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Un giovanissimo Lesto Stratos correva lungo le strade di Firenze.
A ogni incrocio disponibile svoltava, scivolando senza guardarsi attorno.
Alle sue spalle grida minacciose si accalcavano, graffiando i muri storici e distruggendo l’arte tutt’attorno.
«Lasciati mangiare, dio! Ormai siete estinti, non ha senso sopravvivere da solo in questo mondo» gracchiò qualcosa fuori dal mio campo visivo.
Aplu scivolò nuovamente in una stradina laterale a destra, ripiegando a sinistra e scivolando in un vicolo cieco.
Si guardò attorno in cerca di un posto dove nascondersi, poi la porta di negozio di cianfrusaglie si aprì poco distante. Un pungente odore d’incenso arrivava dall’interno, perfetto per coprire il suo odore di semidio.
Non ci pensò due volte, tuffandosi dentro senza troppe cerimonie. Si chiuse la porta alle spalle sospirando di sollievo.
«Per Tinia, questa volta me la sono vista brutta!» esclamò piegandosi in avanti.
«Tinia? Non sento questo nome da un po’…» una voce grossa arrivò da dietro il bancone del negozio facendolo accigliare.
Un gigante dai capelli bianchi, barba rossa e le ali cremisi. Le orecchie a punta facevano coppia a un paio di zanne di cinghiale che gli spuntavano dalle labbra e al naso adunco.
«Mi stupisce che un semidio così giovane sappia un nome del genere» commentò senza alzare lo sguardo dal giornale che stava leggendo.
«Charun?» Alpu strinse le sopracciglia, poi le sollevò stupito «Per Tina davvero, Charun! Non mi aspettavo di vederti da queste parti! O di vederti in generale…»
L’interessato lo guardò di sottecchi prima di sbattere le palpebre: «Aplu? Ma cos… e tu che ci fai qui!? Vi davo tutti per estinti. A parte Sethlans…»
«Ringraziando Evan, no. Non io, quantomeno» si sistemò l’arco sulla schiena guardandosi attorno «Quindi adesso lavori qui? Cos’è? Un negozio di pegni o qualcosa del genere?»
In effetti si poteva trovare un po’ di tutto, dai souvenir tipici italiani (come i boxer a tema David di Michelangelo) ad oggetti decisamente più antichi.
Mi soffermai ad osservare alcune marionette in rame, simili a quelle che usiamo noi oggi. Non so bene il motivo, semplicemente mi attirarono.
«Ma… sei mortale o sbaglio?» Charun richiamò la mia attenzione «E com’è successo?»
Aplu si guardò intorno, come per paura di essere spiato.
«Hai contatti con…» indicò verso l’alto.
Il demone lo guardò eloquente: «Sul serio mi fai questa domanda la prima volta che ci vediamo?»
Lesto tenne lo sguardo stranamente serio.
«No, sento solo Ade – o Plutone, come preferisci – per il passaggio delle anime» sospirò «Quindi? Che ti è successo?»
«A quanto pare Apollo è stato mandato in forma mortale sulla terra per risolvere alcuni casini» spiegò a bassa voce «Non so i dettagli, so solo che io dentro di lui non ci torno. È voluto diventare la personalità principale? Ora si prende tutti gli oneri e gli onori del caso.»
Charun rise cavernoso, gli occhi che gli brillarono di una leggera fiamma demoniaca.
«Ooh, allora non dirò niente a nessuno! Per me siamo vivi solo io e Sethlans» lo guardò con un ghigno «Però mi devi comprare qualcosa, o potrei fare una soffiata ai piani alti…»
«Che grandissimo pezzo di…» Aplu sospirò e si cercò in tasca, trovando un sesterzio arrugginito più simile a un reperto archeologico tenuto malissimo che un cimelio valutabile «Ho solo questo.»
Charun lo guardò come un diamante grezzo, poi annuì: «Benissimo, scegli quello che preferisci.»
