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Creato il 27/08/2026, 12:18 · Aggiornato il 27/08/2026, 21:11

Capitolo 27: XXVI - Il Cupo Mietitore mi fa un ordine d’asporto

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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La dea con le catene ci strinse le braccia, trascinandoci all’interno della caupona giusto in tempo prima che il soffitto ci cadesse in testa.

Mi buttò dentro con una forza che non mi aspettavo, lasciandomi rotolare a terra fino al bancone del locale.

Il colpo mi mozzò il respiro.

«Ah, sei un mortale?» chiese confusa «Pensavo che fossi una qualche divinità minore del cibo.»

«N-no…» rantolai alzandomi a sedere «M-ma grazie lo stesso.»

«Grazie a te, adesso che siamo un'unica entità, non ci sono Olimpo o Peccati che tengano» ammise scostandosi i capelli vaporosi.

«Prego… Libertas, giusto?» chiesi speranzoso.

«In potere divino e manifestazione. Oh, ma ci sei anche tu Libero» lo guardò confuso «Perché sei vestito?»

Se quello per loro era “vestito”, io ero uno chef stellato.

«L’Erede di Cornelus è suscettibile alla nudità maschile» brontolò l’interessato incrociando le braccia «Comunque sono contento che tutta questa storia sia finita. Ora usciamo di qui e…» guardò la porta chiusa confuso «Questa non sembra la porta della caupona.»

Mi concentrai ad osservarla e in effetti… non lo era!

Si trattava di una porta in ferro battuto, non troppo recente con una finestrella aperta in alto.

Puntai la torcia, scoprendo un interruttore, cosa che mi lasciò… confuso.

Mi avvicinai timoroso, accendendo la luce che lampeggiò stanca, illuminando effettivamente la caupona, ma nella sua versione più rovinata e ristretta. Praticamente era rimasto solo il bancone e la parete di destra,

Quel poco che c’era, però, era stato tenuto egregiamente. Certo, da qui a dire che fosse come l’avevo vista nella ricostruzione di Canidia, beh… ci voleva della fantasia.

Ma era comunque una scoperta archeologica di inestimabile valore.

«È una… cantina» notai confuso.

Presi di nuovo il mazzo di chiavi, studiandone le tre attaccate.

Prima non c’avevo fatto caso, ma oltre a quella antica romana, c’erano anche quella di un condominio e quella di uno scantinato.

Infilai la chiave nella toppa e…

«Oh, un muro» notò Libero come se fosse normale trovare mattoni e cemento dietro a una porta. Ci scivolò attraverso per poi rispuntare solo con la testa «Dall’altra parte c’è il corridoio di uno scantinato, immagino che seguendolo usciremo da qui.»

«Buono a sapersi, non avrei avuto le forze per farlo esplodere» commentò Libertas prendendomi il polso e trascinandomi verso il muro.

Nemmeno a dirlo, la mia mano si schiantò contro i mattoni: il mio corpo fisico non avrebbe mai potuto attraversare quella parete.

«Questo potrebbe essere un problema» notò Libero tornando dentro e battendosi pensieroso il gatto a nove code sulla spalla «Puoi cucinare qualcosa per potenziare Libertas, Erede di Cornelius?»

Mi controllai attorno mentre la dea tornava a sua volta nella caupona: anche volendo, la legna creata da Canidia non esisteva più, e non sarebbe mai bastato quel poco di giornale umido di uova che avevo con me per accendere il fornetto da campo, inoltre… non avevo più ingredienti!

Mi tastai in tasca, sperando di trovare una qualche munizione per la fionda, ma me ne rimanevano solo tre e non sapevo se e quando avrei avuto il tempo per crearne di nuove.

Decisi che comunque, pur di non morire asfissiato, le avrei usate per Libertas.

«La prego, accetti queste e ci porti fuori di qui…» pigolai allungando la mano.

