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«Grazie ancora per l’ospitalità» disse Empanda salutando con la mano dal sedile posteriore «E rimettiti in forze tu, che dobbiamo andarci a fare un cicchetto con Nortia!»
«Sarà fatto» rispose Felsina sorridendo dolce.
I capelli scuri le ricadevano attorno al viso, i boccoli tenuti su da una corona a sette punte e un insolito 1909 stampato sopra.
Il vestito era diviso in quattro parti, due blu e due rosse, le stesse sfumature degli occhi bicolore, luminosi e gioviali.
Era ancora debole, in fondo aveva resistito fino a quel momento alla corruzione dell’oblio, ma vederla in piedi era comunque un sollievo.
«Grazie ancora di tutto» mi sorrise la Beata Vergine stringendomi le mani «Se doveste avere ancora bisogno di rifugio, non esitate a venire qui, mi raccomando.»
«Se ripasseremo da Bologna ci penseremo, graz…» provai a dire. Don Virgilio si avvicinò e mi dette un cricchetto sulla fronte «Auch!»
«Cosa ti ho detto? Cambia un po’ il tuo vocabolario» mi guardò serio stringendo la croce «E se Alberto ti dovesse dare problemi, chiamami e verrò subito da te.»
«Perché? Pensi di battermi?» ghignò Nerone, poi distolse lo sguardo «Comunque come andrà, sarà una battaglia epica.»
«Preferirei non accadesse mai» commentai imbarazzato «Grazie ancora di tutto, speriamo di incontrarci in circostanze migliori.»
«Dovere di Guardiano» il prete batté sul tettuccio allontanandosi.
Controllai gli specchietti, sistemai il sedile e iniziai a scendere verso la città, salutandoli con la mano tra uno sbuffo di Nerone e l’altro.
L’effige che ci aveva dato Don Virgilio, una medaglietta raffigurante la Madonna, ci permise di arrivare a valle senza che il serpente si svegliasse e con calma raggiungemmo la tangenziale.
«Quindi ricapitoliamo» iniziò Empanda «Virgilio sapeva già che sua madre era Felsina?»
«Lo sospettava» spiegò Nerone «A quanto pare è stata lei a consigliargli di distaccarsi dalla mitologia affinché non venisse corrotto dal Dottor Comuni. Crescendo ha ipotizzato che quella donna che lo andava sempre a trovare fosse legata a lui» mi guardò malissimo «Il vero problema è la Trattoria. Cosa ti è saltato in mente?»
«In che senso?» chiesi senza guardarlo.
«Come “In che senso”?! L’hai lasciata a quei pazzi invasati strafatti peggio di una Pizia!»
«È in gestione. Mi hanno promesso di rimetterla in sesto e creare una cucina sociale aperta a tutti, senza distinzioni etniche, religiose o politiche.»
«E secondo te gente come loro manterrà la promessa?»
«Ci saranno Don Virgilio e Felsina a controllare che seguano le mie direttive» strinsi appena il volante.
«Ma come avete fatto a farvi malmenare così?» chiese Empanda avanzando tra i sedili anteriori «Eravate un dio e un semidio contro dei comuni mortali. Okay, le armi mitologiche non li possono ferire, ma cavolo! Sembrava foste andati contro dei Germani!»
Nerone rabbrividì e si chiuse nelle spalle, come se quel nome gli ricordasse qualcosa del suo passato: «Qualcuno era andato ad avvertirli che saremmo arrivati dicendo che eravamo dei naziskin – o qualcosa del genere – venuti a pestarli.»
«E chi? Astaroth?»
«Canidia, anche se di base hanno agito di loro iniziativa. Lei ha semplicemente acceso la miccia» risposi proseguendo oltre l’uscita tredici, direzione stradelli guelfi «E li ha potenziati, per questo erano così forti.»
«Oh, per questo Lucius è così contrariato» Empanda gli punzecchiò la spalla.
«Smettila» brontolò infastidito «Sei quasi più molesta di Fufluns. A proposito, chissà come sta…» fece per prendere il telefono. L’apparecchio gli tremò tra le mani in una chiamata improvvisa «Pronto?»
Buttò subito giù.
«Chi era?» chiesi confuso.
«Nessuno d’importante» il telefono suonò di nuovo e questa volta mise giù e bloccò il numero «A proposito, puer. Tu non hai un telefono, giusto?»
«Già» tamburellai sul volante «Ma non credo che sia la scelta più saggia averne uno per il momento.»
