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← La Trattoria dei Penati

Creato il 15/09/2026, 19:48 · Aggiornato il 17/09/2026, 12:38

Capitolo 31: XXX – Piccola sosta a Claterna per salvare una fatina italica

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Controllai il bagagliaio come al solito, cercando di fare velocemente prima che Nerone iniziasse a lanciare sfere di fuoco fuori dal finestrino.

Prima di partire avevamo dovuto fare un po’ di spesa e accompagnare Aplu e Sant’Apollinare nelle catacombe sotto il Cimitero Monumentale di Ravenna. Il che non era stato facilissimo dato che l’alba era già salita da un po’.

«Preso tutto?» chiese il dio affacciandosi a sua volta.

«Direi di sì…» risposi chiudendo lo sportello «Ti ho lasciato le chiavi della caupona di Rimini, vero?»

«Assolutamente!» le fece roteare sul dito «Sarà mia premura farle avere alla soprintendenza a inizio Settembre.»

«Grazie.»

«Ehi, con tutto l’aiuto che mi avete dato con Sant’Apollinare è il minimo!» mi dette un pugnetto sulla spalla.

«Non mi sembra di aver fatto granché…» mi grattai dietro la testa imbarazzato.

«Hai sconfitto un drago. Un drago, capisci? E unito due divinità, liberato Libero – il che è ironico – risvegliato una trattoria del 60 dopo Cristo…»

«Non ce l’avrei mai fatta senza di voi…»

«Concordo!» esclamò Nerone «E proprio per questo, potremmo anche metterci meno coi convenevoli. Manco stessi salutando me…»

Aplu rise: «Statemi bene, e non esitate a chiamarmi se avete bisogno. Ho dei mezzi limitati, ma proverò a fare il possibile.»

«Sarà fatto, ma tu promettimi che farai un passaggio alla Trattoria. Penso che Fufluns e Felsina sarebbero contenti di rivederti» lo salutai salendo in macchina, pronto a guidare verso Modena.

«Assolutamente, sono curioso di vedere quanti danni ha fatto Alberto» Nerone s’irrigidì, ma non commentò «Mi raccomando, non fatevi fulminare prima del nostro prossimo incontro.»

«Non credo di potertelo garantire» mi allacciai la cintura e misi in moto, buttando un attimo lo sguardo verso l’alto.

«Perché? Hai il tuo parafulmine divino, non è vero, Alberto?» l’Imperatore alzò il dito medio senza guardarlo «Alla prossima, giovanotti!»

«Disse quello che sembra un diciassettenne» commentò Empanda dal sedile posteriore «Ah, e se non te lo ha detto Francesco, grazie per l’acqua termale.»

«Di niente» sorrise Aplu allontanandosi dalla macchina e salutando con la mano, iniziai ad avanzare «Alla prossima!»

Salutammo a nostra volta, seguendo la strada fino all’immissione sulla via Emilia.

Comprovato che le città dove dovevamo andare erano tutte sulla storica strada romana, avevamo deciso (quasi) di comune accordo di raggiungere Modena senza usare autostrade o tangenziali, ZTL permettendo.

Nerone, ovviamente, si era opposto a tale decisione, sostenendo, a ragione, che avremmo allungato inutilmente il nostro viaggio.

Io mi ero limitato ad ascoltare le motivazioni di Aplu in merito a tale consiglio, ed Empanda aveva liquidato tutti con un “chi guida ha la decisine finale”.

E così l’Imperatore aveva perso l’arringa, cosa che, inutile dirlo, lo aveva reso ancora più irritabile del solito.

Nel frattempo a me continuavano a girare nella testa le parole di Apollo.

Ero rimasto a rifletterci diverse ore, dal fatto che Nerone fosse diverso rispetto a quello che aveva conosciuto lui, fino alla serie di domande a cui mi aveva sottoposto.

Non ero sicuro lo avesse mandato l’Olimpo – in fondo Giove, Zeus e compagnia mi volevano morto – ma avevo il brutto presentimento che fosse un “controllo qualità” sul comportamento dell’Imperatore e sulla missione in generale.

Probabilmente avrebbe dovuto parlare con Empanda, ma Aplu gli aveva proposto – o meglio, imposto – di chiedere a me, probabilmente per l’accordo che avevo stretto con Nerone.

Il che non mi piaceva per niente.