La dea le studiò con perizia, poi sospirò: «Ho usato tutto il mio potere divino per distruggere il dedalo creato da Canidia. Anche accettandole tutte, non riuscirei a rompere il muro, men che meno a teletrasportarti nel corridoio.»

Le guardai con la mano che mi tremava, gli occhi sconvolti e il respiro che si faceva più affannoso.

Sarei morto murato vivo senza la possibilità di salvare la mia famiglia.

«Un… un mom…» provai a dire prendendo respiri profondi.

Sentivo gli occhi pieni di lacrime, la testa che esplodeva e l’impossibilità di reagire.

Ero abituato agli attacchi di panico, ma di solito mi schiarivo le idee buttandomi dell’acqua fredda in faccia e prendendo le pastiglie. In fondo mi venivano perché vedevo le creature mitologiche che popolavano il mondo.

Ma lì era diverso: non avevo via d’uscita!

Quante probabilità c’erano che qualcuno si accorgesse che c’era qualcuno dietro una porta murata da… boh, anni?

E come lo avrei spiegato?

Se avessero trovato il mio cadavere ancora ancora potevano ipotizzare mi avessero murato vivo… ma non volevo morire murato vivo!

Libertas mi appoggiò una mano sulla spalla dolcemente e una sensazione di leggerezza mi pervase il cuore, come se mi liberasse l’anima da un peso opprimente.

Non servì a far passare la paura, ma a calmarmi un po’ sì.

«Troveremo una soluzione» disse pacata «In fondo ci hai salvati entrambi.»

«E quale!?» esclamai sconvolto, il peso che tornava prepotentemente «Nessuno sa che siamo qui. Aplu e Nerone stanno combattendo contro Canidia e…»

Libertas mi prese entrambe le spalle, facendomi tornare la lucidità.

«Potremmo andarli a cercare, in effetti…» commentò Libero «Quella mina vagante di Lucius Enoborbo sarebbe capacissimo di distruggere questo muro, soprattutto da divinizzato com’è adesso.»

«Giusto!» Libertas mi sorrise dolcemente «Troveremo loro e verremo subito a salvarti, promesso!»

«Sicuri sicuri?» chiesi come un bambino che stava per essere abbandonato dai genitori.

Se da una parte volevo rimanere solo a schiarirmi le idee, dall’altra non volevo perdere quel contatto così leggero con Libertas.

«Certamente» annuì Libero sicuro di sé «In fondo siamo salvi anche grazie a te.»

*** * ***

Mi ero seduto contro il muro opposto all’affresco, respirando piano per paura di finire l’ossigeno troppo in fretta.

Ero lì dentro da ore, sentivo la stanchezza e la paura che mi facevano perdere i sensi, ma avevo la sensazione che se mi fossi addormentato sarei definitivamente morto.

Inizialmente avevo provato a chiedere aiuto battendo contro il muro, ma mi ero reso conto che stavo solo sprecando energie, esattamente come un paio di nuovi attacchi d’ansia che mi avevano bloccato per alcuni minuti a respirare affannosamente… il che era rendeva tutto un circolo vizioso.

Mi ero calmato mettendomi a spulciare il ricettario di famiglia e quello che mi aveva regalato Aplu, cercando delle corrispondenze tra i due.

Poi il reader si era scaricato e la luce della cantina aveva deciso di sfarfallare pericolosamente.

Ci mancava solo che rimanessi al buio…

Chiusi gli occhi pochi secondi.

Un battito di ciglia, il tempo che davanti a me apparisse una figura scura incappucciata.

Appariva e spariva con il lampeggiare della luce, il che rendeva tutto molto un film horror.

Strinsi il libro al petto, chiudendomi a uovo con quella poca forza che avevo.

