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← La Trattoria dei Penati

Creato il 08/09/2026, 14:12 · Aggiornato il 08/09/2026, 18:52

Capitolo 29: XXVIII – Libertas mi costringe a urlarle contro

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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I Frati Bianchi non mangiarono nulla, limitandosi a chiamare Nerone e svegliare Aplu prima di scivolare nelle grotte laterali.

Dal canto suo il dio, forse perché ancora mezzo addormentato, si prese una porzione di minestrone e lì… temetti il peggio. Sapevo che non voleva tornate immortale, come sapevo anche che il mio cibo ne era capace. Se fosse successo non me lo sarei mai perdonato.

E invece non successe nulla.

Forse un po’ di vapore e odore sulfureo, ma niente di così eclatante.

«Sei turbato da qualcosa» commentò mandando giù il terzo cucchiaio di minestrone.

«Non… ti senti diverso?» chiesi dubbioso «Nel senso…» indicai il cibo con lo sguardo.

Aplu dondolò il cucchiaio tra i denti pensieroso: «Rinforzato forse, ma hai cucinato con la testa su altro, penso sia per questo che non mi sta facendo tornare dio.»

«Lo stesso motivo per cui io mi sento solo un po’ più energico e non pronto a distruggere l’Olimpo» brontolò Nerone «Devo dirtelo, questo è uno dei tuoi piatti peggiori. Almeno è un minestrone e si mangia bene anche d’estate, però…»

«Se devi lamentarti del tuo cuoco sacro, in superficie c’è un ristorante di pesce sublime» annuì il dio indicando verso l’alto.

«Ma se sei povero in canna come fai a dirlo, scusa!?»

«Ho salvato il figlio del dio giusto e sono stato pagato molto bene» alzò le spalle tranquillo «Una sola volta, ma è stata la migliore della mia vita da mortale.»

«E ti hanno fatto entrare lo stesso?» chiesi sorpreso «Insomma, sei minorenne…»

«Ho finto di avere diciotto anni» sorrise furbetto «Qualcosa da Turms devo averla imparata.»

«Beh, adesso non ti farebbero entrare, con la faccia che ti ritrovi» commentò aspro Nerone. Aplu lo guardò confuso, io mi trattenni dal ridere «Vatti a guardare allo specchio, divinità estinta.»

Lesto ci guardò con un sopracciglio alzato, poi andò verso quello che doveva essere il bagno – un gabbiotto da cantiere un po’ più grande del normale.

«Ma che…!» esclamò facendo rimbombare la voce nelle pareti in plastica, poi scoppiò a ridere ed estrasse il telefono «Questa me la salvo per Apollo. Non ci crederà mai…»

Un paio di selfie, poi decise di lavarsi la faccia. Aprì il rubinetto e l’acqua brontolò esausta…

«Tanica vuota» sospirò uscendo. Recuperò una cassa di bottiglie, svuotandole una alla volta in un contenitore esterno.

«Vuoi che ti aiuti?» chiesi facendo per alzarmi.

«Tranquillo, ormai ho imparato ad aprire le bottiglie con una sola mano» spiegò mentre usava i denti per girare i tappi «Per quanto idiote, le chiusure attaccate alla bottiglia tornano utili in questi frangenti» svuotò l’ultima bottiglia e recuperò un sacco rigido per la spesa «Ecco, con questa dovrei aver finito, per lavarmi la faccia dovrebbe bastarmi.»

Tornò dentro al cubicolo e aprì il rubinetto. Borbottò appena, poi rilasciò fumo e odore di zolfo, mentre l’acqua iniziò a sgorgare bollente. La guardò stupito, poi ci passò una mano e le ferite si rimarginarono.

«Non mi veniva un’acqua così benefica da… beh, più o meno da quando ero ancora un dio indipendente» commentò sorpreso prima di lavarsi per bene e bagnarsi dove riusciva ad arrivare «Se volete farvi una doccia terapeutica, è la serata giusta. Non credo ci saranno molte altre occasioni.»

«Da quando evochi acqua termale?» chiese Nerone alzando un sopracciglio «Non sei un dio solare o qualcosa del genere?»

