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Virgilio stava seduto in un angolo, chiuso a uovo stringendosi le gambe con le braccia. Avrà avuto sei anni al massimo, i capelli spettinati e gli occhi lucidi.
«I-io non sto mentendo…» piagnucolò stringendosi di più «San Luca e la sia Madonna esistono davvero. E Don Dante, la perpetua, il Serpente del portico, ognuno di loro esiste, io non dico le bugie.»
«Virgilio? Dove sei?» la vice dal corridoio fece tremare anche me «Avanti, Virgilio. È l’ora della medicina…»
Il bimbo si prese la testa, scuotendola a forza: «Non voglio, non voglio, se lo faccio lei…»
«Virgilio» la voce calda arrivò di fronte a lui. Un fantasma dalla pelle azzurrina e gli abiti rossi, il volto gentile e la mano che accarezzava la testa del piccolo amorevole «Lo so che è brutto, ma devi dimenticarmi…»
«Ma io non voglio!» i passi fuori lo fecero trasalire e chiudere nuovamente a uovo «Non voglio dimenticarti, non è giusto. Sono gli altri ad essere sbagliati!»
«Devi essere forte, Virgilio e dimenticarmi» gli sorrise dolcemente «Ricorda che avrai sempre Maria e Luca, e ci sarà sempre Dante» gli occhi incolore si patinarono appena «Non lasciare che ti portino via anche loro, ma me… ormai sono un fantasma del passato, piccolo mio. Dimenticami, fingi di non vedere più nulla e resisti, resisti finché non avrai accettato la maledizione che malauguratamente ti ho imposto.»
«Virgilio?» l’ombra scura si stagliò dietro la donna «Virgilio! Ecco dove ti eri nascosto, sono tutti molto preoccupati. Hai visto ancora quelle creature?»
Il bimbo tirò su col naso, asciugandosi gli occhi. Guardò un’ultima volta la donna, poi disse a sguardo basso: «No, non ho visto nulla.»
«Ottimo! Ora forza, torna dalla signora Rebecca che è preoccupata per te» attese che Virgilio si allontanasse, poi guardò il fantasma, gli occhi che si accendevano di fiamme viola «E ora pensiamo a te, che dici?»
Un vortice di oscurità mi trascinò via dal ricordo, facendomi risvegliare in una macchina elettrica a guida assistita. Ero seduto nel posto centrale posteriore, in mezzo a Canidia e Astaroth.
Lui aveva ancora il braccio in ricostruzione, il volto serio e gli occhiali da sole a coprire le iridi fiammeggianti d’ira repressa.
«Nemmeno il Serpente è riuscito a prenderlo, e i documenti sono andati temporaneamente persi» disse infastidito. Trattenni il respiro pregando che non mi notassero «Più che altro vorrei sapere chi è quel dio con il falcetto. Tu non hai visto nulla quando sei andata a prendere l’Accordo?»
«Nulla, solo il ragazzino umano» rispose Canidia lucidandosi le unghie. Con quel suo aspetto da vecchia cornacchia umanoide era un gesto fin troppo elegante, quasi grottesco. Per non dire fastidioso «Comunque, cosa devo fare questa volta?»
«Devi aiutarmi con una dea particolarmente coriacea. Svuotata lei, le difese del Santuario si abbasseranno abbastanza che potremo…» si voltò ad osservarmi confuso, come se mi avesse notato solo in quel momento.
«C’è qualcuno?» chiese Canidia guardandomi attraverso.
«Nulla di rilevante» rispose senza staccarmi gli occhi di dosso «Comunque dicevo che dovresti andare a fare una visitina alla nostra prigioniera» segnò qualcosa sul telefono «Un lavoro pulito, non devono accorgersi che la barriera si è indebolita, chiaro?»
La strega guardò il cellulare, poi ghignò: «Conta pure su di me.»
L’auto si fermò facendola scendere.
Feci per guardare fuori, ma Astaroth mi mise una mano sugli occhi.
