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Mi buttai a terra prima che il bastone elettrico potesse colpirmi, rotolando lontano sfruttando il peso dello zaino. Perché mi ero portato la roba per cucinare in una caserma dei carabinieri!?
A proposito? Dov’erano?
Non feci in tempo a pensarci che dovetti evitare un secondo colpo.
Adeona era la copia di Abeona, semplicemente coi capelli e gli occhi invertiti e una molletta argentata a tenerle i capelli.
Stessi vestiti da cacciatore color avorio, stesso sguardo pronto ad assalirti.
Confonderle era la cosa più naturale per chi non stava attento ai dettagli.
«I figli devono tornare al nido, prima o poi» scandì roteando il bastone.
Me la trovai sopra senza avere il tempo di spostarmi.
Ero schiena a terra, lo zaino più pesante del normale a causa dell’ansia e nessuno sembrava essersi accorto che era entrata.
Mi detti uno strattone a destra evitando il bastone per poco, poi uno a sinistra, infine nuovamente a destra.
Sembrava muoversi con un pattern definito, attaccando direttamente senza pensare a strategie o altro.
Istinto puro, puntando sulla mia posizione attuale.
Come per Abeona la sentivo in qualche modo svuotata, forse perché non erano più un’unica divinità.
«N-non devi per forza farlo» dissi evitando l’ennesimo assalto. Dovevo trovare il modo di uscire da quella situazione, ma non capivo come «Sul serio, insomma…»
«I figli devono tornare al nido, prima o poi» ripeté catatonica.
Abeona almeno rispondeva, Adeona sembrava… svuotata un po’ di più?
Evitai un nuovo affondo e recuperai la fionda, caricandola con un salatino.
Presi la mira, aspettando il momento migliore, le dita che tremavano mentre l’arma prendeva una forma del tutto inaspettata.
Decisi di non farci caso, concentrandomi sul colpire.
«I figli devo…»
Un lancio preciso che si piantò direttamente dove doveva andare.
Adeona sgranò gli occhi, mentre una flebile luce le illuminava le iridi a specchio.
«Cosa sto…» gridò prendendosi la testa dolorante, allontanandosi barcollando.
Ne approfittai per togliermi da quella posizione di svantaggio, correndo verso l’uscita e inciampando su uno dei carabinieri svenuti.
Mi voltai solo per lanciarle una seconda offerta.
Faceva male sentirla soffrire, ma non avevo altra soluzione in quel momento.
Mi rimisi in piedi, raggiungendo la porta e…
La mia mano si bloccò tremante sulla maniglia.
Dal vetro si poteva vedere una grossa coda sbattere sui gradini d’accesso, distruggendo la pietra ad ogni colpo.
Corpo grosso e tondo, zampe basse e palmate, collo lungo e testa intenta a sputare fango rovente verso chiunque si trovasse davanti alla caserma.
La pelle era fango e muschio, con qualche albero basso che spuntava sulla schiena.
Un drago italiano fatto e finito, simile a un serpente che aveva appena ingoiato un rospo più che a un mostro delle fiabe.
Non ero sicuro di voler uscire, ma Adeona fece scattare nuovamente il bastone elettrico fugando ogni mio dubbio.
Delle due era decisamente meglio il drago, almeno non sembrava minimamente interessato a me.
Le lanciai una nuova offerta, poi aprii la porta e me la richiusi alle spalle.
Questo, sperai, l’avrebbe tenuta impegnata per un po’.
Scivolai contro il muro, evitando accuratamente la coda agitata del drago e cercando di capire contro chi stesse buttando tutta la sua rabbia.
«Ehi, ragazzino, da quanto tempo» la voce gracchiante di Canidia mi arrivò alle orecchie fin troppo nitida, poi la Strix si buttò davanti a me, le unghie a graffiare la facciata della caserma «Certo che hai avuto un bel fegato per resistere allo svuotamento di Fufluns. Tranquillo, non farò di nuovo lo stesso errore.»
Indietreggiai di un paio di passi, stringendo la fionda indeciso se usarla o meno.
L’ultima volta con Canidia il mio cibo era stato potenziante, non potevo rischiare.
Mi guardai attorno in cerca di Nerone o Aplu. O anche solo di Empanda.
Andiamo, non avrei mai potuto competere contro una Strix da solo!
Il vetro della porta s’infranse proprio in quel momento, decidendo che l’unico umano della situazione doveva occuparsi di tre fuochi incrociati: la coda iraconda del drago, Canidia pronta a saltarmi addosso e Adeona con il suo bastone elettrico.
Qualsiasi direzione mi fossi girato, sarei stato catturato o sbattuto dall’altra parte della caserma – e quindi catturato.
E dov’erano finiti gli altri!?
«Se fai il bravo, potrei anche risparmiare i tuoi ami…» disse Canidia.
Un falcetto di rame si frappose tra di noi, il rosso illuminato di fuoco solare.
«Ehi, vecchia Strega, non ti avevo spedito nell’Ade qualche tempo fa?» disse Nerone minaccioso.
