Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
-Questo capitolo presenta una forte componente di Gaslighting. E' sconsigliata la lettura a chi è particolarmente sensibile-
«Questa cosa mi puzza» commentò Nerone guardando verso l’altro «Insomma, pensaci… a parte Empanda, nessuno sa che sei qui. Neanche Fufluns!»
«Ma potrebbe saperlo Apollo…» proposi «O-o magari è Vegoia che si è ricreduta.»
Nerone corrugò la fronte: «Scusa, perché proprio Apollo?» distolsi lo sguardo chiudendomi nelle spalle «Puer, se sai qualcosa…»
«Comunicazione per la Clientela, Francesco Penati è atteso al Punto d’Ascolto.»
«Forse sarà il caso di parlarne dopo…» proposi guardando il carrello «Potresti pagare e portare la spesa da Empanda?»
«E lasciarti da solo con chi che sia!?» commentò, poi scrollò le spalle «Va bene, anche perché se è l’ennesima divinità non voglio averci a che fare.»
«Puoi sempre raggiungermi dopo, non credo che ci allontaneremo più di venti metri» dichiarai inspirando profondamente «A dopo, allora.»
«A dopo. Comunque non metterci troppo: non voglio rientrare per venirti a cercare.»
Alzai il pollice incamminandomi verso l’uscita senza acquisti. Superai il bar e mi bloccai a metà strada.
Un uomo sulla cinquantina, alto e ben piazzato, stava in piedi davanti al Punto d’Ascolto. Il completo grigio era in tinta coi capelli brizzolati, mentre gli occhi scuri cercavano attorno.
Teneva stretta tra le dita una valigetta ventiquattrore in pelle color daino, mentre con la mano libera mi salutava amichevole.
«Francesco, finalmente!» esclamò avvicinandosi «Sono passato dalla Casa-Famiglia, ma hanno detto che non c’eri» mi dette una delicata pacca sulla spalla «Tutto bene? Ti vedo un po’ pallido.»
«Signor Garbugliozzi…» salutai con un sorriso tirato «Come faceva a sapere che ero qui?»
«Oh, non lo sapevo. Passavo da queste parti prima di salire a… dov’è che vai d’estate?»
«A San Pasquale di Rocca…» risposi sempre poco convinto «Perché mi cercava?»
«Perché ti cercavo?» si chiese retorico «Oh, giusto: per i documenti dell’eredità» si guardò attorno prima di parlare con la signorina dietro al bancone «C’è una sala riunioni, per caso?» si voltò verso di me facendo l’occhiolino «Ho tutti i documenti con me, così possiamo risolverla subito.»
«C’è una saletta a libero accesso dall’altra parte del Centro Commerciale» rispose la ragazza «Ma prima dovete sentire dalla sicurezza se c’è posto.»
«Ottimo, grazie mille» il dottor Garbugliozzi salutò affabile incamminandosi e stringendomi le spalle.
Lo avevo sempre trovato troppo amichevole per la sua posizione di legale rappresentante, ma non avevo mai detto nulla per non offenderlo.
«Sei qui da solo?» chiese mentre camminavamo lungo la galleria.
Scossi la testa senza guardarlo: «Sono con un mio amico…»
«E come si chiama?»
«N…» mi trattenni, poi dissi «Alberto.»
«E ora dov’è?» indagò cordiale.
«È andato a mettere la spesa in macchina» spiegai guardandomi i piedi.
Iniziammo a salire delle scale di metallo, i passi che si perdevano nel rumore degli altri clienti.
Ogni gradino era un peso sul cuore, anche se non ne capivo il motivo.
In fondo dovevo solo firmare delle carte e ritornare da Nerone ed Empanda… no?
Il brusio del ristorante al primo piano ci accolse poco prima che entrassimo nella saletta studio deserta. Qualcuno aveva lasciato dei computer e degli appunti, probabilmente allontanandosi per mangiare.