«Gli Etruschi preferivano la versione “medica” di Apollo, così quando sono diventato una divinità a sé state ho preso questo aspetto, Śuri si è tenuto gli oracoli e il carro… in effetti non so chi lo abbia ereditato, probabilmente è rimasto ad Apollo» dette un paio di colpetti alla doccia da campeggio «Allora? Vi venite a lavare o no?»

«Io passo, non vorrei che mi cambiassi i vestiti. Di nuovo» brontolò Nerone incrociando le braccia «Tu, puer?»

Mi guardai addosso e… in effetti facevo schifo. Una doccia mi sarebbe servita – tra dolori, polvere e quant’altro – ma non avevo voglia di farla in quel momento.

Guardai il minestrone, poi recuperai una bottiglia vuota, un imbuto e la riempii di brodo e verdure lesse.

«Credo che andrò a vedere come sta Empanda. Magari a lei farebbe piacere fare una doccia» dissi alzandomi «Dove si trova la macchina?»

Aplu si guardò attorno, poi fischiò abbastanza forte da essere sentito in tutta la catacomba: «Miky! Fai strada a Francesco?»

Uno dei Frati Bianchi apparve da un corridoio laterale, ci studiò da sotto il cappuccio e rabbrividì appena.

«Tranquillo, è solo un po’ confuso, non cambierà la tua natura attuale» spiegò il dio con un sospiro «Non finché non mangerai il suo cibo, almeno» mi guardò agitando il dito verso di me «Mi raccomando, stai attento a non farti scoprire. Vorrei mantenere il mio rifugio segreto ancora per un po’, grazie.»

«Sarà fatto» risposi annuendo prima di incamminarmi verso Michelangelo.

Quando gli fui a un metro di distanza iniziò ad allontanarsi lungo il corridoio, scivolando sul pavimento con il saio bianco.

«Aspettami…» pigolai velocizzando il passo, la bottiglia di minestrone stretta al petto che mi scaldava lo sterno.

Più provavo ad avvicinarmi, più lui cercava di mantenere la distanza costante.

Non eccessivamente lontano, ma nemmeno mai troppo vicino. Se svoltava, mi aspettava dietro l’angolo, se notava che lo avevo perso, batteva sulle pareti scavate per attirare la mia attenzione.

Era una nuvola di luce bianca che illuminava la catacomba con un bagliore freddo e morbido, per cui perderlo non era facilissimo. Inoltre, la distanza di un metro era ottimale sia per me, che potevo spostarmi senza inciamparmi in angoli e rientranze, che per lui, che… non sentiva l’influsso delle mie credenze, presumo?

Non avevo ancora capito molto bene come funzionasse, ma ammiravo la sua costanza: era una leggenda metropolitana, eppure voleva mantenere fede a un voto che gli umani in superficie ignoravano completamente.

Si fermò indicando una ripida scala scavata nella pietra indietreggiando ad ogni mio passo mentre salivo verso la botola soprastante.

Spostai il chiavistello e spinsi appena la botola, guardandomi attorno. Mi trattai di un mausoleo illuminato da due lanterne ad olio etrusche, affrescato alla romana di simboli cristiani misti ad antichi miti pagani riadattati.

«Grazie» dissi uscendo e affacciandomi dalla botola, imbarazzato per quello che stavo per dire «Sei… un bravo Frate Bianco. Scusa per prima, non mi aspettavo che foste così migliorati.»

Mi guardò stupito, le gote che prendevano una velata sfumatura grigia, come se stesse arrossendo. Unì le mani in preghiera e piegò appena la testa in avanti, prima di fare segno che mi avrebbe aspettato lì.

Richiusi la botola e mi diressi all’uscita, aprendo piano la porta in legno sul retro del mausoleo e richiudendola. Ad un occhio inesperto sarebbe sembrata una parete di pietra qualsiasi.

La luna era alta in cielo, per cui doveva essere notte.

In un cimitero.

Inspirai profondamente, incamminandomi verso l’uscita. Perché l’auto non poteva certo essere dentro al cimitero… no?

Per un attimo sperai di sì.

Non avevo idea di come uscire da un cimitero di notte soprattutto uno così grande.

Doveva essere uno di quelli monumentali, come la Certosa di Bologna, ma dove fossimo… non ne avevo idea.

