paio di respiri e infine disse: «Non è molto distante da qui. Sbrighiamoci, che questa città mi ha già stufato.»

Lo guardai confuso, poi mi alzai e ci dirigemmo verso la sede della banca in questione.

Un posto freddo e moderno, incorniciato in un ambiente storico rovinato da quel luogo senz’anima.

La donna dietro allo sportello ci guardò come si potrebbe guardare della lasagna vegana alla sagra della salsiccia.

«Desiderate?» chiese con la stessa voglia mia di essere in quel posto.

«Dovremmo ritirare cosa c’è dentro a questa cassetta di sicurezza» dissi mostrandole i documenti.

«Avete un appuntamento?»

«No, ma…»

«Niente appuntamento, niente contenuto.»

Nerone iniziò a dare segni di nervosismo.

«La prego, è urgente…» pigolai «Siamo di… Torino, siamo venuti apposta solo per questo.»

La commessa roteò gli occhi, poi digitò qualcosa al computer: «Documento d’identità, grazie.»

Sbiancai, ma non potevo permettere a Nerone di distruggere l’intera sede della banca.

Estrassi il portadocumenti e passai la carta d’identità.

La donna la studiò con perizia: «Francesco Penati…» alzò un sopracciglio «Francesco Penati…»

Tornò a digitare al computer e pregai non stesse avvisando nessuno della nostra presenza.

«La cassetta di sicurezza risulta a nome Enrico Penati, non Francesco.»

«Enrico era mio padre» spiegai rapido «H-ho qui tutti i documenti della successione.»

Strinse gli occhi, controllando i documenti sempre meno convinta.

Poi sospirò, prese la chiave e andò sul retro.

Tornò con un fagotto di stoffa di forma rettangolare tenuto insieme da un nastro color rame.

«Tieni e sparite. Tra poco finisco il turno e non ho voglia di casini» disse aspra.

«Grazie infinit…» provai a dire. Nerone mi trascinò fuori senza troppe cerimonie, tanto che vidi il pacchetto già per terra.

Non sapevo ancora cosa contenesse, ma qualunque cosa fosse avevo paura che si rompesse.

Insomma, per essere in una cassetta di sicurezza, doveva essere qualcosa d’importante.

«Fatto?» chiese Empanda mentre ci sedevamo sulle scale del duomo.

«Fatto…» dissi aprendo delicatamente il fagotto.

Mi tremavano le mani, con la paura di cosa ci potesse essere dentro.

E se ci fosse stato solo un altro indizio? Se fosse stata una corsa inutile in giro per la città?

Aprii piano la stoffa, liberando un contenitore rettangolare in argilla. Risultava sigillato sui bordo con un cartellino con scritto “NON ROMPERE – Atmosfera protetta”.

Subito sotto, direttamente sul contenitore, c’era una frase relativamente enigmatica.

«Col sonaglio chiama lo spirito che sulla Torre delle Rivendugliole ha trovato la sua casa. Lei può aprire lo scrigno senza rovinarne il contenuto» lessi.

«Suel serio!?» esclamò Nerone «E adesso chi cazzo sa cos’è questa Torre delle Rivendugliole!»

Passai la scatola d’argilla a Empanda e mi misi a guardare sulla mappa, ma non c’era assolutamente nulla che ci potesse aiutare.

«Che sia un nome antico?» proposi guardando tutti e tre.

«Non mi pare ci fosse una torre con quel nome quando ero imperatore» disse Nerone aspro «Bah, secondo me dovremmo mollare tutto e andare a recuperare la Secchia.»

«Tu e la tua secchia avete rotto le marmitte» lo ammonì Empanda «Possibile che pensi solo a quello?!»

«Solo perché voi avete delle priorità diverse dalle mie, non vuol dire che siano più importanti.»

«E allora va da solo!»

«Potrebbe essere una buona idea!» esclamò offeso allontanandosi.

Mi aspettavo mi trascinasse con lui, o che mi ordinasse di seguirlo, invece si limitò a mettere le mani in tasca e ad andarsene a passo pesante.

Rimasi ad osservarlo finché non ebbe girato l’angolo, poi tornai sulla mia mappa.

«Forse è fuori città…» proposi provando a guardare oltre «Se è uno spirito, magari è una torre malmessa e…»

«PUER!» la voce di Nerone mi fracassò i timpani facendomi trasalire, poi lo vidi tornare di corsa verso di noi «PUER! L’HO TROVATA!» si fermò appena prima di inciamparsi su uno dei leoni del duomo «La Torre… è quella della Ghirlandina.»

Note di capitolo

-Prossimo Capitolo-

-Venere nacque da una conchiglia, Turan da una Secchia Rapita-

Ci leggiamo presto, ciao ciao! -w-

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