«E comunque secondo me è stupido passare dalla Via Emilia» brontolò Nerone accanto a me «Se hanno creato le autostrade ci sarà un motivo, no?»

«Prenditela con te e con il tuo ordine in gastronomia» lo rimproverò bonariamente Empanda. Faceva ancora l’offesa, ma dopo lo scontro alla caserma aveva abbassato l’ascia di guerra.

Non si fidava più di Nerone come i primi tempi, rimanendo sempre un po’ sulla difensiva, ma aveva accettato il fatto che la nostra salute rientrava nei piani dell’Imperatore, buoni o cattivi che fossero.

Un’alleanza fondata sull’utilità reciproca, non proprio il gruppo di eroi ideali, insomma.

Sarebbe bastata una proposta più vantaggiosa per rompere quel precario equilibrio.

Un brivido mi percorse la schiena ricordando la visione su Mammon e Astaroth.

Non ne avevo detto niente a nessuno, come se non parlarne facesse sparire i piani dei Peccati Capitali.

Astaroth lo avevo imparato a conoscere, anche se da poco, ma Mammon era un’incognita.

Sembrava più cauto, meno manipolatore e ugualmente subdolo. Si sarebbe preso il suo tempo, e il non sapere quando ci avrebbe contattato mi agitava.

Perché una cosa l’avevo capita: Mammon voleva contrattare con noi, e per farlo non ci avrebbe attaccato fisicamente. Non subito, quantomeno.

Poi c’era la questione dei ricordi.

Se con Annina, Danilo e Beatrice avevo pensato si trattassero di visioni, con Zio Cornelio avevo avuto l’impressione che cucinare mi sbloccasse cassetti della memoria.

Possibile che da piccolo sapessi di parlare con degli spiriti? E che fossero morti? E perché adesso ero convinto fossero vivi? Sarebbe stato controproducente per Astaroth farmi credere che fossero ancora vivi…

Finita tutta questa storia avrei cercato uno psichiatra serio… sempre se non fossi impazzito prima.

Il che era molto probabile.

Decisi di pensare alla nostra prossima tappa: Modena.

Chi dei miei parenti era di Modena? E cosa cucinava di solito?

Mi ricordavo che i miei nonni – gli unici parenti di cui avevo la certezza della distanza temporale – avevano viaggiato tanto prima di fermarsi a San Pasquale, per cui non era da escludere che fossero passati di lì, anche se non ne ero sicuro.

Dannata mente malata, pure i vuoti di memoria mi faceva venire! Se solo avessi avuto l’album di famiglia dei miei ricordi di bambino, ma già avevo “scoperto” a Rimini della sua esistenza, figuriamoci se sapevo dove si trovasse.

Probabilmente a Torino, che, ringraziando il Signore, non era sulla Via Emilia. Non ero ancora pronto a tornare in quella città.

E forse non lo sarei mai stato.

Di una cosa ero certo: chiunque avessi richiamato a Modena, lo avrei avvisato subito. Non avrei commesso lo stesso errore fatto con Zio Cornelio.

«Comunque non credo che sappiano dove siamo… non con metodi divini» disse improvvisamente Nerone.

Ero talmente assorto nei miei pensieri da aver perso la conversazione tra l’Imperatore ed Empanda, il che probabilmente non giocava a mio favore.

«Insomma, di fatto ci hanno attaccati quando eravamo alla caserma dei Carabinieri, dopo che erano stati avvisati da questi ultimi di aver trovato Francesco» proseguì l’Imperatore tranquillo.

Mi trattenni dal replicare: in effetti loro non sapevano che ero stato riconosciuto dall’Edicolante sugli Stradelli Guelfi, né che Adeona mi avesse attaccati in Autogrill.

Erano informazioni che confermavano la tesi di Nerone, ma anche che ci mettevano in pericolo su molti più fronti del previsto. Nella mia testa dicevo che non li volevo far preoccupare, ma in realtà era una sorta di autonegazione della situazione circostante.

A cosa serviva avvisarli se, forse, non erano reali?

Al solo pensiero le pastiglie in tasca divennero macigni.

«Però questo non spiega come sapessero che eravate a Villanova, o sbaglio?» chiese Empanda confusa.

«Il GPS…?» proposi non del tutto convinto «Di fatto lo abbiamo tenuto attivo fino a Villanova.»

