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← La Trattoria dei Penati

Creato il 05/05/2026, 11:48 · Aggiornato il 06/05/2026, 23:58

Capitolo 1: I - Mio cugino scompare il giorno del mio compleanno

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
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  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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I

Mio cugino svanisce nel nulla il giorno del mio compleanno

Il mio ultimo giorno da umano qualunque iniziò con un grido nel pieno del dormiveglia.

E stranamente non era mio.

Un “auguri, Francesco” assordante, urlato dai miei cuginetti di sei anni nelle orecchie ancora addormentate.

Un rituale che oggi sa di amaro, ma che allora era qualcosa che aspettavo con più trepidazione dell’auto della Signora Frangipani che dalla Casa-Famiglia mi portava alla Trattoria dei Penati.

Perché dovete sapere che di norma non abitavo lì, a San Pasquale di Rocca, ma a Bologna, precisamente in un grigio casermone con una ventina di ragazzi come me: senza genitori che li potessero crescere, parcheggiati tra scuola e servizi sociali.

Come mai dopo la morte dei miei genitori non mi avessero affidato ai miei nonni paterni era un mistero che avrei scoperto quell’estate, ma per il momento m’interessava sapere che quel giorno ero maggiorenne e che da quel momento, durante i finesettimana invernali, sarei potuto tornare in autonomia sui colli sperduti a cucinare e servire coi miei parenti.

«Grazie» rantolai prima che mi saltassero sulla pancia, leggeri come al solito.

In fondo erano bambini.

Mi alzai a sedere, le due pesti sedute sulle gambe come maincoon troppo cresciuti.

Entrambi capelli biondo scuro e occhi nocciola, spesso si scambiavano di ruolo, confondendo il mal capitato, quasi sempre io, su chi era lui e chi era lei.

Quel giorno probabilmente erano in vena di scherzi, per cui lei aveva un vestitino azzurro da festa già sporco di terra ed erba; lui camicia stranamente ancora bianca, bretelle e pantaloni della domenica che avevano visto giorni migliori.

Sollevai Annina come una piuma, appoggiandola a terra con delicatezza, poi presi su Danilo e lo misi accanto alla sorella.

Risero divertiti e scattarono via verso la porta della camera prima di sparire giù per le scale verso la trattoria di famiglia.

I rumori del piano di sotto salivano in corridoio, perdendosi tra le camere da letto, i bagni e il salotto.

Mi stiracchiai, allontanando le coperte con un gesto ampio, lasciandole spalancate a respirare dopo la notte stranamente tranquilla appena trascorsa.

Qualcuno aveva già aperto la finestra, facendo entrare il caldo sole di fine luglio. Probabilmente Nonna Maria, intenta a stegamare tra una chiacchiera con Zia Anita e l’altra. Il profumo del ragù alla bolognese ribollente già sul fuoco, con la calma che si conviene a chi sa che quel giorno non lavorerà.

Per il mio compleanno lo facevano sempre: chiudevano la Trattoria dei Penati, adibendola a una gigantesca festa di una cinquantina di familiari, da Nonno Pietro di ottantacinque a Zio Cornelius di più di un millennio.

“Non esistono persone che hanno più di mille anni!” starete dicendo.

Beh, nella mia famiglia a quanto pare sì… e, sarò sincero, fino a quel giorno non mi ero nemmeno posto il problema.

Un po’ perché era così da sempre, un po’ perché la mia testa tendeva a “razionalizzare” ciò che la circondava: il “millennio” di Zio Cornelius erano una battuta, le mani fredde di nonna Maria era perché ero più caldo io, le ombre che si aggiravano per la casa solo allucinazioni di un trauma passato.

Mi vestii con calma, assaporando ogni secondo di quella giornata all’insegna dei festeggiamenti.

Il vociare era assordante, coi dialetti e gli accenti che si mescolavano e si comprendevano tra di loro in un linguaggio segreto che, in alcune parti d’Italia, stava andando a perdersi. Rimasi ad ascoltare mentre mi allacciavo le scarpe e guardavo la fotografia dei miei genitori appoggiata sul comodino, gli unici a non essere presenti da otto anni a questa parte.