«Sono venuto a prenderti, Francesco Penati…» la voce soffiata, simile al vento che attraversa delle ossa, mi rilassò senza che me ne rendessi conto. Sapevo che non era lì per liberarmi, e non era decisamente la sensazione di leggerezza che mi aveva datio il tocco di Libertas. Sembrava più rassegnazione, consapevolezza dell’inevitabile «Ma tu non sei ancora pronto, vedo…»

«Devo… trovare…» ansimai cercando di mettere a fuoco chiunque fosse sopra di me.

Una tunica nera, dalle maniche larghe e sdrucite, i bordi dell’abito che scivolavano sul terreno, consumati dagli innumerevoli trapassaggi.

Forse la stanchezza, forse che mi ci stavo abituando, non mi stupii del fatto che le sue mani fossero solo ossa. E che stringessero una lunga falce arrugginita.

«Trovare la tua famiglia, lo so» ammise sbuffando. Si abbassò, il cranio pulito che mi si piantava davanti alla faccia. Uno scheletro semovente in grado di leggermi l’anima, e decidere se essere spaventoso o rilassante.

La sensazione di rassegnazione scomparve così velocemente che mi sentii mancare il respiro, colto dal terrore, questa volta vero, per la Morte.

«Voi umani avete questa cosa chiamata “conti in sospeso” che non capirò mai» si tamburellò col dito sul mento «Sul serio, perché non riuscite a fare tutto prima che venga a prendervi? Mi mettete in difficoltà…» rimase ad osservarmi per un po’, come in attesa di qualcosa «Tu, poi, sei pure un tipetto bello strano: avresti tutto l’interesse a lasciarti andare a me, eppure il tuo senso del dovere te lo impedisce» si alzò, poi batté il manico della falce sul pavimento «Facciamo un gioco: se mi accontenterai con la tua cucina, ti lascerò un po’ più di tempo.»

Lo guardai confuso, probabilmente l’assenza di ossigeno mi stava mandando in pappa il cervello.

Oppure era veramente il Cupo Mietitore.

In fondo, dopo tutto quello che avevo visto in quei giorni, sarebbe stata la cosa più credibile.

«Certo che se non fossi soddisfatto del risultato dovresti seguirmi all’altro mondo. Inferno o Paradiso? Saranno Sofia e Belisario* a stabilirlo.»

«Chi?» mi presi la testa stringendo gli occhi. Non era quella la domanda giusta in quel frangente «Anche volendo, Morte, non ho ingredienti… e nemmeno forza per…»

Un colpo d’aria mi riempì i polmoni piegandomi in avanti per la sorpresa, l’ossigeno che tornava a scorrermi nelle vene in una volta sola, tanto che temetti di morire avvelenato prima che asfissiato.

«Ti concedo due ore di tempo» disse la Morte alzando le dita ossute e roteando la falce.

Il bancone, da vecchio reperto archeologico, si trasformò in una cucina ultramoderna superfunzionale con tanto di fornelli a induzione d’ultima generazione. Troppo moderna per i miei gusti, ma non potevo certo contraddire la Morte, no?

E no, questa cosa non l’avrei nemmeno fatta con la consapevolezza di oggi.

La parete dietro di me si strinse, spingendomi in avanti quanto bastava per mostrare una dispensa fornita di ogni ingrediente possibile.

«Ti chiedo un cibo che duri nel tempo, facile da trasportare e monoporzionato» mi indicò la fionda «Tipo le offerte che lanci agli dèi quando sei in difficoltà.»

Deglutii, iniziando ad intuire dove stava per andare la situazione.

«Hai…» contò sulle dita il tempo a disposizione «Dieci minuti per scegliere gli ingredienti, poi la dispensa sparirà e non potrai più prendere nulla. Non un minuto di più.»

Le mie paure si fecero certezza mentre il Cupo Mietitore agitava la bocca vuota in una risata afona, fatta solo di denti contro denti e soffi spettrali.

La Morte mi aveva appena sfidato a una prova di Master Chef!

