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← La Trattoria dei Penati

Creato il 07/05/2026, 15:48 · Aggiornato il 07/05/2026, 18:06

Capitolo 2: II - Eredito un ristorante (con annessa chiesa e cimitero)

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Tornai dal cimitero da solo, assaporando l’aria montanara che risaliva accarezzando l’erba.

Lì per lì non mi chiesi dov’era andato Andrea, ipotizzai si stesse nascondendo da sua madre Adele.

Non sopportava che fumasse, dicendogli regolarmente “Ti fa male!”

Una volta lui le aveva risposto “Cosa vuoi che mi faccia se sono già morto?”

Zia Adele era sbiancata, lanciandomi un’occhiata spaventata, poi aveva detto nervosa “Ti sembra di fare battute di questo tipo?”

Andrea si era acceso una nuova sigaretta e si era diretto verso il bosco infastidito.

Non gli avevo mai chiesto nulla in merito, col senno di poi avrei dovuto.

Ma per il momento volevo concentrarmi sul compleanno, godendo della presenza di tutti i parenti finché c’erano ancora.

Insomma, prima o poi sarebbero morti di vecchiaia, no?

«Ehi, Cesco!» mi salutò il nonno vicino alla chiesa. In piedi non era troppo alto, un po’ ingobbito e con le mani dietro la schiena da umarel «Hai mica visto la prozia Berenice?»

«No, perché?» risposi confuso «Non sta sempre in chiesa?»

«Di solito sì, ma non c’era» si grattò la barba meditabondo «Ooh bé, sarà andata al cimitero»

Scossi la testa: «Impossibile, l’avrei vista.»

«Ah, vero. Nonna ti aveva chiesto di cambiare l’acqua ai fiori» si grattò la barba con più foga «Mah, provo a sentire da suo marito, magari ne sa qualcosa» mi guardò indagatore «Tu non hai visto nulla di strano, vero?»

«N-no!» esclamai, la mano sulla tasca d’istinto.

«Meglio così, meglio così» annuì borbottando come una pentola a pressione prima di tornare verso la chiesa «Torna a casa, Nonna ti stava aspettando per la torta.»

«La torta?» chiesi confuso, poi esclamai «La torta!!»

Lo salutai velocemente con la mano, scivolando giù per la strada deserta e infilandomi dentro alla trattoria.

L’odore del ragù era attenuato, diviso tra le teglie di lasagne pronte per il forno e i vasetti in più che erano venuti durante la cucinata, mentre il profumo dolce dello zucchero e del pan di spagna prendevano il suo posto tra pentole e mestoli.

Nonna era intenta a preparare la crema pasticciera con il frollino manuale.

«Scusa, mi ha fermato il nonno» dissi unendo le mani e avvicinandomi al lavandino per lavarle.

«Immaginavo, per questo ho già cominciato» non alzò mai lo sguardo, concentrata a non far impazzire la crema.

Decisi di iniziare a tagliare il pan di spagna prima di preparare la glassa di guarnizione: «Gli spumini?»

«Nella credenza assieme agli amaretti» indicò i pensili con un gesto della testa «Davvero vuoi lavorare a Bologna?»

La domanda mi colse alla sprovvista, comunque risposi: «Sì, ma non per sempre.»

«Aprire un’attività è per sempre, Cesco.»

«No… nel senso…» decisi di finire il taglio prima di risponderle «Se lavorassi a Bologna potrei fare su qualche soldo per ristrutturare la taverna.»

Sollevò lo sguardo accigliata: «Ristrutturare? Perché? Cos’ha che non va?»

Non mi aspettavo una reazione così, sembrava le avessi proposto di aggiungere “tagliere di salumi vegani” al menù.

«L’intonaco si sta staccando, i fumi della cucina hanno scurito i muri e l’impianto elettrico è tutto fuorché a norma» risposi pensando di tranquillizzarla.

I miei genitori avevano già riscontrato quel genere di problemi quando venivamo a trovare i nonni, ma finché non avevo pensato seriamente di mettere mano alla taverna, non avevo ricordato i loro progetti.

Per quanto non sembrasse, l’idea di gestire la Taverna dei Penati non mi dispiaceva poi così tanto, ma avrei voluto farlo a modo mio.

«Comunque finché siete in vita non mi permetterei di iniziare dei lavori» aggiunsi pacato.

Nonna si morse il labbro tenendo lo sguardo basso sulla crema pasticcera, come se si trattenesse dal dire qualcosa.

«Lo so cosa pensate degli estranei, per questo voglio aspettare» dissi rapidamente «E… e poi non è detto: insomma, da qui a quando può succedere di…»

«Se ti dicessi che siamo già morti, Cesco?»

Mi fermai a metà pan di spagna, sollevando la testa come se mi fosse appena arrivata una scossa elettrica sulle scapole.

Certo, c’erano alcune cose che mi facevano propendere che stesse dicendo il vero: cuginetti che non crescevano, parenti che parlavano di Annibale e Napoleone come se li avessero conosciuti, la frase di Andrea a sua madre.

