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«Puer?» la voce di Nerone mi arrivò alle orecchie assieme a qualcuno che mi scuoteva la spalla «Ehi, puer, svegliati che ho una Secchia Rapita da recuperare quanto prima.»
Aprii gli occhi assonnati, stiracchiandomi con un braccio solo per non disturbare Nave, a sua volta intenta a fare stretching post-sonno. Mi massaggiai il collo dolorante, cercando di mettere a fuoco l’ambiente circostante.
Sembrava una zona periferica di qualche tipo, con alti palazzi principalmente d’uffici da un lato della strada e case in mattone dall’altra. Il confine tra presente e passato, perfetta rappresentazione di me con i miei compagni di sventure.
«Dove siamo?» biascicai con la testa ancora nella visione del passato.
«A Modena» mi rispose Empanda affacciandosi dalla portiera «Siamo arrivati da una decina di minuti circa. Pensavamo vi svegliaste una volta parcheggiato, ma non lo avete fatto e ci siamo preoccupati.»
«Lei. Io ho visto che respiravate, ma non volevo perdere il nostro mezzo di trasporto per un fulmine o qualcosa di simile» spiegò Nerone.
«Respiravamo?» lo guardai confuso «In che senso?»
«Ogni tanto vai in apnea, lo abbiamo notato l’ultima volta da Aplu» disse evasivo «Nulla di grave, finché riprendi a respirare.»
Decisi di accettare quella spiegazione.
Ero troppo rintronato e dolorante dalla dormita in macchina per farmi domande in merito.
«Sappiamo già dove andare?» chiesi facendo scivolare Nave sul sedile e rimettendomi le scarpe.
«Alla Torre della Ghirlandina, secondo Google» disse Nerone «Non c’è un momento da perdere, o…»
«Te l’ho già detto, prima dobbiamo andare alla Trattoria, e no, non è alla Ghirlandina» sospirò Empanda «Inoltre una buona colazione farebbe bene a tutti quanti prima di partire.»
«Eccerto! Tanto paga il coglione qui presente!» l’Imperatore alzò gli occhi al cielo «Pretenderò un rimborso spese dopo la missione, sia chiaro.»
Si diresse a passo pesante verso il bar poco distante con una mano in tasca e l’altra al telefono per accedere alla app della banca.
Uscii stiracchiandomi di nuovo, poi allungai la mano a Nave in modo che mi salisse nuovamente sul braccio. Si arrampicò tra busto e manche della maglia, vibrando di tanto in tanto le ali.
Al terzo tentativo al sollevai io con la mano in modo che mi si sedesse sulla spalla.
«Grazie, Francesco» pigolò imbarazzata.
«Figurati» le sorrisi. Era troppo adorabile per non essere gentili con lei.
Nemmeno Nerone faceva eccezione… anche se lo era a modo suo.
«Cosa prendete?» brontolò l’Imperatore appoggiato al bancone del bar.
«Espresso e focaccia all’olio» rispose Empanda.
«Ehi, non t’allargare» l’ammonì. La barista ci guardò confusa, ma Nerone non sembrò farci caso.
«È il minimo dopo che non ti ho lasciato a Unciola» notò il mio sguardo confuso «Quello che voi chiamate Anzola dell’Emilia.»
«Oh…» annuii poco convinto.
«Detto ciò, tu cosa prendi, puer?» chiese Nerone.
«Un espresso anch’io e un cornetto alla marmellata, se posso» risposi cercando ancora di capire come Unciola fosse diventato Anzola. Vabbè che Claterna era diventata Ozzano, non mi sarei dovuto stupire così tanto.
«Pennuto, prendi qualcosa?» brontolò l’Imperatore. Nave si indicò confusa «Sì, dico a te, Trilly con le ali sbagliate.»
«U-un mignon con frutta, per favore» pigolò imbarazzata.
«Ottimo» si voltò verso la barista che ci guardava ancora più confusa «Due caffè, una focaccia all’olio, due cornetti alla marmellata, un mignon alla frutta e un latte macchiato tiepido senza schiuma e con poco caffè, grazie.»
Pensò seriamente di dirci qualcosa, poi scosse la testa e ci sorrise: «Sedetevi pure, vi portiamo tutto noi.»
