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← La Trattoria dei Penati

Creato il 13/06/2026, 14:06 · Aggiornato il 13/06/2026, 14:06

Capitolo 19: XVIII - Salvo Beatrice, Felsina e la dignità della Trattoria

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Facciamo un piccolo disclaimer: non tutti i centri sociali sono ridotti così… probabilmente quasi nessuno, e il fatto che fosse così devastato all’interno della Trattoria mi fece venire veramente il dubbio che non fosse una coincidenza, ma andiamo con ordine.

La situazione era abbastanza disperata: Nerone e Don Virgilio stavano facendo quel che potevano, Felsina era ormai un Eone Oscuro e io dovevo cucinare su ripiani non propriamente in linea con l’HACCP, il tutto cercando di scegliere il tipo di cibo da fare per fermare chiunque fosse all’interno di quel posto.

Per prima cosa pulii quanto più possibile, cercando di avere un piano di lavoro che non rischiasse di causare gastroenteriti ai presenti.

Non mi ero portato chissà che cosa – anche perché non mi aspettavo di dover cucinare – e dovevo inventarmi qualcosa di semplice e veloce.

Avevo la Mortadella – in un bel pacchetto da mezzo chilo – farina, olio, latte, lievito…

«Crescentine» il nome mi risuonò nella testa come un’epifania.

Semplici, veloci, perfette con l’unico salume a disposizione.

Appoggiai lo zaino, estraendo l’occorrente e iniziando ad impastare.

Non avevo tempo di stare a controllare le dosi, dovevo andare a sentimento e pregare che tutto andasse per il meglio.

«Ehi tu, cosa stai facendo?» chiese una ragazza buttandosi oltre il bancone «Ti nascondi, codardo?»

Mi abbassai appena in tempo, portandomi dietro la ciotola con l’impasto.

«Posso spiegare…» non era per niente vero. Come lo spiegavo che stavo cucinando durante una scazzottata?!

E non potevo certo dirle “Ti prego, torna a pestarti con Nerone e Don Virgilio”, sarebbe stato controproducente per i miei alleati.

«Alberto, una mano!» esclamai allungandomi verso la porta.

«Sono un po’ impegnato al momento!» rispose mandando al tappeto l’ennesimo mal capitato «Che vuoi?»

«Cucinare, se possibile…» risposi rotolando via dalla ragazza.

«Ehi, misogino! Non provare a sottovalutarmi solo perché sono una donna!»

«E chi ti sta sottovalutando…» pigolai rialzandomi e correndo nella direzione opposta.

Sembrava di giocare ad acchiapparella, con io che tentavo invano di salvare l’impasto e lei che provava a colpirmi senza un motivo apparente.

«Alberto!» chiamai di nuovo.

La frusta rovente prese su la ragazza scaraventandola dall’altro lato della stanza.

«Piano! Vorrei potessero mangiare il mio cibo!» esclamai.

«Non dirmi come fare il mio lavoro!» mi rispose Nerone «E poi questi qui sembrano sotto steroidi, sicuro che siano umani?»

Don Virgilio passò un ragazzo da parte a parte con la spada e… non successe nulla.

Nessuna ferita, come se avesse attraversato l’aria.

«Convinto adesso?» disse il prete tornando sulla difensiva.

«Te lo avevo detto che era bronzo celeste…» rispose infastidito.

«Anche l’argento angelico non può ferire gli umani…»

Tornai a concentrarmi sulla cucina pregando che non si ammazzassero a vicenda, pulendo nuovamente il piano di lavoro e lasciando a riposare l’impasto, poi andai ai fornelli e… non erano a gas!

Sembrava una stufa in arte povera, coi mattoni montati ordinatamente ma non troppo uguali tra di loro.

Di quand’era? Quanti piatti aveva sfornato?

In quel momento la mia priorità era farla funzionare, e non sapevo minimamente come!

«Don Virgilio!» chiamai spuntando dalla cucina. Chiusi la porta prima che uno degli antagonisti mi saltasse addosso «Mi servirebbe della legna.»

«Quanta?» chiese provando sfruttando la battaglia per rompere sedie e staccare assi dalle finestre.

«Abbastanza per scaldare dell’olio» presi al volo un paio di gambe da sgabello e un pezzo di legno umidiccio «Grazie!»

«Spero solo che ne valga la pena!» rispose il prete «Comunque hai ragione, Bestia, questi qui non sono completamente umani.»

«Uomo di poca fede!» Nerone caricò ad ariete un paio di ragazzi e li schiacciò contro il muro, solo per ritrovarsi una ragazza appesa alla schiena.

Don Virgilio arrivò stordendola con un colpo sulla nuca.

Contai dieci secondi prima che si riprendesse.

Troppo poco per un comune essere umano, possibile che fossero controllati da qualcosa?

«Alberto, ho bisogno di fuoco!» esclamai sistemando dentro alla stufa «E di altra legna!»

«Ehi, puer! Non posso fare tutto io!» rispose saltando sul bancone e tirando un calcio a uno dei ragazzi. Evitò un pezzo di sedia che si schiantò appena sopra la cucina «Stai attento, pretucolo!»

