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← La Trattoria dei Penati

Creato il 29/09/2026, 15:27 · Aggiornato il 29/09/2026, 15:32

Capitolo 34: XXXIII – Mai portare Nerone in visita alla Galleria Estense

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Seminare gli agenti fu abbastanza facile, scivolando tra le stradine laterali e nascondendoci nelle rientranze delle porte, tuttavia la nostra fortuna durò molto poco.

Perché fuori dal Palazzo dei Musei non trovammo nulla, per cui dovemmo passare alla visita.

«Due interi» disse Nerone al ragazzo della biglietteria. Un giovane non troppo in forma, ma comunque un bel ragazzo.

Appena capito che non avevamo scelta, avevamo recuperato degli occhiali da sole in un negozio Tutto a 1€, sperando che bastassero a non farci scoprire.

«Solo due?» chiese confuso. Ci guardammo all’unisono, poi guardammo Empanda che salutò con la mano.

«Facciamo… tre interi e un ridotto…» dissi piano.

«Ridotto?» guardò Nave che mi stava seduta sulla spalla «Oh, gli animali entrano gratis» mi fece l’occhiolino e io guardai Nerone «È proprio carina la vostra cinciarella.»

«Gra… zie…» non sapevo se avere paura o essere felice di vedere qualcuno che… beh, vedesse.

Nel dubbio decisi di fidarmi.

Al massimo c’era Nerone per risolvere la situa…

No, okay, Nerone non era il genere di persona a cui avrei affidato la vita – o meglio la morte – di qualsiasi cosa fosse quel ragazzo.

Mostro? Creatura folklorica? Semiumano? In quel momento avevo ancora in mente la testa tagliata di netto dell’orco a Claterna, non volevo rivivere tale esperienza.

Non nell’immediato futuro.

«Tre interi e un ingresso animale» disse gentile passandoci i biglietti. Mentre mi allungava i talloncini mi prese la mano e mi trascinò verso di lui. Inutile dirlo, sentii il peso di Nerone sul collo come se fossi io il suo bersaglio «Facciamo il tifo per voi, mi raccomando» mi lasciò andare e salutò cordiale «Buona visita.»

Mi allontanai piano mentre l’Imperatore, dopo un momento di nervosismo si decise a seguirmi a passo pesante.

«Che voleva quel tipo?» brontolò infastidito.

«Non… lo so» ammisi incamminandomi verso il Museo Civico «Ha detto che fanno il tifo per noi… ma ho idea cosa intendesse.»

«Beh, finché non sono nostri nemici tanto meglio, no?» disse Empanda superandomi entusiasta «Quindi sono fatti così i musei? Non c’ero mai stata prima d’ora. Ci sono tante cose antiche… oh, guarda! Questi quadri sono splendidi!»

«Sono le locandine degli eventi» commentò Nerone «Dobbiamo ancora entrare alla mostra» alzò gli occhi al cielo «Se non fosse per la mia magnifica persona, non avrebbe avuto alcun senso venire qui. A proposito, dove si trova?»

«Alla Galleria Estense» risposi catatonico. Stavo ancora pensando al ragazzo della biglietteria e a quel “Facciamo il tifo per voi”. C’era qualcun altro oltre a lui? E chi erano? Per cosa di preciso facevano il tifo?

«E quindi perché stiamo andando al Museo Civico?» chiese Nerone infastidito.

«Perché c’è un intera sala dedicata ad Etruschi e Romani… credo…» scossi la testa cercando di concentrarmi sul presente «I-insomma, il legame tra le Trattorie e gli Etruschi è consolidato, magari potremo trovare qualcosa per la nostra ricerca anche lì.»

Nerone strinse gli occhi poco convinto, poi sospirò: «E va bene, facciamo come dite voi…»

Si mise le mani in tasca e ci anticipò borbottando peggio di una pentola a pressione.

«Che tipo…» commentò Empanda «Sembra il ragazzino che veniva alla Trattoria a cercare Apollo, non certo l’Imperatore che in appena quattordici anni si fece odiare da mezzo Impero e amare dall’altro mezzo.»

«Quattord… eh!?» chiesi confuso.

«Non lo sapevi? È diventato Imperatore a sedici anni, ma è stato deposto a trenta» spiegò la dea «Dopo… in effetti non so cos’abbia fatto. Dicono che si sia suicidato appena dopo la deposizione, ma non ci credo troppo.»

In effetti non me lo immaginavo nemmeno io a togliersi la vita, ma era anche vero che il Nerone che avevo conosciuto io era molto diverso rispetto a quello che si ricordano Apollo o San Luca.

