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Il tonfo fu… stranamente attutito.
Simile a un materassino d’aria, non ci schiantammo subito sul lastricato, rallentando poco prima di rotolare sul selciato.
Nerone mi stringeva a sé, proteggendomi dalla caduta, affaticato, ma ancora vivo.
«Gra-zie…» rantolai.
«Aspetta a dirlo quando saremo al sicuro» si allontanò poi mi guardò il braccio «Stai fermo.»
Mi voltai e mi venne un conato di vomito: l’arto amputato del Dottor Comuni – o di Astaroth, ormai non sapevo più come chiamarlo – era ancora stretto al polso.
Mi strattonò, in direzione del centro commerciale facendomi cadere all’indietro e trascinandomi sul selciato.
«Ti avevo detto di stare fermo!» esclamò Nerone buttandosi sulla mano con il manico del falcetto.
Le dita si aprirono, lasciando un gridolino da Alien che mi fece rabbrividire.
«Quella cosa esiste?» esclamai massaggiandomi l’arto dolorante. I segni rossi delle dita che bruciavano nei graffi freschi degli artigli.
«Ovvio, puer! Credevo che il discorsetto con Fufluns ti avesse chiarito che esistiamo» commentò mollando un calcio alla mano amputata che si schiantò contro il palazzo. Mi aiutò ad alzarmi, tirandomi verso la strada «Il problema ora è raggiungere la macchina prima che…»
«Francesco, ma che ti prende?» la voce del Dottor Comuni arrivò dalla finestra rotta «Non ti sei fatto male, vero? Adesso vengo a vedere come stai e…»
«Empanda, vieni a prenderci!» esclamai senza pensarci. Non aveva alcun senso quella frase, ma non volevo assolutamente che quell’uomo mi raggiungesse.
«Cosa credi che sia? Kitt!?» rispose Nerone prima che la Panda sterzasse violentemente nel parcheggio completamente contromano e le portiere dal nostro lato si aprissero in automatico «È Kitt davvero…»
«Presto, salite!» esclamò Empanda alla guida guardando verso l’alto solo per spostare lo sguardo sulle porte a scorrimento «Indovino, un mostro che vi vuole morti. Giornata classica di un semidio…»
Nerone mi spinse dentro mentre la portiera si chiudeva da sola ed Empanda partiva sgommando.
Mi voltai solo per vedere i nostri inseguitori uscire dalle porte a scorrimento, il braccio dello psichiatra che ricresceva a fatica mentre si teneva la ferita.
I suoi occhi, infuocati dall’ira per la nostra fuga, ci osservavano inermi. Lo vidi ordinare qualcosa al Signor Garbugliozzi che si mese a correre in direzione opposta estraendo un mazzo di chiavi.
Empanda sterzò, tagliando di netto aiuole e rotonde tra gli altri automobilisti che suonavano indignati.
Ogni curva era una fitta allo stomaco, cosa che mi faceva ragionare più lucidamente di quanto mi aspettassi.
Il male era qualcosa di tangibile, di reale. Non me lo potevo inventare, per cui, se erano veri gli strattoni e i pugni, doveva essere vero che il Dottor Comuni era il demone della Superbia.
«Dobbiamo trovare un posto sicuro» disse Nerone controllando alle spalle «Il fatto che Empanda sia arrivata subito ci ha dato un po’ di vantaggio, ma non so quanto durerà.»
«Andiamo a San Luca» dissi tenendomi lo stomaco. Solo in quel momento mi resi conto che stringevo ancora i documenti della proprietà «I nonni dicevano sempre che era il posto più sicuro di Bologna.»
«Quel Santuario arroccato sul Serpente?» chiese Empanda.
«Il cosa del cosa?» chiese Nerone confuso mentre la dea prendeva la tangenziale.
«È una chiesa arroccata su un colle, l’abbiamo vista dall’autostrada» spiegai «Si dice che il portico che porta al Santuario sia il Serpente tentatore schiacciato dalla Madonna.»
«E questo Pitone 2.0 si può liberare?» il tono con cui lo chiese non presagiva nulla di buono.
«Non credo» rispose Empanda per me «Certo, potrebbe essere comodo contro chi c’insegue… a proposito, chi c’insegue?»
«Un tipo molto antipatico e un umano venduto a tale soggetto» spiegò Nerone mettendo in pausa i suoi piani sul Serpente «A proposito, chi erano quei tipi?»
«Il mio psichiatra e il mio legale rapprese» spiegai stringendo ancora di più i documenti «Credo… volessero farmi passare per pazzo per tenersi l’eredità della mia famiglia.»
