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Quando tornai, Nerone stava tenendo la gabbietta per l’anella, dondolandola con molta poca delicatezza. Il sangue stava evaporando lentamente, ma il corpo dell’orco era ancora lì, la testa che mi guardava inespressiva.
Tornai a vomitare senza nemmeno la forza di fermare l’Imperatore.
«Certo che sei delicato, puer» commentò aspro «Solo per un abominio senza arte né parte. Sai che non mancherà a nessuno, vero?»
«Era… umano…» rantolai a fatica «Umano… non un mostro… o un demone… o…»
«Era un semidio» mi interruppe Nerone infastidito «Un semidio che ti voleva come cena.»
«Mi voleva come cuoco, non come cena. Per quella avrebbe avuto i…» la voce mi morì in gola.
«I…?» chiese Nerone.
«I bam…» andai nuovamente a vomitare.
Aspettò che tornassi: «E dimmi, puer, avresti preferito cucinare dei bambini o essere mangiato?» mi chiese mentre mi appoggiavo al muro sfinito.
«Essere mangiato…» ansimai.
«Visto? Non serve che mi ringrazi.»
Presi un paio di respiri profondo: «Puoi smetterla? Con la gabbia… le fai male…»
«Le faccio male? Non è mica una creatura senziente» studiò tra le grate, trovando la fatina che si proteggeva la testa con le braccia e l’ala ancora intera «Potevi dirmelo prima, puer» gli indicai il corpo dell’orco senza parlare «Ti ci dovrai abituare, non tutti i semidei sono eroi. Soprattutto quando sono figli di demoni inferi avuti con... cose…»
«Figli di demoni inferi?» rabbrividii «Era figlio di Charun?»
«Cos… no! I figli di Charun non sono così mostruosi!» dette un paio di cricchetti alla gabbia che perse polvere di ruggine, la fatina tremò e si strinse ancora di più sotto l’ala «Probabilmente era uno dei figli di Orcus, o un suo lontano parente» lo guardai confuso e lui sospirò alzando gli occhi al cielo «Andiamo, lo dice il nome stesso! Orcus è l’“orco” primigenio, una delle poche creature etrusche che hanno mantenuto il nome… oltre che l’aspetto. Comunque, il corpo dovrebbe sparire tra qualche ora. Sono pur sempre dei mezzi mostri, semplicemente non hanno lo stesso ciclo vita-morte di Canidia e compagnia» mi guardò meno freddo rispetto a prima «Ti sei ripreso?»
Oscillai la mano: «Dov’è Empanda?»
«In macchina, non credo ci abbia sentiti» tornò a studiare la gabbia «Sul serio, comunque. Ti sei quasi fatto catturare per questa cosa?»
«Ha… nominato Mamarke…» spiegai «E poi era spaventata, dovevo salvarla.»
Nerone alzò un sopracciglio: «Te lo ha mai detto nessuno che hai la sindrome della crocerossina?» studiò la fatina intensamente «Ehi, Uccellinbelverde dei miei sandali, sul serio conosci Mamarke?» si voltò verso di me «In effetti… chi è Mamarke?»
«Il mio antenato… che ha stipulato l’Accordo… con Aita…» ansimai tirando su la schiena. Dovevo riprendermi quanto prima e tornare alla macchina.
«Oh, interessante» ghignò prima di scuotere nuovamente la gabbia «Ehi, Uccellindelverde!»
«Smettila! È ancora sconvolta!» mi alzai e gli sfilai delicatamente la gabbia dalle mani «Ripartiamo, per favore…»
Nerone alzò un sopracciglio: «Fammi capire. Ti metti nei casini e poi vuoi andartene quanto prima?»
«Sì.»
Lo anticipai sentendo il suo sguardo sorpreso e confuso, salendo su sedile posteriore con molta delicatezza.
