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Ci svegliò l’alba, entrando delicata dai finestrini leggermente aperti per far circolare un po’ d’aria.
Nerone e Aplu avevano dormito sui sedili anteriori, io su quello posteriore ed Empanda sul tettuccio a fare la guardia.
Aveva detto di volersi schiarire le idee, in fondo era il nostro “mezzo di trasporto” e doveva metabolizzare quello che avevamo scoperto sull’Imperatore.
In compenso io la stavo prendendo… bene?
Nel senso: quello che aveva fatto aveva fatto, e lui mi aveva salvato tre volte da quando era piombato nella mia vita.
Onestamente non sono sicuro che fosse ancora fiducia nei suoi confronti, forse più paura di eventuali ripercussioni divine.
Preparai una colazione leggera per tutti e ci sistemammo per la partenza, non prima che l’Imperatore riuscisse a contattare Fufluns per urlargli contro cose che non ripeterò.
«Adesso puoi chiedermi quella cosa» mi disse Aplu senza contesto. Lo guardai confuso «È da ieri che mi vuoi dire qualcosa. Lucius è impegnato ed Empanda si sta sistemando il sedile del guidatore. Cosa volevi chiedermi?»
«Oh… ecco…» mi grattai dietro la testa senza guardarlo «Quando eravamo in Autogrill, sei stato tu a riportarmi in macchina, vero?»
Mi sorrise sornione: «Sei più sveglio di quanto non sembri» si stiracchiò come un normalissimo ragazzo umano «Adeona ti aveva appena stordito, e io stavo aspettando che rientraste in auto. Sarebbe stato controproducente per i miei piani se ti avesse portato via, così ti ho salvato e caricato in macchina.»
«Grazie… credo…»
«Figurati» mi sorrise «Comunque agli altri non dirò che sei stato attaccato. Ho intuito che non glielo volevi far sapere e non sarò certo io a tradirti» si mise un dito sulla bocca «Sarà il nostro piccolo segreto.»
«Ma con Nerone hai…»
«Spifferato tutto? Quella è una cosa diversa» guardò L’Imperatore che ancora sbraitava contro Fufluns «Qualcuno doveva metterlo davanti alle sue vere colpe prima o poi. Apollo non lo avrebbe mai fatto – ne è uscito traumatizzato, figurati se ha voglia di fare un discorso antenato-pronipote come questo – ma io mi vedo più come uno zio» mi guardò la fionda che portavo in cintura «Tuttavia sono molto curioso delle vostre armi. Mi sembra quasi di conoscerle…»
«Davvero?» chiesi sorpreso.
«No» rise appena «O meglio sì, ma devo verificare alcune cose prima di darti una conferma a riguardo.»
Decisi di non chiedere, memore degli “esperimenti” di Fufluns.
Mi annodai le dita, cercando di mettere in ordine tutti i dubbi che avevo: «Posso chiederti un’altra cosa?»
«Tutto quello che vuoi» si mise le mani dietro la testa «Finché sono cose a cui posso rispondere.»
«Quando Abeona mi ha attaccato, ho notato che evitava la Panda. C’entra il fatto che l’ho sentita… svuotata?» chiesi a sguardo basso.
Aplu sbatté le palpebre sorpreso: «Hai una sensibilità notevole se hai sentito Abeona svuotata – non è esattamente così, ma ci torniamo dopo. Comunque, facciamo un po’ di contesto: Abeona è stata mandata da Giove per “punirti”, ma Apollo ha intercesso con gli dèi affinché a Lucius venisse affidata la missione sullo svuotamento di senso. Queste due cose sono opposte tra di loro: Lucius – e di conseguenza Empanda – non possono essere attaccati, ma tu devi essere punito. Di fatto avevi ipotizzato ciò già ieri.»
«Non ero sicuro che fosse corretto. Nel senso, mi è sembrato che la macchina si muovesse da sola mentre ci cadevano i fulmini addosso» dissi provando a capirci qualcosa.
