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← La Trattoria dei Penati

Creato il 05/09/2026, 18:16 · Aggiornato il 05/09/2026, 18:18

Capitolo 28: XXVII – Facciamo la conoscenza dei coinquilini di Aplu

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Il demone dagli occhi dorati era seduto alla sua scrivania, studiando l’Accordo della Trattoria e tamburellando infastidito sul piano in vetro.

Io lo vedevo dal basso, sotto la superficie in vetro trasparente, pregando che non mi notasse.

«Ne abbiamo persa un’altra…» brontolò non sapevo bene a chi, come al solito sembrava essere al telefono «E Canidia è stata sconfitta da Nerone. Beh, almeno adesso sappiamo di chi si tratta. L’Imperatore me lo lavoro io, gli affari sono la mia specialità. Tu… resta a guardare per questa volta.»

«Il Cuoco è mio, Mammon» la voce di Astaroth sfrigolò dal telefono lasciato in viva voce «Mi sembrava che i patti fossero chiari.»

La mia solita fortuna, presumo.

Mi tappai la bocca con le mani, come se quel gesto mi potesse rendere invisibile.

Avrebbero detto qualcosa di importante su di me o sulla missione? Non m’importava, volevo solo sparire e tornarmene a Rimini… o ovunque si trovasse il mio corpo.

«E a me non sembra di aver detto il contrario. Ti sto proponendo di prenderti un po’ di ferie fino…» Mammon guardò lo schermo del computer, scrollando Google Calendar «…al risveglio della prossima Trattoria. Se dovessi fallire nella mia contrattazione, ovviamente.»

«Non ci provare» lo ammonì aspro il Demone della Superbia «Non mi lascio manipolare da nessuno, e sicuramente non da te.»

Mammon iniziò a battere velocemente sul vetro, infastidito da tale appunto.

Ma perché non mi svegliavo!? Quel rumore era assordante da lì sotto.

Talmente fastidioso che per un attimo pensai mi avesse visto e lo stesse facendo apposta.

«Abbiamo perso il dio del BDSM e la dea del ritorno… insomma, il tuo piano ha funzionato egregiamente. Ovvio che, almeno per questa volta, vorrei essere io a tenere le redini del gioco» gli disse passivo-aggressivo.

«Non mi pare che tu sia messo meglio di me» rispose Astaroth tornado ai suoi metodi manipolatori «Non hai fatto alcun progresso sull’Accordo da quando Canidia ce lo ha portato, o mi sbaglio?»

«Vero, ma ho un buon presentimento» Mammon si spostò di lato, l’Accordo appoggiato sulle gambe e il gomito ben piantato sulla scrivania. Di nuovo ebbi la sensazione che mi avesse notato, eppure il suo sguardo completamente fuori dalla mia diagonale «Certo, il penates tornato dall’aldilà fosse più collaborativo…»

Un suo schiocco di dita e io sentii distintamente un grido di dolore venire da un punto che non potevo vedere.

Zio Cornelio aveva iniziato a urlare, facendomi esplodere il cervello mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime.

Non ero riuscito ad avvisarlo per tempo, e, conoscendolo, lui si doveva essere scagliato contro il primo demone che si era trovato davanti, provando a recuperare l’Accordo senza nemmeno sapere perché fosse lì.

«Non sopporto chi non mi porta guadagno, soprattutto quando poterebbe anche a lui vantaggio» Mammon schioccò di nuovo le dita e le urla finirono, sostituire dal fiato rotto post-tortura.

Pergai non avesse ancora trovato Beatrice, Annina e Danilo, e che non li trovasse mai fino al mio arrivo.

In quel caso non mi sarei mai perdonato la mia lentezza.

E la mia codardia.

«Se solo fosse in latino! Non dico Cinese o Arabo, ma…» Mammon si fermò sorpreso, puntando lo sguardo sull’Accordo e avvicinandoselo dubbioso mentre gli occhi gli brillavano d’oro liquido «Sta cambiando.»

«Sta… eh!?» la voce di Astaroth sfrigolò, infastidito da quella novità favorevole all’Avarizia.