Scossi la testa: «Don Virgilio lo ha chiamato “Bestia Apocalittica”, dev’essere stato tremendo per rimanere così impresso nei primi Cristiani in appena quattordici anni.»

Empanda alzò le spalle: «Ne so quanto te, giovane Penati. Anche perché, diciamoci la verità, all’epoca i Cristiani non piacevano troppo agli dèi. Non facevano rituali per loro, ne negavano l’esistenza e in alcuni casi li identificavano come demoni. Ai loro occhi erano come i Peccati Capitali per noi» si fece pensierosa «La differenza è che i Cristiani non negavano i rituali di per sé: adattavano i rituali esistenti alla loro credenza» mi prese le spalle «Dobbiamo impedire che l’errore si ripeta.»

«Quale errore?» chiesi confuso.

«Quello del falso nemico. In passato gli dèi hanno pensato che il Cristianesimo li avrebbe uccisi com’era successo con le divinità Etrusche» si spostò gli occhialetti sul naso «Come ho fatto a non pensarci prima! Se l’Olimpo insiste ad avercela con te e a non vedere la minaccia…»

«Non me l’aspettavo!» esclamò Nerone dall’altra sala facendoci sobbalzare «Anche i Cristiani sanno disegnare i seni nudi, allora!»

Lo guardai confuso mentre ammirava un quadro della Madonna che allattava Gesù Bambino.

Mi soffermai a guardarla anch’io e mi resi conto che anche per me era sconvolgente.

Il Cristianesimo era additato come il più puritano dei puritani, coloro che ripudiavano ogni cosa contraria alla modernità, che avevano una moralità intransigente e ferrea.

Eppure davanti a me c’era il seno nudo della Beata Vergine, e non era scandaloso.

Forse perché non c’era malizia o doppiosenso.

Solo amore materno, esattamente come le statue greche o le iconografie classiche.

«Non mi sembra così strano, è da sempre simbolo di fertilità» spiegò Nave ammaliata a sua volta.

«Non capisco perché siate così sorpresi» aggiunse Empanda «Sembra quasi che non abbiate mai visto un seno femminile.»

«Non è quello, fa strano vederlo su un’icona cristiana» ammisi, poi mi venne un dubbio «Hai appena detto che era un simbolo di fertilità?»

«Sì, perché?» rispose Nave confusa.

«Perché in quest’epoca è solo “scandaloso” e allo stesso tempo “normale”, ma non ha… senso» guardai la mappa del museo, poi mi diressi verso la sala successiva «Proseguiamo la visita, ho bisogno di trovare altri elementi alla mia teoria.»

«Quale teoria?» chiese Nerone.

«Che lo svuotamento di senso è molto più antico di quanto si possa pensare.»

*** * ***

Nave si rivelò un pozzo di conoscenza: non me lo aspettavo, ma sapeva riconoscere qualsiasi elemento iconografico e spiegarlo in modo chiaro e preciso.

E io rimanevo sempre più sconvolto da quanto poco sapessi realmente.

Molte cose erano state travisate o riscritte dalla contemporaneità, appiattendone il senso fino alla mera percezione visiva.

Nessun significato, nessuna allegoria.

E tutto ciò non era iniziato con il furto dell’Accordo, anzi: quello era l’ultimo tassello.

La cosa mi faceva ancora più paura di quanto avrei pensato, ma non osai dire nulla semplicemente per non rovinare la visita ad Empanda e Nerone.

Perché mentre io mi facevo dei seri problemi a riguardo, lo so stavano divertendo parecchio. E, sarò onesto, non mi dispiaceva affatto.

Dopo tutto quello che c’era successo, una “gita fuoriporta” se l’erano più che meritata.

Empanda rimase estasiata dalla sala dedicata alle scienze, da quella sui servizi da tavola – piacque molto anche a me, lo ammetto – e quella dei tessuti, senza contare l’entusiasmo mentre guardava le ricostruzioni dei carri e i morsi per i cavalli.

D’altro canto, Nerone s’innamorò della sala della musica.

Letteralmente.

Iniziò a trasformare il falcetto in qualsiasi strumento lo attirasse: arpa, lira, cetra, violino, chitarra… non starò ad elencarli tutti, sappiate solo che da quel momento in poi iniziò a portarsi sulla schiena una lira-chitarra – per semplificare una chitarra acustica con la forma di una lira – in rame decorata da puntinato etrusco, con la promessa che avrebbe potuto suonarla una volta usciti da lì.

Infine le teche storiche della Sala Archeologica tennero incollati ai reperti più o meno tutti.