«Oh no, Francesco, sarebbe troppo comodo così» mi disse facendomi tremare «Hai voluto iniziare questo gioco, allora giochiamo. Prova ad arrivare prima di noi se pensi di riuscirci.»
Mi svegliai ansimando, gli occhi sbarrati sul soffitto.
Nerone mi dormiva addosso, aggrappato a me come fossi stato un cuscino, brontolando di “Lester” molesti e “figliocce” ingrate.
Lo scostai piano, scivolando fuori dal letto e guardandomi intorno in cerca di qualcun altro, poi decisi di avviarmi verso la cucina.
Empanda stava ancora studiando i documenti che avevamo, gli occhi accesi come due fanali nell’oscurità.
Un cavo le andava dalla caviglia alla prima presa elettrica disponibile.
«Oh, buongiorno» sorrise cordiale.
«‘Giorno» rantolai, poi indicai il cavo.
«Oh, questo? È per evitare che si scarichi la batteria del pandino» rispose tranquilla «È un po’ presto, sicuro di non voler dormire ancora un po’?» scossi la testa rabbrividendo «Incubo?»
«Diciamo di sì…» mi sedetti a guardare i documenti anch’io «Trovato niente?»
«Un paio di posti interessanti» ammise girando il foglio che aveva in mano e indicando un indirizzo «Dando per buono che la prima tappa sia Bologna, l’unico posto certo è questo qui.»
«Via Cesare Battisti?» chiesi alzando un sopracciglio.
«È l’unica in città, ed è vicino a una chiesa sconsacrata» spiegò indicando il punto sulla mappa.
Studiai dove indicava, poi dissi: «Non dovremmo prima pensare alla richiesta di San Luca e della Beata?»
«Vero, ma ci vuole un punto di partenza» tamburellò sul tavolo «Hai detto che devi risvegliare le Trattorie, gli spiriti al suo interno potrebbero dirti dove si trova Felsina.»
«Chi?»
«Andiamo, è ovvio che la “dea minore” di cui parlano è la divinità della città» la guardai ancora più confuso «Sai come si chiamava la città prima di Bologna?»
«Bononia?»
«Ancora prima» scossi la testa «Felsina, si chiamava Felsina. E come tutte le città del passato aveva una divinità protettrice, tipo i patroni moderni.»
«Ah…» tornai alla mappa «E come gli spiriti della Trattoria potrebbero aiutarci?»
Rise cristallina: «Sul serio mi hai appena fatto questa domanda?»
«In effetti…» dondolai la testa «Dov’è Don Virgilio?»
«È sceso per le preghiere mattutine» mi alzai per andare al Santuario «Luca e Maria vogliono che venga con noi per salvare Felsina.»
«Beh… qualcuno che sappia combattere oltre a Nerone ci farebbe comodo» un brivido mi percorse la schiena «Molto comodo…»
Empanda alzò un sopracciglio: «Perché dici così?»
«Credo… di aver avuto una visione di Astaroth» spiegai annodandomi le dita «Vado da Don Virgilio, se non ti dispiace.»
«Certo che sei strano tu: perché dovrebbe dispiacermi?» mi sorrise «Sarà anche un semidio, ma è la cosa più vicina a un umano che puoi trovare con cui confrontarti.»
Mi massaggiai il collo poco convinto, scivolando verso la sacrestia con passo felpato per non disturbare.
Don Virgilio era in ginocchio di fronte all’effige della Madonna, nella parte sopraelevata dietro all’altare, le mani giuste su un rosario in legno.
Teneva gli occhi chiusi, recitando il salmo mattutino, completamente assorto nella preghiera.
San Luca e la Beata Vergine erano inginocchiati in platea, anche loro in meditazione. Era strano vederli pregare, anche se ipotizzai non si stessero venerando loro stessi.
Solo Nerone era capace di fare una cosa del genere.