«Grazie» risposi seguendo rapido Nerone ed Empanda che si sedevano a un tavolo da quattro con vista sulla strada.
Feci scivolare Nave sul legno e le controllai delicatamente l’ala, studiando una soluzione anche solo temporanea.
Come detto, non ero un medico veterinario, ma di polli qualcosa sapevo.
Serviva qualcosa per steccarla, ma cosa?
«Ecco a voi» disse la ragazza passandoci la montagna di roba che avevamo ordinato.
«Può portarci anche una palettina d’asporto, per favore?» chiesi continuando a studiare l’ala di Nave, già intenta a mangiare il suo mignon alla frutta.
«Certamente» rispose cordiale. Mentalmente stava già pensando di chiamare la polizia, glielo si leggeva in faccia.
Andiamo, era impossibile che non ci avesse riconosciuto, e dopo il casino alla caserma di Rimini l’allerta su di noi era sicuramente aumentata.
«Gentilissima» le sorrisi recuperando del nastro dal kit del pronto soccorso mentre l’aspettavo.
Non ci volle molto, anche se il nostro livello di stranezza stava raggiungendo vette inimmaginabili.
«Avvisami se ti faccio male» dissi studiando la posizione migliore per curarla.
E lì confermai i miei sospetti: non avevo idea di come muovermi!
«Hai bisogno di aiuto?» chiese Empanda «Non sono un medico, ma qualcosa conosco.»
«M-meglio» ammisi. La dea fece per avvicinare la mano, ma Nave si spostò ancora di più verso di me con tutto il mignon «Vuoi… che faccia io?» annuì guardandomi con gli occhioni lucidi «Bene, ditemi cosa devo fare.»
«Per prima cosa, metti via quel nastro, dato che non vuole che la tocchiamo» brontolò Nerone bevendo il suo latte macchiato «Le strapperai le piume ad usarlo. Prendi della stoffa, piuttosto, come un pezzo di strofinaccio o qualcosa del genere.»
Iniziai a pensare cosa potessi avere tamburellando sul kit del pronto soccorso.
«Spago da cucina?» proposi pregando fosse la scelta migliore. Empanda ondeggiò la testa.
«Ci vuole qualcosa di più morbido» spiegò la dea «Hai della benda autosigillante o qualcosa del genere?»
Cercai nuovamente tra i medicinali, poi estrassi un rocchetto di “benda coesiva elastica” – non sapevo nemmeno perché lo avessi.
«Sì, è quello» brontolò Nerone «Certo che non mi aspettavo di doverlo usare su un piccione» alzò la mano come a fermarci da qualche commento «Non serve che mi ringraziate, gli acquisti oculati sono il mio forte.»
Lo guardammo straniti, poi decidemmo di tornare a Nave e alla sua ala spezzata.
«Adesso?» chiesi preparando la benda.
«Devi capire quale osso è rotto» spiegò la dea.
Quello era facile: «Omero.»
«Ottimo, dovrai steccare quello. Forse la palettina però e troppo lunga…».
Nerone roteò gli occhi e allungò la mano: «Taglio io, sennò qui stiamo un’eternità e dobbiamo anche guardare la mappa.»
«Lo stai solo facendo per renderti utile» lo punzecchiò Empanda.
«Tra benda e consiglio sul cerotto adesivo credo di aver fatto anche troppo» commentò aspro.
Decisi di concentrarmi sul lavoro, facendo il segno di dove tagliare e passando il materiale a Nerone.
In tutto questo ero stupito dalla tranquillità di Nave.
Forse perché stava mangiando, ma guardava ogni nostro movimento con una fiducia incredibile dopo quello che aveva passato.
Nerone mi passò nuovamente la palettina della misura giusta e io iniziai a prepararmi per l’operazione.
Nave pigolò appena per il dolore.
«Ripiega l’ala come se fosse chiusa» spiegò Empanda.
«E come?» mi ero troppo spaventato da non voler fare alcun movimento senza delle certezze a riguardo. Non potevo certo ripiegare l’ala come quando si fa il pollo arrosto, no?
Nave venne in mio soccorso, allargando l’altra ala, vibrandola appena e richiudendola nella posizione di riposo.
Seguii piano i suoi movimenti mentre me li faceva rivedere, poi appoggiai la palettina da caffè contro l’osso fratturato.
