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Scattai in piedi senza pensarci, correndo verso quello che era il bancone delle pietanze calde.
Come lo sapevo? In quel momento non era importante, dovevo capire come muovermi e rendere quell’ambiente il più utilizzabile possibile.
Canidia aveva fatto un lavoro egregio: una ricostruzione perfetta, senza un granello di polvere e con tutti gli strumenti del caso. C’era persino una cassetta di monete ancora intonse – se fossero rimaste ne avrei portata qualcuna ad Aplu o a Charun.
Il problema vero era la luce.
Non ci si vedeva niente, anche con la torcia!
Dovevo trovare una soluzione e alla svelta.
Recuperai velocemente il fornelletto da campo, un paio di palline di giornale che si erano salvate dalla frittata e… non avevo legna.
Anche volendo accendere la cucina della trattoria, non c’era nulla per farlo, a parte i quotidiani e dei fiammiferi.
Certo, avere Nerone in giro mi aveva fatto dimenticare della loro esistenza, per cui ringraziai di essermeli messi in zaino.
Avevo la porta e gli scuri delle finestre, ma togliendoli gli dèi sarebbero entrati e addio Francesco Penati in forma fisica.
Le travi del tetto erano da escludere a priori, ma forse…
Mi affacciai accanto a quello che doveva essere il forno e mi brillarono gli occhi mentre la soluzione mi si palesava come un miracolo.
Canidia e i Tre Peccati erano stati talmente precisi da ricreare una catasta di legna pronta solo per essere usata!
Se non fossero stati miei nemici li avrei dovuti ringraziare.
Libero batté nuovamente sulla porta facendomi trasalire e tornare ai miei doveri di Cuoco Sacro.
Se dovevo creare un’offerta per lui, dovevo andare indietro nel tempo.
Molto indietro.
Più c’era la questione del Penato da richiamare, e l’unico che mi veniva in mente era Zio Cornelio.
Ma cosa piaceva a Zio Cornelio che sapessi cucinare?
E con cosa?
Estrassi gli ingredienti che avevo a disposizione, tra cui i due pacchetti di squacquerone comprati da Nerone in gastronomia.
Quelli erano la chiave, per cui dovevo fare qualcosa con il formaggio.
Un libum? Di nuovo?
No, sarebbe stato troppo banale.
Ma chi si ricordava i piatti rimani?! Già avevo dimenticato metà delle preparazioni che avevo letto nel libro di Aplu, e lo avevo guardato qualche minuto prima!
«Cheescake…»
La voce mi arrivò come un soffio nell’orecchio che mi fece irrigidire tutto.
«Andrea?» chiamai voltandomi, ma non trovai nessuno.
Che fosse un’allucinazione?
In fondo ne avevo talmente tante in quei giorni…
Inspirai profondamente tornando al mio dilemma.
«Cheescake…»
Sollevai nuovamente la testa senza trovare nessuno, a quel punto decisi di ignorare la cosa guardando il reader. Per fortuna lo avevo messo in carica prima di partire da Bologna.
Forse se avessi cercato…
«Cheescake…»
No, se avessi cercato Cornelio, forse…
«Cheescake imperiale, razza di idiota!»
Il colpo mi arrivò alla fronte come una testata facendomi andare all’indietro.
Mi massaggiai infastidito la testa: odiavo essere disturbato quando ero concentrato sulla cucina, l’unico motivo per cui veramente non avrei avuto pietà… forse.
Comunque, anche guardandomi attorno non vidi nessuno.
Nulla di nulla.
Probabilmente ero stanco e ancora intontito dalla caduta tanto da sentire voci e colpi inesistenti – il riassunto della mia vita prima di conoscere Fufluns e Nerone, in effetti – ma Cheescake imperiale mi diceva qualcosa…
Tornai a guardare il reader, questa volta cercando una parola specifica: savillum.
Zio Cornelio ne andava matto, e non solo lui!
Raccontava sempre di come l’Imperatore Nerone…
Scossi la testa, confuso. Perché associavo Zio Cornelio a Nerone? Okay, erano entrambi di Roma – Anzio, chiedo venia – ma non ero sicuro che avessero vissuto nello stesso periodo storico.