Andai verso dove si trovava Don Virgilio, facendomi il segno della croce in silenzio e sedendomi su una delle poltroncine adibite alla contemplazione.
Sapevo che i miei genitori mi avevano fatto battezzare, ma oltre a ciò non avevo mai partecipato a nessuna liturgia, cristiana o pagana che fosse.
La cosa più religiosa che avessi mai fatto erano le offerte ai santi protettori della Trattoria, e senza nemmeno darci il peso reale che sarebbe servito, solo un’abitudine al pari di una sveglia o una colazione.
Provai a copiare il loro atteggiamento, composto e silenzioso, con le mani giunte e gli occhi chiusi.
Cosa dovevo fare? Non conoscevo le classiche preghiere come il Padre Nostro o l’Ave Maria, e i salmi erano completamente fuori dalla mia portata.
Quelle poche volte che avevo invocato Dio era per chiedere aiuto, e in entrambi i casi era venuto in mio soccorso Nerone, come potevo discernere le due figure quando lo stesso Imperatore di era definito Dio?
Inspirai profondamente, cercando un’ispirazione di qualche tipo.
Di cosa avevo bisogno? Dovevo per forza chiedergli qualcosa? Un po’ di protezione in quei momenti difficili non sarebbe stata male…
Provai a iniziare quando Don Virgilio disse: «Non sforzarti solo perché sei in una chiesa.
«È una questione di rispetto» non era vero, in quel momento avevo veramente bisogno di… qualcosa, ma non capivo cosa.
«Se credi, credi, se non credi, contempli e apprezzi l’arte del luogo in silenzio. Anche quella è una forma di rispetto.»
Si era seduto accanto a me, le mani ancora strette sul rosario e gli occhi aperti sull’effige di fronte a noi. I Santi si erano allontanati, scivolando silenziosi tra le colonne e le panche del santuario.
«È solo che… non so cosa fare» ammisi tenendo gli occhi bassi «Gli “dei” mi chiamano Cuoco Sacro, il mio cibo può risvegliarli, ma non ho ancora capito come funziona, poi c’è Astaroth, l’altro demone dagli occhi oro, la mia famiglia che non è mai stata veramente con me…» mi resi conto di aver parlato senza freni «Scusa, non sono cose che…»
Mi dette una pacca sulla testa, quello che a Bologna chiamiamo scappellotto. Un colpetto delicato, di quelli che ti aiutano a rischiararti le idee: «Non devi scusarti per queste cose, soprattutto con me, chiaro?»
«Scus…» mi sentii il suo sguardo adirato addosso.
Sospirò appoggiandosi allo schienale: «Ero confuso anch’io alla tua età. La maturità vicina, Don Dante lontano, il resto del mondo che ignorava l’universo di creature visibili solo a me e io che negavo la mia stessa natura. Diritto fu la mia scelta dopo la prima chiamata, una sorta di rinuncia a ciò che mi stava chiedendo il Signore. O anche solo i due abitanti rompiscatole di questo posto» si soffermò sui dettagli del dipinto davanti a noi, battendosi un paio di volte sullo sterno «Eppure c’era un vuoto qui dentro, qualcosa che sentivo di dover riempire.»
«E lo hai riempito coi voti?» lo guardai confuso «Però tu non sembri avere fede.»
«La mia fede è una questione di resilienza» spiegò alzando appena gli occhi «Accetto Dio e rispetto la sua presenza perché altrimenti ogni cosa attorno a me non avrebbe senso.»
«E non va contro il fatto che tu sia…» mi trattenni dal proseguire, consapevole che era un argomento fin troppo delicato.
Sospirò: «Gli dèi pagani sono una manifestazione del potere di Dio, un errore generato dagli umani che il Signore ha sfruttato per accompagnare gli umani verso la retta via. Probabilmente è un “Antani”, ma è il modo che ho trovato per sopportare questo disegno divino. Giusto? Sbagliato? È il mio e tanto mi basta per dare senso alla mia vita.»