Non ce l’avrei mai fatta…

«Il tuo tempo comincia…» disse estraendo una clessidra dall’abito «Adesso! Fammi vedere quanto vuoi vivere, ultimo Cuoco Sacro.»

Presi un paio di respiri profondi, cercando di pensare lucidamente. In fondo non avevo molta scelta: anche mi fossi arreso subito – e fidatevi che presi in considerazione tale opzione – la Morte non me lo avrebbe permesso.

Voleva che lo intrattenessi prima di portarmi via, non gli interessava veramente ciò che sarei riuscito a fare.

Una sfida con ingredienti e fornelli al posto di scacchi e plancia a quadri, e comunque rimaneva a mio svantaggio.

Cercai di concentrarmi sulle sue richieste: qualcosa da trasportare, che duri a lungo e in monoporzioni.

Il cioccolato era escluso, idem i taralli o qualsiasi cosa che contenesse acqua. Per di più il reader era inutilizzabile, e sicuramente il libro di Aplu non mi sarebbe mai potuto essere utile – iniziavo a dubitare che mi sarebbe mai servito, in effetti.

Dovevo scavare nella mia memoria più di quanto avessi fatto in quei giorni.

Cibo spaziale? E chi lo sapeva cucinare!?

E poi era per la Morte, ci voleva qualcosa di più… evocativo.

Morti, rituali, due novembre… ma certo!

Rapido presi miele, noci, zucchero, burro, uova, scorza d’arancia e di limone, ostia.

Li studiai, dubbioso.

Quelli erano ingredienti base, ma se c’era qualcosa che avevo imparato da quell’avventura era che le creature amavano le mie innovazioni.

E se era la mia ultima cucinata, tanto valeva rischiare il tutto per tutto.

«Cinque minuti» disse il Cupo Mietitore facendomi rabbrividire. Era già passato così tanto?

Feci per tornare alla dispensa, dovevo recuperare quanta roba possibile prima di potermi mettere ai fornelli e…

Nuovo apporto di ossigeno mi fece ragionare lucidamente sulle regole del gioco.

Avevo ancora cinque minuti per prendere gli ingredienti, ma nessuno aveva detto che non potessi iniziare già a cucinare.

Misi a scaldare il miele a bagnomaria, sfruttando l’acqua sottostante per fare un infuso di scorze di limone e arancia. Sentii lo sguardo vuoto della Morte che mi studiava divertito, quasi affascinato da quella mia scelta.

Ma quelle preparazioni avrebbero occupato quasi tutto il tempo della cucinata, e mentre il miele si scaldava e le scorze rilasciavano il loro aroma io potevo finire la “spesa”.

Era il Master Chef della Morte, giusto? Tanto valeva fare il suo gioco, pensando a ciò che avrei voluto provare a fare prima della mia fine.

Tornai – questa volta per davvero – in dispensa, aggiungendo al mio cestino arachidi, melograno e vincotto, poi andai in postazione iniziando a prepararmi pentole, stampi e stagnola, oltre a pesate maniacalmente gli ingredienti.

Questa volta non potevo proprio permettermi di sbagliare

«Tre minuti» il Cupo Mietitore picchiettò sulla clessidra come un metronomo «Rettifico, uno e mezzo.»

Mi tuffai di nuovo alla dispensa, recuperando del gelificante naturale e succo di limone, le idee che si susseguivano, aggiungendo e togliendo opzioni a una velocità impensabile.

Forse perché stavo cucinando – o perché la situazione era così assurda da sembrarmi surreale – ma l’ansia non mi stava minimamente prendendo.

O, molto più probabile, era la certezza che avrei fallito. Avrei fatto il piatto migliore della mia vita? Certo, ma non perché essa dipendesse da lui, quanto che nella mia testa non avevo nulla da perdere, solo il rimpianto di non aver osato abbastanza prima di schiattare.

Iniziai a tostare le noci e le arachidi con un vincotto e sale, assaggiando finché non fossi sicuro del sapore, mescolando nel mentre il miele in modo che si sciogliesse in modo omogeneo.