«Allora prendo…»
Qualcuno mi punzecchiò la spalla, spingendomi appena verso destra. La visione smise come un sogno, scivolando nei meandri dell’oblio.
«Ehi? Sei vivo?» chiese una voce che non conoscevo «Ehi? Erede di Cornelius?»
Aprii gli occhi a fatica, scoprendomi steso a terra.
Il negozietto nostalgico era sparito, lasciando spazio alla più completa oscurità e a un pavimento di ciottoli ondulati in modo regolare.
Mi sollevai nel buio, portandomi la mano alla testa dolorante. Un bernoccolo stava iniziando a gonfiarsi sulla fronte, memore della rovinosa caduta appena fatta.
Perché ero appena piombato dentro a una voragine creata da Canidia dopo aver sconfitto un drago e ricaricato Nerone.
«Oh! Allora sei vivo, Erede di Cornelius» disse la voce davanti a me.
Strinsi gli occhi, poi decisi di cercare la torcia nello zaino.
Almeno quello ce l’avevo ancora sulle spalle.
Infilai la mano alla cieca, andando a tentoni e sperando di trovare ciò che cercavo.
Un brivido mi percorse la schiena partendo dalla mano mentre le dita toccavano qualcosa di gelatinoso.
Mi si erano rotte le uova durante la caduta, inzozzando ogni cosa fosse dentro allo zaino!
Dovetti tirare fuori praticamente tutto, provando a pulire alla bene e meglio con una salviettina umida e recuperando la torcia che fece un leggero bagliore morente.
Caricai la dinamo, poi l’accesi sul mio… salvatore?
«Wah! Abbassa quella cosa, non sono abituato!» esclamò schermandosi il volto.
«S-scusi…» risposi prima di illuminare… altro.
Sollevai di nuovo la torcia, puntandogliela al petto.
Quel tipo era completamente nudo!
Aveva un’età indefinita tra i quattordici e i trent’anni, i capelli ondulati tendenti al riccio color del miele tenuti su da una semplice fascia in cuoio. Gli occhi color pesca erano stranamente vivi: non era un dio svuotato o in procinto di esserlo, ma quindi… cos’era?
«Grazie» disse sollevandosi in piedi. Mi trovai i suoi gioielli di famiglia pericolosamente vicino alla faccia.
La mano mi scattò alla tasca dei pantaloni in un moto istintivo, in cerca delle pastiglie che avevo affidato ad Aplu.
Quella era diventata ufficialmente la giornata delle pessime scelte.
Inspirai profondamente, scoprendo odore di grano e miele.
E un’improvvisa voglia di procreare.
Decisi che era il caso di rimettere tutto nello zaino senza guardare in alto.
«Chi siete?» chiesi in un pigolio sommesso.
«Io sono Libero!» spiegò agitando l’arma che teneva in mano.
Fece uno schiocco simile a una frusta in cuoio, ma lì per lì non ci feci caso.
«Libero…» ripetei cercando tra i ricordi recenti «Come il dio romano?»
«Non come. Io sono il dio romano» spiegò prendendo una posa eroica. Qualcosa gli batté sulla schiena simile a un mazzo di cinghie «Anche se negli ultimi tempi di “Libero” mi è rimasto solo il nome…»
Mi alzai in piedi, spostando gli occhi sul suo viso prima di riabbassarli riverente, che non fu proprio la scelta migliore.
Decisi che il suo pomo d’Adamo era la cosa ideale su cui concentrarmi.
«Perché dite così?» chiesi indeciso se poter studiare il luogo dove ci trovavamo o dover tenere la mia concentrazione su di lui.
«Da quando tre tipi strani sono venuti con la Strix Canidia, non riesco più a uscire da Ariminum» mi mise un braccio sulla spalla «Comunque dammi pure del tu, Erede di Cornelius. A proposito, come hai detto che ti chiami?»
«Non l’ho detto…» dissi guardandogli il braccio.