Tuttavia quell’idea mi terrorizzava: non volevo che anche loro fossero ombre della schizofrenia, non potevo accettarlo.

«Dai, non scherzare!» risi amaro «Se foste morti non vi potrei vedere, giusto?»

Nonna tenne lo sguardo basso, poi mi sorrise dolcemente: «Vero.»

Per un attimo ebbi l’impressione che mi stesse mentendo, ma decisi d’ignorare il segnale.

«Pan di spagna pronto» dissi pesando gli ingredienti per la glassa. La tensione tra me e lei si poteva tagliare con un coltello, mentre la cucina mi sembrava stranamente più fredda.

«Anche la crema è a posto» annuì spostandola in una ciotola. Mi misi a mescolarla delicatamente con le gocce di cioccolato mentre lei rimaneva a osservarmi amorevole, poi si alzò stiracchiando appena la schiena «Vado a cercare tuo nonno, tanto ormai la sai fare anche ad occhi chiusi, no?»

«Va bene…» il tono amaro che mi uscì mi graffiò la gola più del necessario mentre scivolava verso l’uscita.

Non avevo mai preparato quella torta senza nonna, neanche per i compleanni alla Casa-Famiglia, una delle poche volte che ero autorizzato a usare la cucina.

Tendenzialmente preparavo quello che mi chiedevano, seguendo le preferenze degli altri più che le mie, evitando sperimentazioni eversive.

Ma qui era diverso, qui potevo fare come volevo!

«Nonna…» la fermai poco prima che uscisse «Posso sperimentare?»

Mi guardò accigliata, poi esclamò: «Ovvio che puoi! Credi che quella torta sia uguale a quella che faceva mia madre?» tornò verso di me accarezzandomi la testa come faceva da bambino «Elisa l’aveva fatta sua appena imparata la ricetta, è giusto che ci metta un po’ del tuo, adesso. L’importante è che mantenga questo…»

Mi batté appena sullo sterno, poi sorrise calorosa e uscì a passo spedito borbottando contro il nonno: «Ma guarda te, dove si sarà cacciato quello lì! Aaah, ma se lo becco…»

Finii di mescolare la crema con le gocce di cioccolato, poi mi portai ai fornelli per la glassa.

Non la volevo fare bianca che facevamo sempre, volevo cambiare!

Rapido cercai in dispensa, trovando un barattolo di polverina verde acqua.

Spirulina, un’alga che avrei potuto usare come colorante alimentare: la torta sarebbe diventata di un intenso celeste mare, mentre le meringhe italiane, così bianche e spugnose, avrebbero creato la spuma – spumini diventava un nome ironicamente azzeccato.

Non avevo mai visto il mare dal vero, neanche quando i miei genitori erano ancora vivi. Sarebbe stata una bella novità per la mia famiglia!

Mamma faceva sempre la glassa rossa e arancione, lei lo definiva il “fuoco di Vesta” che proteggeva la casa a ogni compleanno: avrei seguito la sua idea, le onde del mare che scacciavano paura e mostri.

Stavo per attuare il mio piano quando qualcuno bussò alla porta.

Della mia famiglia non poteva essere nessuno, trovavano sempre il modo di entrare in autonomia, per cui doveva essere un avventore o qualcosa di simile.

“Strano” pensai “Dovrebbe esserci il cartello che siamo chiusi”

Mi affacciai guardingo, notando una sagoma femminile oltre il vetro mosso.

Chiunque fosse bussò di nuovo.

Mi guardai attorno in cerca di un qualche adulto, poi sospirai e mi sistemai alla bene e meglio.

Rimisi in ordine, pulendomi le mani in un canovaccio e incamminandomi con calma.

Tornarono a bussare più insistenti.

«Chiunque sia, oggi siamo chiusi» dissi prima di notare la donna in tailleur davanti a me. Trent’anni o poco più, occhiali sottili e una carpetta tra le mani segno di sventura «Si è pers…»

«Franceso Penati?» chiese tamburellando la penna sulla carpetta senza nemmeno guardarmi. Un tono schifato, simile a quello della Signora Frangipani quando veniva a prendermi per tornare in città.

«Chi lo cerca?» risposi pronto a chiuderle la porta in faccia.

Le persone con le carpette non mi piacevano, forse perché chiunque avessi incontrato con una carpetta non aveva mai portato buone notizie.

«Avvocato del dottor Comuni, non so se lo conosce.»

«Lo psichiatra?» alzai un sopracciglio.

«L’imprenditore.»

«Aah… no, non mi dice nulla.»

Scartabellò tra i suoi documenti. Gli avvocati di base portavano guai, e io avevo una torta da finire per la mia famiglia.

Sperai fosse una cosa rapida.

«Sono qui per la proprietà del ristorante, della chiesa e del cimitero» proseguì come se nulla fosse «Mi stupisce trovarla da queste parti.»

«Vengo sempre d’estate» ammisi sempre più guardingo «Sono in alternanza scuola-lavoro dai miei nonni. Ha bisogno di loro?»