«Quella è una cosa diversa, che non ti dirò semplicemente perché la sua scoperta è parte della tua missione personale» spiegò appoggiandosi alla macchina e incrociando le braccia «Però pensaci bene, dopo la profezia di Nortia siete stati presi di mira dai fulmini di nuovo?»
«In effetti no, ma Nerone aveva disattivato il GPS, per cui…»
Aplu scosse il dito in segno di dissenso: «Il segnale GPS aveva senso disattivarlo dalla Trattoria, una volta a Villanova eri già in target divino. La verità è che Vegoia vi ha dato il tempo di parlare con Nortia, e la profezia ha ufficializzato la missione di Lucius: finché sarà attiva – e tu starai con loro – gli dèi non possono attaccarti.»
«Quindi non devo separarmi da loro…» conclusi.
«In soldoni, sì» mi guardò sorridendo «Altre domande?»
Indicai l’arco: «È una Reliquia Benedetta? Non mi sembra in argento angelico…»
Strinse appena le labbra.
«Se non vuoi rispondere, non…»
«Nono, tranquillo. È una domanda legittima per un novellino del mitologico» se lo portò davanti accarezzandolo delicatamente «Si tratta di Oro Imperiale, il materiale che usano i semidei di Campo Giove per le loro armi» lo sguardo gli si velò di tristezza «Conosci San Sebastiano?»
«Il santo martire?» chiesi cercando di ricordare i libri di mia madre «È morto trafitto da delle frecce, giusto?»
Aplu annuì: «Questo è uno degli archi che lo uccise.» spiegò cupo «Appena arrivato qui in forma umana dovevo trovare il modo di nascondermi dagli umani: non esiste una “famiglia Stratos” a cui appartenga e i mostri… non credo di dovertelo spiegare. Mi nascosi nel luogo che meglio conoscevo: le catacombe» strinse l’arma fino a sbiancare le nocche «In una nicchia segreta ho trovato questo per difendermi, solo dopo, con calma, ho scoperto di cosa si trattasse. Essendo stato usato per un martirio è diventato a tutti gli effetti una Reliquia Benedetta.»
«Non devono essere fatte per forza in Argento Angelico?» chiesi trattenendo la vera domanda che gli volevo fare.
«Quello è il materiale più comune, ma qualsiasi oggetto che possa essere venerato come Reliquia dagli umani lo diventa, anche gli occhi di Osiride che giravano per l’Egitto… ma questa è un’altra storia.»
«Oh…» dondolai appena sui piedi a sguardo basso «E… perché lo hai tenuto?»
«Reagisce bene ai poteri divini, le armi in bronzo celeste sono impossibili da far arrivare in Italia – soprattutto se non vuoi farti trovare dalla tua controparte greco-latina – e il rame augurale non si trova più come un tempo. Mi stupisce che Lucius abbia un’arma in quel materiale» ammise rimettendo l’arco sulla schiena «A proposto, sarà il caso di chiamar…» piegò appena la testa verso Nerone «No, meglio lasciarlo parlare ancora un po’.»
Guardai l’Imperatore a mia volta, trovandolo molto più calmo – nei limiti del suo calmo – chiuso nelle spalle ad ascoltare qualcuno dall’altra parte del telefono. Ogni tanto diceva qualcosa, con un accenno di sprezzante sfida, poi tornava ad ascoltare a sguardo serio. Orgogliosamente consapevole, del tipo “so quello che ho fatto, ma non ti chiederò mai scusa”.
Continuavo a non capire come un ragazzo così fosse diventato un Imperatore spietato. O che avesse fatto tutte quelle cose orrende in America!
«Tu hai delle visioni, Francesco?» mi chiese Aplu senza un motivo.
«Qu-qualcuna…» ammisi. La domanda mi aveva colto di sorpresa, semplicemente perché non me l’aspettavo, non in quel momento «Perché?»