«E darle senso ha riempito quel vuoto?» sperai mi rispondesse di sì, ma scosse la testa
«Non ancora, ma aiutare i maledetti come me lo tiene sotto controllo. Non voglio che ciò che è successo a me capiti ad altri» strinse il crocifisso con un gesto brusco «Però una cosa è certa: non devo fingere che non ci sia ed esserne consapevole. Un giorno capirò la volontà del Signore e del perché un figlio di pagani sia finito a combattere con una Reliquia Benedetta.»
Rimanemmo in silenzio alcuni minuti.
Lo osservai affascinato mentre si alzava e piegava leggermente la testa in avanti prima di tornare verso la sacrestia. Una mano che rimetteva il rosario in tasca, l’altra che liberava il crocifisso e recuperava il libro dei salmi dai gradini davanti all’effige della Madonna.
Come se gli fosse realmente servito durante la preghiera.
Lo seguii con un paio di ampi passi, facendomi il segno della croce prima di uscire dalla cappella.
Abitudine? Rispetto? Necessità? In quel momento non m’interessava.
«Non potrebbe essere proprio l’aiutare i semidei come te?» proposi raggiungendolo. Me ne pentii subito, rendendomi conto di essere stato troppo diretto.
Si fermò, poi mi guardò sorpreso: «Non c’avevo mai pensato, ma dubito sia solo quello» si girò il crocifisso tra le dita prima di ripartire «È qualcuno che ho ignorato e che devo ritrovare.»
Riprese a salire, raggiungendo la cucina, poi mise una moca sul fuoco: «Volete del caffè?»
«Volentieri!» esclamò Empanda, poi ci guardò confusa «Ehi, cosa sono quei musi lunghi? Avete paura che qualcosa vada storto in missione?»
«Abbiamo avuto un interessante confronto teologico» ammise Don Virgilio prendendo qualche biscotto dalla dispensa «Prima di partire provo a sistemarti i documenti per l’eredità. Prima ci muoviamo, meno rischiamo che facciano una copia e la firmino. In questo genere di cose ha validità la data, e noi abbiamo molto poco tempo.»
Guardai nuovamente la mappa che stava studiando Empanda: «Questa è una ZTL, non potremo mai entrare con la macchina.»
«Oh» rispose la dea «Cos’è una ZTL?»
«Zona Traffico Limitato. Possono entrare solo i residenti, le auto elettriche e le ibride» spiegai indicando un punto indefinito dove ci sarebbe potuto essere il pandino «E la vettura dei nonni è tutto fuorché autorizzata a entrare in centro.»
«Prenderemo il trenino turistico» disse Don Virgilio passandoci le tazze di caffè e un barattolo di zucchero «Volete del latte?» scuotemmo entrambi la testa.
«Solo che senza macchina io non posso venire» ammise Empanda con uno sbuffo «Non c’è il rischio che il portico di risvegli?»
«Non se vi scorto io» spiegò Virgilio «Per questo tendenzialmente accompagno i figli di pagani giù dalla scalinata quando devono ripartire» bevve un po’ di caffè «Diciamo che ho i miei metodi per tenerlo a bada.»
«Ma senza di te il Santuario sarà sguarnito» chiesi confuso.
«E cosa ci fanno la Beata Vergine e San Luca secondo te? Dispensano benedizioni ai turisti miscredenti?» roteò gli occhi «Se non ci fossero loro, quando dormo qualunque cosa potrebbe attaccare il Santuario, o i figli di pagani che vengono a cercare rifugio verrebbero mangiati dal Serpente senza possibilità di salvezza.»
«È solo che…»
«Non serve necessariamente una spada per sigillare un portico semovente» si alzò uscendo e recuperando i documenti sparsi sul tavolo «Vado a legare la Bestia che ieri non ci sono riuscito, poi mi metto a sistemarti questo disastro.»