Lui occhi turchesi come i miei e capelli biondo miele, lei con le onde castane che avevo ereditato adagiate sulle spalle mediterranee e gli occhi verdi come il basilico fresco.

Strinsi la foto piano al petto, accarezzandone i bordi con le dita, poi la rimisi al suo posto, sul comodino assieme all’icona di San Francesco Caracciolo, patrono dei cuochi e mia personale guida.

“Tra i fornelli proteggi, coi mestoli rinnovi”

Non avevo mai capito quella frase, ma mi dava un certo sollievo leggerla ogni mattina. Scivolai fuori dalla porta incastonata nei muri storti della casa rurale, accarezzando la pietra spessa che teneva il caldo estivo lontano.

Feci per scendere le scale, ma un ammasso di tovaglie e tovaglioli mi bloccò il passaggio con un cinguettante “Permesso!”

«Non avevamo il montacarichi?» chiesi osservando il cumulo di biancheria semovente.

«Teoricamente, ma quelle due pesti di Annina e Danilo lo stanno usando come ascensore» spiegò mia cugina Beatrice da dentro il tessuto.

«Hai bisogno di una mano?» proposi provando a prenderle un po’ di tovaglie.

«Non ci pensare neanche!» si risistemò la roba sulle braccia indispettita «Oggi diventi adulto, lascia questi lavori a chi non…» s’interruppe prima di proseguire con la salita verso il terzo piano «E comunque prima di fare qualsiasi lavoro ci vuole una bella colazione all’italiana. Zia Anita sta sfornando i cornetti proprio adesso.»

Rimasi ad osservarla per essere sicuro non si ribaltasse di sotto, poi decisi di scendere i gradini e raggiungere la cucina della taverna.

«‘Giorno» dissi avvicinandomi ai fuochi per recuperare l’ultima tazza di caffè rimasta nella moka.

Zio Cornelius era già intento a leggere il giornale, brontolando con nonno Pietro di cosa andasse e non andasse nella nostra quotidianità.

«Sempre più campagne vengono spopolate e il governo che fa? Da soldi a chi se ne va, bah non capisco» bubbolò il nonno sorseggiando il suo caffelatte con pane raffermo.

«Per fortuna noi abbiamo Cesco, lui non ci delude mai. Vero?»

«Eh? Ah sì…» dissi aggiungendo un po’ di latte nella mia tazza, raffreddando quello che già non aveva più calore.

Il nonno corrugò la fronte, indagano il mio sguardo perso sul tavolo della cucina: «Tutto bene, Cesco? Sembri un fantasma.»

I familiari attorno risero come se avesse fatto una battuta.

«Nono, è che…» strinsi la tazza tra le dita «Ho pensato a mamma e papà prima di scendere.»

Il forno dietro di me suonò proprio in quel momento, e io mi scostai appena in modo che zia Anita potesse estrarre la teglia di cornetti fumanti. Il profumo fragrante della pasta sfoglia mi ridestò dai miei nefasti pensieri.

«Comunque ne sentivo parlare anche a Bologna, degli incentivi per chi vuole trasferirsi in città» commentai osservando la teglia rovente.

Annina e Danilo ci si fiondarono subito sopra spuntando dalla dispensa, rubando un paio di paste e correndo come lepri fuori di casa con nonna Maria che gli inveiva dietro agitando il mestolo.

«Soprattutto a chi vuole aprire un’attività in centro» continuai pensando a una conversazione normale «Un po’ ci stavo pensando, finito l’alberghiero…»

Il gelo calò nella sala, mentre dieci paia di occhi mi si piantavano addosso stravolti.

Deglutii a fatica il caffelatte: «Cos’ho detto?»

«Cesco» iniziò il nonno «Tu odi Bologna, lo dici tutte le estati.»