Nerone ed Empanda si soffermarono sui resti romani, raccontandosi aneddoti come due anziani davanti a un cantiere, mentre io e Nave rimanemmo a studiare le reliquie etrische.

Mamarke era di Veio, non decisamente di quelle parti, però magari avrei trovato un qualche altro parente che mi desse un indizio a riguardo. Ora come ora non avevo la minima idea di quando fosse chi.

Per esempio, non avrei mai detto che Beatrice fosse del ‘700, o che i gemelli fossero morti nell’eccidio di Monte Sole. Zio Cornelio poteva darmi ancora qualche dubbio, ma Anita o Andrea?

Potevano essere benissimo etruschi e aver adattato i loro nomi ai tempi moderni.

Comunque, anche con l’aiuto di Nave ed Empanda, non trovammo nulla che potesse aiutarci con la ricerca della Trattoria, così decidemmo di proseguire verso la Galleria Estense.

«Oh, adesso sì che si ragiona!» commentò Nerone disturbando chiunque fosse in visita in quel momento.

Si era fermato davanti al busto barocco di un imperatore romano.

Uno qualsiasi, semi sconosciuto.

Ovvero lui.

«Sono anche riusciti a prendere il mio profilo migliore, il che è sorprendente per gente che non mi ha mai visto o conosciuto» commentò mettendosi accanto alla statua «Mi stupisce però, i miei delatori mi avevano descritto come il peggio del peggio, eppure qualcuno ha pensato bene di fare la mia effige così magnificamente. Si vede che il mio culto è ancora più che attivo.»

Mi trattenni nel dirgli “per i motivi sbagliati”, cercando piuttosto qualcosa che ci potesse aiutare nella ricerca della Trattoria.

Empanda era rimasta con Nave a guardare l’effige di un certo dio Aion mitriaco, anche se non so se fosse per nostalgia o per cercare davvero qualche indizio per la trattoria.

Non che la mia ricerca stesse andando meglio: niente doppiofondo, rientranza o cassetti segreti.

Solo un busto di marmo e un Imperatore divinizzato che si faceva selfie da mandare al suo pater divino.

Decisi di spostarmi verso la sala successiva, cercando un qualche indizio ulteriore. Quel posto era pieno di quadri allegorici che, dopo le spiegazioni di Nave, erano molto più chiari, tuttavia il mio sguardo fu attratto da uno splendido stipo in legno: una cassettiera con cinquantadue mini-cassetti, usata per tenere segreti, ori e gioielli.

Non tanto per la fattura – impeccabile – ma per un particolare insolito che non sarebbe dovuto essere lì.

Un pezzo di stoffa che spuntava da uno dei cassetti, l’angolo di un fazzoletto che ad un occhio poco attento sarebbe passato inosservato.

Eravamo lì in cerca di un indizio, magari era quello…

Dovevo trovare il modo di aprire quella teca senza far scattare allarmi o altro.

Mi guardai attorno e iniziai a studiare il piedistallo. Forse c’era un gancio o un bottone segreto, qualcosa che avesse permesso a chiunque avesse lasciato quel pezzo di stoffa dentro allo stipo.

La mia mano si fermò a contatto con una fessura sotto la teca.

Una toppa minuscola, perfetta per la chiave di una… cassetta di sicurezza!

Estrassi le chiavi delle trattorie, recuperando quella piccola che avevo notato al bar.

La infilai e… era la sua.

«Alberto…» bisbigliai. Nerone non mi rispose «Alberto…»

«Che vuoi?» chiese infastidito.

«Puoi coprirmi le spalle? Credo di aver trovato la Trattoria.»

Alzò un sopracciglio, sbuffò e si mise davanti a me controllando i dintorni. Non potevamo permetterci di essere visti da un turista o, peggio, da un curatore museale.

Dopo Rimini ne avevo già abbastanza di caserme.

La serratura scattò sollevando appena il vetro. Un colpetto, come se fosse scattata una molla, cosa alquanto sorprendente.

«Spero che questa cosa serva…» commentò Nerone battendo il piede infastidito, poi guardò verso una parete senza porte.

«A-anch’io…» balbettai sollevando il vetro.

Dannazione, era pesantissimo! Tenerlo con una mano era impossibile…

«Reggimi la teca, per favore» Nerone non rispose «A-Alberto…»

Scosse la testa, come se si fosse reso conto solo in quel momento dove si trovava: «Cosa? Oh, sì…» si mise dietro al vetro, sorreggendolo «Ricordami perché Empanda e il pennuto non sono qui…»

«Sono ancora nell’altra sala, sarebbe strano andare a chiamare il nulla davanti agli altri visitatori.»