Mi studiò confuso: «Mi puoi vedere?»
«Purtroppo sì…» rantolai allungando appena la mano per spostagli il braccio.
Non ne ebbi il coraggio.
«Perché purtroppo?» si guardò addosso «Perché sono nudo?»
«Forse…»
«Potevi dirlo subito! Non sono abituato a quest’epoca moderna» sospirò facendo scattare la sua arma, ovvero… un gatto a nove code color grano!
La situazione stava diventando più strana di quanto già non fosse.
Senza contare che quel tipo aveva un concetto tutto suo di “vestito”: camicia a maniche corte completamente aperta a mostrare il petto glabro e pantaloncini superaderenti da jogging che lasciavano intravedere le forme senza lasciate spazio alla fantasia.
Probabilmente intuì il mio disagio perché aggiunse un: «Voi giovani d’oggi non avete il minimo senso della libido.»
Mi guardai intorno con la torcia solo per non pensare a lui.
Muri di pietra intonacata ci circondavano, divisi simmetricamente in strade di ciottoli corrosi dal passaggio.
La cosa più sospetta che notai era l’assenza totale di icone ai crocicchi.
«Una… città romana?» chiesi confuso avanzando piano. Lo zaino in spalla mentre stringevo le bretelle con la mano libera «Dove avete – hai, scusi – detto che siamo?»
«Ariminum, non si vede?»
Ci pensai attentamente, non ne sapevo molto di nomi romani.
Ariminum… Rimini, quindi non dovevo essere troppo lontano dalla caserma.
Tornai a guardarmi intorno: «Scusi, ma… come fa una città intera ad essere così ben conservata? È successo qualcosa tipo Pompei?»
«Sai di Pompei? Questo è sorprendentemente interessante» disse gioviale «Comunque no, questo è opera di Canidia e dei tre tizzi vestiti di bianco.»
Mi bloccai sul posto, puntandogli di nuovo la torcia addosso, evitando la faccia, ovviamente: «Lei ha conosciuto tre Peccati Capitali?»
«Tre cosa?» mi guardò confuso «Comunque, erano tipi sospetti – anche perché per accompagnarsi a Canidia proprio buoni non dovevano essere – prima hanno chiesto dove si trovasse la caupona, poi hanno detto che volevano comprare il patto… come se avessi potere a riguardo.»
Alzai un sopracciglio: «Volevano comprare il patto? E perché?»
«Non ne ho idea, so solo che quando mi sono rifiutato – mica gli ho detto che non ero io il diretto interessato dell’accordo – hanno preso Libera e mi hanno rinchiuso in questo labirinto» si fece pensieroso «Però, sé questa è la ricostruzione di Ariminum, forse…» scivolò verso un crocicchio, guardando le strade laterali «Hai le chiavi per la caupona?»
«Le chiavi?» lo guardai confuso, poi mi ricordai i mazzi che avevo preso da casa e tornai a cercare nello zaino, estraendo l’oggetto in ferro in questione «Queste?»
A Libero s’illuminarono gli occhi, un luccichio color grano, seguito da un’onda simile a una frustata che mi fece vibrare tutto il corpo.
«S-sono un umano…» pigolai d’istinto. Dopo Fufluns e Aplu, avevo imparato a riconoscere un’esplosone di aura divina.
«Oh, scusa, hai ragione. Dicevamo…» scosse la testa come a togliersi della farina, poi scivolò nella stradina a destra «Se non ricordo male dovrebbe essere da questa parte.»
«Cosa?» chiesi seguendolo a una certa distanza.
Probabilmente era stata la sua presenza a farmi vedere il passato di Aplu e Charun: meno traumatico delle visioni di Nerone o Mamarke, ma comunque abbastanza da non volerlo troppo vicino.
«La caupona di Cornelius» si voltò sorridendo.
«Ah…» sbattei le palpebre confuso «Non c’è l’aveva a Roma?»