«Io odio i bolognesi» specificai prendendo un cornetto «Non che ne siano rimasti molti, ma un ristorante in centro sarebbe molto più redditizio di una trattoria con cimitero.»

Il fiore all’occhiello della nostra famiglia: il cimitero del borgo con annessa chiesa sconsacrata, trenta lapidi tra pavimento e pareti di cui manco i familiari dei tumulati si ricordavano l’esistenza.

Forse veniva su qualcuno in visita il due novembre, in Italia festeggiato come Giorno dei Morti, ma io ero in città in quel periodo e non potevo averne la conferma.

«Quindi odi Bologna» concluse zio Cornelius.

Aggrottai la fronte: «Perché?»

«Perché non puoi odiare gli abitanti e amare la città. Ai miei tempi Cartagine la odiavi tutta.»

«Da quel che racconti, ai tuoi tempi Nerone bruciò Roma» precisai alzando gli occhi al cielo «Certo non la amo, ma ne riconosco il potenziale: un ristorante di cucina autentica farebbe la sua figura in mezzo a quel marasma di ristoranti turistici.»

Il nonno brontolò addentando un cornetto, le briciole come stelle sulla barba folta: «E in men che non si dica diventi anche tu un ristoratore turistico, con spaghetti alla bolognese e carbonara con la panna nello stesso menù “tipico”.»

«Non lo farebbe mai. Vero, Cesco?» prese le mie difese Nonna Maria schioccandomi un bacio sulla guancia mentre girava il ragù alla bolognese.

Quella donna era spettacolare: era in grado di fare tre cose contemporaneamente, tutte e tre con la perfezione di una massaia d’altri tempi.

«Assolutamente! La mia battaglia personale contro la pizza all’ananas va oltre il voler far soldi coi turisti» alzai la tazza di caffelatte ormai finito in direzione del nonno prima di appoggiarla sul lavandino.

Nemmeno il tempo di toccare la ceramica del lavabo che zia Anita l’aveva già pulita e messa a sgocciolare.

«E dove metteresti il tempio e la necropoli in centro a Bologna?» chiese zio Cornelius.

Alzai un sopracciglio: «Perché dovrei avere un tempio e una necropoli?»

«Perché non si è mai sentito di un Penati senza un tempio e una necropoli, persino i tuoi genitori...»

«Cesco, vai a cambiare l’acqua ai fiori del cimitero?» s'intromise nonna dolce come un budino avvelenato «Devo evitare che il ragù si attacchi e preparare le teglie di lasagne. Passerò il giorno in cucina se qualcuno non alza il suo deretano dalla sedia entro i prossimi dieci minuti.»

Zio Cornelius e Nonno Pietro scattarono in piedi come avessero avuto dei ricci di mare sotto al sedere, pulendo il tavolo e preparando il tagliere per stendere la pasta.

«Perché non possono andare loro a cambiare l’acqua? In fondo sono qui in stage per la scuola, dovrei essere io a cucinare» commentai incrociando le braccia.

Nonna mi dette un pizzicotto sulla guancia, la mano tiepida dei fumi del ragù: «Perché oggi è il tuo compleanno, nipotino. L’unica cosa che ti concederò di fare è la torta.»

«Se è il mio compleanno dovrei fare quello che mi piace, non cambiare l’acqua a tombe non di famiglia» brontolai. Nonna Maria mi lanciò un’occhiata passivo-aggressiva, di quelle che non lasciano alcuno scampo «Vado a cambiare l’acqua ai fiori.»

«Bravo, nipotino» mi sorrise con l’onestà di un serial killer e io uscii dalla cucina verso la sala della trattoria. Mi fermò poco pima che girassi l’angolo «L’hai rifatto il letto?»

Sollevai il dito, agitandolo e facendo dietrofront, tornando verso le scale private, mordendomi le labbra per l’errore in cui stavo incappando.

«E quando torni, ricordati le offerte per Santa Marta e San Martino» aggiunse zia Anita preparando i panetti dolci sulla finestra passavivande.