Un leggero crack mi fece sobbalzare, ma Nave non si agitò minimamente, per cui sperai che fosse tutto normale.
«A-adesso?» chiesi.
«Devi legare a otto» spiegò Empanda. La guardai confuso «Sotto l’ala, sopra la spalla, incroci sul dorso e attorno al busto» ero ancora più confuso «Inizia passando il tessuto sotto l’ala.»
Feci come diceva: «Avvisami se ti faccio male» Nave annuì continuando a mangiare.
Quel mignon stava durando un’eternità, ma so se fosse perché lei era piccola o perché stava fingendo di mangiare per non disturbarci mentre l’aiutavamo.
«Ora passa sopra e incrocia sul dorso dell’ala» proseguì Empanda seguendo ogni mio movimento «Fai qualche giro, in modo da fissare bene la stecca, poi fai un paio di giri sui fianchi passando sotto l’ala sana.»
Nave sollevò le braccia e l’altra ala in modo da agevolarmi il lavoro. Feci un paio di giri delicatamente, cercando di non stringere troppo, infine tagliai la benda e controllai il lavoro.
«Meglio? Non stringe troppo, vero?» chiesi. Si guardò un attimo addosso, scosse appena il corpicino e annuì tranquilla.
«Va benissimo, grazie» sorrise e tornò a mangiare il suo mignon alla frutta.
Sospirai di sollievo.
Per essere la prima – e possibilmente l’ultima – volta, non me l’ero cavata male.
«E meno male che non ne sapevi granché» commentò Nerone «Ma perché una dea dei pendolari dovrebbe conoscere come bendare l’ala di un pennuto?»
«Come buona parte delle mie colleghe dee ero anche legata alla cura della famiglia: nascite, piccole contusioni…» spiegò tranquilla «Nave fa parte della famiglia, presumo che la conoscenza mi si sia risvegliata nel momento del bisogno» guardò la fatina «Comunque non credo che basterà questo per farla guarire per bene.»
«Potremmo usare l’acqua termale che ci ha dato Aplu» proposi.
Nave mi guardò sgranando gli occhi.
«Conoscete Aplu?» chiese emozionata.
«Certamente, e conosciamo anche Fufluns, Felsina, Turms…» risposi con un sorriso.
«Già, conosciamo tanta gente estinta…» commentò Nerone spezzando il suo cornetto.
«Oh…» Nave si rabbuiò «Quindi non ha funzionato…»
«Non ascoltarlo» replicò Empanda «Sono vivi e vegeti, non in forze come un tempo, ma Francesco è l’ultimo Cuoco Sacro, con la sua cucina può far tornare ciò che non c’è più.»
«Vero!» la fatina mi guardò solare «Tu sei come Mamarke, tu puoi offrir… gli il cibo rituale.»
«A quanto pare…» ammisi imbarazzato.
«Per questo stiamo viaggiando: per risvegliare le Trattorie dei Penati in giro per l’Italia e ridare senso al rituale della cucina» sorrise Empanda.
Rabbrividii.
Sul serio avrei dovuto continuare a viaggiare anche dopo la fine della missione sulla Via Emilia?
Certo che se avessi preso le pastiglie…
«Non ci provare, dea dei pendolari!» esclamò Nerone «La nostra missione è solo sull’Aemilia. Dopo Mediolanum non ho più alcuna intenzione di spostarmi dalla Trattoria, sia chiaro.»
«E poi io a settembre ricomincio la scuola. Ho gli esami di maturità da gestire, inoltre…» aggiunsi estraendo le chiavi che mi erano rimaste «Ho solo altre tre chiavi, non penso ne manchino molte Trattorie da risvegliare.»
«Oh…» Empanda si rabbuiò mangiando la sua focaccia all’olio.
«Lo so, ci speravi, ma una volta finito qui vorrei tornare ai miei piani di conquista» alzò le spalle Nerone «A proposito di ciò…»
«Grazie…» pigolò Nave senza preavviso «A tutti quanti… sia per l’ala che per gli dèi…»
E adesso chi riusciva a pensare alla missione? Quella fatina era adorabile!