La sfera di Abeona si abbatté contro la porta che, per non so quale miracolo, resistette al colpo, ma non sapevo per quanto quella buona stella mi avrebbe aiutato.
Tornai al mio savillum.
Ricetta per 4 persone – Versione speciale di Lucio Febo Penati
200g di farina di semola
250g di ricotta umida
15g di mele cotte a pezzetti
1 uovo piccolo
Primo problema: non avevo la ricotta umida, e lo squacquerone era troppo denso per essere lavorato come richiesto.
Secondo problema: avevo il doppio del formaggio richiesto. Quanti ci dovevano mangiare? Lì avevo solo Adeona, Abeona e Libero, se non contavo Zio Cornelio che sarebbe arrivato attirato dal profumo della cottura.
Mi rimanevano comunque quattro porzioni di troppo!
Inspirai profondamente, rimettendo in ordine gli ingredienti che avevo e cercando di equilibrare il tutto.
Per cominciare… non avevo le mele, ma avevo dei fichi caramellati, che potevano essere un buon sostituto.
Due uova su sei si erano salvate per miracolo da qualla caduta, le altre – meglio non parlarne.
La farina era l’unica cosa corretta – per non dire intatta – che mi trovavo nello zaino.
Per le misure dovevo andare ad occhio e pregare che nessuno sfondasse la porta o la finestra prima del tempo.
Iniziai a mescolare i vari ingredienti, controllando di tanto in tanto la consistenza e che il gusto fosse equilibrato, poi feci per infornare e…
Non potevo usare la padella di ferro all’interno del forno della caupona, sarebbe diventata lava!
Mi guardai attorno in cerca di qualcosa di utile: un contenitore che reggesse facilmente il calore e che mi permettesse di mantenere la forma a “budino”.
Tornai per un attimo alla ricetta, sperando di trovare una qualche soluzione.
Ungi con olio un catinum di terracotta e versaci il composto accuratamente mescolato, coprendo il tutto con un coperchio. Fai attenzione a cuocere il centro perfettamente, perché è altissimo.
Una volta cotto, toglilo dal catinum*, aggiungi alcune mele cotte a decorazione, cospargi con uva passa o un filo di riduzione di** passum, rimettilo per breve tempo sotto il coperchio caldo.
Servi il piatto aprendo il coperchio direttamente davanti al commensale.
Posso affermare con certezza che ero ancora più confuso di prima.
Anche avendo l’uva passa, con i fichi caramellati sarebbe stata inutile, come qualsiasi aggiunta che mi venisse in mente.
Forse dello zenzero, ma non ce l’avevo, anche se…
Un fulmine di Adeona s’insinuò nello stipite della porta, perdendosi nel legno e venandolo di ramificazioni bruciate.
Tornai a concentrarmi sulla cottura.
Catinum di terracotta, un contenitore che mantenesse una forma tonda e con un coperchio alto…
C’era qualcosa in effetti da quelle parti: un paio di mezze sfere, pronte per essere usate per quello scopo.
Una in cui ci stava mezzo composto, ma se ne dovevo fare due…
Rapido versai tutto nei due contenitori, battendoli delicatamente sulla cucina in modo da togliere eventuali bolle d’aria, poi recuperai un coperchio in terracotta talmente largo e alto che le poteva coprire entrambe contemporaneamente.
Si vedeva che era la cucina di un ristorante, seppur non come lo intendiamo noi ai giorni nostri.
Chissà quanti savillum avevano sfornato in quel posto.
E mentre il profumo della “cheescake” del 60 d.C. richiamava l’anima di Zio Cornelio, il ricordo di mio padre mi raggiunse prepotentemente.
*** * ***
«Papà, papà.»
Tendenzialmente quando lo chiamavo così era per chiedergli dei nostri parenti, sempre con l’album di famiglia tra le mani.
Potevo passarci pomeriggi interi a sfogliarlo, tanto da saperlo a memoria.
E adesso non ricordo nemmeno cosa ho cucinato l’altro giorno.
«Perché c’è un affresco romano nel nostro album di famiglia?»