«L’Accordo, sta cambiando, non è più in quella lingua morta che è l’etrusco» il fumo dorato iniziò a sollevargli i capelli in due corna demoniache mentre un filamento dorato prendeva forma dal suo fondoschiena «Forse ho capito come funziona.»

Mi puntò lo sguardo addosso, dandomi la certezza che sapeva di me fin dall’inizio.

«Te l’ho detto, io ho fiuto per gli affari.»

Mi sentii risucchiare via, il cuore che riprendeva a battere mentre prendevo un unico respiro, come dopo un’apnea.

Non mi era ancora mai capitata una sensazione del genere.

Come non mi era mai capitato di svegliarmi con quattro frati che mi guardavano da sotto i cappucci tirati fino al naso, incuriositi e accudenti.

Tutto di loro era bianco, dalla pelle lattiginosa ai sai con le mani nascoste dalle maniche larghe.

Per un attimo temetti di essere stato catturato dai Vizi Capitali.

Trattenni il respiro terrorizzato.

«ADESSO TI AMMAZZO!» la voce di Nerone irruppe facendomi sospirare di sollievo.

Se c’era lui, dovevo essere al sicuro.

«Eddai, è solo una maglietta» commentò Aplu ghignando appena «E poi il nero ti dona.»

«Ti faccio tornare dentro il mio pater da dietro, altro che “mi dona”!» mi voltai appena cercandoli con lo sguardo. L’Imperatore portava una maglia dei Led Zeppelin dell’U.S. Tour del 1975, quella con Icaro che vola verso il sole. Mi puntò gli occhi addosso e ghignò calcolatore «Oh, ti sei svegliato, finalmente. Aiutami a tenere fermo questo dio minore.»

«Solo per una maglietta? Certo che sei suscettibile, Alberto» Aplu apparve in mezzo ai quattro frati che gli lasciarono lo spazio in silenzio. Aveva le occhiaie gonfie, le ferite curate alla bene e meglio, i capelli sporchi e scarmigliati «Buongiorno, dormito bene?»

«Solo una maglietta? SOLO UNA MAGLIETTA!?» Aplu si allontanò con un balzo mentre Nerone mi arrivava pericolosamente vicino con il falcetto in rame, tanto che riuscii a contare tutti i puntini tipici dell’arte orafa etrusca. La lama squarciò lo schienale già liso del divano «Mi metti addosso la maglia di Lester mentre sto dormendo e dici che è solo una maglietta!?»

«E cosa ne sapevo io?» era ovvio che il dio sapesse cosa stava facendo «E poi, ripeto, ti sta bene. Anche meglio che su Apollo…»

Nerone allargò le narici, si guardò addosso e brontolò qualcosa allontanandosi, lasciandomi da solo stesso coi quattro frati che continuavano ad osservarmi.

«Dai su, adesso smettetela. Si è svegliato, non serve che lo controlliate ancora» disse il dio muovendo appena la mano. I quattro alzarono la testa, poi si allontanarono scivolando sulla pietra scavata «Scusali, quando gli do un compito lo prendono alla lettera» mi appoggiò una mano sulla fronte piegandosi sulle ginocchia «Ottimo, la temperatura sta salendo di nuovo. Libero e Libertas ci hanno raccontato a grandi linee cosa ti è successo, temevamo di non essere arrivati per tempo. Come ti senti?»

Gli avrei voluto rispondere “vivo”, ma mi limitai a un: «Un po’ meglio, grazie.»

Mi alzai piano a sedere scoprendo un cuscino sotto la testa. Profumava di appena lavato, come se ne avessero cambiato la federa poco prima di appoggiarmici sopra.

Mi guardai attorno massaggiandomi comunque il collo.

Eravamo dentro un openspace sotterraneo fatto di nicchie e divanetti da discarica. La cucina era un fornelletto elettrico attaccato a un sistema di corrente chiaramente abusivo, un tavolo con cinque sedie rubato ai netturbini dell’HERA e mobili da guardino di dubbia provenienza.

Cinque materassi singoli di IKEA che avevano visto giorni migliori erano stati inseriti in altrettante nicchie, il che mi fece supporre che ci trovavamo dentro a delle catacombe.