Nerone ed Empanda guardarono verso il tettuccio, poi lei disse: «In effetti non è il momento più adatto.»
«Il vero problema è se ti hanno messo alle calcagna qualcuno: Diana, Marte, Epaminonda, Atalanta» disse Nerone mettendosi le mani dietro la testa «Atalanta sarebbe un bel casino, dubito che il Pandino possa competere con lei in velocità.»
«Ma perché Epaminonda, soprattutto?» chiese Empanda.
«L’ho sempre trovato un nome figo, tutto qui» alzò le spalle l’Imperatore «Resta il fatto che tra Peccati Capitali e Dèi non etruschi, siamo in un bel trogolo. Speriamo ci mandino qualche semidio, potremmo provare a convincerlo che siamo dalla parte del giusto.»
«Ma siamo dalla parte del giusto… giusto?» chiesi preoccupato mentre mi fermavo in una piazzola semi vuota. Nessuna macchina a parte la nostra, un’edicola in metallo verde e un furgoncino di piadine chiuso per turno.
Volevo prendere una cartina stradale: ci sarebbe servita alla prima sosta disponibile per capire quale fosse il nostro itinerario.
Empanda aveva ipotizzato che la nostra prossima tappa fosse Rimini dato che al catasto risultava una Trattoria lì e Nerone aveva comprato due vaschette di squacquerone.
Al contrario della Mortadella, le due vaschette non erano troppo piene, ma non ne sapevamo ancora il significato reale.
«Certo…» disse l’Imperatore palesemente colpevole «Noi siamo dalla parte del giusto…»
Lo guardai poco convinto, poi scesi dalla macchina.
«Dove vai?» chiese Empanda.
«A prendere una cartina, non dovrei metterci molto» dissi alzando la mano «Anche perché è qui di fronte, se dovesse succedere qualcosa lo vedrete subito, no?»
Mi avvicinai al gabbiotto verde, controllando i soldi nel portafoglio.
Grazie a Don Virgilio avevo firmato il passaggio d’eredità, ma non avevo ancora accesso ai conti correnti intestai ai miei genitori. Si era proposto di darmi qualcosa, ma avevo gentilmente rifiutato. Dovevo farmi bastare quello che avevo tenuto da parte nel corso dei vari compleanni.
In effetti come avevano fatto i miei nonni, dei fantasmi, a darmi dei soldi per il compleanno?
Decisi di posticipare la domanda.
«Una cartina geografica, per favore» dissi prima di notare lo strillone poco distante.
“Ragazzo scomparso a Bologna. È ancora giallo sulla sparizione di Francesco Penati”
«E un Resto del Carlino, grazie…» aggiunsi senza staccare gli occhi dallo strillone.
«Sette e cinquanta» rispose l’uomo dentro all’edicola preparando tutto e poggiandolo sulle altre riviste.
Gli passai rapido i soldi mentre studiava la prima pagina del giornale che mi stava consegnando.
«Grazie mille» risposi girandomi di spalle mentre il suo sopracciglio si alzava confuso.
«Aspetta, ragazzo» mi ammonì bloccandomi sul posto «Come ti chiami?»
«Perché lo vuole sapere?» chiesi senza voltarmi.
«Sembri il figlio di un mio amico, tutto qui…»
«Ne dubito, i miei genitori stavano a…» qualcuno mi prese alle spalle tappandomi la bocca.
Non feci in tempo a divincolarmi che mi trovai schiacciato contro il fianco del chiosco.
Una donna mi sovrastava, gli occhi neri simili a specchi sull’anima. I capelli, boccolosi e tenuti fermi da un chiappo dorato, avevano una sfumatura grigio pietra, simile al tufo, ma la cosa che mi lasciò più sconvolto fu la sfera che teneva tra le dita.
Marmo puro che le levitava sul palmo.
«Tranquillo, sarà una cosa veloce» sollevò la sfera minacciosa «In fondo i figli devono lasciare il nido prima o poi.»
Mi buttai a terra, rotolando via prima che mi colpisse.
Il botto lasciò un’ammaccatura profonda quanto un pugno nel chiosco, tanto che pregai che l’edicolante non mi chiedesse eventuali risarcimenti.
«Ehi, ragazzo, tutto bene?» chiese l’edicolante uscendo dal chioschetto. Guardò nella direzione della donna, poi mi si avvicinò «Tranquillo, non sta succedendo davvero…»
Mi voltai sconvolto, poi mi abbassai trascinando l’uomo con me a terra.
Non fu la scelta migliore della mia vita.