Ipotizzai fosse colpa mia, in fondo Nerone si era aggrappato a me come una stella marina a un ramo.
Non osai immaginare come avrebbero potuto combattere assieme se avessimo incontrato dei nemici, decidendo di concentrami sul tragitto che avremmo dovuto fare per raggiungere la Trattoria dei Penati di Bologna.
*** * ***
La chiesa era un rudere malmesso, con le finestre rotte e l’ingresso sbarrato. C’ertano i segni dell’inizio di un restauro, ma non si capiva bene quando si sarebbero conclusi. Di fatto erano serviti solo per stabilizzare la struttura dopo il terremoto del 2012.
Si trovava all’incrocio tra via Barberia e via Cesare Battisti, abbandonata a se stessa, ma avevo ancora speranza che trovasse una destinazione d’uso migliore rispetto che un locale ultramoderno senza identità.
Nessuno probabilmente aveva notato la porticina insulsa lì accanto, coperta dall’intonaco staccato da relativamente poco tempo.
Qualcuno ci aveva scritto sopra con lo spray cose tipo “ACAB” e “Fasci appesi, nervi tesi”, oltre ad adesivi di Lotta Comunista e tante altre sigle che non presagivano nulla di buono.
Tutto ammassato solo sulla porta, lasciando il muro attorno assurdamente intonso.
«Dobbiamo per forza?» chiesi temendo cosa avrei trovato all’interno «Non è che ci siamo sbagliati?»
«Indirizzo e catasto coincidono» spiegò Don Virgilio accarezzando il crocifisso pronto a far pentire a suon di randellate chi si fosse presentato.
«E poi chiunque sia qui dentro non ha alcun diritto di starci, giusto?» aggiunse Nerone scrocchiando i pugni «Entriamo, li facciamo sloggiare e ridiamo dignità a questo posto.»
«A proposito, abbiamo le chiavi?» chiese il prete senza staccare gli occhi dalla porta come a paura che si aprisse da sola.
«In effetti…» mi misi le mani in tasca e mi venne un infarto. Mi ero dimenticato di aver perso una sfilza di mazzi da San Pasquale, il che mi mise ancora più in agitazione.
Le dovetti tirare fuori tutte, escludendo quelle che sicuramente non erano di quel posto e identificando l’unica possibile. Una chiave non troppo vecchia, adatta alla serratura moderna messa prima che il luogo venisse sigillato poco meno di vent’anni prima.
L’infilai nella toppa e girai il chiavistello.
L’odore di marijuana che uscì mi fece girare la testa, da quanto non cambiavano l’aria lì dentro?
La luce naturale era un concetto astratto che passava dalle finestre sprangate per impedire che qualcuno sbirciasse all’interno, ma almeno l’impianto elettrico funzionava. Peccato che mostrasse una situazione ai limiti dell’igiene, tra angoli scelti come orinatoi e sacchi a pelo che avevano visto giorni migliori.
Un gruppo di ragazzi stava seduto attorno a quello che sembrava un bong, fumando tutto fuorché da quello e inveendo contro non si sa quale nemico immaginario.
«P-permesso?» balbettai affacciandomi. Don Virgilio e Nerone mi spinsero dentro senza troppe cerimonie, tappandosi il naso infastiditi.
Il rumore dei miei passi incerti sul vetri delle bottiglie rotte attirò subito l’attenzione degli occupanti facendomi rabbrividire.
Il gruppo si voltò verso di noi, poi tornò a parlottare e si alzarono, spranghe alla mano. Saranno stati una quindicina, le ragazze davanti, i ragazzi dietro, e decisamente non sembravano amichevoli.
«Sembra che ci stessero aspettando» constatò Nerone estraendo il falcetto «Non faccio una scazzottata come si deve da…»
«Fermo lì» lo ammonì Don Virgilio «L’olezzo di questo posto non aiuta, ma quelli sono umani.»