«Ma da quello che mi avete detto avevano già i documenti pronti, dovevano solo…» la dea si bloccò poi si affacciò lentamente, fulminando l’Imperatore con lo sguardo «Nerone…»

«Cosa c’è adesso?» chiese in un brontolio infastidito per nulla turbato dal tono della dea.

«Potrebbero – e dico potrebbero – avere un oracolo dalla loro parte?»

«Sì?» rispose ancora più confuso.

«E potresti – dico potresti – averglielo consegnato tu prima che Apollo ti desse il bel servito?»

Nerone la guardò accigliato, poi offeso: «Ti sembro il tipo che regalerebbe oracoli a chi che sia?!»

«Se ti porta guadagno, assolutamente sì» Empanda lo guardò inviperita «Fatti tornare la memoria, Imperatore Pazzo, o potrei lasciarti veramente a piedi.»

«Ripeto: ti sembro il tipo che regalerebbe un oracolo al primo che passa? E poi cosa mi avrebbero dovuto proporre per accettare? La conquista dell’Olimpo?!» s’irrigidì facendosi pensieroso «In effetti per una cosa del genere un pensierino ce lo avrei fatto.»

Cadde il silenzio per alcuni secondi.

«Accosta, Francesco. Lo lasciamo qui» mi ordinò Empanda.

Dei tre, in realtà, avrei preferito scendere io dalla macchina e lasciarli a litigare.

Come avevo detto, eravamo un gruppo mosso solo da interessi, e il nostro equilibrio aveva iniziato a sgretolarsi appena dopo la seconda tappa del viaggio.

Accostai con molta calma, come se un solo scossone potesse far esplodere il pandino. Non feci nemmeno caso a dove mi stavo fermando, solo che volevo che quella storia finisse.

«Tuttavia, non avrei mai aiutato qualcuno che mette in pericolo la mia stessa esistenza» precisò Nerone con una calma invidiabile «Va bene puntare all’Olimpo, ma questi ne vogliono annientare l’esistenza… ci perderei e basta.»

Empanda strinse gli occhi poco convinta, poi guardò me, come se potessi avere voce in capitolo.

«Cosa ne pensi, giovane Penati?» mi chiese fredda. In base alla mia risposta avrebbe deciso cosa fare da quel momento in poi.

Deglutii.

Dovevo pesare molto bene le parole, soprattutto perché i rischi erano due: Empanda ci lasciava entrambi a piedi ritenendoci complici dei Vizi Capitali oppure Nerone diventava veramente nostro nemico.

In entrambi i casi avrei perso.

Dovevo trovare una terza via.

«Io…» iniziai prendendomi tutto il tempo possibile «Mi fido di Nerone…» cercai cosa potessi usare per portare avanti la mia istanza escludendo patti e salvataggi in corner «Insomma, i Vizi Capitali ignoravano la sua identità fino a qualche giorno fa. Se fossero alleati, avrebbero dovuto sapere di chi si tratta, no?» notai lo sguardo poco convinto di Empanda, vedendomi già appiedato. Fu a quel punto che mi venne in mente una cosa «Apollo ha detto che non sono di competenza loro, e gli oracoli non esistono nel Cristianesimo. Esistono l’Apocalisse e le Profezie di Nostradamus, però… e Aplu ha nominato Śuri come divinità etrusca degli oracoli.»

«Gli Etruschi sono estinti» specificò Nerone «Anzi, il fatto che stiano tornando solo per essere svuotati…» si bloccò, poi incrociò le gambe pensieroso «Se Śuri fosse svuotato e gli chiedessero di leggere l’Apocalisse o Nostradamus, potrebbe funzionare come un orologio rotto.»

«Che da l’ora esatta una volta al giorno?» chiese Empanda alzando un sopracciglio.

«Precisamente: gli avrà letto un “Andrà a cercare Vegoia poi andrà a fare la spesa” o qualcosa del genere. Quando hanno scoperto che non era più alla Casa-Famiglia e che si trovava alla Trattoria, hanno fatto due più due» spiegò l’Imperatore «O quantomeno io avrei fatto così se avessi avuto una profezia apparentemente senza senso» sbuffò infastidito stiracchiandosi e stendendosi coi piedi incrociati sul cruscotto «Avrei voluto questo genere di cose contro Apollo: non mi sarei mai fatto ammazzare e avrei preso il suo posto tra gli dèi dell’Olimpo.»