In un altro pentolino iniziai a sciogliere lo zucchero con un cucchiaio d’acqua mista a limone. Poco tempo, giusto che diventasse uno sciroppo dalle note agrumate.

Mescolai di nuovo il miele e mi misi a montare le uova a neve.

«Sono passati già tre quarti d’ora e non capisco ancora cos’hai in mente…» brontolò il Cupo Mietitore «Che noia, avrei dovuto darti meno tempo, ma non sono così infame. Forse…»

Decisi di ignorarlo senza farmi prendere dall’ansia.

Poi le uova m’impazzirono.

Con la sua frase mi ero spinto troppo nel montarle, andando oltre la consistenza corretta.

Buttai tutto, lavai il contenitore, mescolai il miele e tornai a montarle, con il terrore di sbagliare di nuovo e non averne abbastanza.

E impazzirono di nuovo.

Inspirai profondamente, controllando quante me ne erano rimaste.

Il minimo, ovviamente.

Lavai tutto e decisi di concentrarmi sul resto del composto.

Candii i grani di melograno cercando di non pensare alle uova o al tempo che passava, poi preparai una nuova pentola d’acqua dove appoggiai la ciotola di miele per non interrompere il bagnomaria e tolsi le scorze di agrumi dall’infusione.

Ne aggiunsi un po’ allo sciroppo di zucchero in modo che il primo di raffreddasse e il secondo rimanesse morbido, poi aggiunsi tutti al miele, mescolando con una spatola.

«È passata un’altra mezz’ora, e tu mi sembri in alto mare, Cuoco Sacro» si stiracchiò facendo vibrare le giunture tra di loro, poi si mise la falce sulle gambe e iniziò ad affilarla.

Il rumore della pietra sulla lama rimbombò in tutta la stanza, tanto che dovetti sforzarmi per rimanere concentrato.

Misi il vincotto con il gelificate sul fuoco, preparai una ciotola di acqua e ghiaccio e misi tutto il composto dentro a un dosatore per salse, pregando che il mio piano funzionasse.

Una goccia.

Due gocce.

Tre gocce.

Guardai le piccole sfere di vincotto e ne provai una prima di continuare.

Mi esplose sulla lingua, rilasciando tutto il sapore del mosto.

Avevo appena creato le bolle di vincotto, ed erano venute! Le avrei provate per bubbletea al lambrusco… se mai fossi sopravvissuto.

Ora toccava a quelle dannatissime uova!

Avevo l’ultimo tentativo, non potevo sbagliare, per quanto le mani mi tremassero dopo due fallimenti e il miele ancora in cottura.

Inspirai a fondo e la Morte… tintinnò sulla clessidra.

Stava diventando un gioco abbastanza impari, oltre al fatto che iniziavo ad accusare l’assenza di ossigeno.

Okay, fino a quel momento non ci avevo fatto caso, ma sì, stavo comunque morendo asfissiato.

“Montare le uova” mi ripetei “Devo montare le uova”

Non doveva esistere nient’altro: io, la frusta a manovella e gli albumi.

Probabilmente entrai in modalità “non ci sono per nessuno” perché quando mi ripresi il composto era perfetto, tanto che lo stavo già unendo al miele e allo zucchero.

Mescolai finché non divenne una crema bianca, poi incorporai molto lentamente le noci, i melograni e le arachidi.

Presi la teglia e ci versai un primo strato, poi posizionai alcune gelatine di vincotto a distanza regolare. Le lasciai affondare appena e coprii di nuovo con molta delicatezza.

Feci tre strati prima di chiudere definitivamente il torrone con la seconda ostia.

Ora dovevo solo aspettare che si raffreddas…

«Mancano venti minuti» ghignò il Cupo Mietitore dondolando pericolosamente la clessidra «Ma non temere, informerò chi dovrà valutarti delle tue capacità culinarie… magari ti manderanno nel cerchio dei cuochi morti prematuramente.»