«Francesco ha chiesto della legna o mi sbaglio?» disse deviando un assalto e lanciando un nuovo pezzo di legno «Dimmi quando smettere!»

«Credo dovrò chiedertene ancora un po’» ammisi tornando su Nerone «Appena riesci, diritto nell’alcova» mi lanciò un’occhiataccia «Per favore…»

L’Imperatore sbuffò infastidito, allontanò un paio di antagonisti e lanciò una sfera di fuoco direttamente sul legname.

La cucina si accese subito, scaldando i mattoni e la placca in ghisa soprastante.

«Grazie!» esclamai controllando le fiamme e mettendo l’olio sul fuoco «Tra un legno e l’altro, cercate di non farli avvicin…»

Felsina gridò improvvisamente facendomi trasalire.

Senza un motivo uno dei ragazzi aveva colpito in pieno la statua con una spranga, rompendone un braccio e facendo fisicamente dolore alla dea.

Un assalto volontario, non un errore dovuto alla lotta.

“Vi prego… smettetela…”

Feci per mettermi a protezione, ma Don Virgilio mi anticipò, lo sguardo molto più cupo.

«La proteggo io, tu continua quello che stai facendo se credi che possa servire a qualcosa!» mi rispose tenendo lontani gli assalitori «Bestia, tu copri il lavoro di Francesco!»

«Non serve che me lo dici, pretucolo!» esclamò Nerone imperterrito «Per fortuna ho ancora la carica di ieri sera da smaltire.»

Recuperai il mattarello e iniziai a stendere la pasta in strisce uniformi da circa sette centimetri, tagliandole poi col coltello in quadrati quanto più uguali possibile, tenendole da parte intervallate da una spolverata di farina in modo che non si attaccassero.

Con il fuoco così vecchi, l’olio ci stava mettendo un’eternità a scaldarsi e il tempo stava decisamente stringendo!

Le crescentine erano già pronte, tanto valeva aprire la mortadella e…

Il profumo inebriante del salume esplose come una bomba in tutta la stanza, annichilendo ogni odore nauseabondo nei paraggi.

Tuttavia con lui arrivò il vento del passato a farmi visita.

*** * ***

Bologna, 1732.

Mentre la città si preparava a festeggiare Laura Bassi, la seconda donna laureata del mondo, in una stradina poco lontano dall’archiginnasio si consumava uno dei delitti più oscuri e brutali del suo tempo.

Tutto era iniziato con l’apertura di una locale inusuale: un’osteria con cucina.

La proprietaria, una ragazza poco più che ventenne, l’aveva inaugurata qualche mese prima assieme alla figlioletta.

Era un complesso insolito, formato da una chiesa e un piccolo santuario per i defunti.

Ma il cibo era delizioso, e i clienti non mancavano mai. L’accoglienza, il calore, e quel sentore di sacro che permeava le pareti, forse grazie anche alla statua etrusca che adornava la nocchia appena vicino al bancone.

Nessuno avrebbe mai fatto del male a quella donna così gentile e alla mano, men che meno alla sua bambina.

Nessuno tranne tre comari indignate dalla sua bellezza e dal suo carisma.

Attesero che la notte calasse, presentandosi all’osteria in gran segreto armate di rabbia e gelosia.

“Quella donna ha irretito i nostri uomini!” le avevano sentite dire invocando un processo per stregoneria già a quei tempi anacronistico.

E così la giustizia privata aveva avuto la meglio, portando la povera donna ad essere brutalmente uccisa e gettata nel canale.

E la figlia di appena sei anni?

Lei era stata venduta a un pappone in quella che oggi si chiama Via Senza Nome.

Un posto infame, dove la piccola era rimasta per dieci anni, imparando il mestiere più antico del mondo.

Ma la cucina è unione, e così dopo ogni turno quello che in passato si chiamava lupanare si accendeva di calore, sia per le lavoratrici che per i loro clienti.

Fu proprio uno di loro a proporle la fuga, dieci anni dopo il suo arrivo in quell’inferno che nessuna bambina dovrebbe vivere.

Un uomo molto più grande di lei, ma che in lei aveva visto una figlia da proteggere.

Incinta non di lui, lo aveva seguito in una folle corsa a cavallo fino ai colli.

Una volta perso l’animale, lui le aveva protetto la via, combattendo fino all’ultimo respiro, pregando che la ragazzina arrivasse sana e salva dove, senza un motivo, aveva detto di voler andare.

La salita impervia, tra gli alberi e le strade sterrate, l’aveva portata vicino a una chiesa.

Ormai sfinita, si era accasciata sul sagrato, venendo salvata dagli abitanti del luogo: un’Osteria che profumava di casa.

Sembrava una storia iniziata male ma finita in meglio, tuttavia la fatica della corsa e gli anni nel degrado non l’aiutarono ad andare oltre il parto.

Così, mentre stringeva per la prima e ultima volta il suo bambino, consacrava la sua anima alla protezione sua e di chiunque fosse arrivato dopo di lui, affinché il cibo continuasse a unire le loro anime anche nella morte.