«Mi… scusi» pigolai «La prego, non chiami la polizia…» scossi la testa «Rettifico, meglio se la chiama.»
Aspettai che si allontanasse ed evitai un nuovo colpo di sfera.
Per fortuna avevo imparato a schivare i colpi dei bulli, ma quello era molto diverso.
«Possiamo parlarne civilmente?» provai a chiedere alla donna alzandomi lentamente. Avevo l’impressione che fosse una divinità, e mi dava la sensazione sgradevole dello svuotamento, tuttavia a vista sembrava… normale.
«Tu che hai sfidato gli dèi vorresti parlare civilmente?» una risata rauca le salì dalla gola, poi si lanciò nuovamente all’attacco «Stolto di un umano, Giove non perdona simili affronti.»
Guardai verso la macchina sperando in un aiuto miracoloso.
Empanda e Nerone erano intenti a discutere non so bene di cosa, girati malauguratamente di spalle.
E meno male che avevano paura che uscissi da solo!
Mi buttai nuovamente a terra a schivare un nuovo assalto: «Non era mia intenzione, giuro.»
«Dicono tutti così» piegò appena la testa, gli occhi che brillavano pericolosi «I figli devono abbandonare il nido, prima o poi.»
Con uno scatto da centometrista raggiunsi l’auto, ma dovetti rotolare via prima di poter avvisare gli occupanti. Però, in fondo, se una sfera di marmo sfasciava la portiera, avrebbe sicuramente attirato la loro attenzione.
O almeno quella era l’idea.
In realtà la sfera, non sapevo ancora per quale miracolo ancestrale, si fermò a pochi centimetri dall’auto, tremò appena e ritornò a volteggiare tra le dita della dea.
La guardai confuso, prima di buttarmi nuovamente in direzione dell’auto.
«Non te lo lascerò fare una seconda volta, umano» disse. Una forza invisibile mi tirò indietro mentre la sfera mi tagliava la strada.
Pochi centimetri e mi sarei trovato metà stomaco schiantato contro le case di fronte, che in compenso non le risparmiò come aveva fatto con l’auto, disintegrando intonaco e mattoni senza problemi.
«Chi hai fatto arrabbiare questa volta?» la voce di Nerone arrivò come un canto angelico. La distruzione del muro doveva aver attirato la su attenzione.
«Non lo so!» risposi evitando l’ennesima sfera volante e tornando contro la macchina. Gli passai giornale e cartina senza troppe cerimonie, estraendo la fionda e caricando un cioccolato.
«Vuoi sprecare il mio cibo per una dea che ti vuole morto!?»
«È svuotata… credo. O comunque poco ci manca» presi la mira «Speriamo solo che funzioni.»
La dea si passò la sfera tra le dita, lo sguardo infastidito che aspettava il momento che mi spostassi da lì.
Quindi il problema era proprio la Panda, ma perché?
Non era il momento di farsi certe domande, tirai l’elastico e le centrai in pieno la bocca.
Il risultato fu… discutibile.
Mi guardò sorpresa, gli occhi che si schiarivano in argento riflettente, poi si prese la testa dolorante.
Provai ad avvicinarmi, ma Nerone mi trascinò dentro l’abitacolo ed Empanda partì a tavoletta.
Mi voltai ad osservarla, senza staccarle gli occhi di dosso. Si tenne la testa fino a poco prima che sparisse all’orizzonte, rialzandosi a fatica e piantandoci gli occhi di nuovo scuri addosso.
«Chi era?» chiesi sedendomi composto e legandomi la cintura di sicurezza.
«A me lo chiedi!?» esclamò Nerone infastidito, poi di grattò dietro la testa «Comunque dovrebbe essere o Abeona o Adeona, solo loro hanno un colore di capelli così osceno» mi lanciò un’occhiata dallo specchietto retrovisore «Perché ti ha attaccato?»
«Ha parlato di Giove, immagino sia venuta quel la questione di Turms» sospirai affranto «Se solo sapessi come rimetterli assieme!»
Empanda alzò un sopracciglio: «Perché li doversi rimettere assieme? Turms è Turms, Mercurio è Mercurio ed Ermes è Ermes. Giusto?»
«Quando ero Imperatore io, nell’epoca moderna è più facile dire a tutti che uno è l’altro e viceversa. Più veloce, più smart…» spiegò Nerone in un misto tra l’indifferenza e il fastidio «Comunque, chiunque sia ci sta inseguendo?»
Mi voltai, poi scossi la testa: «Dobbiamo preoccuparci?»