La cosa meno da rigattieri lì dentro era un armadio in vetro da cui di vedeva una collezione di magliette di Estate Ragazzi da far invidia alle animatrici storiche. Dava più l’impressione di una teca che di un porta abiti, cosa che mi fece ipotizzare fosse l’unico oggetto veramente acquistato lì dentro.

«Dove siamo?» chiesi ancora confuso.

«Casa mia» rispose Aplu senza alzarsi. Anzi, si mise a sedere a gambe incrociate «Lo so, non è granché, ma per ora mi accontento. Prossimo passo è l’allacciamento per l’acqua, e per quello devo chiedere a Sethlans e Nethuns, ma il primo non so dove sia e il secondo… non credo di dovertelo dire.»

Ipotizzai fosse nella stessa condizione di Turms, un po’ come tutte le divinità etrusche, da quel che avevo capito.

«Non… ti dà fastidio rimanere sottoterra? Insomma, sei una divinità solare…» chiesi provando a cambiare argomento.

«Te l’ho detto, l’unico posto sicuro che ho trovato sono state le catacombe» spiegò evasivo. Nella sua voce percepivo una certa tristezza, ma non ero sicuro fosse per la mancanza di vitamina D o la stanchezza che lo stava assalendo «La cosa figa è che nemmeno la soprintendenza sa che esistono, così posso starmene tranquillo senza rischio di umani, mostri o assistenti sociali.»

«Quindi loro… cosa sono?» chiesi indicando le figure incappucciate. Se da una parte ero curioso, dall’altra avevo paura della risposta.

Ormai potevo aspettarmi di tutto.

«Frati Bianchi, o Frati Lazzaroni, una leggenda metropolitana di queste parti» spiegò Aplu come se stesse parlando del meteo. Sciolse le gambe e si appoggiò con le braccia sul divano. Avevo l’impressione che non riuscisse proprio a rialzarsi «Io li chiamo Micheleangelo, Raffaello, Leonardo e Donatello, anche se non hanno un nome proprio, rispondono lo stesso.»

«Come le Tartarughe Ninja?» li guardai confuso.

«Li ho trovati quando mi sono stabilito qui, è la prima cosa che mi è venuta in mente» alzò le spalle tranquillo «Sono innocui e tengono in ordine “casa”. A parte avere gli orari dei classici uomini di chiesa, sono degli ottimi coinquilini» trattenne uno sbadiglio, stropicciandosi gli occhi stanchi e tenendosi la testa appoggiata al braccio in verticale «Volevi sapere altro?»

«Direi di no, grazie…» che in parte era vero. Avrei voluto parlargli della visione su Mammon, della sensazione di ritorno alla vita una volta sveglio, del suo rapporto con Charun.

Ma volevo che si riposasse un po’ prima di tartassarlo di domande complesse.

«Sicuro…?» disse cercando di rimanere sveglio.

Lo vidi avere un paio di svenimenti assonnati.

«Sì, tranquillo. E poi sarà il caso che tu dorma un po’.»

«Non serve…» biascicò incrociando le braccia e appoggiandosi con la testa «Mi basta solo… risposarmi un attimo…» chiuse gli occhi «Dieci minuti e…»

Non fece in tempo a finire la frase che stava già ronfando beatamente, l’arco ancora sulla spalla, come se potesse servirgli realmente a qualcosa.

In quella posizione sembrava ancora più piccolo e… umano. Era difficile immaginarlo come un’antica divinità solare.

Uno dei Frati Bianchi si avvicinò, lo guardò confuso, poi lo sollevò di peso con la facilità con cui si solleva un bambino di cinque anni.

«Non serve, Raf…» brontolò Aplu nel dormiveglia, ma non si ribellò più di tanto, ormai nel mondo dei sogni.

Feci per alzarmi e lasciargli il posto, ma Raffaello – ipotizzai – scosse la testa e scivolò verso una delle nicchie, appoggiando delicatamente il dio sul materasso. Fece per togliergli l’arco, ma Aplu se lo strinse al petto, così il Frate desistette e tornò a… qualunque cosa stesse facendo in realtà.

Uno leggeva, uno copiava dei testi tipo amanuense, un altro stava tagliando le verdure per boh… la cena? Non sapevo nemmeno che ore fossero, in effetti.