«Tu?» una risata gutturale simile al gracchiare di un rapace le salì dalla gola «Il dio col falcetto sei tu, Imperatore pazzo?» si voltò a guardarlo «Ai piani alti saranno felici di saperlo.»
Placcò Nerone, buttandosi verso il muro opposto a una velocità disumana, schiacciandolo contro i mattoni a mozzargli il respiro.
Feci per lanciare un cioccolatino all’Imperatore, ma mi trovai a dover evitare un nuovo assalto di Adeona, rotolando pericolosamente vicino alla coda del drago.
A quel punto le opzioni erano due: o mi prendevo una frustata da penatizzazione immediata o una scossa elettrica che mi mandasse molto vicino ai miei parenti defunti.
Oppure potevo agguantare la coda nel momento giusto e trovarmi lanciato sulla schiena del drago.
C’era anche l’opzione “prendi le pastiglie e tornatene di corsa alla Casa-famiglia”, ma decisi di farmi sparare tra alberi e cespugli.
Lo zaino attutì la prima caduta, per poi farmi scivolare verso destra sulla fanghiglia che ricopriva il mostro.
Mi aggrappai a un tronco mentre l’animale si agitava per l’improvvisa pulce che si era trovato sulla coppa, sputando fango fumante ovunque.
Mi inerpicai cercando di raggiungergli la testa e trovare una posizione strategica. Da lì avrei potuto lanciare del cibo ai miei compagni, anche se dovevo cercare di non cadere.
Aplu stava scoccando frecce a ripetizione, scivolando ad evitare i liquami putridi del drago come se avesse dei pattini. Empanda, dal canto suo, era quella che aveva messo le “ruote” ai piedi del dio, velocizzando e rallentando la corsa per favorirgli gli spostamenti.
«‘PANDA!» gridai caricando un’oliva all’ascolana. Mi trovai l’occhio del drago puntato su di me, cosa che mi costrinse a nascondermi dietro a un cespuglio.
Quella boscaglia tornava utile.
Scivolai dietro un albero, sperando mi perdesse di vista, poi lo sentii concentrarsi di nuovo sui miei alleati.
Le pastiglie per la schizofrenia iniziarono a pesare come un macigno in tasca.
Forse aveva ragione il Dottor Comuni, dovevo rinunciare a ciò che vedevo, ignorare quel che avevo intorno.
Tuttavia, se avessi preso le pastiglie in quel momento cosa sarebbe successo?
Ero pur sempre sulla schiena di un drago!
Sarebbe tornato alla sua forma reale?
E qual era la sua forma reale?
Mi fermai un’istante.
Un’idea folle mi passò improvvisamente per la mente.
Sarebbe tornato alla sua forma reale!
Ma non con le pastiglie, con il cibo!
Mi affacciai di nuovo, cercando lo sguardo dei miei compagni, poi scivolai verso la testa del drago. Dovevo portarmi davanti a lui in qualche modo, oppure avvicinarmi alle sue fauci da dietro…
Optai come sempre per la seconda opzione.
Rimisi la fionda in cintura e iniziai a salirgli sul collo.
Non gli piacque troppo, iniziando a scuotere la testa con me appeso tipo banderuola.
«Francesco, ma cos…» commentò Aplu prima di incoccare una freccia «Abbassati!»
Scivolai appena dal collo e il dio colpì in pieno l’occhio del drago.
Il colpo di frusta mi fece saltare, costringendomi ad aggrapparmi alla sua testa con le gambe nel vuoto.
Perché i draghi italiani con hanno corna!?
Agguantai la freccia di Aplu al pari di un manubrio di bicicletta, cercando disperatamente in tasca un’offerta da buttargli nelle fauci.
Mi sentii sollevare mentre il ruggito saliva pronto a sputare ancora fango bollente.
O sarei morto o avrei perso le gambe.
In entrambi i casi non sarebbe finita bene.
Estrassi il contenuto della tasca e…
Le pastiglie per la schizofrenia, ovviamente!
Troppo mitologico nello stesso momento, probabilmente mi ero sbagliato per quello.
Il mio subconscio voleva credere che mi stessi immaginando tutto.
In fondo nemmeno gli dèi sapevano spiegarsi perché potessi vederli, per cui non era da escludere che…
«APLU!» gridai lanciandogli il blister. Dovevo resistere all’impulso, rimanere aggrappato al mitologico.
Fece per chiedermi delucidazioni, ma persi l’equilibrio e mi ritrovai appeso alla freccia.
Lo strattone fece ruggire il drago che tornò ad agitare la testa.
Persi la presa saltando nuovamente in mezzo agli alberi, ma questa volta la sentii distintamente.
Una stretta poderosa all’altezza delle spalle che mi sorreggeva pochi istanti prima che cadessi malamente sul mostro.
Provai a guardarmi attorno, senza vedere nulla.
Eppure qualcosa mi aveva tenuto per pochi attimi sospeso.
E se c’era da quando Canidia era arrivata alla Trattoria, forse…
Mi inerpicai, sfruttando gli arbusti per tornare verso la testa, con un’idea molto più folle rispetto a quella di prima.