L’Imperatore sbatté le palpebre, poi commento: «È geniale, poteva venire in mente a me!» si fece pensieroso «Ma perché farlo? Capisco l’umano, ma il tipo antipatico? È una creatura mitologica, gli bastava ucciderti, no?»
Scossi la testa: «Se morissi andrebbe tutto ai miei nonni materni» iniziai a respirare a singhiozzi agitati. La paura che avevo provato e la sensazione di disagio che avevo sentito per tutto il tempo mi fecero venire un dubbio atroce «Può essere che volessero farmi il lavaggio del cervello?»
«Non lo chiamerei così» ammise Nerone «C’è un termine per questo genere di cosa – gaslighting, se non sbaglio – comunque ti volevano convincere che sei pazzo per controllarti meglio, non solo per l’eredità» si sollevò come preso da un’idea «Loro puntavano alla Trattoria, giusto?»
«Ne hanno parlato al plurale, ma sì» annuii.
«Ipotizziamo che il loro piano avesse funzionato, saresti finito internato, magari sotto sedativi, e in una situazione di quel tipo…»
«Avresti potuto firmare un testamento dove gli lasciavi tutto, ma certo!» esclamò Empanda «Ma quale nemico farebbe un piano così contorto?» Nerone alzò la mano «Eccetto i presenti o altri imperatori pazzi.»
«Astaroth» risposi d’istinto, gli occhi sbarrati mentre realizzavo quello che avevo appena detto.
L’Imperatore si girò osservandomi con un sopracciglio alzato: «Chi?»
«Uno dei sette peccati capitali» spiegai voltandomi verso di lui terrorizzato.
L’Imperatore mi guardò ancora più confuso: «Ripeto, chi? Non esisteva nulla del genere in America… o quando ero padrone del mondo» guardò Empanda come a cercare delucidazioni.
«Anch’io non ne so niente» ammise uscendo dalla tangenziale direzione stadio «Però ricordo che anche Maria e Pietro erano inseguiti da qualcosa che non riconoscevo.»
«Una minaccia nuova che nemmeno gli dèi conoscono?» Nerone ghignò calcolatore «Molto interessante…»
Decisi di non indagare, forse perché la mia priorità in quel momento era arrivare sano e salvo in un posto sicuro.
Empanda iniziò la salita verso San Luca con calma, ammorbidendo le curve con la consapevolezza che i nostri inseguitori non sarebbero giunti tanto facilmente.
Mi appoggiai al finestrino, il vetro freddo contro il volto infuocato.
Era reale quello che stava succedendo?
Non ero in macchina con quegli uomini, giusto?
Arrivammo alla curva delle Orfanelle e il portico sopra di noi si mosse leggermente. Uno slittamento impercettibile, ma che portò me e Nerone a guardare fuori dal finestrino.
L’intonaco aveva preso un’insolita, e terrificante, texture squamata, mentre tutto il portico scivolava piano seguendo il nostro passaggio.
Un brivido mi percorse la schiena mentre una leggera increspatura sporcava l’aria, come una nebbiolina invisibile.
«Sta salendo la Foschia» disse Empanda stranamente seria. Evocò un paio di occhialetti da pilota anni Cinquanta, poi disse «Pronti a ballare?»
«In che senso?» commentammo io e Nerone, poi il portico s’inarcò in un’onda anomala.
Empanda sgasò, saltando dalla seconda alla quinta in un unico gesto.
La macchina traballò isterica, non abituata a quel genere di manovra, lanciandosi a folle velocità prima che il corpo del Serpente si schiantasse sull’asfalto. Pochi centimetri e ci avrebbe presi in pieno.
«Amico di Astaroth?» domandò Nerone stringendo la maniglia sopra la portiera.
«Non lo so» ammisi spingendomi per guardare avanti.
Dritta davanti a noi la testa del Serpente nascondeva in parte la vista sul Santuario.
Il corpo color cotto bianco panna, striato di rosse colonne e macchiato di affreschi e statue bidimensionali per ogni stazione della Via Crucis.
Soffiò verso di noi prima di lanciarsi a testa bassa seguendo la strada.
«Qu-questa “Cosa” c’era quando sei venuta con i nonni?» chiesi terrorizzato.
Empanda non rispose subito, sterzando velocemente evitando un nuovo colpo di coda. La strada stretta non aiutava in quelle manovre, ma la tranquillità della dea mi mise un’idea folle.