«Anche se sono invisibili ai mortali, hanno dovuto pagare il biglietto, ciò le rende quantomeno presenti.»

«Sono abbastanza sicuro che non funzioni così…» estrassi il pacchetto di stoffa, infilandomelo velocemente in tasca e rimettendo a posto «Fatto, richiudiamo velocemente e…»

«Ehi, voi!»

Mi bloccai terrorizzato, poi vidi Nerone che ghignava divertito.

L’Imperatore che aveva quasi bruciato New York mi aveva appena fatto uno scherzo idiota…

Capivo i dubbi di Apollo più di quanto mi sarei aspettato.

Tuttavia sembrava averlo fatto per nascondere un disagio di qualche tipo, e dubitavo fosse perché avevamo appena rubato in un museo.

Appoggiammo la teca, richiusi recuperando la chiave e mi allontanai quanto bastava per non sembrare sospetto.

Sospirai di sollievo mentre Nerone si appoggiava tranquillo al vetro.

«Sembra quasi che hai rubato qualcosa…» commentò controllandosi le unghie. Avevo l’impressione che cercasse di ignorare ciò che aveva alle sue spalle, intento a pensare più a me che a… qualsiasi cosa ci fosse «Allora? Cos’abbiamo trovato?»

Mi presi qualche minuto per evitare l’iperventilazione, poi recuperai il fazzoletto e lo aprii con delicatezza.

Era bianco e ricamato, con una piccola chiave cucita a uno degli angoli.

«Se mi hai trovato devi essere uno di noi…» lessi confuso «Ma la fiducia dopo anni non basta, così ecco a te il secondo indizio per trovare ciò che ti appartiene…»

«Beh, almeno è servito a qualcosa» disse Nerone «Allora? Questo indizio?»

«La vecchia strada per gl’inferi t’indicherà la via…»

Alzò un sopracciglio: «Tutto qui? Sul serio?»

«Sul serio…» mi grattai la meninge cercando di fare mente locale «Ci sono strade romane da queste parti?»

«E io che ne so, scusa?» rispose aspro. Lanciò uno sguardo di sbieco, poi tornò a sistemarsi in modo da non vedere qualunque cosa lo stesse mettendo a disagio «Comunque se è una strada, sarà all’esterno… In effetti non vedevo l’ora di uscire.»

«Ma inferi? Cosa potrebbe essere?» il solo pensiero di dover entrare all’Inferno come Dante mi metteva i brividi.

«Magari è allegorico, chennesò» brontolò incamminandosi verso l’uscita «Potrebbe essere una strada che portava ad Adelandia o…» si voltò per una frazione di secondo verso di me, poi distolse lo sguardo «E comunque la dea migliore a cui chiedere è Empanda, che certamente non troveremo restando qui dentro.»

«Hai ragione…»

«Molto bene» notai nuovamente quell’espressione turbata, così feci per voltarmi a vedere «Non ci privare, Francesco!»

M’irrigidii, non aveva mai usato il mio nome, neanche quando mi presentava a qualcuno – in effetti ero io a presentare lui, di solito – e ciò mi mise particolarmente in agitazione.

M’incamminai verso la porta a passo rapido.

Nerone aspettò che uscissi prima di voltarsi un’ultima volta e tallonandomi. Voleva proprio che non guardassi, e chi ero io per insistere?

Però mi preoccupava: non avevo mai visto Nerone così agitato, poi c’era quel blocco che aveva avuto mentre mi copriva le spalle.

Persino adesso sembrava in apprensione, continuando a lanciare occhiate fugaci verso quella sala.

«Ehi, com’è stata la visita?» chiese Empanda vedendoci tornare.

«Noi forse abbiamo scoperto chi era il ragazzo in biglietteria» disse Nave saltellò verso di me, pronta a tornarmi sulla spalla «Ma a parte questo, nulla.»

Mi guardai attorno prima di rispondere, cosa che mi fece sentire il nervosismo di Nerone: «Bene, credo» estrassi il fazzoletto con la chiave «Abbiamo trovato un indizio.»

«Ottimo! Allora io e Nave finiamo la visita, potete aspettarci fuo…»

«Perché dovreste finire la visita?» chiese Nerone infastidito «Quello per cui eravamo venuti lo abbiamo trovato, sbrighiamoci a uscire e a capire dove andare adesso.»

Empanda lo guardò confusa: «Tutto bene, Lucius?»

«Benissimo, ora muoviamoci» ci spinse fuori senza troppe cerimonie.