Probabilmente Raffaello capì il mio problema e indicò l’orologio appeso dentro a una delle nicchie. Nessuna parola, solo un gesto impossibile da non notare.

«Grazie» risposi. Lui piegò appena la testa in avanti, poi scivolò verso Nerone rimasto in disparte a controllare il falcetto come se ci potesse fare qualcosa.

«E tu che vuoi?» disse acido. Il Frate Bianco gli indicò la maglia, poi l’armadio trasparente «Io? Una di quelle? No, grazie. Piuttosto quando potrò rimettermi i miei vestiti?» il Frate indicò in alto e agitò le mani a pistola come a dire “niente da fare” «Se ti serve il sole posso evocarlo io» gli uscì solo una fiammella striminzita, cosa che lo fece innervosire «Ehi, puer. Lanciami del cibo prima che distrugga tutto a pugni.»

Non me lo feci ripetere, estraendo la fionda e caricandola con un tarallo piccante.

Nerone lo trangugiò senza battere ciglio, poi evocò un mini-sole tra le dita. Poca roba rispetto a quello a cui ero abituato, cosa che notò anche l’Imperatore, anche se sul momento non mi disse nulla.

Raffaello lo guardò sorpreso, aprendo la bocca in una O afona.

«Toh, tieni. Con questo si asciugheranno prima anche qui sottoterra» brontolò l’Imperatore passandogli la sfera. Un po’ titubane, il Frate prese tra le mani la sfera che gli volteggiò sulle dita, poi se ne andò come uno sminatore con un ordigno inesploso.

Mi guardai nuovamente attorno: «Dov’è Empanda?»

«In macchina» rispose acido Nerone «A quanto pare ha usato troppa energia ed è dovuta rimanere lì dentro a dormire, esattamente come avremmo potuto benissimo fare noi se qualcuno non si fosse messo in testa di ospitarci in questo loculo che chiama “casa”» Aplu brontolò qualcosa nel sonno e all’Imperatore venne un ghigno sinistro «Hai un pennarello?» scossi la testa «Allora lo vado a cercare, così impara a mettermi magliette di pessimo gusto.»

«Gli vuoi… colorare la faccia?» chiesi confuso.

«Sì, perché?»

«Pensavo gli dessi fuoco al letto… o alla collezione di magliette di Estate Ragazzi.»

Nerone mi guardò accigliato: «Non spreco certo potere divino per una cosa del genere. Anche se lo meriterebbe, devo tenermi in forze per sconfiggere il mio pater in forma divina.»

Rimasi in silenzio un po’ mentre lui rovistava tra bauli da giardino, cassettiere con fasciatoio – non chiedetemi perché – e scatoloni di plastica.

«Trovato!» esclamò tornando con un bellissimo indelebile nero del 1980 – se non precedente. Lo agitò e lo aprì con un ghigno «Adesso vediamo chi ride, dio estinto dei miei stivali.»

Rimasi ad osservarlo per tutto il tempo mentre aggiungeva segni, baffi ed altre cose molto poco educate alla faccia di Aplu.

«Tu… hai davvero bruciato Roma?» chiesi osservandolo.

Alzò la testa ad osservarmi basito: «Perché me lo chiedi?»

«Stai pitturando la faccia di un dio anziché distruggergli casa?» risposi senza guardarlo direttamente.

Nerone alzò un sopracciglio, fece gli ultimi segni ad Aplu e tornò verso dove aveva preso il pennarello.

Tamburellò appena sulla cassettiera da giardino, stranamente serio.

«Non me lo hai chiesto per quello» disse senza voltarsi, io mi chiusi nelle spalle colpevole «Hai visto il mio passato, vero?»

«Forse…» per un attimo vidi il Cupo Mietitore che si apriva il mio torrone casalingo, pregustando di falciare la mia anima.

Cadde il silenzio, rotto solo dal Frate Bianco che spostava le pagine mentre leggeva.

«Lo immaginavo» sospirò grattandosi dietro la testa «E cosa hai visto?»

Sbiancai stringendo nervosamente le dita.

Feci per rispondere, ma alzò la mano: «Ho già capito, sei un dannatissimo libro aperto» incrociò le braccia appoggiandosi con la schiena a una delle nicchie, massaggiandosi il mento pensieroso «Tu sai come si spegnevano gli incendi a Roma?»