«In effetti no» disse cercando un punto dove prendere il salto giusto «Lo percepivo, ma non si è svegliato. Potrebbe essere perché sono io alla guida: le creature mitologiche difficilmente colpiscono gli umani alla luce del giorno.»
«Neanche i Cuochi Sacri?» chiese Nerone.
«Soprattutto i Cuochi Sacri, i Danzatori Sacri o i Musicisti Sacri… insomma, sarebbe controproducente anche per loro, no?»
«Quel coso non sembra troppo d’accordo» le fauci del serpente si aprirono in attesa del nostro scontro «Proprio per niente.»
Recuperai la fionda, cercando le olive e caricando un colpo: «Empanda, alza la mano.»
Mi guardò dallo specchietto retrovisore, spalancò gli occhi e sollevò il braccio pronta ad agguantare l’offerta.
Un colpo preciso che le sporcò la mano di salamoia, ma non ci fece caso.
Si buttò l’oliva in bocca mentre le iridi le brillavano di luce divina.
«Grazie, giovane Penati!» esclamò scalando la marcia alla prima e frenando di botto, in orizzontale contro il Serpente.
«Non mi sembra che funzio…» disse Nerone.
Empanda lo zitti con un gesto, rimanendo immobile ad osservare il mostro in avvicinamento, talmente concentrata che potevo percepire i suoi pensieri.
Ripartì a tavoletta, sterzando contro il corpo del serpente nel punto dove si stringeva leggermente.
L’auto saltò ribaltandosi.
Nerone cacciò un urletto terrorizzato, io svenni dallo spavento per qualche secondo, il tempo necessario per vedere la macchina atterrare sulla schiena del mostro e percorrerla a folle velocità verso il Santuario.
Un nuovo salto, usando l’onda creata dal Serpente come rampa.
Ultima sterzata, frenando l’auto in un posto molto poco autorizzato, poi Empanda che commentò: «Parcheggio perfietto! Ora tutti giù prima che decida di colpire la macchina!»
Slacciai la cintura appena prima che le portiere si spalancassero e i sedili ci sparassero fuori.
Rotolai sull’asfalto, i documenti ancora stretti al petto. Dovevo avere il braccio bloccato da qualche contusione, sennò non c’era spiegazione al fatto che la mia priorità fosse non perdere quei fogli.
Mi alzai in ginocchio, vomitando anche l’anima.
Mi sentii schiacciare a terra, mentre Nerone ed Empanda volavano sopra la macchina, sparati da un colpo di coda contro la facciata del Santuario.
Le spire mi si arrotolarono sullo stomaco, stritolandomi le braccia contro i documenti e sollevandomi di diversi metri.
Alzai la testa per evitare le vertigini, trovandomi l’occhio del Serpente addosso, il mio riflesso nella sua pupilla stretta.
«Diceva che puoi vederci anche se sei umano, ma non mi aspettavo fosse vero» disse facendo saettare la lingua prima di stringere di più «Non mangio un umano da un bel po’, peccato che ti vogliano viv…»
Il colpo fu improvviso, un corpo nero che si schiantava sulla testa del serpente prima di saltare all’indietro aggrappandosi alle spire che iniziarono a fumare.
«Vade retro, Demone!» dichiarò il prete che mi stava di fronte, un crocifisso contro le scaglie e l’altro davanti al Serpente che soffiò di dolore allontanandosi.
«Maledetto!» ringhiò allentando la presa.
Mi scoprii a precipitare, le braccia intorpidite impossibili da muovere.
Il prete si tuffò a terra, arrivando prima di me e prendendomi al volo con una mossa da maestro. Mi appoggiò a terra, saltò nuovamente sulla testa del Serpente mentre la croce si trasformava in una lunga spada in oro.
«Torna nella tua prigione, e stacci per altri cent’anni!» esclamò piantando l’arma nel muso.
La creatura soffiò agitandosi, poi scivolò via, tornando ad essere il portico che saliva la collina, le fauci spalancate verso il Santuario.
Provai ad alzarmi, ma le gambe molli mi lasciarono a terra con il fiato corto.
«Questo lo terrà buono abbastanza per farti riprendere» disse avvicinandosi «Riesci a camminare?» scossi la testa e lui sospirò, poi mi prese sulle spalle incamminandosi verso il Santuario. Liberai un braccio giusto per abbandonarglielo sulla spalla a fare da contrappeso.
«Grazie…» dissi cercando di non perdere conoscenza.
«Ormai sono abituato a voi e ai vostro satiri impiccioni» brontolò infastidito salendo i gradini con calma verso il luogo sacro.