«Tutto bene?» chiese Empanda sistemando lo specchietto «Mi sono messa alla guida perché pensavo che fossi stanco, ma quella è una faccia da funerale coi fiocchi.»
«Devo… capire come aprire questa cosa…» risposi non troppo convinto estraendo le chiavi delle trattorie come se potessero realmente essermi utili.
Nerone ci raggiunse salendo sul sedile del passeggero e allacciandosi la cintura, lo sguardo serio, ma stranamente non offeso. Un misto tra il confuso, il dubbioso e l’arrabbiato: «Partiamo, vah, che mi sono già rotto dei “vecchi ricordi”.»
Empanda tamburellò sul volante, poi disse: «Francesco, se vuoi lo lascio qui.»
«No!» esclamammo in coro, poi tornammo ognuno ai suoi interessi.
Io alla gabbia, lui ad osservare il paesaggio.
«Certo che siete suscettibili…» commentò sconvolta iniziando a fare manovra. Decise che era il caso di mettere un po’ di musica in sottofondo, stazionandosi su RaiRadio3. Mozart suonato dalla orchestra filarmonica di Boston riempì delicatamente l’abitacolo.
Mi concentrai sulla gabbia e su come aprirla. Non avevo pensato di prendere le chiavi dall’orco, mi faceva troppo schifo.
Troppo umano e reale per ciò a cui ero abituato.
Canidia era esplosa in polvere, i Serpente era stato sigillato, il drago era diventato fanghiglia e Astaroth aveva un sangue palesemente non di questo mondo.
Ma l’orco era…
Mi arrivò un mazzo di chiavi in testa.
«Ahi!»
«Te le eri dimenticate» brontolò Nerone senza guardarmi.
«Oh… grazie…» mugugnai a mia volta usandole per aprire la gabbia.
La fatina vibrò appena le ali, ma non si mosse più di tanto.
Che avesse perso coscienza con tutte le pacche che aveva preso da Nerone?
Sperai non si fosse fatta più male di quanto non ne avesse già.
Feci per prenderla, ma mi resi conto che avrei fatto più danni, così mi cercai in tasca l’ultima munizione rimasta. Troppo distratto più o meno da ogni cosa, non ero riuscito a farmi venire delle idee con gli ingredienti a disposizione mentre eravamo da Aplu.
«Riesci ad alzarti?» chiesi gentilmente. La fatina si puntellò sulle braccia, poi l’auto prese un sobbalzo e si andò a chiudere di nuovo spaventata «Tranquilla, sei al sicuro adesso. Gli scossoni sono normali in macchina» appoggiai la gabbia sul sedile legando la cintura, anche se non ero sicuro avrebbe cambiato molto le cose. Allungai la mano appena fuori dalla gabbietta «Se ti senti più sicura, puoi salire sulla mia mano.»
Si alzò nuovamente, guardandosi intorno prima di avvicinarsi piano. Fece un leggero balzo, abituata a volare, ma l’ala spezzata le dette una fitta e mi cadde sulla mano con un pigolio di dolore. Era grande poco più di un passerotto, leggera e delicata proprio come un uccellino.
Le offrii la caramella mou con la mano aperta: «Prendi pure, spero che ti possa aiutare.»
«Grazie… non Mamarke…» disse piano prendendo il dolcetto e scartandolo con le manine. Sembrava tenesse un mattone, anche nella fatica di sorreggerlo.
Iniziò a mangiarlo piano, gustandolo con riverente apprensione. Si fidava perché assomigliavo al mio antenato, ma i giorni di prigionia le pesavano ancora sull’animo.
«Posso controllarti l’ala?» chiesi gentilmente.
Annuì piano continuando a mangiare, così l’alzai delicatamente con la mano libera.
Come già detto, non sono un veterinario… ma di ali di pollo ne so abbastanza. Avrei dovuto steccargliela, ma con una mano occupata era impossibile da fare, senza contare che eravamo in viaggio.
Nerone mi allungò la mano.