«Perché dovrei aver bisogno di loro?» alzò un sopracciglio recuperando un documento «Una firma qui per l’accettazione della proprietà.»

Il mio cervello andò in errore 404: «Eh?»

«Sei maggiorenne, giusto?»

«Sì, da oggi»

«Perfetto» girò la carpetta verso di me «Il Signor Garbugliozzi è già stato informato della questione, poi parlerai con lui del resto dell’eredità.»

Alzai un sopracciglio, poi feci un lungo sospiro: ovvio che doveva centrare il signor Garbugliozzi. Solo che, se c’era di mezzo lui, non era mai un buon segno, soprattutto quando non potevo dargli i miei biscotti fatti in casa.

Lei batté appena il tacco nervosa: «Da oggi sei il proprietario legale dei beni della tua famiglia, non lo sapevi?»

«No…» corrugai la fronte «Scusi, ma da quando le eredità hanno valenza con le persone ancora in vita?»

«Da sempre?» rispose confusa «Devi essere vivo per ereditare, mi pare ovvio» tamburellò sulla carpetta «Una firma qui e lei è ufficialmente proprietario.»

«Ah» sbattei le palpebre controllando il documento.

Effettivamente diceva che il Signor Garbugliozzi, in quanto mio legale rappresentate, lasciava a me ogni bene immobile appartenete alla mia famiglia.

Non ci capivo molto di burocratese, ma da quel che potevo intuire ero appena diventato proprietario di… più o meno tutto San Pasquale di Rocca!

«Scusi un attimo…» mi guardai attorno in cerca dei nonni. Sembrava tutto così assurdo «Da dove vengono queste case?»

«Gli altri proprietari le hanno lasciato tutto, hanno parlato di un accordo con i suoi parenti prima della loro dipartita, non che m’interessi particolarmente» batté il tacco più forte, lanciando uno sguardo allo smartwatch «Scusa, ma ho un aereo per la Puglia tra poco, puoi sbrigarti?»

«Va bene!» esclamai firmando al volo.

Nemmeno il tempo di finire che si girò la carpetta verso di sé e tornò a scartabellare.

«E questo è fatto. Ora. Mi servirebbe una forma qui per la compravendita.»

«La…» scossi la testa confuso «Come scusi?»

«Ora che sei proprietario immagino che vorrai vendere il borgo, tanto cosa te ne fai?»

«Ci lavoro?»

Guardò la strada in cerca di un’auto di passaggio, poi commentò sardonica: «Posizione azzeccata, direi» mi girò nuovamente la carpetta per il dritto «Un autografo e abbiamo fatto.»

«Io non firmo proprio niente» risposi aspro, non sopportavo chi dava per assodato le mie scelte.

Di risposta m’indicò la cifra che proponevano per l’acquisto e sgranai gli occhi: «Sono tanti zeri.»

«Non si compiono diciotto anni tutti i giorni, ragazzino» accennò a un sorriso tirato.

Rimasi bloccato alcuni secondi, le mani che tremavano appena.

Con quella cifra avrei potuto comprare un capannone con lo spazio per il tempio e la necropoli come diceva zio Cornelius e renderlo un ristorante cinque stelle!

Sarebbe stato rivoluzionario, innovativo, moderno.

Non più la trattoria abbarbicata sui colli.

I miei parenti mi avrebbero odiato.

Scossi la testa.

«Lasci... Che ne parli con la mia famiglia, d'accordo?» dissi imbarazzato lanciando uno sguardo all’interno.

La signorina si affacciò dietro di me, osservando le foto appese al muro.

«Capisco» guardò l'orologio «Dieci minuti, va bene?»

«Non credo che mi basteranno» ammisi prendendo il contratto e ridandole la carpetta «Due giorni?»

«Sarò ancora in Puglia per un contratto analogo» guardò nuovamente l’orologio «Posso concederti due ore.»

«Comprendo…» allargai le narici «Ma oggi è il mio compleanno, ho una torta da finire e una tavola di cinquanta persone da allestire. Potrebbe cortesemente ripassare dopo il suo viaggio in Puglia?»

Mi lanciò un’occhiata confusa, poi la sua espressione cambiò in quella che più odiavo.

Un misto di benevolenza e fastidio, la stessa della Signora Frangipani quando salutavo la mia famiglia a fine estate, come fossi stato pazzo a salutare i miei parenti con un “ci vediamo a giugno”.

«Va bene» disse accondiscendente «Ti lascio una copia del contratto, se vuoi rileggerlo con più calma.»

Sospirai di sollievo, in qualche modo avevo guadagnato del tempo in più: «Grazie.»

«Ma se decidi prima, questo è il mio numero» mi allungò un biglietto da visita che aggiunsi al plico di fogli «Passerò tra quindici giorni per la firma.»

«Ci conto…» rantolai mentre saliva sulla Cadillac accanto alla Fiat Panda dei nonni «Speriamo se lo dimentichi.»

E con il plico stretto al petto, tornai alla mia torta.

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