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Quando entrammo Nerone quasi si prese la spada di Don Virgilio nel petto.
«Dovevi rimanere giù, Bestia» disse aspro il prete senza abbassare l’arma.
«Ha bisogno di ricaricare le energie anche lui» spiegai cercando di calmare la situazione «E ha promesso che rimarrà legato tutto il tempo.»
«Io non ho promesso proprio nien…» si trovò la spada a pochi centimetri dalla gola. Toccò piano la lama e la abbassò delicatamente «Resto legato, va bene. Ma solo perché me lo ha chiesto il puer, non certo per te, pretucolo.»
Don Virgilio ruotò la spada, premendo uno dei rubini e facendola tornare un crocifisso, poi se la rimise al collo. Notai solo allora che aveva una forma insolita, con una spirale arabesca sulla parte alta, simile a un'onda avvolgente. In forma di spada era ciò che faceva da paramano, ma fino a quel momento non c'avevo fatto caso.
Lo guardai affascinato: «Bronzo celeste?» chiesi incuriosito.
«Reliquia Benedetta in argento angelico» rispose infastidito «Perché voi figli di pagani me lo chiedete sempre?»
«Perché nessuno ha mai sentito parlare di Reliquie Benedette in argento angelico, forse?» commentò Nerone sedendosi pesantemente a tavola «Che poi chi dà così tanti nomi a un’arma mitologica?!»
«Voi date nomi a ogni singola arma.»
«Non ci credo che quella cosa non ha un nome…»
«Spada da lato del Guardiano» annuì risoluto, Nerone lo guardò eloquente mettendolo in difficoltà «È un caso che abbia un nome, e comunque pure voi ne avete una» indicò la mia fionda.
Nerone guardò confuso: «Capisco la tua ignoranza – sei solo un pretucolo cristiano – ma quello è bronzo celeste, non ci sono dubbi.»
Don Virgilio alzò un sopracciglio: «Solo perché voi pagani non lo conoscete, non vuol dire che possiate dargli un nome diverso.»
Chiamato in causa presi in mano la fionda, osservandola attentamente, poi l’avvicinai a Nerone e la spostai verso Don Virgilio che mi guardò confuso, ma rimasi concentrando, notando un cambiamento inaspettato.
La cornucopia era diventata un calice, mentre rampicati di spine fungevano da bracci. Sulla tasca per i proiettili, al posto della mano a fica, c’era l’iconografia di un’ostia.
«Credo… si adatti a chi lo guarda» dissi studiandola affascinato «Potrebbe essere sia una che l’altra cosa, no?»
«No!» risposero in coro «Quello è sicuramente…»
Li lasciai ai loro battibecchi, rimanendo ad osservare ancora un po’ l’arma che cambiava forma, poi la rimisi in cintura, cercando la ricetta delle olive all’ascolana nel reader.
In realtà la ricordavo a memoria, ma era un modo per allungare i tempi e ignorare le loro discussioni.
«Le fai classiche?» chiese Empanda alle mie spalle facendomi trasalire.
«Forse… perché?» risposi aspettandomi chissà quale paletto improponibile.
Alla Casa-famiglia mi avevano chiesto di cucinare una torta popcorn al cioccolato bianco, peperoncino e alici marinate, non so con quale miracolo fossi riuscito a equilibrare tutti i sapori.
Ormai ero pronto a tutto.
«Nerone ha detto che sei bravo a sperimentare, sarei curiosa di assaggiare una tua oliva all’ascolana» sorrise cordiale.
Solo in quel momento notai che l’abito romano era diventato una divisa da pilota vintage in tinta col pandino dei nonni. Sul petto una spilletta in pirite a forma di pagnotta e spighe faceva la sua bella figura senza cozzare con il resto degli abiti.
Nerone, invece, continuava a essere vestito da Imperatore.
E puzzava.
Tanto.
«Non converrebbe che ti lavassi anche tu?» chiesi preparando gli ingredienti con molta calma.
«E come?» rispose alzando i polsi «Qualche miscredente ha pensato bene di legarmi. E qualche altro cuoco ingrato gli ha dato ragione.»