«Non penso.»
«Ha reagito in modo così insolito al mio cibo, inoltre non ha mai provato a colpire la macchina… come se le fosse impedito.»
«Mi stai dicendo che non può colpirci se stiamo qui dentro?»
Ci pensai meglio, in effetti in entrambi i casi ero vicino al sedile anteriore: «Credo che non possa colpire te o Empanda.»
«Ma davvero?» un ghigno sinistro gli deformò il viso «Questa cosa è molto interessante.»
«Se sei in missione ha senso che non possano colpirti, no?» chiesi spingendomi in avanti «Non ti ha mandato Apollo per studiare lo svuotamento di senso?»
«C-certo! Ovvio che è per quello…» commentò cambiando subito espressione e infossandosi nelle spalle.
«Perché non sembri convinto?» insistette Empanda prendendo l’autostrada direzione Ancona.
«Cos’è!? Un interrogatorio!?» esclamò offeso «È una missione super segreta, non posso dire i dettagli a chi che sia!»
Alzai le mani tornando a sedermi. L’occhio mi cadde sul giornale, così lo presi in mano e mi si accapponò la pelle.
“Ancora nessuna notizia del ragazzo scomparso da una casa-famiglia di Bologna. Francesco Penati, diciotto anni, si è allontanato dopo la fine della scuola, facendo perdere completamente le sue tracce. Qualche giorno fa è stato visto nei pressi di Villanova di Castenaso in stato confusionale. Il giovane soffre di schizofrenia fin dalla tenera età, per cui non si esclude che sia stato circuito da qualche mal intenzionato. Il Dottor Comuni, psichiatra che lo ha in cura, ha spiegato che è un ragazzo spaventato e di trattarlo col massimo riguardo nel caso si incontrasse. E mentre da una parte monta di nuovo la polemica sui servizi sociali, dall’altra s’invoca una ricerca a tappeto su tutto il territorio nazionale. L’unica cosa certa è che il ragazzo viaggia su una vecchia Fiat Panda color turchese…”
Di seguito una mia foto estrapolata dall’ultimo annuario scolastico.
Che di per sé aveva anche senso: Astaroth doveva tenere la sua copertura quanto più possibile, ma il doversi gestire tra divinità adirate e umani che pensavano di fare il giusto sarebbe stato veramente tanto complicato.
Era una trappola, da qualsiasi angolazione la si vedesse.
«Cosa leggi?» chiese Nerone piegando appena la testa all’indietro.
«Il giornale» risposi passandoglielo «Sono in prima pagina, il che non aiuta la nostra fuga.»
L’Imperatore lo lesse accuratamente, corrugando la fronte, poi liquidò tutto con un: «Basterà non fermarsi ai posti di blocco, no?»
«Bé, in autostrada sicuramente non ne troveremo» sorrise Empanda, poi toccò il cruscotto e fece partire la radio. Mistero di Enrico Ruggeri iniziò a risuonare nell’abitacolo, ma non dall’inizio «Oh, quanti ricordi! In effetti stavano ascoltando questa prima di fermarsi vicino alla trattoria con un testacoda notevole.»
«Chi?» chiese Nerone confuso.
«Maria e Pietro» rispose la dea con un sorriso triste, poi buttò un occhio a me «Questa è un’audiocassetta che tenevano sempre in macchina. La facevano partire ogni volta, dicevano che aiutasse a conciliare il sonno degli spiriti sul sedile posteriore, anche se non ci potevano vedere.»
La guardai estasiato: «Puoi parlarmi di loro? Cosa hanno fatto nella loro vita? Dove sono stati? A chi era dedicata la loro Trattoria?»
«Tutto tutto non te lo so dire, li conosco solo da quando hanno preso la Panda, però qualcosa l’ho vissuta con loro» mi sorrise dallo specchietto retrovisore «Tutto è cominciato in un concessionario Fiat nel lontano…»
Rimanemmo a parlare per tutto il tragitto fino al primo autogrill disponibile. L’idea era quella di fare il punto della situazione, controllare nuovamente il percorso e proseguire dritto per Rimini.
Insomma, un lavoro facile facile.
«Vado un momento in bagno prima di ripartire» dissi alzandomi. Nerone stava ancora mangiando il suo A-pollo arrosto, mentre Empanda era intenta a finire il suo terzo panino con cotoletta.
«Non fare troppo tardi, o lei rischia di mangiarne altri cinque» brontolò l’Imperatore indicando la dea.
Lei deglutì un boccone: «Guidare scarica la batteria e consuma l’olio motore.»