«Sembri in difficoltà, giovane Penati» disse qualcuno facendomi trasalire, poi un tocco familiare mi fece sciogliere.

«Libertas» commentai guardando la dea con un sospiro di sollievo «Perché siete qui?»

«Il cimitero è il posto più libero che ho trovato in questo nuovo mondo, e anche qui le cose non vanno bene» spiegò soave, poi notò il mio sguardo confuso «La morte è la liberazione ultima: nessuna malattia, nessuna sofferenza, niente più bollette da pagare.»

Mi bloccai tremando: «Liberazione dall’ira divina…»

«Tecnicamente no, la tua anima potrebbe essere maledetta per l’eternità – vedi Atlante o Prometeo – ma se la tua paura è che io sia qui per “liberarti” dalla vita, no. Adeona non è più sotto il controllo dell’Olimpo e io non mi faccio incatenare. Mai» rilasciò appena il suo potere divino e ciò mi… tranquillizzò.

Non avevo mai avuto una sensazione simile quando gli dèi liberavano il loro potere. Avrei voluto avere paura per ciò, ma… non ci riuscivo.

Era liberatoria: niente paura, niente freni, niente ansie.

Non spegneva il ragionamento, anzi, ma toglieva il terrore di sbagliare nel ragionare con la propria testa.

Ritornai a camminare più determinato, decidendo di perdere il suo tocco troppo rilassante.

«Sa dove si trova Empanda?» chiesi seguendo l’indicazione “uscita”.

«Nel parcheggio del cimitero, si dovrebbe essere svegliata da poco, ma non è messa benissimo. Si vede che non è venerata da un po’» spiegò seguendomi delicata.

«E voi?» chiesi poco convinto «Avete detto che il posto più libero che avete trovato è il cimitero, eppure non siamo in dittatura… credo…»

Mi guardò sorpresa, poi sorrise gentile: «Giovane Penati, la libertà non è necessariamente quella fisica o legale. Prendiamo te, non sei libero, ma non per quel patto che hai sulla mano» mi toccò la fronte con il dito «Sono le catene che tieni nella tua testa.»

«Credo di non capire…» ammisi annodandomi le dita.

«La paura, Giovane Penati» mi prese delicatamente le mani «Di fallire, di non essere accettato, di essere punito. Ma è una paura interiore che non ha nulla a che fare con il mondo che ti circonda.»

«Ma se una cosa è vietata, la libertà viene meno.»

«Assolutamente… no. Tu sei libero di uccidere qualcuno, nessun te lo impedisce, ma ti assumi il rischio di essere punito per ciò» spiegò scivolando via e zigzagando tra le colonne del portico «Un ragazzo che rinuncia a fare un complimento per non essere accusato di molestia non è diverso da una ragazza che accetta un matrimonio combinato per non essere punita dalla famiglia. Non si assumono il rischio delle proprie scelte, chiudendo l’animo in una gabbia, non so se mi spiego.»

«Questi sono esempi concreti di reati, o quasi reati. Insomma, c’è di mezzo la legge di uno o dell’altro stato» dissi seguendola «E il non voler essere puniti è sopravvivenza, giusto?»

«Tu… cosa intendi per sopravvivenza?»

«Evitare i pericoli, le malattie, le sofferenze…»

«E non è forse il non fare ciò che si vuole una sofferenza?» scivolò verso il cielo in una piroetta tintinnante «Un autore che si autocensura, piegandosi alle politiche editoriali del momento o una scrittrice che frena ogni sua idea perché ha il terrore di sbagliare. Non pensi che loro soffrano per la loro condizione? Che non si struggano per non poter esprimere al pieno la propria arte o le proprie idee?»

«Immagino di sì… però…»

«Però cosa?»

«È diverso da una prigionia, da una tortura o da una pena di morte, no?»

Si mise a sedere a mezz’aria, ribaltandosi a testa in giù con le gambe incrociate. I capelli sfioravano le tombe monumentali con le punte lasciando piccoli filamenti dorati tra le guglie artistiche.

«Non necessariamente. Il male interiore può portare alla prigionia, alla tortura o alla morte» spiegò rimettendosi dritta «Semplicemente è autoimposto.»

«Ma se la società non ti…»

«Aiuta?»