Il suo nome era Beatrice Penati e Aita le aveva concessi di vivere nell’Osteria di famiglia per sempre.

«Cesco?» la voce di mia “cugina” mi arrivò come un cinguettio di primavera.

Era seduta su uno degli sgabelli ancora intatti, le braccia sul bancone e lo sguardo che mi studiava amorevole.

Non feci in tempo a dire il suo nome che mi si buttò al collo: «Cesco, sei vivo! Che gioia! Che gioia! Quando Aita ci ha portati via abbiamo temuto il peggio, poi i gemelli sono spariti e…» si guardò attorno confusa, poi rabbrividì appena «Non… pensavo che questo posto esistesse ancora» guardò alle mie spalle «Stai facendo le crescentine? Quanti ricordi» rapido ne buttai due nell’olio estraendole quasi subito e porgendogliele senza esitare.

Non volevo che se ne andasse senza prima averle mangiate.

Ne prese una, la ruppe appena e infilò dentro la tasca fragrante una fetta di mortadella, mangiandola di gusto.

«Aah, che delizia! Perfette come al solito! E la mortadella sembra proprio quella del mio tempo!» sorrise raggiante «E i gemelli? Li hai richiamati così anche loro?» annuii titubante «E dove sono?»

«Con l’Accordo» ammisi cupo «Beatrice, tra poco sarai richiamata e ti ritroverai in un posto sconosciuto. Là c’è chi ha svuotato Aita, chi vi ha fatto tutto questo…» presi un paio di respiri profondi «Vi prego, rimanete nascosti e proteggi Annina e Danilo. Io… arriverò presto… spero.»

Mi guardò sorpresa, prendendo l’ultima crescentina e buttandosela in bocca senza salume: «Sono un Penato, ovvio che proteggerò quelle due piccole pesti» mi sorrise prendendomi le mani e iniziando a svanire «Tu non preoccuparti e cerca di non metterci troppo, d’accordo? Adesso che siamo di nuovo in questo mondo, nulla ci può impedire di compiere il nostro dovere.»

Mi scivolò dalle dita come un tulle trasportato dal vento, poi il rumore della battaglia tornò prepotente.

Rapido buttai le crescentine nell’olio, tirandole fuori non appena si gonfiavano e mettendole sul bancone assieme alla mortadella.

«Ti prego, funziona…» sperai senza fare caso a cosa succedesse intorno «Ti prego…»

«Certo che una cucina così buona da un fascistello non me la sarei mai immaginata» disse una delle ragazze mangiando una crescentina «O che ci fosse una cucina qui dentro.»

La guardai sconvolto.

La rabbia che l’aveva mossa fino a quel momento era svanita, soppiantata da un genuino piacere di mangiare.

«Forza, venite ad assaggiare» aggiunse chiamando a raccolta i compagni ancora intenti a darsi sprangate con Nerone e Don Virgilio «Sono strepitose.»

Piano piano uno alla volta iniziarono ad avvicinarsi, appoggiandosi e accalcandosi incuriositi. Il fumo nero che si alzava dai loro corpi mentre tornavano ad essere dei comuni umani.

«Io sia lodato…» sospirò l’Imperatore scivolando a terra «Stavo esaurendo le energie. Ehi, puer, lanciamene una!»

Rapido riempii una crescentina con la mortadella, caricando la fionda e lasciando partire il colpo.

Nerone prese il cibo al volo e…

Un rumore metallico irruppe nella stanza, l’inconfondibile suono di una spada che distruggeva una catena più spessa di lei.

Don Virgilio era piegato a terra, la spada buttata in parte ai piedi della statua di Felsina.

Il corpo della dea era ormai fumo nero, rimaneva solo un occhio e la bocca a ricordare la sua forma divina.

Respirava appena, affaticata da tutto quell’odio che l’aveva corrosa fino a quel momento.

Mi preparai a lanciare un’altra crescentina, quando Nerone allungò la sua a Don Virgilio.

«Dagliela» brontolò senza guardarlo «Presto prima che mi penta.»

Il prete lo guardò sorpreso, poi agguanto il cibo e lo avvicinò alla bocca della dea aiutandola a masticare. Il corpo iniziò a riprendere vita, gli abiti ad assumere il colore di una bandiera.

Sul petto, lo stemma della città brillava in tutto il suo splendore.

Non era cosciente, ma era salva.

«Grazie…» disse Don Virgilio singhiozzando appena e stringendola a sé «Dio sia lodato, grazie…»

«Bah, figurati» guardai Nerone sorpreso e lui si girò indispettito «Fatti i fatti tuoi, puer

Non so esattamente perché, ma mi scoppiò una risata liberatoria. Una di quelle genuine che non avevo da tanto, troppo tempo.

«Dai, adesso non fate gli asociali!» esclamai «Venite a mangiare insieme, ce n’è per tutti!»

E così, tra una crescentina appena fritta e una pacca sulla spalla, ci trovammo a dividere un pasto con chi voleva farci la pelle.

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