«Con… l’acqua…?» proposi poco convinto. Non lo avevo mai visto così serio, a quanto pare la questione gli stava particolarmente a cuore.

«Col fuoco» rispose senza mezzi termini «Si dava fuoco alle case adiacenti, si spegnevano e così l’incendio andava a morire. Certo, non era l’unico metodo, ma si faceva» feci per dire qualcosa ma alzò la mano a fermarmi. Un semplice “finisco il discorso” che non mi aspettavo da lui. Mi stava sorprendendo, mi vedevo incenerito sul posto al “Tu hai…” «Ho fatto appiccare io l’incendio? Qualcuno lo ha fatto per screditarmi? È stato naturale? Chi può dirlo» alzò le spalle come se lui non sapesse niente.

«Ma tu saprai cos’è successo, no?»

«Servirebbe a qualcosa? Ai giorni d’oggi sono la Bestia brucia cose e che suonava la lira mentre la città era in fiamme» gli tornò il ghigno divertito «E ti dirò, non mi dispiace affatto. La paura è ciò che fa mantenere il potere.»

Aplu brontolò e si girò nel sonno, cosa che mi fece vedere molto bene cosa gli avesse disegnato Nerone sulla faccia.

Mi trattenni dal ridere.

«Paura? Di uno che ha pitturato la faccia di un dio mortale anziché incenerirlo?» commentai tradendo un certo divertimento.

Okay, non stavo ridendo di Nerone, ma lui la prese sul personale comunque.

«Se fossi ancora venerato e avessi i poteri che avevo allora, questo posto non esisterebbe. E sarei padrone del mondo senza bisogno del tuo cibo» commentò stizzito «A proposito, quando pensi di metterti ai fornelli?»

Lo stomaco mi brontolò, comprovando che non era una necessità solo dell’Imperatore. Inoltre ero a corto di munizioni, ed Empanda aveva bisogno della sua dose di cibo oleoso per riprendersi.

Più c’era da preparare qualcosa per Sant’Apollinare: qualcosa di facile da trasportare e da deglutire.

Con gli ingredienti a disposizione, l’unica cosa che mi venne in mente fu del minestrone.

«Dove sono Liberto e Libertas?» chiesi stiracchiandomi e pensando già agli ingredienti da usare.

«Il dio infoiato è andato a cercare la sua controparte femminile…»

«Ma non è Libertas?» chiesi confuso.

«Ovvio che no! Libera e Libertas sono due dee differenti, diametralmente opposte» sospirò brontolando un “beata ignoranza” «La prima è una dea della fertilità, l’altra della libertà e dell’indipendenza. Comunque, Libertas si sentiva imprigionata a rimanere qua dentro e ha detto che andava a farsi un giro per questo “nuovo mondo” prima di aiutarci con… coso… come si chiama…»

«Sant’Apollinare.»

«Lui» si stiracchiò a sua volta «Spero che a Modena non troveremo un Santo da aiutare, potrei seriamente dare fuoco alla città.»

«Non… sei un po’ drastico?» mi guardò malissimo «Vado a cucinare…»

«Vedo che ci siamo capiti. Io vado a vedere se i vestiti sono a posto e a controllare il nostro mezzo di trasporto» fece per andarsene, poi si voltò sbuffando «Tu non fare cavolate.»

«Tipo?»

«Tipo cadere in una voragine e morire asfissiato. Altrimenti ti ammazzo.»

Lo guardai mentre si allontanava brontolando tra sé e sé, poi mi concentrai a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.

Per quanto un accatastamento strano, tutto sommato l’ambiente era abbastanza in ordine: vicino al fornello elettrico c’erano i contenitori di stoviglie e cibarie – per lo più istantaneo da fare con le bottiglie d’acqua poco distanti.

La cosa più salutare erano le verdure che il Frate Bianco stava tagliando.

Mi avvicinai piano: «Posso… continuare io? Per sdebitarmi.»

Lui mi guardò le mani e la fionda, poi annuì e si spostò, scivolando via mentre mi chiedevo come il dio li distinguesse.

Per me erano identici!