«E quando ti sono capitate?»
Corrugai la fronte.
Non avevo mai pensato a ciò. Succedevano e basta, non mi era passato per l’anticamera del cervello che ci potesse essere un fattore scatenante.
«Con Nerone nelle vicinanze, credo…» dissi cercando di ricordare «Ma non sempre, di solito…»
«Allora? Quando partiamo?» chiese l’Imperatore facendomi trasalire «Gente che mal sopporto vuole che “finiamo in fretta” così può rispedirmi nel “posto più congeniale” a me.»
Teneva le mani in tasca, dondolando appena i piedi senza guardarci.
«Stavamo giusto aspettando te, Lucius caro» rispose Aplu alzandosi dalla macchina. Mi lanciò uno sguardo da “proseguiamo dopo il nostro discorso” «Guidi tu, cara?»
«Meglio, non vorrei che qualcuno mi pugnalasse alle spalle» commentò Empanda guardando storto Nerone «E se guido non può succedere, a meno che non voglia fare un’incidente.»
«Che malfidente» commentò l’Imperatore prima di brontolare «Non sei il tipo che vorrei togliere dalla mia vita.»
Feci per mettermi sul sedile del passeggero, ma Aplu mi strattonò con una forza inaspettata per un sedicenne.
«Qui si mette Lucius» disse attirando le ire di Empanda e Nerone che, tuttavia, si trattennero dal commentare la scelta «Io e te stiamo dietro, ti va?»
*** * ***
Avrei dovuto rispondere di no.
O quantomeno capire che Aplu aveva un piano al pari di Fufluns con la colazione a Turms.
Per prima cosa mi aveva fatto rilassare: caldo accogliente, dialogo lento e accomodante, consigli su dove svoltare per raggiungere Rimini senza usare l’autostrada – non che servisse con Empanda, ma la dea non sembrò prenderla.
Poi, quando avevo iniziato ad appisolarmi, aveva domandato qualcosa di folle alla dea dei viandanti, e lì erano cominciati i dolori per il sottoscritto.
«‘Panda, riesci a espandere il tuo potere divino?» chiese cordiale «Non molto, abbastanza da far svenire Francesco. Anche tu, Lucius, per favore.»
Non feci in tempo a capire cosa stesse succedendo che mi sentii come un popcorn in mezzo a tre cellulari squillanti.
Il mio corpo era in fiamme, un calore irresistibile, simile a un forno acceso direttamente sul sole.
Avrei voluto ribellarmi, scappare, nascondermi in un bunker antiatomico e aspettare che l’ondata finisse.
Simile a ciò che avevo sentito con Fufluns, anche se tutto più controllato.
Ma erano pur sempre tre ondate divine contemporaneamente!
Mi presi il petto, aggrappandomi al sedile anteriore, gli occhi sbarrati su Aplu che rimaneva seduto in meditazione.
La sua era l’energia più debole, complice il fatto che era in forma mortale.
A seguire c’era Nerone, probabilmente perché era un ibrido tra un dio e un ragazzo con poteri divini.
Infine c’era Empanda: un odore tra il pane caldo e l’olio motore che permeava tutto l’abitacolo.
«S-smet…» provai a dire. Sentivo la gola secca e gli occhi lucidi, talmente disperato che ero disposto a ribellarmi alle divinità, ma altrettanto schiacciato dalla loro potenza per farlo.
La paura di essere incenerito superava qualsiasi dolore che il mio fisico potesse sopportare.
Esattamente come con Fufluns, la certezza che se fossi rimasto in loro presenza sarei morto in modo molto brutto mi riempiva di un terrore ancestrale e antico.
Il terrore umano del divino inconoscibile.
Strinsi gli occhi mentre la luce del sole mi trapassava le palpebre strette.
Sarei morto.
Lo sentivo.
Allora perché non smettevano?