«Sicuro? Sembra quasi che tu abbia visto un lemure.»

Nerone s’irrigidì: «E se anche fosse? Non mi faccio certo spaventare da un lemure, io.»

«Non ho mai detto che sei spaventato» la dea lo guardò sorniona «Mi stai dicendo che lo sei?»

La mano del patto mi bruciò come mai fino a quel momento.

A parte le bende, di base mi dimenticavo della sua esistenza, ma in quel momento la sentivo proprio in fiamme!

«P-potreste aspettarci fuori?» proposi cercando di sedare gli animi «Dovrei andare in bagno, ma senza il mio parafulmini divino ho un po’ paura» guardai Nave «Te la senti di stare con Empanda?»

La fatina guardò l’interessata, poi annuì e scivolò sulla mano che le porgeva la dea.

«Allora vi aspettiamo fuori» sorrise mettendosi Nave sulla spalla «E no, non finiremo la visita, se ti dà così tanto fastidio, Lucius. Potremmo approfittarne per chiedere al ragazzo della biglietteria se è veramente lui.»

«Sarà meglio» brontolò infastidito.

Aspettammo che fossero uscite per incamminaci anche noi in cerca del bagno.

«Tutto bene?» chiesi preoccupato mentre scendevamo le scale.

«Certo, perché?» rispose Nerone molto poco convincente.

Mi annodai le dita nervoso senza guardarlo: «È da prima che sembri, ecco… turbato.»

«Chi? Io? Non c’è nulla che possa turbare il grande Imperatore Nerone!» esclamò mettendosi le mani sui fianchi. Si stava sforzando più del solito, tanto che si percepiva che stava fingendo una sicurezza che non aveva. Lanciò una nuova occhiata fugace alle nostre spalle «Non mi sono lasciato turbare dalla lingua lunga di Aplu, ti pare che un quadro…»

«Un quadro? Su di te?»

«Non sono cose che ti riguardano, puer.»

«C’entra con il tuo passato?»

«Cosa non hai capito del “non ti riguardano”?»

«Mi preoccupo per te, è così sbaglia…»

Mi trovai con la schiena sulla balaustra, i piedi che non toccavano più il pavimento e la testa pericolosamente sul vuoto.

Nerone mi teneva per il colletto, gli occhi accesi d’ira come non li avevo mai visti da quando lo conoscevo.

«Non ho bisogno della compassione di nessuno, men che meno della tua, Francesco» mi ammonì. Teneva la voce bassa, di un tono sufficientemente minaccioso da farmi paura quanto Astaroth. Mi prese la mano del patto e la sentii nuovamente andare in fiamme. Volute di fuoco che scavavano la pelle come rivoli di magma «Ti ricordo che devi a me la tua vita, sei tu quello che ha bisogno, non…»

Si fermò, guardandomi per alcuni secondi come se si fosse ricordato di qualcosa. O meglio, qualcuno.

Mi tirò nuovamente sulle scale, rimettendomi a terra.

Mi tremavano le gambe, tanto che dovetti appoggiarmi al parapetto.

«Ti stai prendendo troppe libertà negli ultimi tempi» disse autoritario. Teneva lo sguardo basso, ma percepivo una paura innata dentro di me. Il terrore della punizione per… non sapevo nemmeno io cosa. La mia stessa esistenza, probabilmente. Si voltò verso i gradini in discesa «Ti aspetto giù, non metterci troppo» mi lanciò un’ultima occhiata che mi fece raggelare il sangue «E non provare a tornare in quella sala, Francesco, o potrei non essere responsabile delle mie azioni.»

Lo guardai scendere le scale, poi corsi in bagno a lavarmi la faccia.

Il cuore mi martellava nel petto, i polmoni si muovevano sincopati.

Quel Nerone che non avevo ancora visto mi paralizzava i muscoli, non riuscivo nemmeno a piangere dal terrore che avevo appena vissuto.

Non era come Astaroth, era qualcosa di più animale.

Una sorta d’istinto di sopravvivenza che mi partiva dallo stomaco e si espandeva in tutto il corpo, fino ad annebbiare il cervello e annichilire la lucidità.

Portai la mano tremante alla tasca, il blister degli psicofarmaci mi sembrava leggero come una piuma in quel momento.

Aplu aveva ragione, non riuscivo ancora a farne a meno.

«Scusami, Nave. Scusami davvero…»

E senza pensarci presi una pastiglia.

Note di capitolo

-Prossimo capitolo-

-Caccia al Tesori (inutile) in giro per Modena-

Ci leggiamo presto, ciao ciao! -w-

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