«Puoi appoggiarla qui…» brontolò senza spostare lo sguardo dall’esterno «Sia chiaro, non lo faccio per nessuno dei due.»
«Per te va bene?» chiesi alla fatina. Lei guardò la mano di Nerone, poi scosse la testolina e si sistemò meglio sulla mia «Ha detto di no.»
«Pennuto ingrato…» commentò offeso abbassando il braccio.
Tornai a studiare la fatina.
Era circa a metà della caramella mou, il visino appiccicoso che iniziava a prendere una sfumatura nocciola.
Recuperai lo zaino, aprendolo a fatica ed estraendo delle salviette bagnate. Ne presi una e mi avvicinai piano.
Lei alzò la testolina, studiò il fazzoletto poi si allungò facendosi pulire.
«Come ti chiami?» chiesi dolcemente.
Mandò giù un boccone, ci studiò con un paio di occhiate, poi disse: «Nave…»
Tornò a mangiare nascondendo la faccia nella caramella. Decisi di avvicinarmi la mano al petto, giusto per ammortizzare meglio gli scossoni del viaggio.
«Nave. Una fata. Sul serio?» commentò Nerone. Empanda gli dette un pugno sulla spalla «Ehi, non ti ci mettere anche tu, adesso!»
«Sei molesto» rispose la dea, poi ci guardò dallo specchietto retrovisore «Piacere di conoscerti, Nave. Io sono Empanda, mentre questa antipatica testa calda è Nerone. Il ragazzino con te, invece, è Francesco.»
«Francesco…» ripeté piano Nave, si voltò appena e mi si appoggiò con la schiena al petto «Profumi di Mamarke, ma non sei Mamarke. Devi essere una brava persona come lui, però.»
«Anche troppo…» brontolò Nerone.
«Empanda, posso alzare le gambe sul sedile?» chiesi confermando il suo commento.
«Basta che ti togli le scarpe, non come qualcun altro» rispose la dea fulminando l’Imperatore. Quest’ultimo s’infossò nelle spalle colpevole.
Mi sistemai, appoggiando la schiena contro il finestrino mentre Nave finiva la caramella mou e recuperava la salvietta umida che mi ero appoggiato sulla coscia.
Sbadigliò dolcemente, poi salì sul mio braccio e si andò ad accoccolare nell’incavo del gomito.
«Gra… zie…» disse piano chiudendo gli occhi.
Da quell’angolazione sembrava uno scricciolo nel suo nido, il che la rendeva adorabilmente rilassante.
Talmente rilassante che mi addormentai anch’io.
*** * ***
Sognai la caupona di Mamarke… anche se non ero sicuro si dicesse “caupona” in etrusco.
Il mio antenato era intento a lavare le stoviglie in un catino, controllando di tanto in tanto quei pochi clienti presenti, per lo più divinità e spiriti.
La vera cosa sorprendente, tuttavia, era la somiglianza tra me e lui. Eravamo due gocce d’acqua!
Va bene, lui era biondo, ma ci avrebbero potuto benissimo scambiare per gemelli. Questo spiegava perché Nave ci avesse confusi all’inizio.
«Un altro bicchiere di idromele, grazie…» biascicò una voce familiare.
«Hai già bevuto troppo, e poi te lo puoi creare anche da solo» commentò il mio antenato aspro. Sul carattere eravamo diametralmente opposti.
«Il tuo è più buono…»
«Sei il dio del vino, Fufluns, non mi venire a dire che…» qualcuno bussò violentemente alla porta bloccando tutti sul posto «Guai in vista, cos’hai combinato questa volta?»
«Io?» commentò il dio «Ho solo preparato un sontuoso banchetto per le anime che raggiungono il regno di Aita» bussarono di nuovo «E comunque mi sa che è per te, Cuoco Sacro.»
Mamarke si asciugò le mani, si sistemò il vestito e si avvicinò provando a mantenere la calma, la mano che sfiorava la fionda.