Perché continuavano a…
Mi sentii cadere, l’acqua che mi copriva, protettiva dai raggi del sole che provavano a fendere le onde.
Tornai in superficie annaspando, desideroso di ossigeno.
Il petto non bruciava più, ma il corpo si muoveva nella disperazione di rimanere a galla.
Tornai sotto con un respiro profondo senza darmi il tempo di guardarmi attorno, nuotando verso il fondo e proseguendo in direzione opposta rispetto alla terra ferma.
Mi fermai, guardando verso l’alto, poi proseguii senza perdere di vista il mio obiettivo: l’altra sponda.
Tornai a riprendere fiato, guardandomi alle spalle.
Una città in fiamme si stagliava dietro di me: paglia e sassi che si consumavano alla velocità di una foglia secca.
Mi tuffai nuovamente in acqua, continuando a nuotare con più foga.
I vestiti zuppi che mi aiutavano a rimanere sul fondo, nascosto da qualcosa o qualcuno.
Un ultimo sforzo, arrivando a riva con un respiro liberatorio, trascinandomi sul terreno argilloso, i muscoli indolenziti dalla traversata disperata mentre rimanevo carponi per non essere visto.
Mi alzai scivolando sul fango nella foga di sparire tra gli alberi.
Mi nascosi con il fiato corto, le mani sui fianchi a stringere due oggetti insoliti che ben conoscevo.
«Da questa parte!» gridò qualcuno in un latino eccessivamente arcaico.
Tornai a correre tra gli alberi, la paura di essere preso nel mio piccolo corpo di ragazzo.
Un grido di donna irruppe nella foresta facendomi trasalire.
Strinsi gli occhi velocizzando il passo, scivolando ad evitare gli ostacoli che conoscevo bene.
«Non lasciate scappare nessuno!» di nuovo quella lingua sconosciuta che m’inseguiva tra foglie e tronchi.
Mi fermai, guardandomi intorno in cerca di un nascondiglio.
«C’è n’è uno qui!» la voce mi arrivò vicinissima.
Disperato estrassi una delle armi che tenevo in cintura, voltandomi a parere un fendete di spada.
Ferro contro rame in uno scontro impari.
Caddi all’indietro, l’uomo il doppio di me che mi schiacciava a terra.
«Dove pensi di andare, ragazzino?» disse con un ghigno terrificante.
Gli piazzai un piede sullo sterno, allontanandolo con un calcio disperato.
Mi rialzai scivolando sul fogliame, tornando a correre senza voltarmi.
Lui aveva gambe lunge, io avevo velocità e conoscenza del territorio.
Mi tuffai in scivolata dentro un tronco cavo, le mani sulla bocca a cancellare il respiro mentre i calzari dei miei inseguitori passavano in corsa davanti all’apertura.
«Cercatelo, non dev’essere andato lontano!»
«Mi raccomando: donne e bambini li voglio vivi!»
Le lacrime iniziarono ad offuscarmi la vista.
“Ti prego…” pensai “Ti prego 𐌀𐌈𐌋𐌄𐌅, salvami”
Il tronco venne sollevato, mentre uno degli assalitori mi sovrastava.
Da quell’angolazione riuscì a vederlo chiaramente.
Era un soldato semplice romano, in abiti invernali del 400 a.C.
Stagione insolita per attaccare, forse per questo ero così spaventato e sconvolto.
Feci per sollevare il falcetto di rame, ricevendo un calcio alla mano a disarmarmi.
Scivolai all’indietro in un moto istintivo di disperato desiderio di salvezza.
Poi il palmo della mano che colpiva qualcosa di piccolo e tondo.
Una ghianda.
Una banalissima ghianda, eppure qualcosa che mi fece tornare una speranza innaturale.
Rotolai via stringendo il frutto e mettendone altri nella bisaccia.
Estrassi la fionda in rame, le braccia due corna di bue, il manico liscio e semplice.