«Anche…» rallentò appena, mentre un velo di tristezza gli avvolgeva il corpo. Prese un respiro profondo e proseguì «All’epoca una caupona gestita dalla gens Penata era praticamente in ogni città. Un po’ come le vostre catene di ristoranti.»
Arricciai il naso: «Tipo McDonald?»
Ci pensò su: «Tipo Pizzikotto o Dispensa Emilia. E aveva da dormire…» sospirò questa volta di felicità «Aaah, quanti ricordi. E quanti semidei sono stati concepiti lì.»
«Come Nerone?»
«Come Ner… no!» mi guardò confuso «Tralasciando che mi stupisce che tu sappia queste cose di Lucius, ma lui è di famiglia divina. Apollo era un suo antenato.»
«Ah… lo chiama sempre pater, sarà stato quello a confondermi.»
«Può essere. Piuttosto, come fai a sapere di Lucius?»
Mi guardai la mano d’istinto, cosa che lo lasciò sorpreso: «Ho un patto con lui, cred…»
Mi strattonò studiando il palmo con perizia, poi mi lasciò andare facendosi pensieroso.
Dal canto mio mi strinsi le mani al petto.
Per quel tipo lo spazio personale era un concetto astratto, e io non volevo più averlo troppo vicino,
«Sembra simile a quello che avevamo con Cornelius, prima che…» scosse la testa, scivolando nuovamente lungo le strade.
Corrugai la fronte accigliato: «Aspetta, l’Accordo non era con Aita?»
«Sono due cose diverse» scosse la mano con ovvietà «Come si potrebbe dire… noi facevamo da intermediari. Come dei notai durante la firma di un contratto» rabbrividii ricordando le mie esperienze pregresse «Però il tuo è diverso.»
«In che senso?»
«Ci sei tu – l’umano – ma mancano lo psicopompo e l’intermediario. O meglio: l’intermediario c’è, ma non lo è ancora.»
«Ah…» mi strinsi nelle spalle brontolando un «Che casino…»
Sul serio, perché doveva essere tutto così burocraticamente complicato?
Non erano dèi, creature e santi? Cosa c’entravano accordi, notai ecc…
«Quanto manca per la trattoria?» chiesi cercando di cambiare discorso.
«Trattoria? Oh, intendi la caupona. Non mol…» mi bloccò dall’avanzate prima che una sfera si schiantasse contro il muro alla nostra sinistra «Ehi, chi si rivede? Abeona da quanto tempo!»
«Libero?» la dea apparve dall’oscurità «Non ci vediamo da secoli! Come te la passi?»
«Insomma. A parte essere rinchiuso qui non c’è male» alzò le spalle tranquillo «Sei stata rinchiusa anche tu?»
Indietreggiai molto lentamente, colto da un brutto, bruttissimo presentimento.
«Cosa? Oh, no» mi indicò facendomi irrigidire «Sono qui per uccidere l’umano che ha osato sfidare gli dèi»
Mi sentii come Nerone di fronte al racconto di Aplu: impotente, paralizzato, senza possibilità di replica o salvezza.
«Posso spiegare…» pigolai mentre lo sguardo di Libero si faceva accigliato.
Confuso non era corretto, sembrava più indeciso.
Il che, almeno secondo me, era pure peggio.
Batté le palpebre un paio di volte, gli occhi che gli brillavano pericolosi guardando verso l’alto.
«Capisco» commentò frustando l’aria con il gatto a nove code. Spostò lo sguardo su di me facendomi rabbrividire. Sentivo lo stesso potere che aveva rilasciato Fufluns alla Trattoria, con la sensazione terrorizzante che stesse per essere rilasciata un’onda di potere divino incontrollata.
Al contrario di Fufluns, però, Libero stava cercando in qualche modo di resistere, battendosi il gatto a nove code sulla schiena a ritmo e provando a scaricare il potere divino.