Bussarono di nuovo.
«Arrivo, arrivo… e dire che è aperta…» scostò il legno, poi sospirò guardando i due legionari davanti alla porta «Desiderate?»
«Siamo venuti per un’ispezione» disse uno dei due.
«È la terza questa settimana…» brontolò aprendo del tutto per farli entrare «Cosa cercate questa volta? Che le gambe dei tavoli abbiano la stessa lunghezza?»
«Non sono affari che ti riguardano, etrusco» Mamarke alzò gli occhi al cielo «C’è qualche problema?»
«Assolutamente nessuno» mentì spudoratamente «Dico solo che l’intrusione in un tempio per la terza volta…»
«Questo non è un tempio, etrusco» lo ammonì uno dei due legionari sovrastandolo con tutta la testa. Mamarke non si scompose, reggendo il suo sguardo con le braccia ben piantate sui fianchi «E se il dittatore Camillo ti concede di restare aperto è solo perché cucini bene.»
«Mi concede di rimanere aperto, ma mi manda controlli in continuazione» rispose aspro «Dovrebbe temere di più l’ira divina, altro che…»
«Non è un po’ vuota per essere una caupona?» chiese uno dei due palesemente in cerca di una scusa «Potrebbe essere una copertura di qualche tipo…»
«È un tempio… e comunque se continuate a venire, ovvio che non si avvicina nessuno.»
«In realtà noi siamo sempre qui…» s’intromise Fufluns. Mamarke lo fulminò con lo sguardo «Ah, vero… i trogloditi non ci possono vedere.»
«Secondo me si tratta di una copertura» insistette uno dei due soldati «Stiamo parlando pur sempre di un sopravvissuto di Veio…»
«Aah, quindi siete qui per arrestarmi con una scusa. Potevate dirlo subito» Mamarke incrociò le braccia «Non che sia un segreto, è da quando ho aperto che cercate di prendere il controllo di questo posto» li guardò con aria di sfida «Provateci, coraggio.»
«Tu dannatissimo…» i soldati si prepararono ad estrarre le spade quando un’opprimente sensazione di pericolo riempì l’intera stanza.
Tutti i presenti si erano voltati verso di loro, gli sguardi severi e le auree divine che si espandevano minacciose.
I due soldati tremarono: «Cosa stai…»
«Ve l’ho detto, questo è un tempio» proseguì Mamarke «E ai miei commensali non piace essere disturbati, ma se proprio ci tenete ad arrestarmi…»
«Non ci faremo piegare da queste tue parole, etrus…»
«Suvvia, signori» cinguettò una voce suadente, poi una donna appoggiò le mani morbide sulle spalle dei due uomini. Aveva i capelli rossi e ricci, curati e arricchiti di perline e gioielli.
Una dea vestita da nobildonna, gli occhi verde foglia con un leggerissimo strabismo di Venere che la rendevano irresistibile.
«Come ha detto il mio amico, questo è un tempio, e lui ne è il sacerdote. Arrestarlo farebbe arrabbiare persone particolarmente potenti» strinse appena le spalle «Ma sentitevi! Siete un fascio di nervi! Se venite con me, vi scioglierò questi muscoli così rigidi…»
I due si guardarono, poi guardarono Mamarke e infine si voltarono verso l’uscita: «È il tuo giorno fortunato, etrusco.»
«Non lo so, penso che sia di più il vostro» cinguettò la donna spingendoli delicatamente verso l’uscita.
Fece per seguirli, ma Mamarke la fermò.
«Non fare cose strane, Turan» l’ammonì il mio antenato serio «Anche gli ultimi due li hai fatti allontanare tu e…»
«Tranquillo, Mamaki» sorrise suadente, il dito sulle labbra accattivante «Gli darò la serata migliore della loro vita. Talmente speciale che potrebbe essere l’ultima…»