Un oggetto ucronico per l’epoca, inusuale nelle mani di un ragazzino etrusco come me.
«Ti prego 𐌀𐌈𐌋𐌄𐌅» dissi nuovamente caricandola con la ghianda e puntando dietro all’uomo «A-accetta la mia offerta e salvami!»
Sentii una mano che si stringeva sul mio polso mentre un fascio di luce cambiava scena, portandomi in un fast food come tanti.
Astaroth era seduto a gambe incrociare, guardando un uomo identico a lui.
Stesso gessato bianco, stessi occhiali da sole da cui s’intravedevano gli occhi arancioni, unico dettaglio che lo distingueva dal Demone della Superbia.
Mi abbassai dietro ai divanetti, trattenendo il respiro per non farmi scoprire, esattamente come il ragazzino etrusco braccato dai legionari.
Mi stupii io stesso del fatto che potevo muovermi durante una visione, ma decisi di concentrarmi sul loro dialogo, affacciandomi di tanto in tanto per carpire eventuali movimenti traditori.
«Uffa però» brontolò l’altro addentando il panino e sporcandosi le guance di salsa «Come fa ad essere ancora così buono?»
Astraroth corrugò la fronte: «Scusa, ma non è meglio? Più è buono più gli umani lo mangiano…»
«Sì, ma non è quel buono da “vivrei solo di questo”, è più quel buono da “serata tra amici”. È ancora troppo… speciale, non so se mi spiego. Devo puntare di più sul tofu e sugli hamburger vegani» si appoggiò allo schienale con un braccio abbandonato sul bordo e l’altro con delle patatine strette tra le dita «Comunque, dubito che tu mi abbia chiesto di vederci solo per offrirmi un pranzo non salutare.»
Astaroth si prese un po’ di tempo per rispondere, battendo il piede nervoso.
«Una delle Trattorie è tornata in funzione» disse infine.
Il suo interlocutore quasi si strozzò con una patatina: «Ma che… sul serio?! Con tutta la fatica che avevo fatto per svuotarle. Già non sono riuscito ad entrare nell’ultima non so per quale motivo – non dovrebbe esserci più un “qualcosa” protettore, no? – e mi vieni a dire che anche le altre stanno ritrovando senso!?» si avvicinò nuovamente al tavolo per dare un morso infastidito al panino prima di parlare a bocca piena «Quale? Magari riesco a tornarci e fare un lavoro migliore…»
Astaroth attese che mandasse giù il boccone, probabilmente per evitare di trovarsi pezzi di cibo sull’abito: «Quella di Bologna.»
«La… eh!? Quella dove tenevamo Felsina?» sgranò gli occhi prendendo la bibita in mano «Non mi dirai che…»
«Già» Astaroth si piegò in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo pensieroso «Li abbiamo sottovalutati: lui e quel dio che lo accompagna. Ma chi può essere?»
«Hai detto che ha un falcetto di rame?» chiese l’interlocutore leccandosi le dita. Ci pensò intensamente «No, non mi dice nulla… hai provato a sentire da Mammon?»
«Troppo impegnato ad acquistare altre proprietà da svuotare» sospirò piegandosi ulteriormente in avanti «È già tanto se mi tiene aggiornato sul cambiamento o meno dell’Accordo – e no, non sta cambiando a nostro favore.»
«Falcetto di rame, abiti romani… Canidia ne sa niente?»
«Dice che deve vederlo di persona: il fatto che mi abbia staccato il brac…» sollevò il vassoio prima che l’altro gli sputasse addosso «Ooh, e andiamo! L’ho appena cambiato!»