«Accetta…»

«Accetta? Se non ti accetta chissene frega! Come ho detto prima, tu puoi fare qualsiasi cosa, finché te ne assumi il rischio» scese prendendomi il viso «Se anche tutti fossero dalla tua parte, ci sarebbe sempre qualcuno a cui non piaci. Cosa faresti? Ti incateneresti per non sentire le loro critiche?»

«Ma se tutti la pensano all’opposto di me…»

«Sarai unico» mi prese delicatamente la mano, tirandomi dolcemente verso un cartello con scritto “uscita” «Ti guarderanno male, ti giudicheranno, ti derideranno, molti di loro s’indigneranno. E non perché sei diverso, ma perché sei libero. E questa tua libertà spingerà altri a rompere le proprie catene, a urlare ciò in cui credono, a combattere per ciò che sono.»

«Ma facendo così verrei isolato, emarginato, e nessuno vuole questo» mi chiusi nelle spalle.

Libertas mi guardò sorpresa, poi sospirò: «Capisco, la società moderna tende a polarizzare le idee. “O con noi o contro di noi”, e ciò crea la necessità di identificarsi in qualcosa. Ma ciò genera odio, frustrazione, paura. E crea terreno fertile per crea “il nemico”, la causa della tua infelicità.»

«Il nemico? Tipo i Vizi?»

Scosse la testa: «I Vizi sono coloro che arano la terra e piantano il seme, “il nemico” è ciò che nasce da quel lavoro: il vicino con la musica ad alto volume che “non mi fa concentrare”, il ricco imprenditore che investe nella sua attività “dovrebbe redistribuire, così potrei…”. Ma sono solo scuse per non vedersi dentro, per non provare a riempire le proprie lacune. Perché lavorare su se stessi è molto più difficile che dare la colpa agli altri. Ma è anche ciò che ci rende liberi» appoggiò i piedi sul selciato coi piedi, accarezzando le lapidi con le mani candide. Notai i suoi occhi rabbuiarsi «Anche le anime dei defunti portano un malessere che non ho mai sentito prima.»

M’irrigidii guardandomi attorno. Fino a quel momento non ci avevo fatto caso, ma tutt’attorno a noi si aggiravano ombre azzurrognole. Persone fatte di fuoco fatuo che vagavano senza meta, innervosire, parlottanti. Sembrava di essere all’interno di un manicomio horror. Ci fosse stata più nebbia e meno cielo sereno, mi sarei chiuso a uovo aspettando il giorno.

«Fa-fantasmi?»

«La massima espressione dell’animo umano è nella morte senza rimpianti» toccò una delle anime e questa prese un respiro profondo, smettendo di agitarsi «Tu vuoi morire sommerso dai “se avessi fatto…”?»

«Nel senso diventare come loro?» annuì dolcemente «N-no, però…»

«E allora fa ciò che vuoi, liberati delle catene del tuo animo. È un lavoro lungo, ma si può iniziare con qualcosa si semplice…» prese un respiro profondo girandosi in direzione opposta a me «IL FEMMINISMO MISANDRICO HA UCCISO IL FEMMINISMO!»

Rabbrividii: «Non… puoi dire una cosa del genere, se ti sentissero…»

«Che vengano, facciamo gridare anche loro» mi guardò confusa, poi prese un secondo respiro «SONO GAY E MI FANNO SCHIFO GLI LGBT!» e ancora «LA MISANDRIA ESISTE! NON VOGLIO SPOSARE MIO CUGINO! VIVA LA FIG…»

Le strinsi la caviglia tirandola verso di me: «T-ti prego, smettila…»

«Vuoi che smetta? Allora mettici più convinzione, Giovane Penati» mi esortò scivolando via dalla mia presa «Fammi sentire il tuo disagio, urla ciò che vuoi davvero» inspirò di nuovo «SONO UNA RAGAZZA E MI PIACE LA FREGNA! MARZIA BARTALOTTI È UN INSULTO ALL’ITALIA! MIA MADRE STA MENTENDO!»

«Ho capito, per favore…»

«DOMANI UCCIDERÒ LA MIA EX! No, aspetta, questo è più un segreto… oh, trovato UCCIDEREI GLI STUPRATORI DI MIA FIGLIA! FANCULO IL MATRAR…»

«SMETTILA!»