Per un attimo mi sembrò che ricordasse qualcosa del suo passato, ma il sedile del pandino divenne eiettabile, sparando fuori dall’abitacolo Nerone prima che se ne potesse rendere conto.

Empanda uscì a passo pesante, guardandolo come io potrei guardare un americano che mescola tortelloni al partigiano e insalata. Non si era scaldata così nemmeno quando aveva scoperto i trascorsi di Nerone, cosa che mi fece domandare cosa l’avesse fatta arrabbiare così.

La risposta arrivò subito.

«Non-provare-più-a-mettere-i-piedi-sul-cruscotto» scandì inviperita, gli occhi che brillavano come abbaglianti lampeggianti.

Per la prima volta vidi l’Imperatore veramente terrorizzato.

La cosa divertente? Aveva la stessa espressione di Apollo quando lo aveva preso per il colletto e sbattuto contro il muro.

«Accetto la “teoria” di Śuri e dell’orologio rotto, ma non che sporchi il mio tempio.»

«Tempio?» rispose Nerone fingendo sicurezza «Quel catorcio del secolo scorso? Ti accontenti di poco…»

«Io almeno non ho subito la damnazio memorae.»

«Ma se credono che il tuo “tempio” prenda il nome da un orsetto bianco e nero?! Mi stupisce che non ti siano ancora spuntate le orecchie…»

«Tu sei diventato esattamente quello che descriveva Svetonio, se è per quest… o?» alzando la testa guardandosi attorno, come se avesse notato qualcosa «Siamo a Claterna?»

«Sono abbastanza sicuro che siamo appena entrati a Ozzano dell’Emilia…» commentai temendo mi strozzasse con la cintura di sicurezza.

Effettivamente ci eravamo fermati in uno spiazzo verde vicino a un rudere, ma mi ero anche accostato nel primo posto che avevo trovato, senza guardare dove realmente fossimo.

Ricordavo solo il cartello di Ozzano… il che voleva dire che stavo guidando da due ore senza rendermene conto!

«Nono, questa è Claterna» insistette guardandosi intorno «Non ce la faccio, troppi ricordi…»

«Non serve che mi ringraz…» Nerone fece per alzarsi, ma i suoi piedi scivolarono sull’erba, cadendo nell’avvallamento sottostante «Ehi! Il puer ha accostato perché tu glielo hai chiesto dopo che volevi lasciarmi a piedi. Di fatto è grazie a me.»

Ero abbastanza sicuro di no, però avevo comunque bisogno di sgranchirmi anch’io, e un sito archeologico romano poteva probabilmente aiutarci nelle nostre ricerche.

Mi stiracchiai, guardando i campi deserti, il reperto archeologico semi ricostruito, qualche albero che separava la strada dal nulla e alcune case relativamente distanti. Non sapevo nemmeno esistesse quel posto, e il fatto che ci fossimo fermati lì non poteva essere una coincidenza.

Avevo comprovato che nel nostro viaggio le coincidenze non esistevano per cui o era una trappola o era un indizio.

Pregai fosse il secondo.

Guardai i miei compagni di sventura ancora intenti a battibeccare come due ragazzini delle elementari. Il fatto che avessero abbassato i toni mi rincuorava, inoltre sembravano più giocare che farsi la guerra, tirandosi insulti, brontolando offesi e tornando con dei “come, scusa?” alla litigata precedente.

Decisi di avvicinarmi a quei pochi muri ancora in piedi, osservando le travi ricostruite e il pannello in plexiglass a protezione. Era in una posizione stranissima e copriva solo una minima parte dell’area archeologica, ma di per sé nulla di mitologico.

Poco distante si trovavano dei coppi appoggiati sullo scheletro del tetto, una parete in vimine sicuramente creata ad oc dalla soprintendenza e una pavimentazione salvata dall’erba che cresceva lì attorno.

Aveva un non so che di affascinante: una casa romana abbandonata su una strada romana usata ancora oggi.

Un bel cartello con scritto “Non oltrepassare” mi costringeva a guardare tutto dalla strada sterrata da cui eravamo arrivati, ma anche da lì qualcosa la potevo scorgere.

Ovvero il nulla cosmico.

Sul serio, mi aspettavo qualcosa scritto sui muri e invece niente. Solo pietra, intonaco e…

«Povera povera lasa bianca, così triste, così stanca» sentii cantare lì attorno.