Decisi di non guardarlo negli occhi, infossandomi nelle spalle.
Don Virgilio sospirò, poi si alzò e strattonò Nerone con molta poca delicatezza: «Solo il tempo della doccia, e sto lì a controllare che tu non faccia scherzi.»
«Come se potessi senza poteri» brontolò l’Imperatore seguendolo dopo aver tirato via il braccio infastidito.
Aspettai che fossero usciti, poi chiesi a Empanda: «Puoi stare fuori dall’auto adesso?»
«Solo nel raggio di venti metri, ma sì» ammise sedendosi a tavola e stiracchiandosi «Non sono piu abituata a certi pacchi, o certe manovre. Anche il pandino ne ha risentito.»
«Fai fatica con il peso nel bagagliaio? Se lo avessi saputo io…»
«Tranquillo, non è così fastidioso come sembra. E poi quell’oliva è stata un’eccellente idea.»
«Grazie…»
«TI HO SENTITO!» esclamò la voce di Don Virgilio dal bagno facendomi irrigidire.
Decisi di chiudere l’argomento auto e passare ad altro.
«Dove sono la Beata Vergine e San Luca?» chiesi cercando gli ingredienti.
«In salotto a continuare con i loro piani per maggio» spiegò sospirando «Ricordo ancora quando organizzavo le mie festività, adesso è già tanto se qualcuno sa della macchina che porta il mio nome.»
«Diciamo che l’omonimia con l’orso asiatico non aiuta…» ammisi.
«Per niente» scosse la testa affranta «Posso aiutarti in qualche modo?»
Guardai la spesa: «Avrei bisogno che mi trovassi lo scontrino e che segnassi ciò che Nerone ha comprato al banco servito.»
«Agli ordini!» esclamò mettendosi sull’attenti e iniziando a rimestare.
Io, intanto, mi misi a studiare come personalizzare le olive all’ascolana.
Dopo che il Signor Garbigliozzi mi aveva fatto chiamare, Nerone aveva finito la spesa da solo… e aveva sbagliato una buona parte degli ingredienti.
Il finocchio era diventato finocchietto selvatico, la carne per tipologia un generico macinato misto di pesce e le erbe tutto fuorché quello che gli avevo chiesto – chi è che compra il mirto a Bologna? Solo Nerone, probabilmente. Non capivo nemmeno come avesse fatto a trovarlo.
Più che personalizzare dovevo adattarmi a quello che avevo.
Lavai bene le olive dalla salamoia, poi le misi in acqua con della menta e un goccio di limone. Sarebbero venute fresche, soprattutto perché le avrei dovute riempire di orata, branzino e cefalo.
Tra l’altro il pesce cucina molto più velocemente rispetto alla carne, per cui optai per mescolare il macinato sale e mirto – il liquore, le bacche le avrei tenute da lanciare a Nerone alla prossima battaglia, così imparava a fare di testa sua.
Okay, sappiamo tutti che non sarei mai riuscito a farlo, ma ci pensai seriamente in quel momento.
Lasciai riposare anche quel nuovo impasto, coprendo con la pellicola, poi mi misi a preparare la copertura.
Pan grattato e rosmarino da una parte, uova sbattute dall’altra.
Olio sul fuoco e finestra aperta mentre aspettavo e ragionavo sul da farsi.
Le olive non sarebbero mai bastate per tutti, o comunque non si poteva definire una cena.
Antipasto, primo e secondo era escluso, ma una prima portata poteva essere un’idea.
Studiai la spesa cercando qualcosa da fare di semplice e leggero.
Le olive le avevo già, Nerone aveva comprato una cassa intera di pelati – Empanda aveva avuto il buon gusto di non portarla tutta – e c’erano diverse boccette di colatura di alici.
Non mi chiesi perché ci fosse più colatura che aceto, ma con quegli ingredienti veniva un piatto estremamente semplice: spaghetti alla puttanesca.
Preparai una pentola d’acqua sul fuoco e tornai alle mie olive.
Una parte le tenni per la puttanesca, le altre le iniziai a riempire con il macinato di pesce marinato, buttarle nell’uovo e coprirle di pan grattato.