«Scusa…» si lasciò scappare un rutto prima di pulirsi con il fazzoletto «Dicevamo, quel tipo ti ha staccato un braccio!? Ma come…»
«Dev’essere uno molto potente per riuscire a fare una cosa di quel tipo. Una divinità antica e tutelare come minimo – è una cosa che non tollero» riabbassò il vassoio «Comunque ho chiesto a Canidia di agire direttamente questa volta: lei terrà impegnato il dio mentre Adeona cattura il ragazzo. Al resto ci penserò io…»
«Non che abbia funzionato, mi pare» commentò finendo il panino e pulendosi la bocca con le dita.
«Ehi, se tu avessi fatto il tuo lavoro otto anni fa a quest’ora non dovrei fare tutta questa fatica» lo riprese guardandolo schifato, poi sospiro «Comunque, ho spinto troppo, ma non capiterà di nuovo.»
«Chi si aspettava che un ragazzino sopravvivesse senza cibo per tre giorni? E poi ero sicuro di…» puntò lo sguardo su di me e mi abbassai velocemente «Comunque, per parlare di certe questioni meglio andare in sede» si alzò stiracchiandosi e facendo un gesto con la testa «Qui ci sono troppe orecchie indiscrete.»
Astraroth si voltò, guardandosi alle spalle in cerca del folle che li stava spiando.
Pregai che non abbassasse lo sguardo, o che la visione finisse.
Non m’interessava sapere dei loro piani, mi bastava non essere scoperto.
«Decisamente, l’ho sottovalutato» commentò alzandosi «Sia lui che quel dio con il falcetto.»
Mi svegliai con un respiro unico.
Ero sdraiato in macchina, la giacca di Nerone a coprirmi la testa.
I miei compagni divini non c’erano, probabilmente scesi dall’auto.
Mi alzai appena, studiandomi attorno.
La testa mi girava e mi sentivo accaldato come mi fossi addormentato sotto il sole di mezzogiorno, ma almeno capivo che ci trovavamo in un parcheggio a ore.
Mi tirai a sedere aggrappandomi ai sedili anteriori, risvegliandomi con la leggera brezza salmastra che entrava dai finestrini semi aperti.
Brezza salmastra?
Mare!
Uscii rapido, trovando la spiaggia davanti a me. Una distesa color oro pallido in contrasto con il blu dal bagnasciuga, le onde che s’infrangevano in delicate spume bianche contro gli scogli al largo.
Era la cosa più bella che vedevo da quando eravamo partiti, da quando ero stato trasferito in casa-famiglia o… beh, da quando avevo memoria.
La spiaggia era deserta alle porte d’Agosto? Non m’importava, in quel momento il bambino che era in me stava esplodendo di gioia.
«Francesco?» la voce di Aplu mi raggiunse mentre provavo ad avanzare sulla spiaggia.
Uno strattone all’indietro, poi il mondo che ondeggiava e la visione idilliaca si trasformò nel caos estivo della Riviera.
Bambini che correvano, ragazzi che giocavano in acqua, uomini e donne che prendevano il sole sotto gli ombrelloni.
Fitto, caotico, insensato.
Vivo.
«Tutto bene?» mi chiese sinceramente preoccupato «Non hai fatto in tempo a riprenderti che sei corso fuori…»
«Il mare…» risposi come un bambino indicando verso l’orizzonte «È bello.»
Mi mise una mano sulla fronte, poi sospirò e mi tirò nuovamente in macchina.
«Hai preso una bella insolazione, altro che» cercò qualcosa nella borsa frigo, mi mise un mazzetto di prezzemolo sulla fronte e prese la borraccia «Bevi e rilassati…»
«Ma il mare…»
«Lo vediamo dopo il mare» mi dette un paio di colpetti sulla testa, tipo “pat pat” amorevole.
Mi tenni con una mano il prezzemolo e con l’altra iniziai a bere piano, scoprendomi assetato.
Fino a quel momento non ci avevo fatto caso.
C’era il mare da vedere!
«Mi dispiace» disse Aplu rimanendo in piedi davanti alla portiera spalancata «Tre energie divine sono troppe da gestire per un umano, anche se controllate.»