Mi voltai verso Nerone ed Empanda, ma a parte continuare con il loro ormai futile litigio, non sembravano minimamente aver notato quella flebile voce simile a un sonaglio di vetro.

«Se un Orco resta Orco, certamente soffrirò, ma se Orco diventa Ocro forse forse scapperò.»

Iniziai seriamente a pensare a un’allucinazione uditiva.

Perché quella, seppur storpiata, era una canzone de “I Magicanti e i Tre Elementi”… del 2002!

Ora, non so quanti di voi conoscano questo cartone animato, per cui vi spiegherò in breve di cosa si tratta.

Più o meno quando sono nato esistevano i Cartoni animati della Kinder&Ferrero.

Sì, proprio l’azienda che produce la Nutella.

I Magotti, I Lunes, Gli Animotosi… VHS che davano in omaggio con le merendine e duravano appena una mezzoretta, ma quella mezzoretta era un sogno fatto di trame accattivanti, canzoni orecchiabili e personaggi da collezionare a rientro da scuola.

Tra questi c’erano I Magicanti e i Tre Elementi: due scuole di magia – una bianca e una nera – sotterfugi per far diventare tutti buoni e infine il mago oscuro che rapiva la… maga bianca.

“Povera povera maga bianca…” era la canzone che lei cantava ai suoi allievi mentre questi andavano a salvarla.

E io quel testo lo sapevo a memoria!

Sentirlo lì, tra ricostruzioni e reperti archeologici, faceva… strano.

«Se una ala resta ala certamente perderò, ma se ala diventa… no, aspetta. Ala è palindromo in italiano» la vice cristallina ruppe il canto senza, tuttavia, perdere la sua delicatezza «Oh, ci sono! Se spezzato resta spezzato certamente perderò, ma se spezzato diventa otazzeps forse forse fuggirò…»

Guardai nuovamente i due immortali che mi accompagnavano, adesso intenti a non parlarsi, ma nemmeno interessati a ripartire.

Non assieme, quantomeno.

Mi affacciai dentro all’area archeologica cercando… boh. Una cassa bluetooth presumo?

Mi affacciai di più e… mi ribaltai dall’altra parte della corda.

Di per sé era prevedibile, come erano prevedibili la fatina rinchiusa in una gabbia e l’orco sotto di lei che dormiva a pancia in su, grattandosela di tanto in tanto.

Mi schiacciai a terra, pregando che non mi vedessero.

«Chi è là!» esclamò il mostro senza nemmeno aprire gli occhi «Non compro niente, andate a Firenze…»

Si girò verso il muro e io ripresi a respirare.

«Povera povera lasa bianca… » riprese la fatina, lo sguardo che rimaneva a controllare i movimenti dell’orco «Così triste, così sola… se una dea resta fata certamente perderò, ma se fata diventa dea forse forse vincerò…»

Mi guardai alle spalle, decidendo di avvicinarmi con cautela e nascondendomi dietro la ricostruzione in vimine.

La fatina sollevò la schiena guardandosi attorno in cerca di qualcosa diverso dall’orco che la teneva prigioniera.

Mi affacciai appena per farmi vedere. Si spostò verso di me, aggrappando le manine alla gabbia arrugginita, poi indietreggiò spaventata e mi fece segno di non avvicinarmi.

Battei i polsi tra di loro e lei si chiuse a uovo. Non rispose subito, ma annuì piano. A quel punto indicai l’orco e lei annuì di nuovo.

Indicai me, poi lei e battei la mano a taglio contro il palmo della mano aperto, infine alzai i pollici e mi preparai ad avvicinarmi molto piano.

Lei mi guardò sorpresa, poi scosse la testa.

«Non… venire…» pigolò infossando la faccia tra le gambe «Nemmeno Mantus ha più il potere per…» l’orco grugnì e lei pigolò spaventata. Decisi di avvicinarmi ancora un po’ «Ti… prego, Mamarke, non venire…»

«Mamarke?» mi guardai addosso, aspettandomi di essere di nuovo in una mia visione del passato, e invece ero me stesso «Conosci Mamarke?» scossi la testa «Ne parliamo dopo, ora ti libero e…»

L’orco brontolò girandosi nel sonno mentre lo scavalcavo. Mi appoggiai al muro per non cadere, studiando il modo per calare la gabbia a terra.