Controllai l’olio, accesi la ventola della cappa al massimo e chiusi la porta per evitare che l’odore di fritto andasse ovunque.
La prima oliva sfrigolò dorandosi quasi subito.
La lasciai a galleggiare sulla superficie, poi la estrassi e la misi in una tazzina da caffè – quello trovai come contenitore piccolo.
«Empanda, puoi assaggiare, per fav…?» nemmeno il tempo di dirlo che la dea aveva preso la pallina e se l’era buttata in bocca.
Prima si bloccò soffiando per il caldo, poi sgranò gli occhi e prese un’espressione beata. La coroncina d’alloro brillò appena lucidata, i capelli presero una delicata sfumatura dorata e le iridi si scurirono in una sfumatura che mescolava verde e nero oliva.
«A-do-ro» scandì raggiante «Olio, olive, pane. E poi il mirto! Mi ricorda tanto il cibo di Cornelus, si sente che sei suo pronipote» si sedette in attesa continuando a controllare lo scontrino chilometrico mentre un velo di tristezza le sporcava gli occhi «È stato preso anche lui da Aita?»
«Già…» ammisi continuando a friggere e controllando che l’acqua bollisse.
«Non è il tipo che passa il confine facilmente, speriamo solo di arrivare per tempo.»
Per un attimo pregai che le olive attirassero lo zio, ma l’unica cosa che richiamarono furono i padroni di casa con l’acquolina in bocca.
«Sei libero a maggio?» chiese la Beata Vergine stringendo l’abito per evitare che finisse nel cibo.
«Credo sarò preso dalla maturità…» ammisi senza perdere la concentrazione «Ma potrei trovare qualche modo per liberarmi» appoggiai la ciotola di olive sul tavolo «Prego, servitevi. Intanto preparo la pasta.»
«Pure? Non stai un po’ esagerando per questi miscredenti?» chiese Nerone spuntando in cucina.
Si era messo una maglietta con scritto “Italian do it better” e la stampa di un piatto di carbonara, una giacca in pelle e un paio di jeans scuri un po’ sdruciti.
Don Virgilio gli dette una pacca sulla testa: «Se non la finisci ti lego di nuovo» lo guardai confuso «Sarebbe stato scomodo a mangiare con i polsi legati. Comunque è temporaneo, di certo non lascio libera la Bestia di notte mentre tutti dormono.»
Nerone si massaggiò la nuca infastidito, e lì decisi che la cucina era eccessivamente in disordine per continuare a lavorare.
«Certo che per essere un pretucolo sei manesco. Non eravate così ai miei tempi» commentò l’Imperatore.
«Gesù flagellò i mercanti nel tempio, è già tanto se non ti defen…»
Empanda infilò un’oliva in bocca a ciascuno di loro: «Non si litiga mentre si mangia» li ammonì severa «Anche perché se non la smettete qui finisce tutto.»
I due, più ammansiti, brontolarono qualcosa. Nerone fece per sedersi lontano da Don Virgilio, ma lui lo strattonò accanto a sé. Giuse le mani ringraziando Dio per il cibo, poi guardò di sottecchi Nerone che aveva fatto come lui – ringraziando se stesso, ma era qualcosa – e gli passò un’oliva senza dire nulla.
Era comunque un inizio.
Tornai alla mia puttanesca, buttando gli spaghetti e preparando il sugo: pelati, colatura di alici e olive.
Il profumo di menta e rosmarino si espanse per tutta la stanza.
«Comunque, ho letto quei documenti che avevi con te» mi disse Don Virgilio «Volevano fregarti per bene, per fortuna li hai presi prima che li firmassero» si girò il crocifisso tra le dita sovra pensiero «Se vuoi posso riscriverti tutto in modo che diventi tu proprietario. Non so quanto possa servire dato che non pratico la professione, ma almeno avresti un documento a cui appellarti.»
«Graz…» mi sentii il suo sguardo infastidito addosso «Mi sarebbe molto utile.»
«Figurati» strinse il crocifisso «Cosa vi porta qui?»