Quasi mi strozzai con l’acqua mentre riprendevo consapevolezza di quello che era successo.
Lo guardai come si potrebbe guardare un terrorista dopo che si è sfuggiti a un primo attentato.
«Non sembravi stare male, per questo non ci siamo preoccupati. Scusami» spiegò annodandosi le dita «Però… il mio esperimento ha funzionato? Hai avuto delle visioni?»
“Voi dèi dovete smetterla di usarmi come cavia!”
Il me di adesso avrebbe risposto così, ma allora, tra l’insolazione indotta e il timore reverenziale verso il divino, risposi con un: «Credo di sì…»
«Almeno non è stato inutile» sospirò di sollievo e batté piano sul tettuccio «Dai riprenditi, dopo ne parliamo.»
Guardò verso il mare incrociando le braccia sulla portiera aperta.
«Dove sono Nerone ed Empanda?» chiesi riprendendomi appena.
«Lei sta provando ad annegare lui, lui sta cercando di non farsi annegare da lei» sospirò senza staccare gli occhi dal mare «Però sembra che stiano tornando ad andare d’accordo» mi lanciò una leggera occhiata «Quando ti sei ripreso, possiamo andare a farci un bagno anche…» sembrò ricordarsi di una cosa «Meglio di no.»
«Nettuno?» chiesi girando il prezzemolo dal lato fresco.
«Già. Sulla terra ferma basta che ti stiamo vicino, ma in acqua è un attimo che ti trascini a fondo» si stiracchiò senza spostare le braccia «Dovrai aspettare che gli dèi capiscano che serviamo tutti in questa guerra.»
«Guerra?»
«“Fatti i fatti tuoi, puer”» disse scimmiottando Nerone «A parte gli scherzi, adesso la tua priorità e riprenderti e raccontarmi cos’hai visto. E tassativamente in quest’ordine.»
Annuii finendo la borraccia. Me ne passò un’altra e tenne quella vuota in mano: «Non la vai a riempire?»
«Ti devo rispondere?»
Alzai lo sguardo: «No, non serve…»
Mi spostò il prezzemolo sentendomi la fronte, poi prese un pacchetto di salume e me lo mise al posto delle verdure.
Rimanemmo in silenzio per un po’.
«Davvero non vuoi tornare dio?» chiesi senza un apparente motivo.
«Già» tamburellò sulla portiera «Il tuo cibo potrebbe farlo, ma voglio godermi l’umanità finché possibile.»
«E dopo? Nel senso, se muori da mortale…»
«La mia essenza si fonderà di nuovo con Apollo, che convincerò a rimandarmi sulla terra da mortale. Questa volta fin da neonato, con una famiglia vera» spiegò alzando appena le spalle «Mi piace questa forma: mi permette di vedere gli umani da vicino, vivere i loro problemi» rise in anticipo alla battuta «Magiare il cibo degli dèi: la piadeina.»
Risi a mia volta: «Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Ishtar… Potrebbe diventare il tuo nuovo soprannome.»
«Lesto “Pdor” Stratos…» scosse la testa «Non è musicale. Credo che terrò “Sparalesto”» mise le dita a pistola «Potrei anche provare al poligono di tiro, una volta che sarò maggiorenne. Chissà se la mira da arciere si ripercuote sulle armi moderne.»
«Apollo non c’ha mai provato?»
«Non gliel’ho chiesto» si dondolò appena sui piedi «Va un po’ meglio?»
«Sì, grazie» tamburellai un po’ sulla borraccia togliendomi il pacchetto dalla fronte.
Salame di patate, quel salume mi perseguitava.
«Hai idea di quale posto possa indicare?» chiesi ad Aplu allungandogli il pacchetto.
Lo studiò dalla mia mano, poi fece segno di rimettermelo sulla fronte: «Il luogo non te lo so dire, ma così stropicciato… non è nulla di buono.»