Alzai il pollice senza guardarla, salendo i gradini in cotto antico.

Arrivai su con la calma di una mattina italiana, ingenuo mentre intravedevo la porta della camera.

Subito qualcosa mi fece tremare, come una sensazione spiacevole che dalla nuca scendeva lungo la schiena.

Le coperte si muovevano appena mentre un’ombra provava a tirarle verso di sé.

Un frammento fumoso, grande quanto un pugno, gli occhi rossi che mi si puntavano addosso.

Mi scoprii in iperventilazione, mentre i ricordi dei miei genitori riversi su di me tornavano prepotenti.

Rapido misi la mano in tasca, recuperando le pillole per la schizofrenia prescritte dallo psichiatra.

Ne buttai una in gola correndo in bagno a recuperare un bicchiere d’acqua per dissimulare il sapore amaro della medicina, prendendo respiri profondi appoggiato sul lavandino bianco.

«Non esiste…» mi dissi ansimando «Non esiste, è un’illusione…»

Chiusi appena gli occhi e le sfere rosse tornarono prepotentemente contro le palpebre.

«Non esiste… non esiste… è solo il trauma, non esiste…»

Mi lavai la faccia disperato, il corpo che tremava più del normale.

Merda! Un attacco non ci voleva proprio il giorno del mio compleanno.

Inspirai profondamente, aspettando che la pastiglia facesse effetto, asciugandomi la faccia.

Stavo così bene, cazzo!

Era proprio nei momenti di più calma che succedeva, come a ricordarmi il dolore prima della gioia.

«Non dovresti prendere quella roba» la voce di mio cugino Andrea mi arrivò come una doccia fredda. Con la sigaretta in bocca, era l’unico della famiglia lontano dal disincanto della Trattoria.

Pure io quando tornavo al ristorante mi sentivo più leggero, lui che ci abitava tutto l'anno restava il solito realista. Un po' fatalista, un po' filosofo pensatore del Novecento, che per essere un ragazzo di vent'anni era un po' strano.

Da quel che sapevo anche lui aveva vissuto in città, a Milano, vedendo l’industrializzazione imperante e l’annichilimento del cuore.

«Me le ha prescritte il medico» risposi riprendendo la calma «Non mi sembra che a te abbiano prescritto di fumare.»

Alzò le braccia in segno di resa: «Devi andare al cimitero?»

«Sì» risposi schivo tornando verso la camera. L’ombra era sparita, la coperta si muoveva appena alla brezza proveniente dalla finestra.

Suggestione, come al solito.

Appoggiai le pastiglie sul comodino e rifeci il letto con l’apatia di un notaio, tirando le coperte fino a renderle un mare calmo.

«Vengo con te, sia mai che ti droghi di nuovo» mi mise un braccio sulle spalle, freddo come una granita alla menta.

«Non è droga» lo guardai male senza scostarlo.

«Quello è l’effetto» mi dette un paio di pacche e s’incamminò verso la trattoria «Ti aspetto giù, idiota.»

Lo superai con un paio di ampi passi, salti di tre gradini con il rischio di ribaltarmi di sotto: «Non serve, imbecille.»

«Basta che non ti ammazzi, cretino» mi strinse delicato il braccio attorno al collo, grattandomi la testa con il pugno chiuso.

Scivolammo fuori punzecchiandoci come due bambini troppo cresciuti, assaporando l’aria frizzante della tarda mattinata. La strada era deserta come al solito, con l’edera che prendeva il sopravvento sulle case abbandonate.

«Questo posto non ha futuro» disse Andrea senza alcun motivo apparente «Tuttavia lo zio ha ragione, non dovresti pensare di aprire una Trattoria dei Penati in centro città.»

Lo guardai confuso, aggrottando la fronte più del normale: «Perché dovrei aprire una Trattoria dei Penati?»

«Perché la nostra famiglia gestisce una Trattoria dei Penati da generazioni: stesso nome, posti diversi. Cornelius ce l’aveva a Roma, io l’avevo aperta a Milano» batté la sigaretta sul pacchetto da fumatore consumato «Fidati, non aprirla a Bologna.»