«Un peccato di qualcosa ha cercato di convincerlo di essere pazzo» spiegò Nerone appoggiato con il gomito sul tavolo «Da quel che abbiamo capito, voleva avere la proprietà della Trattoria dei Penati.»
La Beata Vergine e San Luca si rizzarono a tale affermazione, poi si guardarono, si voltarono verso Don Virgilio e tornarono alle olive.
«Quindi questo “peccato” sarebbe il Dottor Comuni dell’atto notarile?» chiese il prete ignorando il disagio dei due santi.
«A quanto pare» alzò le spalle Nerone «Anche se non abbiamo molto capito il suo piano. Insomma, cosa se ne fa un peccato di una Trattoria?»
«La vuole svuotare» disse San Luca pensieroso «Senza la Trattoria si perde il sacro del cibo, la sua ritualità.»
«E fin lì c’eravamo, ma perché?» chiese Nerone.
«È un demone, non mi farei troppe domande» liquidò Empanda mentre servivo i piatti fumanti «Insomma, chi si chiede perché le Sirene incantano i marinai?»
«Ma è… strano» commentai sedendomi anch’io «Insomma, hai detto anche tu che è controproducente per loro.»
«Non se vuoi portare il mondo all’annichilimento totale» disse la Madonna. Era strano vederla mangiare come una persona qualsiasi, per quanto usasse una certa eleganza e garbo mentre lo faceva «I peccati non sono semplici demoni: sono impulso, desiderio, brama. Non hanno rituali a loro dedicati perché non ne hanno bisogno: semplicemente esistono.»
«E adesso che i tempi sono maturi vogliono prendere il controllo» concluse Nerone «Se fossi uno di loro farei così» Don Virgilio sfiorò la pietra sul crocifisso «Ma non lo sono, e comunque questa cosa dello svuotamento di senso non mi va troppo a genio.»
«Questo, però, spiega perché la Bestia sia potuta entrare nel Santuario senza essere distrutta» disse San Luca «C’è necessità della collaborazione di tutti, indipendentemente dalla propria origine religiosa o dai propri errori.»
«Sono abbastanza sicuro che “errori” sia un eufemismo nel suo caso» commentò Don Virgilio prima raccogliere i piatti vuoti e andare a lavarli. Feci per aiutarlo, ma mi spinse a sedere con un gesto fermo «Detto ciò, quando pensate di andarvene?»
«Anche adesso» rispose l’Imperatore «Vero? Siamo già al sicuro e…»
«Dovremmo prima capire dove dobbiamo andare» dissi pacato «E poi dovremmo riposare prima di ripartire. A voi basterà anche mangiare quello che cucino, ma io ho bisogno di dormire.»
Nerone strinse gli occhi: «Ti stai prendendo un po’ troppe libertà, puer» abbassai lo sguardo in penitenza «Comunque è vero, ci serve capire cosa voleva dire Nortia con quella brutta copia della Commedia.»
«Avete incontrato Nortia? E come sta?» chiese Empanda eccitata.
«Credo… faccia la promoter di cibo di cartone con chiodi dentro» ammisi non troppo convinto «O quantomeno si è presentata così.»
«Appena sono un po’ più autonoma vado a trovarla, allora» annuì solare «Comunque, dicevate che vi ha dato una profezia?»
«A quanto pare…» mi guardai attorno «Don Virgilio, posso chiederti i documenti dell’eredità?»
«Puoi, finisco di lavare i piatti e te li porto» rispose senza voltarsi.
«Grazie» tornai su Empanda «Ti chiederei lo scontrino, per favore. Sei riuscita a trovare tutto?»
«Segnato tutto, anche se era veramente tanta roba» guardò Nerone con un sorrisetto sornione «Ti sei dato alla pazza gioia, vero?»
«Mi sono lasciato ispirare dal momento, c’erano un botto di salumi che mi ricordavano la cucina dei miei tempi» alzò le spalle l’Imperatore.
Mi soffermai a guardare i due santi.
Da quando avevamo parlato di Astaroth si erano chiusi tra di loro, parlando talmente piano da non essere sentiti nemmeno da chi gli stesse di fronte. Di tanto in tanto buttavano un occhio a Don Virgilio, ma solo per controllare che non si voltasse verso di noi.