Intuii la sua espressione confusa, poi guardò me che alzai le spalle. Guardò di nuovo Aplu e decise che poteva lasciargli la faccia così com’era.

Iniziai a preparare la pentola d’acqua, una di quelle grandi da mensa dei poveri, oltre che l’unica che c’era lì.

Sarò onesto: mi faceva un po’ tristezza.

Aplu si era trovato separato da Apollo, solo, nel corpo di un dodicenne mortale in un paese che non vedeva da millenni, braccato dai mostri e…

Uno dei Frati Bianchi mi apparve alle spalle mentre cucinavo facendomi trasalire.

Il fatto che fossero così silenziosi era inquietante, soprattutto perché avevo già sentito il loro epiteto, se solo mi fossi ricordato dove…

Annusò l’aria, piegò appena la testa, poi guardò verso l’alto e indicò prima Aplu poi il soffitto.

«Vuoi che lo prenda con me?» chiesi. Il Frate Bianco annuì «E se lui non volesse?» la leggenda scosse la testa poi fece il segno dei polsi uniti «Dici? Non mi sembra che si senta obbligato, anche perché fuori non avrebbe nessuno e…»

Me lo trovai vicinissimo, mi dette un buffetto sulla fronte e indicò nuovamente su alzando quattro dita.

«Quattro cosa?»

Indicò Aplu tre volte, puoi indicò la pentola sul fuoco.

«Hai fame?» scosse la testa, poi annuì, e infine la scosse di nuovo. Alzò quattro dita e puntò nuovamente sulla pentola.

«Quattro e la cucina?» annuì con un sospiro muto «Ma come…»

Un lampo mi passò per il cervello, poi iniziai a contare: «Fufluns, Turms, Felsina, Charun – anche se non l’ho risvegliato io… Vuoi dire che Aplu non è più solo, giusto?»

Il Frate Bianco annuì vigorosamente, battendo le mani e richiamando i suoi fratelli. Fece alcuni segni con le dita, poi si strinsero assieme e mi guardarono annuendo.

«Tutti assieme… alla Trattoria?» proposi.

Tutti e quattro batterono le mani all’unisono.

«Potreste venire anche voi, no?»

Rabbrividirono, scuotendo la testa, poi allungarono le braccia ognuno verso una parte dell’ambiente, mimando di tirarle verso di sé, come se fossero incatenati alle pareti.

«Siete legati a questo posto?» annuirono all’unisono «E non potete andarvene?» scossero le teste «E perché?» mostrarono un nodo alla cintura del saio «Un voto?» annuirono «Per cosa?»

Si guardarono, poi annuirono e fecero segno con la mano portandola all’indietro, come a indicare “il passato”.

«Qualcosa legato alla vostra storia?» cercai di pensarci, poi un brivido mi percorse la schiena.

Mamma mi aveva parlato dei Frati Bianchi: si narrava che fossero una setta religiosa che dimorava nelle grotte di Covignano, vicino a Rimini, e che rapiva ragazze per fare rituali molto poco etici. Una leggenda metropolitana, come aveva detto Aplu, ma che come tutte le leggende era talmente tanto famosa da essere diventata reale.

Eppure sembravano così tranquilli…

«Per i rapi…» uno di loro mi mise la mano sulla bocca mentre gli altri facevano segno di non dire nulla, guardandomi spaventati.

Guardarono il cibo che stavo cucinando e si allontanarono rabbrividendo, chiudendosi tra di loro prima di tornare ai loro interessi: lettura, preghiera, meditazione e trascrizione.

Li guardai preoccupato di aver sbagliato qualcosa, ma non capivo cosa.

Che funzionasse come con Nerone quando avevo pensato ai cani?

Quindi dovevo pensarli come i buoni e amorevoli che avevo conosciuto in quel momento? E come potevo dopo che mi erano tornati in mente gli insegnamenti di mia madre?

Ma soprattutto, avevo veramente questa capacità?

In fondo ero solo un umano.

Un umano che cucinava per il mondo divino.

E con un sospiro affranto mi soffermai sul soffitto della catacomba in cerca di risposte che non avrei ancora avuto.

Note di capitolo

-Prossimo Capitolo-

-Liberta mi costringe a urlarle contro-

Ci leggiamo presto, ciao ciao! -w-

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