La mia voce esplose tra i loculi e le lapidi, riempiendo il cimitero di echi ripetuti. Un coro irrefrenabile che correva in ogni direzione in cerca di una via di fuga.

Mi scoprii ad ansimare e tremare, la paura di aver esagerato che mi attanagliava l’animo.

«Ooh! Finalmente!» sorrise Libertas piantando gli occhi eterocromi nei miei. Non so perché, ma non spostai lo sguardo, come se avessi bisogno di quel contatto più di ogni altra cosa «Dai sfogo, lasciati andare, dai voce ai pensieri e alle frustrazioni che ti attanagliano. E se hai paura che qualcuno ti senta, ci penserò io a tenerti libero di… beh, di liberarti.»

La guardai con gli occhi lucidi, stringendo la bottiglia di brodo come un cuscino. Stavo per chiederle il permesso, ma mi resi conto subito che non avrebbe mai approvato.

Voleva che reagissi, che mi ribellassi.

Che rompessi le catene che mi stavano stritolando.

Divenni un fiume in piena: insulti, bestemmie, grida a pieni polmoni.

Non risparmiavo nessuno: Astaroth, Zeus, Giove, Fufluns, ma anche il sistema delle Case-Famiglia, Nerone, le politiche durante il Covid, gli stranieri e gli italiani, Aita per essersi fatto svuotare, la mia famiglia per non avermi detto di essere fantasmi.

Tutto e tutti, ignorando i fulmini che provavano a colpirmi, le anime che si voltavano e prendevano esempio da me, la paura di essere visto, sentito o giudicato.

Giorni – ma che dico, anni! – di frustrazioni e parole non dette. Tutti in un'unica… boh… mezz’ora di urli a nessuno in particolare.

Ad un certo punto insultai anche Libertas per avermi spinto a fare ciò, poco prima di scivolare a terra sfinito, steso a terra a guardare il soffitto del portico monumentale.

«Meglio?» chiese la dea volteggiandomi sopra.

Annuii senza più fiato, ringraziandola per il tempo che mi aveva concesso.

Mi esplodeva la testa, le guance bagnate di piato, il corpo che tremava scaricando l’ultimo briciolo di tensione.

Ma stavo bene, il peso che sentivo dentro che si era sciolto, lasciandomi senza forze.

Probabilmente svenni per la fatica perché quando mi ripresi, Libertas mi stava appoggiando in macchina, allungando la bottiglia di brodo a Empanda.

«Scusa… te la stavo portando io…» provai a dire. La gola mi faceva male, la voce mi usciva roca, quasi afona.

«Poi Libertas ha fatto il suo. Ti si è sentito fin qui» mi sorrise bevendo avidamente il brodo mentre io diventavo rosso come un pomodoro maturo. La sua figura brillò color oliva, mentre un profumo di pane e olio motore riempiva l’abitacolo «Non dirò nulla a nessuno, tranquillo. Anche perché su Nerone ne avrei molte da urlare anch’io.»

«Fallo, tanto non ti può sentire» propose Libertas.

«Primo, sono troppo stanca. Secondo, ho ancora una dignità divina da mantenere» rispose Empanda «Anche se grazie al minestrone di Francesco potrei correre la MilleMiglia alla massima velocità.»

«Ero…» mi massaggiai la gola «Aplu… ha…» scossi la testa, proprio non ci riuscivo «Vuoi… fare una… doccia termale?»

Le si illuminarono gli occhi come due fari in modalità fendinebbia: «Aplu ha creato acqua termale? Vengo subito! Tra il tuo minestrone e i suoi poteri curativi, altro che MilleMiglia.»

Uscimmo dalla macchina e io provai a dire qualcosa a Libertas.

Non ci riuscii, la gola faceva veramente troppo male.

«Una doccia termale?» chiese come se mi avesse letto nel pensiero «Accetto volentieri: il lavarsi è una delle cose più liberatorie che esista al mondo.»

E nel silenzio del cimitero, tornammo verso il covo di Aplu.

Note di capitolo

-Prossimo capitolo-

-Ho una videochiamata in 4K Full HD con Apollo-

Ci leggiamo presto, ciao ciao! -w-

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