Persino Nerone avvampò per l’imbarazzo, poi brontolò distogliendo lo sguardo: «L’ho fatto solo per andare quanto prima alla Ghirlandina» io ed Empanda ci trattenemmo dal ridere «Finite di fare colazione e mettiamoci a guardare dove dobbiamo andare per questa dannata Trattoria dato che “ha la priorità su tutto”.»
«Perché vuole andare alla Torre della Ghirlandina?» chiese Nave innocentemente.
La dea dei viaggi sospirò esasperata. Immaginai che Nerone avesse parlato solo di quello per tutto il viaggio da Ozzano a Modena.
«Devo recuperare una Secchia che il mio pater non è riuscito a recuperare» spiegò l’Imperatore con un certo orgoglio «Riuscirò nell’impresa che lui non è riuscito a fare e sarò venerato come salvatore dai Bolognesi per il resto dei suoi giorni… che sono tanti essendo una divinità.»
«Ooh» commentò Nave «Spero che riusciate nell’impresa.»
Nerone divenne ufficialmente un pomodoro maturo, decidendo di guardare fuori per poi alzarsi e dirigersi alla cassa per pagare.
Tornai a concentrarmi sulle chiavi a mia disposizione.
Non potevano essere più diverse tra di loro: una era di un veicolo a motore – una macchina? Un furgone? Non ne avevo idea – una era stranamente normale, tra saracinesca, porta vetri e porta sul retro; l’ultima era… piccola.
Sembrava quella di una cassaforte, per cui ipotizzai si trattasse di una cassetta di sicurezza.
Presi l’elenco che avevamo stilato con Don Virgilio, cercando l’indirizzo della Trattoria di Modena.
Largo Porta Sant'Agostino, 337.
Sembrava anche facile, così presi la mappa che avevamo comprato prima di partire da Rimini, cercando l’indirizzo in questione.
«Pa-laz-zo-Dei-Mu-se-i…» lessi piano. Scossi la testa e tornai a leggere «Palazzo dei Musei…»
«Che stai dicendo, puer?» mi chiese Nerone tornando verso di noi. Lanciò una nuova occhiata verso fuori, cosa che non mi piacque.
«C’è qualche problema?» risposi facendo per voltarsi.
«Non girati e rispondi alla domanda» fu talmente perentorio che irrigidii la schiena.
«L’indirizzo della Trattoria, coincide con il Palazzo dei Musei… ma non ha senso. Non posso essere proprietario di un Palazzo di musei nazionali, no?» spiegai.
«Perché no? Io ero proprietario di un’intera torre in America…» sbatté le palpebre «Ero proprietario di una torre in America? Non me lo ricordavo…»
«Sono abbastanza sicuro che sia diverso» ammisi poco convinto «Insomma, tu avrai avuto una sorta di grattacelo, no? Qui parliamo di un patrimonio nazionale…»
«Privatizzazione?»
«Non in Italia e non su queste cose.»
Sbuffò infastidito: «La Triumvirato INC sarebbe riuscita ad acquistarlo senza problemi» tornò di nuovo quell’espressione confusa «Triumvirato INC? Che cavolo sto dicendo! Io lavoro da solo!»
«Sono abbastanza sicuro di no, sulla compravendita del Palazzo dei Musei, intendo…» studiai le chiavi confuso «Con questo indirizzo, però, potrebbe essere un mezzo di trasporto o un negozio lì vicino. Potremmo aver sbagliato un numero… o qualcosa del genere.»
«Quindi senza certezze possiamo tranquillamente andare prima alla Ghirlandina, possibilmente in fret…»
«La Trattoria ha la proprietà su tutto, in fondo è la nostra missione principale» disse Empanda senza mezzi termini «Sempre se qualcuno vuole essere perdonato dall’Olimpo.»
«Sai quanto m’interessa il loro perdono…» brontolò Nerone.
«Veramente parlavo di Francesco, tu ormai sei una causa persa.»
Non ero sicuro che risvegliare le Trattorie mi avrebbe riabilitato agli occhi dell’Olimpo, ma decisi di sperarci per qualche minuto.
«Empanda ha ragione, e poi al Palazzo dei Musei ci sono un paio di opere su di te, se non ricordo male…» spiegai improvvisando.
Nerone si fece pensieroso, poi annuì: «E sia, ma solo perché c’è la mia effige, e perché un paio di sbirri stanno venendo in questa direzione e non abbiamo tempo per discutere l’itinerario.»