Lo guardai per alcuni secondi.

«Ammesso e non concesso che debba aprire una “Trattoria dei Penati”, perché non dovrei aprirla in città?»

S’infilò la sigaretta tra le labbra senza accenderla: «La città ti spreme, ti prosciuga, ti annienta. Oggi più di ieri» si prese qualche minuto cercando l’accendino «Inoltre, una Trattoria dei Penati in città sta sempre sul cazzo a qualcuno» accese la sigaretta e prese una boccata prima di scuotere la mano evasivo «E poi andiamo, lo noto il tuo sguardo quando arrivi e quando parti: tu odi quel posto.»

«Odio la Casa-Famiglia, non Bologna» dissi più per convincere me che lui.

Non era odio, non potevo chiamarlo odio.

Forse rassegnazione, forse frustrazione.

Una città che cambiava, soffocando la sua storia e le sue tradizioni in nome di ideali sterili, ignoranti dell’identità cittadina.

Velocizzai il passo mentre salivamo verso la collina. La chiesa sconsacrata a destra era addobbata a festa per non sapevo bene quale motivo, mentre il cimitero poco più avanti era tirato a lucido dalla pazienza del prozio Dino e sua moglie Elide.

«Bologna è perduta, Franci» commentò Andrea apatico mentre superavamo il cancello sbilenco «Se vuoi salvare veramente qualcosa, salva San Pasquale.»

«Perché c’è qualcosa da salvare qui?» alzai un sopracciglio riempiendo l’innaffiatoio e prendendo la scala per raggiungere le lapidi più alte.

«Sì, c'è. Anzi, ci sono» mi tenne la scala mentre svuotavo il vaso per terra e riempivo nuovamente di acqua «Se solo ti concedessi la possibilità di vederli.»

Corrugai la fronte mentre una risata amara mi grattava la gola: «E cosa sarebbero? Fantasmi, forse?»

Andrea non rispose, spingendo appena la scala di lato per permettermi di raggiungere la lapide successiva: «Forse.»

«Forse» mi presi qualche minuto di silenzio anch’io «Almeno siamo d’accordo su qualcosa» mi allungai per cambiare l’acqua e perdendo lo sguardo verso la vallata.

Da quell’altezza di vedeva il monte riempire gli occhi, verde come una collina antica e misterica. In lontananza, il Santuario della Madonna di San Luca svettava nel cielo limpido, un bastione incontaminato che proteggeva Bologna.

Male, dal mio punto di vista, ma almeno ci provava.

Tornai alle mie lapidi.

«Sai perché i miei non sono stati sepolti qui?» chiesi pulendo l’immagine in modo che si riconoscesse chi riposava in quel loculo.

«La famiglia di tua madre era di Torino, no? Saranno stati sepolti lì» tirò una boccata di fumo «Non li hai mai conosciuti?»

«Non hanno mai approvato il matrimonio della figlia, che io sappia» uno squarcio emotivo mi si aprì nel petto al solo pensiero «Per questo non mi hanno voluto quando…»

«Capisco» m’interruppe freddamente, sigillandomi le lacrime negli occhi con una sola parola «Certa gente è meglio perderla che trovarla.»

«Dici?» Andrea annuì portandomi nuovamente all’inizio per la seconda riga di lapidi.

«Ma tu potresti avere la capacità di farli rinsavire» si affacciò verso l’ingresso del cimitero, come avesse percepito un movimento anomalo.

«C’è qualcuno?» chiesi innocentemente.

«Resta qui» Andrea mollò la scala con delicatezza, spegnendo la sigaretta sotto la scarpa e infilandosela in tasca, gli occhi fissi verso l’esterno del cimitero.

«Devo preoccuparmi?» mi allungai appena verso di lui.

«Sarà un gatto» brontolò evasivo «Te continua pure, io torno subito.»

Il suo “subito” durò tutta l’estate.

Ma questa è un’altra storia.

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