Strinsi la fionda, caricando un’oliva ascolana.
«EMPANDA!» non detti il tempo né alla dea né al mostro di agire, lanciando l’offerta e arrampicandomi nuovamente sul collo del drago, questa volta con l’obiettivo di raggiungergli la testa quanto prima.
Dal suo muso osservai la situazione circostante.
Nerone era quello che se la stava passando peggio di tutti, sballottato da Canidia che non gli dava tregua. Le aveva mozzato un paio di artigli, ma per il resto era nettamente lei in vantaggio.
Mi aggrappai alle narici del drago per non cadere a causa della sua ira più che giustificata, infine mi inerpicai nuovamente sulla sua testa, ma non per colpirlo.
Per saltare in ribaltamento.
Come nei film, con la differenza che io non mi ero mai tuffato nemmeno in piscina.
Ma la mia vita ormai non aveva più alcun senso.
Caricai la fionda con un cioccolatino, la sensazione di supporto che mi sorreggeva in quell’attacco suicida.
Qualunque cosa mi tenesse poteva solo rallentare la caduta, non avevo tempo per guardarmi intorno o valutare le mie pessime scelte di vita.
Le fauci si spalancarono, pronte a incenerirmi col fango rovente.
“Ti prego, funziona” pensai lasciando andare l’elastico.
La presa cedette a poco più di un metro dal suolo, facendomi rotolare sfinito sull’asfalto.
Il cuore mi batteva a mille, la lucidità… non ero sicuro di averne più una.
«Tu sei fuori di testa, te l’ha mai detto nessuno?» chiese Aplu avvicinandosi, l’arco in posizione di rilassamento mentre non staccava gli occhi dal drago.
«Abbastanza… spesso…» ansimai. Me lo dicevano per altri motivi, ma alla fine sempre lì si andava a parare.
Qualcosa mi spinse via prima che la testa del mostro mi schiacciasse come una galletta.
Più che spinse, mi sembrò di avere delle ruote sotto al corpo.
«Grazie, Empanda…» dissi ipotizzando fosse stata la dea mentre il corpo del drago si scioglieva in una pozza di acqua maleodorante.
Una palude si allargò sotto i nostri piedi, mentre gli alberi e i cespugli prendevano la forma di un bosco antico.
La mia intuizione era stata corretta: i draghi, i serpenti giganti e tendenzialmente tutti i rettili del folklore erano il simbolismo di luoghi inospitali bonificati dall’uomo.
E infatti, come una bonifica antropica, gli alberi e i cespugli iniziarono a sradicarsi e crollare, trascinati dall’acqua putrescente che scolava nei tombini lasciando solo un paio di ossa molto poco draconiche.
«Una reliquia perduta?» constatò Aplu sistemando l’arco e aiutandomi «Interes…»
«IL MIO CUCCIOLO!!!» il gracchiare di Canidia lo interruppe, poi la Strix si buttò sul dio trascinandolo lontano da me.
Feci per lanciargli un cioccolatino, poi mi ricordai.
Se gli avessi dato il mio cibo sarebbe tornato divinità, e lui non voleva.
Guardai verso Empanda pronto a colpire, tuttavia mi resi conto che stava cercando di tenere lontana Adeona.
Senza il drago di mezzo, la dea del ritorno era tornata alla carica, e ‘Panda la stava costringendo a dei movimenti da pattinatrice di velocità.
L’ultimo rimasto era Nerone, che non se la stava passando troppo bene.
Si teneva il fianco ferito, il falcetto alto in direzione di Canidia.
«Ehi, vecchia megera! Sono io il tuo…» provò a dire prima di cadere in ginocchio. Strinse di più il falcetto e ringhiò adirato «Tu sia dannato, Apollo!»
I nostri sguardi s’incrociarono. Non attesi la sua richiesta: caricai un tarallo al peperoncino e glielo feci arrivare direttamente in mano.
L’esplosione di potere solare attirò l’attenzione di mezzo quartiere, poi l’Imperatore si lanciò sulla Strega.
«Secondo Round, Canidia. Questa volta ti mando dove è rinchiuso Saturno per direttissima!» disse trascinandola via.
Aplu si ritrovò strattonato a sua volta e usato come mazza per buttare entrambi dentro la finestra della caserma.
«Stai diventando fastidioso, ragazzino» disse la Strix aspra guardandomi. Il potere di Nerone esplose di nuovo, ma lei aveva occhi solo per me «Non posso permettermi di averti tra i piedi.»
Allargò gli artigli nella mia direzione, poi mi sentii la caviglia stretta in una morsa innaturale. Iniziai a tremare, bloccato dalla paura.
«Non ti posso usare come tributo, ma trascinarti sotto terra mi è ancora concesso» il terreno tremò, iniziando a sgretolarsi.
Non ci fu nemmeno il tempo di capire come salvarmi: la voragine mi si aprì sotto i piedi, facendomi precipitare dentro l’asfalto.
L’ultima cosa che vidi prima che il cemento m’inghiottisse fu Aplu che mi correva incontro con la mano tesa.