«Uma… che!?» Nerone alzò lo sguardo, annusò profondamente e tossì come fosse stato avvelenato «No, sto posto fa troppo schifo per essere abitato da umani.»
«Ehi, fascistelli» iniziò uno dei ragazzi minaccioso «Ci avevano avvertiti che sareste venuti a cercare rogne.»
«Veramente…» provai a dire.
«Siamo venuti a constatare lo stato di questo posto, dato che il qui presente Francesco Penati ne è proprietario» spiegò Don Virgilio mentre io mi vergognavo come un ladro «Non siamo venuti per…»
Il ragazzo lo ignorò completamente, rimanendo con lo sguardo su me e Nerone: «Vi siete anche portati il pretino per l’estrema unzione? Si vede proprio che non siete minimamente preparati» portò in avanti la spranga in segno di sfida «Questo è il nostro territorio, e adesso vi faremo vedere cosa succede alla gente come voi.»
L’Imperatore mi spinse via appena prima che una sprangata mi colpisse in testa, parando il colpo con il falcetto.
Un secondo assalto cercò di prenderlo alla sprovvista, ma Don Virgilio estrasse la spada da lato e si frappose tra l’assalitore e Nerone, disarmando il ragazzo con una mossa di scherma da manuale.
«Dai, non siamo qui per…» provai a dire rialzandomi. Mi abbassai appena prima che mi arrivasse un colpo in piena faccia «Se ne parlassimo civil…»
Nerone incenerì una sedia volante, stordendo una delle ragazze con un colpo di manico e facendo lo sgambetto a uno in arrivo.
«Voi fascisti, sempre a colpire le donne per prime vero?» disse uno di loro lanciandosi… su di me!
Mi abbassai a uovo facendolo inciampare e rotolare per terra.
«Scusa…» dissi rialzandomi.
«Siete stati voi a metterle in prima fila» rispose Don Virgilio «Esattamente come ci avete attaccato senza un motivo.»
Una bottiglia vuota mi fischiò sulla testa.
«Giuro su me stesso che ora bucio tutto!» esclamò Nerone preparando un pugno infuocato «Umani o non umani, trattoria o meno, rado al suolo ‘sto schifo di posto!»
«Ner… Alberto, no!» esclamai «Cerchiamo di parlare civilmente…»
«Non si può parlare civilmente con voi estremisti!» disse una ragazza caricandomi.
La schivai rotolando per terra e trovandomi vicino alla parete, in angolo con l’ingresso alla cucina a vista.
“Fa male…”
La voce, in un singhiozzo disperato, mi arrivò direttamente nel cervello.
“Fa male… non voglio…”
Deglutii, appoggiando la mano alle mie spalle.
Una sensazione di freddo accolse le mie dita, grosse catene incastonate che uscivano dalla parete, tutt’uno con esse.
“Fa male… smettetela…”
Mi voltai piano, scoprendo una donna con una corona in testa incatenata a una statua con le sue stesse fattezze. Il volto era rigato dal pianto, lo sguardo perso nel vuoto mentre gli anelli neri annientavano ogni suo colore.
«Felsina?» chiesi. La donna si voltò verso di me, poi tornò a guardare lo scontro.
“I miei figli… non voglio…”
Ogni frase era una parte del suo corpo che si trasformava in fumo nero, gli occhi che prendevano un barlume ardente simile a una fiamma rossa e blu.
Mi alzai, guardando la situazione. La ragazza che mi aveva caricato prima era pronta a un nuovo assalto in direzione di Nerone che si difendeva a suon di manico di falcetto e pugni infuocati a tenere lontani gli antagonisti.
Don Virgilio faceva quel che poteva, puntando più a disarmare che a mandare al tappeto, il che era alquanto controproducente: chi allontanava tornava più armato e più agguerrito a ogni nuovo attacco.
E io?
Io ero rannicchiato contro la statua di una dea in piena fase di svuotamento, per cui decisi di fare la cosa più logica che mi venne in mente.
Andare a cucinare.