«Vado a prenderti i documenti» disse il prete asciugandosi le mani «Ti serve una pagina specifica che te la metto davanti?»
«C’è un elenco delle proprietà abbastanza schematico?» chiesi speranzoso.
«È legalese, la cosa più schematica è l’intestazione» rispose con un sospiro «Dai, vado a prenderli e ti do una mano a capirci qualcosa.»
Nerone lo osservò allontanarsi, poi si stese sul tavolo sfinito: «Sarà una lunga, lunghissima notte.»
*** * ***
Nerone e Don Virgilio si erano addormentati da una mezzoretta abbondante, uno con le braccia conserte sotto la testa, l’altro appoggiato al primo.
San Luca mise addosso a loro una coperta, poi tornò a guardare i documenti assieme a me ed Empanda. La Beata Vergine ad un certo punto era tornata nella sua icona fingendo una stanchezza inesistente.
Non avevo indagato come mio solito, concentrato sul capire quali fossero le Trattorie che avremmo dovuto risvegliare.
Don Virgilio mi aveva sottolineato gli indirizzi fin dove era arrivato, ma da quel punto in poi dovevo gestirmelo da solo.
La prima cosa era stata capire l’ordine delle tappe, il che era stato abbastanza semplice: il numero dei pacchetti che Nerone si era fatto fare in gastronomia.
Il secondo problema era stato capire a quali tappe ogni prodotto avrebbe potuto fare riferimento, e lì la situazione era subito diventata difficile.
Alcuni prodotti erano iconici, come la Mortadella di Bologna – rigorosamente senza pistacchi – o il Prosciutto di Parma, altri erano assolutamente sconosciuti – sul serio, chi conosce il salame di patate!? – e altri ancora potevano essere in un’area talmente vasta che era impossibile trovare un filo conduttore.
Poi c’era la questione della prima tappa: bene o male tutti avevano un numero distinguibile, poi c’erano la Mortadella e il Salame di Patate che avevano entrambi un solo pacchetto.
Da quale dovevamo cominciare?
«Adesso che si è addormentato, puoi dirci cosa vuoi chiederci?» disse Empanda guardando San Luca senza un reale motivo. La guardai confuso, alzando lo sguardo dai documenti.
La testa mi cascava dal sonno, ma stavo cercando di resistere per risolvere il problema della prima tappa.
Insomma, Bologna sarebbe stato troppo ovvio, no?
San Luca si annodò le dita in un gesto di preghiera, lanciò un’ultima occhiata al prete, poi disse: «Vorremmo che aiutaste la madre di Virgilio e Dante.»
Mi ripresi appena: «Sono fratelli?»
«Come tutti i guardiani» spiegò a sguardo basso «Temiamo sia stata svuotata.»
«Perché?» chiese Empanda piegando appena la testa.
«Non sentiamo più la sua presenza» spiegò la Beata Vergine scivolandomi alle spalle e appoggiandomi le mani calde sulle spalle. Quel tocco accogliente mi sciolse appena, aumentando il desiderio di dormire che cercavo di reprimere «Abbiamo contatti con lei da quando siamo diventati i protettori della città assieme a Petronio. Se non è svuotata, temiamo comunque che sia fortemente indebolita.»
«E immagino che voi vogliate che la salviamo» ipotizzò Empanda alzando le spalle «Per me non ci sono problemi, mi piacerebbe rivedere vecchie compagne, ma non so se il Giovane Penati o Lucius sono d’accordo.»
«Dobbiamo comunque scendere in città per cercare la Trattoria da risvegliare» ammisi incrociando le braccia sul tavolo. Era comodo in fondo «E poi il nostro compito è ritrovare il senso perduto, più divinità risvegliamo, più sarà possibile capire come fare» sbadigliai allungando la mano verso il braccio dell’Imperatore «Per quanto riguarda Nerone, credo lo accetterà, anche se con riluttanza» gli sfiorai l’avambraccio «È un po’ rude, ma in fondo non è una cattiva persona…»