A otto anni facevo domande molto stupide, però era vero: nel nostro album di famiglia c’era l’effige di un ragazzo romano poco più che ventenne.
Ed era autentico!
Non una foto, ma letteralmente un pezzo di intonaco attaccato al foglio.
Lo so, è assurdo, ma ehi, cosa c’era di normale nella mia famiglia?
Mio padre mi aveva guardato con un’espressione accigliata, poi aveva guardato cosa indicassi e aveva sorriso.
«Lui è Lucio Febo, uno dei figli di Zio Cornelio.»
«Ooh…» mi ero guardato attorno incrociando lo sguardo dello Zio «Perché non lo vedo?»
Mi fermai un attimo per controllare la cottura dei savillum, prima di alzare la testa su Zio Cornelio, o meglio, sulla sua ombra che scivolava contro le pareti, toccandone la superficie affrescata con delicatezza.
A quanto pare potevo vederli già da bambino, ed ero consapevole che fossero morti, ma…
Tornai a ricordare, cerando nella mia memoria una possibile risposta ai miei dubbi.
La storia di Lucio Febo era alquanto… strana.
Come detto, era uno dei figli di Zio Cornelio – lo dovrei ancora chiamare così? Vabbè, ci penserò poi – e aveva in gestione la Caupona dei Penati di Roma.
Nel 64 d.C.
Questa storia parte proprio da lì, da quel 18 luglio divenuto famoso per il Grande Incendio di Roma.
“Quello che ha causato Albert… em, Nerone?”
Ecco, in famiglia da me si raccontava una storia un po’ diversa.
Gli incendi a Roma non erano rari, soprattutto d’estate, quasi un all’anno. Nessuno all’epoca avrebbe mai detto che era stato l’Imperatore: nessuno lo aveva fatto in passato, perché farlo adesso?
Quel luglio era particolarmente caldo e secco, non c’erano attivisti a urlare al cambiamento antropico, e, a parte ipotizzare una qualche ira divina, di base… la gente c’era abituata.
Il vento aveva girato nella direzione sbagliata, appiccando il fuoco che si era propagato in brevissimo tempo ai tetti in paglia.
In mezzo ai quartieri distrutti si trovava proprio la Caupona dei Penati romana, piena di dèi, semidei e umani.
Lucio Febo era rimasto indietro per far evacuare chi, tra clienti e dipendenti, si trovava dentro. Nel momento di salvarsi lui, però, l’ingresso era crollato, costringendolo all’interno di quel forno crematorio.
La notizia ad Ariminum era arrivata con più di una settimana di ritardo, dopo che le fiamme si erano finalmente estinte e tutto era stato messo in sicurezza.
E a portarla fu proprio l’Imperatore in persona.
Zio Cornelio lo aveva accolto con felicitazioni e abbracci come sempre, in fondo erano amici di vecchia data. In generale la gens Penata si poteva permettere atteggiamenti poco ortodossi con persone di potere, ma Nerone era in qualche modo speciale.
Forse perché era sempre alla caupona in cerca di Apollo, finendo a parlare con qualsiasi divinità tranne il suo antenato.
Zio Cornelio aveva chiamato suo figlio “Lucius” proprio in onore di quell’amicizia così radicata. Nessun legame politico, solo stima e rispetto reciproci.
Lo sguardo mesto dell’Imperatore, tuttavia, non aveva lasciato scampo a dubbi: Lucio Febo non era sopravvissuto all’incendio e, quel che era peggio, non era diventato un penates.
Aveva aiutato a fuggire chi si trovava all’interno della caupona, proteggendo col suo stesso corpo le ricette che aveva ideato in quei pochi anni di attività, tuttavia al momento della morte Aita era arrivato tardi a rivendicare la sua anima e concedergli di vivere come custode di famiglia. Febo era stato portato nel regno di Plutone, all’epoca molto più influente, ma con cui la gens non aveva alcun accordo.
Zio Cornelio aveva pianto ogni sua lacrima stringendo le poche pergamene che si erano salvate dal rogo, dedicando anima e corpo a mantenere vivo ogni singolo giorno quel che gli rimaneva della memoria culinaria del figlio.