«La caupona è da quella parte» mi disse indicando a destra, la fatica nel riuscire a non esplodere che gli sporcava la voce in un rantolo roco «Io, se fossi in te, mi sbrigherei a entrare.»
Feci uno scatto da centometrista senza pensarci, le chiavi strette in mano alla ricerca della porta a cui appartenevano.
Il fischio della sfera di Abeona mi costrinse ad abbassarmi di scatto, rotolando sul selciato prima di riprendere a correre.
“Sono morto!”
Era l’unico pensiero che mi passava per la testa, eppure continuavo a correre.
Non era come con Aita, più simile a una sensazione certa. Questa era la paura della morte.
E io non volevo morire.
Spostai rapidamente la torcia sulle case a destra. Gli ingressi erano per lo più spalancati, senza porte o altro che ne impedissero l’accesso.
Se avevo una chiave voleva dire che c’era una porta, giusto?
E senza porte, la prima sarebbe stata quella corretta, no?
Svoltai a destra al primo incrocio mentre l’onda di energia divina mi sferzava la schiena.
M’inciampai sulle strisce pedonali sopraelevate – tipo quelle di Pompei – il cuore che si fermava per alcuni secondi mentre mi ritrovavo fianco a terra con le mani a protezione della testa.
Mi rialzai rapidamente, buttandomi sotto un arco vuoto e sperando di essere sufficientemente nascosto.
Come se ci si potesse nascondere da delle divinità.
Alla peggio mi sarei potuto rifugiare nella casa dietro di me, gius…
Le mie mani scivolarono sul legno antico, tastando in cerca di una serratura.
Possibile che l’avessi trovata?
Mi voltai di scatto, la torcia tra i denti con le dita tremanti, il peso dell’energia divina che mi attanagliava le ossa.
Stavo per inserire la chiave nella toppa quando un rumore elettrico mi fece sussultare.
“Ti prego, no…” rantolai agitandomi di più e sbagliando il buco.
La luce grigio blu del bastone di Adeona rischiarò il buio circostante prima che un suono simile a una battuta di baseball mi trapanasse le orecchie.
«Lui è mio!» esclamò Abeona, il fischio della sfera che le volava nuovamente tra le dita.
«I figli devono tornare al nido, prima o poi…» rispose la… boh. Sorella? L’altra dea, insomma.
Nota positiva (se mai ci fosse stata) era che quel bagliore a giorno mi faceva vedere meglio la porta, e quindi la serratura.
Rapido feci scattare il chiavistello per poi rinchiudermi all’interno della trattoria senza pensarci due volte.
Mi accasciai con la schiena contro il legno, ansimando più per la paura che per lo sforzo, la torcia che mi cadeva a terra illuminando il mosaico che decorava il pavimento.
Non ero sicuro di essere al sicuro, ma almeno potevo riprendere fiato quel tanto che bastava per capire cosa fare.
Senza Nerone o Aplu e con tre divinità che mi davano la caccia, non sapevo quanto avrei resistito.
O anche solo se fossi riuscito a resistere.
Il colpo alla porta mi fece vibrare ogni osso del corpo. Un paio di pugni forti e allo stesso tempo trattenuti, come chi avesse bussato non fosse pienamente artefice delle proprie azioni.
«Erede di Cornelius…» ansimò Libero da fuori battendo nuovamente sul legno «Erede di Cornelius… ti prego…» un dio che pregava un umano era qualcosa che non avevo ancora sentito, e che metteva molto in dubbio il fatto che fosse tutto reale. Insomma, ero talmente disperato che poteva essere una proiezione della mia paura, no?
«Ti prego…» la sua voce disperata era fin troppo autentica, troppo intensa. Mi stringeva il petto come una morsa «Non… resisterò per molto… ti prego…» solo una richiesta, una di quelle che mi era stata fatta in quei giorni di follia pura e che, tuttavia, era l’unica che il mio cervello poteva realisticamente accettare.
«Ti prego, Erede di Cornelius… cucina… per me…»