«Tu non sei Mamarke?» chiese confusa.

Non aveva l’aspetto classico da fatina: le ali azzurre e bianche erano da cinciarella, inoltre portava un candido vestito etrusco con ricami in oro bianco e i capelli corti e ricci color azzurro pallido. Gli occhi argento mi guardavo lucidi, mentre il volto delicato era rigato da giorni di pianto.

Una delle due ali era stata spezzata di recente. Un colpo secco e violento, volutamente non curato dal suo aguzzino, in attesa che la rottura diventasse permanente.

Non ero un veterinario – o chiunque si occupi di curare le fate – ma salvandola ora saremmo riusciti a sistemarle l’ala per tempo.

«In effetti tu non sei Mamarke… il che è peggio» disse in un pigolio sommesso «Va via finché sei in tempo.»

«Non ti lascio qui» risposi seguendo la corda e slegandola dall’anella nel muro «Non dopo che mi hai chiamato con quel nome…»

Calai lentamente la gabbia, poi la agguantai al volo mollando la corda e slegandola anche dalla gabbietta.

«Visto» bisbigliai «È stato faci…»

«PUER, DOVE ACCIDENTI SEI?!» la voce di Nerone irruppe tra le rovine con un pessimo tempismo «FORZA, CHE VOGLIAMO PARTIRE!»

Credo che non serva dirlo, ma l’orco si svegliò voltandosi verso di noi ed alzandosi in tutta la sua statura… più o meno il doppio di me.

«La mia fata!» grugnì coi denti sporgenti dalle labbra grosse. Sembrava Charun, ma più animalesco e… brutto? Non che il traghettatore etrusco fosse così bello, però questo lo superava di un paio di punti.

Strinsi la gabbia con le braccia, il fiato corto che non faceva uscire alcun suono. Volevo gridare un “Nerone, sono qui!” ma la mia gola era bloccata. Di una cosa ero certo: non avrei lasciato la fatina lì.

L’orco mi guardò la cintura, poi un sorriso pericoloso gli deformò il volto da cinghiale: «Cuoco Sacro, ho sentito parlare di te da un paio di persone.»

«PUER, PER ME STESSO!» tuonò Nerone «Dove accidenti s’è cacciato? Ti distrai un attimo e sparisce, manco Meg scappava così facilmente…»

«Sono qu…» mi trovai schiena terra, la gabbietta che mi schiacciava lo sterno e la fionda che mi si piantava nel fianco.

Perché non c’è limite alla sfiga, presumo…

«Adesso fai il bravo, Cuoco» disse l’orco recuperando la corda che teneva la gabbia «Ti porto nella mia tana e diventerai il mio Chef personale. Come te la cavi a cucinare bambini?»

Mi venne da vomitare al solo pensiero, tanto da mollargli un calcio nelle parti basse… o provarci.

Mi prese la caviglia sollevandomi da terra.

Mi ritrovai pericolosamente a testa in giù, il sangue che mi andava al cervello così velocemente da non farmi ragionare.

«Ti avevo detto di fare il bravo, non volevo rovinarti prima di portarti nella mia tana» strinse le dita cosa che mi fece gridare di dolore.

A quel punto contai e pregai.

Uno.

Due.

Tre.

Quat…

La testa dell’orco saltò di netto, il sangue, terribilmente umano, che mi faceva la doccia mentre rotolavo a terra stringendo la gabbia. Mi scostai terrorizzato, il respiro sincopato da iperventilazione.

Possibile che quella fosse una persona comune e non un mostro?

Il solo pensiero mi mise in una posizione molto scomoda: da una parte volevo vomitare per l’ansia, dall’altra non potevo farlo con la gabbia della fatina stretta al petto.

«Che schifo…» brontolò Nerone «Mi ero appena cambiato, guarda qua! Senti che puzza, poi!» mi guardò agitando il falcetto per pulirlo dal sangue «Possibile che appena non ti vediamo ti cacci nei guai, puer? Per cosa, poi? Una gabbia arrugginita?»

«I-io…» gli passai la gabbia senza finire la frase.

Scattai in piedi, buttandomi fuori dall’area di scavo.

E lì vomitai anche l’anima.

Note di capitolo

-Prossimo Capitolo-

-Nave si unisce al gruppo-

Ci leggiamo presto, ciao ciao! -W-

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