Per questo, quando l’età lo aveva portato via, Aita lo aveva reso un Penato, in modo che proteggesse gli innovatori di famiglia.
Estrassi i savillum, ribaltandoli sul piatto.
Il profumo del dolce appena sfornato attirò l’attenzione di Zio Cornelio, che in uno scatto si voltò verso di me con un: «Lucius!» poi mi guardò meglio «Cesco? Allora sei vivo!» mi scivolò alle spalle, mollandomi una pacca alla Canavacciuolo che quasi mi ribaltò sui savillum «Vecchia roccia, lo dicevo io che non potevi essertene andato così facilmente.»
«In realtà sono intero per miracolo…» ammisi in imbarazzo.
«Eravamo tutti preoccupati, anche se non vederti arrivare all’Inferno ci ha fatto sperare. Se solo avessi il modo di avvisare gli altri…» un velo di tristezza gli oscurò gli occhi «Ma Aita è svuotato e Charun non è più in attività. E non faccio un’offerta fatta bene a Libero da secoli» si soffermò a guardare i savillum «Febus ne offriva sempre una porzione a lui e Libera, sosteneva fosse il loro cibo preferito» sospirò affranto «Ora me ne pento, ma all’epoca gli detti la colpa della morte di mio figlio.»
Lo guardai sorpreso, la mano sul coperchio pronto a servire il dolce imperiale appena sfornato.
«Strano, Libero non mi sembrava adirato nei tuoi confronti» dissi confuso. Nemmeno il tempo di finire la frase che il dio batté violentemente sulla porta «Non… con te almeno, zio. Ti posso chiamare ancora zio, vero?»
Mi guardò confuso, poi scoppiò a ridere: «Puoi chiamarmi come voi, Cesco!» mi scompigliò affettuosamente i capelli «E comunque mi sembra tu abbia problemi più importanti.»
«In effetti…» guardai i savillum recuperando un coltello dallo zaino.
Come Adeona e Abeona, anche Zio Cornelio e Libero dovevano ricucire qualcosa, forse…
Tagliali a metà il dolce, lo decorai coi fichi caramellati rimasti e allungai il primo pezzo allo Zio.
Cornelio inspirò profondamente, prendendo il cucchiaio e studiando il primo boccone come un critico culinario.
Mi soffermai sul suo corpo asciutto e definito.
Era morto a ottant’anni abbondanti, ma manteneva la prestanza di un ex soldato romano.
Quanto ero stato idiota a dimenticarmi la sua storia…
«Non è come quello di Lucius» disse tra un boccone e l’altro «Ma è giusto così: questo è il savillum di Cesco. Sarà il caso di segnarsi la ricetta, chissà che tu non lo possa proporre nella tua “Trattoria in centro”.»
Rise appena mentre il suo corpo iniziava a svanire, richiamato dall’Accordo.
Rapido presi la metà rimasta, correndo alla porta.
«Che fai?» chiese Zio Cornelio leccandosi le dita. Si guardò la mano confuso «Non hai l’Accordo con te?»
«È… complicato» risposi aprendo l’ingresso.
L’onda di energia divina mi bruciò gli organi interni.
Ispirai profondamente, inginocchiandomi con il piatto alto verso il dio.
«Vi prego, Libero, accettate la mia offerta…» rantolai terrorizzato tenendo gli occhi chiusi.
Sarei morto se Zio Cornelio non mi avesse messo le mani sulle spalle.
«Libero, dio della fertilità e della libido, placa la tua ira!» esclamò stringendomi le clavicole.
Stava sparendo, ma aveva una forza invidiabile.
Non so esattamente cosa successe, tuttavia il dio prese il pezzo di savillum e lo trangugiò tutto d’un colpo.
«Non è come quello di Febus» brontolò con la bocca ancora piena «Ma non è male, bravo Corne…»
Alzai appena lo sguardo: penato e divinità che si osservavano increduli era uno spettacolo che mai mi sarei aspettato di vedere da vivo.
O di vederlo in generale.
Mi scostai in silenzio, tornando molto lentamente verso l’altro dolce.