Mi guardai intorno cercando una qualche soluzione.

L’abbattitore!

Rapido buttai il torrone dentro, pregando che si raffreddasse più in fretta, poi iniziai a preparare il tagliere col coltello e dei pezzetti di stagnola.

«Dieci minuti» la Morte sbadigliò «Io se fossi in te mi rassegnerei.»

Recuperai il torrone, controllandone la consistenza, poi lo estrassi dallo stampo e iniziai a tagliarlo nei punti in cui ero certo non ci fossero le sfere di vincotto.

Taglia, chiudi, taglia, chiudi, taglia chiudi.

Spinsi il piatto sul bancone e… crollai mentre l’ultimo granello di sabbia scivolava via.

Mi mancavano respiro ed energie, con lo sterno schiacciato dall’assenza d’aria.

Tutta la fatica che avevo fatto era stata inutile…

«Tempo scaduto, adesso…» iniziò la Morte alzandosi e studiando i dolcetti sorpreso – come se uno scheletro potesse avere delle espressioni facciali, in effetti «Devo ammettere che non mi aspettavo ci riuscissi, ma non ho potere nell’allungare la vit…»

Qualcosa colpì violentemente il muro di mattoni facendomi alzare a fatica la testa. Nemmeno mi ero accorto che eravamo tornati alla caupona con la luce morente della cantina.

Mi costrinsi a sollevarmi in piedi mentre il muro prendeva un nuovo colpo.

I mattoni iniziarono a creparsi.

«A quanto pare non è ancora il tuo giorno, Francesco Penati» commentò il Cupo Mietitore facendo sparire i torroni preincartati nella manica. Ne tenne solo uno in mano, girandoselo tra le dita come un gioiello «Lo assaggerò al nostro prossimo incontro, quando deciderai cosa vuoi diventare.»

Scomparve in un frammento di oscurità che coprì la cantina, illuminato solo dai mattoni che si sfaldavano contro i colpi di abbattimento di chi stava fuori.

L’aria fresca fischiava attraverso la fessura, rinnovando tutto l’ambiente.

Mi scoprii a inspirare profondamente, cercando di recuperare l’ossigeno perso in quelle ore di reclusione.

«Nero…» provai a dire mentre il muro di rompeva per far entrare il mio salvatore.

Mi trovai spinto a terra da una forza molto superiore a quella di un essere umano in piena salute, andando a sbattere schiena e testa contro il banco retrostante della caupona.

Persi conoscenza alcuni secondi, trovandomi davanti il volto animale adirato di Canidia. Schioccava il becco infastidita, schiacciandomi con gli artigli le braccia sullo stomaco.

«Dannato umano!» mi gracchiò nell’orecchio talmente forte che per un attimo mi sembrò ti sentire il cervello sciogliersi «Hai distrutto la mia prigione e liberato il dio!» mi soffiò in faccia «Ti convincerò a firmare quel contratto con atroci sofferenze, e anche dopo ti strapperò ogni organo per poi rimettertelo a posto. Mi pregherai in ginocchio, ma non esisterà morte per te, e ai piani alti saranno d’accordo con me…»

Non so di preciso cosa successe, solo che mi ritrovai coperto di polvere – o cenere, in quel momento non ci feci troppo caso – e il falcetto di Nerone a pochi centimetri dalla gola.

«Te l’ho… detto… vecchia strega…» ansimò a sguardo basso «Non si tocca… il mio… cuoco… sacro…»

Subito dopo ribaltò gli occhi all’indietro e mi cadde addosso, dandomi il colpo di grazia che mandò anche me nel mondo dei sogni.

Note di capitolo

-Prossimo Capitolo-

-Facciamo la Conoscenza dei Coinquilini di Aplu-

*Sofia e Belisario vengono dal fumetto La Divina Burocrazia di Giuliz

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