«E allora non guidare! Ne va dei miei fondi» brontolò infastidito.
Lì lasciai battibeccare tra di loro, cercando le indicazioni per il bagno. La freccia puntava all’esterno del negozio, e in effetti si trovava appena fuori.
Feci per entrare e una forza invisibile di tirò in avanti.
Subito dopo mi arrivò una scossa elettrica che mi fece scivolare a terra intontito.
Non era un fulmine, e sicuramente non era qualcosa fatto per uccidermi, quanto piuttosto per stordirmi.
«I figli devono tornare al nido, prima o poi.»
Una nuova scossa mi mandò definitivamente nel mondo dei sogni.
Il resto fu buio, frecce dorate e visioni di Nerone.
*** * ***
Mi svegliai con un mal di testa tragico, un’emicrania che non avevo mai avuto nel corso della mia vita.
Avevo visto Nerone in ogni forma o dimensione: bambino, ragazzo, Imperatore, Bestia e pazzo schizzato che voleva uccidere qualcuno di nome Lester Papadopoulos.
Mi massaggiai il collo dove sentivo un bruciore innaturale, come se avessi appena preso una scossa di elettricità statica.
Mi guardai attorno, scoprendomi sul sedile anteriore del pandino fermo nel parcheggio dell’autogrill.
Da quanto ero svenuto? Come c’ero tornato in macchina? Chi mi aveva fatto svenire?
Qualcuno bussò al finestrino facendomi trasalire.
«Ehi, puer!» esclamò Nerone fuori dall’abitacolo «Se eri stanco bastava dirlo, sono ore che ti cerchiamo! Temevamo fossi stato catturato da quel demone di cui non ricordo il nome» sospirò e si andò a sedere sul sedile posteriore «Sembra che hai visto un fantasma, tutto a posto?»
«Insomma…» brontolai indeciso se raccontargli la verità o inventare una storia credibile. Decisi di optare per la storia «In bagno c’era un odore fastidioso che mi ha fatto girare la testa, per questo sono tornato in macchina. Non mi aspettavo di perdere i sensi.»
«L’importante è che stai bene» disse Empanda scompigliandomi i capelli e ripartendo con calma «Prima di cercarti ne abbiamo approfittato per controllare l’itinerario.»
«E…?» chiesi confuso.
«Siamo arrivati alla conclusione che la quantità indichi per quanti bisogna cucinare» spiegò la dea risoluta «E poi abbiamo ipotizzato un paio di altre tappe… ma non ne abbiamo capito il senso.»
«La prossima è sicuramente Rimini, ma dopo ci toccherà tornare indietro su Modena e dopo ancora Parma. Non riesco a capirne il senso…» aggiunse Nerone guardando la mappa assorto.
«Interessante, dovete seguire la via Emilia» commentò una voce maschile sul sedile posteriore.
Mi voltai sorpreso, trovando un ragazzo di sedici anni, capelli castani e occhi verdi.
Indossava una maglia verde acido con il disegno di un gigante con una bambina sulla mano e una tromba da cui usciva fumo multicolore a circondare le due figure, unendosi a un rivolo di “pozione” proveniente da una boccetta sotto di loro.
Sulla schiena, sotto l’arco d’oro che teneva come una normalissima tracolla, s’intravedeva una scritta nera, semplice e pulita, con un sole stilizzato sorridente. Le parole erano “Estate Ragazzi 2021”, mentre appena sopra si poteva leggere “Animatore” in font corsivo, a connotare una posizione di responsabilità che difficilmente si poteva vedere su un ragazzo così giovane.
Infine portava un paio di jeans attillati e scarpe da running nere.
La mano del patto mi bruciò appena mentre l’Imperatore s’irrigidiva e si voltava molto lentamente ad osservare il nuovo arrivato.
Pochi secondi, poi si schiacciò contro la portiera dell’auto terrorizzato, andando in iperventilazione e guardando ad occhi sgranati il nuovo ragazzo che era… tranquillo.
Sorrideva raggiante, tenendo le braccia rilassate sulle gambe incrociate, assurdamente a suo agio.
Il termine corretto sarebbe “sciallato”, ma non so se tutti lo possono capire. Forse chill è il termine che più si avvicina.
Tutto l’opposto di Nerone.
«Oh, scusate, che maleducato» sorrise allungando la mano verso chi gli stava accanto «Io sono Lest…»
Venne interrotto da un tonfo sordo, una testata al finestrino dall’interno.
L’Imperatore era appena svenuto.