«Io, mi disp…» iniziò il dio, ma non fece in tempo a finire la frase.
Zio Cornelio gli aveva tirato un pugno sulla spalla.
«Questo è per non averlo protetto!» gli tirò un secondo pugno «Questo è per non aver fermato Plutone dal prendere la sua anima!» sembrò caricare il terzo cazzotto «E questo è perché non dovevo darvene la colpa.»
Evitò di proposito il volto, abbracciandolo come si potrebbe fare con un vecchio amico. Pacche sulla spalla e lacrime che scendevano, uniti dal dolore di una perdita millenaria.
«Comunque t’immaginavo più nudo» concluse Zio Cornelio ormai una velina trasparente, le sue braccia che cercavano di stringere di più il dio, ma che ormai gli passavano attraverso.
«Il tuo Erede è leggermente suscettibile alla nudità maschile» spiegò Libero «Ci vediamo alla Caupona di questa generazione, ti offro un vino come si deve, altro che le porcherie etrusche di Veltha.»
Su “Caupona” mi venne un brivido lungo la schiena.
«Zio Cornelio, l’Accordo non è più alla Trattoria!» gridai con quanto fiato avevo in gola «Restate nascosti, io… verrò a prendervi, ma state al sicuro fino ad allora!»
Rimasi in silenzio ad osservare dove fino a pochi attimi prima si trovava il suo fantasma, maledicendo il mio sentimentalismo e pregando che mi avesse sentito per tempo.
La sfera di Adeona si schiantò sulla schiena di Libero prima che potessi processare quell’errore imperdonabile.
Prima avevo da riunire quelle due pazze invasate di dee o addio ultimo cuoco sacro, indipendentemente da come sarebbe finito il loro scontro.
Tagliai il secondo savillum e mi fiondai fuori, Libero che mi seguiva massaggiandosi la schiena dolorante.
Adeona e Abeona si stavano dando battaglia senza sosta, apparentemente ignare l’una dell’altra.
Due dee sorelle che adesso combattevano senza nemmeno riconoscersi, il che faceva… male.
«Come pensi di fermarle?» chiese Libero confuso.
Non gli risposi, agendo e basta, nel panico più totale.
Come se uscire il prima possibile di lì potesse essere di chissà quale utilità.
Mi tuffai in mezzo a loro, i piatti alti pregando che fosse la mossa giusta, stringendo gli occhi per paura di morire schiacciato tra le due.
Il brivido divino mi avvolse mentre si fermavano, annusando il cibo che stavo offrendo loro. Presero in sintonia i cucchiai studiando la consistenza di quel savillum ai loro occhi atipico.
Pregai si sbrigassero, mi tremavano le mani e temevo che i piatti mi cadessero prima che potessero prendere anche solo il primo boccone.
Una frazione di secondo, il tempo che assaporassero il primo cucchiaio e la pressione che sentivo scomparve.
Uno, due, quattro, mille, cento, e ancora mille, affinché nessuno potesse maledire quel rituale.
Smisi di contare quando il vuoto dei loro cuori era stato riempito completamente dal cibo.
Qualcuno si stiracchiò di fronte a me, il tintinnio di catene spezzate che vibrava in ogni movimento di una naturalezza invidiabile.
«Finalmente! Non ce la facevo più a stare dentro a quelle due…» disse una voce femminile.
Aprii appena gli occhi, trovandomi davanti una donna bellissima dai capelli mossi, per metà grigio tufo e per metà nero marmo. Portava dei ceppi a caviglie e polsi, le catene spezzate che si perdevano in frammenti di metallo che bruciavano a contatto con il peplo romano color avorio.
Si guardò attorno con gli occhi eterocromi, poi prese una posizione più austera.
«Qui mi sento troppo stretta, facciamo un po’ di spazio…» disse battendo i ceppi tra di loro.
Il rumore di ferro contro ferro esplose, riempiendo Ariminum di riverbero tonante, talmente potente da far tremare muri, strada e… soffitto!
Stava crollando tutto, e noi saremmo rimasti schiacciati lì sotto.
Quello era definitivamente il giorno delle pessime scelte di vita.
Nonché l’ultimo della mia.