«Ottimo da dire a uno che hai quasi ucciso di caldo» commentai lasciandomi cadere contro lo schienale.
«Non sono abituato agli umani: un semidio avrebbe preso giusto un po’ di colore.»
Lo presi come un “è colpa tua che sei debole”, accettando l’insulto alla stregua di un monito di tenere la testa bassa.
Ovviamente una mia libera interpretazione che nulla c’entrava con quello che intendeva lui.
«Quando mi avete inondato di energia divina…» inizia quasi a voler fare ammenda «Mi sono trovato a rivivere la fuga di un mio antenato, credo. Non mi era ancora mai capitato di vivere in prima persona un evento del passato, quando ho visto Don Virgilio o Nerone…» notai lo sguardo entusiasta di Aplu e mi bloccai di colpo.
Mi osservava ammaliato, simile a un affamato davanti a una tavola imbandita.
Si ricompose: «Dicevi: visione in prima persona di un tuo antenato. Per cui le fluttuazioni energetiche divine ti fanno vedere scene del passato, quelle che non sono di Lucius, quantomeno» si fece pensieroso «Come fai a dire che era un tuo antenato?»
«Per questa» estrassi la fionda aspettandomi di vedere la solita forma a conucopia.
Sbattei le palpebre.
Argento o bronzo che fosse… non era più nessuno dei due!
Il rosso del rame brillava nella sua essenziale forma di bue. Semplice, senza fronzoli o stemmi particolari.
Aplu lo guardò piegando appena la testa: «Non vedevo questa forma da millenni. Avevo il dubbio, ma non pensavo che fosse quella fionda.»
«Quella?» chiesi confuso.
«La fionda di Mamarke. Non ti so dire perché, ma se la portava sempre in giro, e tendenzialmente la usava per tirarci cibo» spiegò esaustivo «So che è passata di generazione in generazione, ma non mi aspettavo che potesse cambiare forma. O materiale.»
«Aspetta, quindi Mamarke vi poteva vedere?»
«Oh, no. Però credo ci percepisse, e che ci potenziasse quando si sentiva in pericolo. Per lui era un rituale, per noi un modo per scroccare del buon cibo.»
«Come contro i Romani…» lo guardai illuminato «Ho vissuto la sua fuga alla città in cui abitava, e che lanciava ghiande a… non lo so. Non te, però. Penso che “Aplu” lo avrei capito.»
Lesto si fece pensieroso, poi scosse la testa: «Non mi viene in mente nessuno» mi guardò incuriosito «Hai visto altro?»
«Ad un certo punto ho sentito qualcuno prendermi il polso…» ammisi focalizzandomi su ciò che era successo.
Senza l’insolazione stava diventando molto più facile ragionare sugli avvenimenti appena trascorsi.
«Dev’essere quando ho chiesto a Lucius di toccarti…» annuì compiaciuto.
«Ho visto Astaroth con un altro Peccato Capitale.»
«Chi con cosa?»
Lo guardai sorpreso: «Anche Nerone ed Empanda hanno reagito allo stesso modo. Forse perché parliamo di demoni biblici o qualcosa di simile, ma sul serio nessuno di voi ha sentito parlare dei Vizzi Capitali?»
Ci pensò intensamente, poi annuì: «Sì, qualcosa c’era in effetti, ma non erano delle creature fisiche. Forse delle Lasa, tipo Evan o Vegoia…» arricciò le labbra in un’insolita smorfia preoccupata «Se hanno preso forma fisica, vuol dire che sono più potenti di…»
«Scusate, ragazzi» ci interruppe qualcuno, poi un signore in divisa nera si affacciò dentro all’abitacolo, un cappello a tesa rigida e la fiamma appuntata sul petto. Era seguito da un ragazzo più giovane con lo stesso abbigliamento che non lasciava spazio a dubbi.
Quelli erano carabinieri di pattuglia, e probabilmente stavano cercando il sottoscritto.