Lo stomaco mi brontolò mentre realizzavo che era poco più dell’una, ma mi trattenni dal far notare il mio disagio. Non ero abituato a mangiare fuori orario, ma ancora più forte era la mia educazione nei confronti del prossimo.
Mettevo sempre da parte i miei desideri, preferendo assecondare il volere degli altri. Soprattutto se si trattava di adulti che avevano a che fare con ragazzini molto più turbolenti e problematici di me.
«Prego, entra» sorrise aprendo la sala riunioni in fondo alla stanza.
Un quadrato separato dalle altre postazioni da un muro di vetro, con un tavolo al centro, uno schermo per le presentazioni e una grande vetrata sul parcheggio.
Un uomo in gessato bianco e scarpe vinaccia era seduto in direzione della finestra, le gambe accavallate e gli occhi castani, dietro agli occhiali da vista che leggevano Good Omens nella versione intitolata Buon Apocalisse a tutti.
Sollevò la testa e si voltò verso di noi, poi sorrise: «Francesco! Come stai?»
«Dottor Comuni…» risposi confuso fermandomi sulla soglia. Il Signor Garbugliozzi mi superò andando a sedersi di fronte a noi iniziando ad estrarre i documenti da firmare.
«Avanti, siediti» sorrise lo psichiatra indicando la sedia. Obbedii senza obiettare «Mi ha stupito sapere che non eri alla Casa-famiglia. Non è che sei scappato, vero?»
«N-no» risposi poco convinto «Vado sempre a San Pasquale durante l’estate» mi voltai verso il legale «Ho un contratto di tirocinio stagionale legato alla scuola.»
Il signor Garbugliozzi alzò lo sguardo dai suoi documenti, corrugando la fronte e scuotendo appena la testa: «Non mi risulta questa cosa.»
Sgranai gli occhi: «Ma… aveva firmato l’autorizzazione quattro anni fa, non ricorda?»
«Dubito avrei mai firmato un documento per un lavoro senza nessun datore di lavoro» rise appena e tornò a concentrarsi sui suoi documenti.
«Ma sì che ci sono, sono i miei…» non riuscii a finire la frase.
In effetti se i miei nonni erano morti, con chi avevo il contratto di tirocinio?
«Chi?» chiese indagatore il Dottor Comuni.
Aveva appoggiato il libro poco distante con una penna a tenere il segno, il gomito sul tavolo e la testa abbandonata sulla mano.
Era la sua posizione rilassata per mettermi a mio agio durante le visite, e tendenzialmente funzionava.
«I…» inspirai in un paio di singhiozzi. Anche spostando lo sguardo mi trovavo i suoi occhi nei miei, l’unico modo per evitarli era tenere i miei bassi a guardarmi le gambe «I miei nonni…»
Si spostò sporgendosi in avanti, i gomiti ora sulle cosce e le mani unite protese verso di me.
«Cosa abbiamo detto dei tuoi nonni, Francesco?» chiese gentile.
«C-che stanno a Torino» annuii annodandomi le dita «E che non mi hanno voluto perché sono pazzo.»
«Non abbiamo detto pazzo. Ricordi? Cosa sei?»
«Traumatizzato…»
«Ecco dov’eri, puer!» la voce di Nerone, ovattata dal vetro, mi fece alzare lo sguardo verso la porta «Meno male che non dovevi allontanarti!»
Fece per aprire, ma il chiavistello non si mosse.
Iniziò a spingere e tirare, facendo anche un discreto rumore.
«Cosa guardi, Francesco?» chiese il Signor Garbugliozzi facendomi irrigidire.
«È arrivato il mio amico, Alberto» risposi indicando la porta «Dovremmo aprir…»
«Chi?»
La sua domanda mi arrivò come una doccia fredda. Il mio sguardo che passava da Nerone al legale confuso.
«Ma è proprio lì, sta muovendo la porta…»
«La porta è ferma, Francesco» le mani del Dottor Comuni presero le mie, obbligandomi a guardarlo negli occhi castani.
Da quella distanza avevano un’insolita sfumatura violacea che non avevo mai notato prima di allora.
Mi scoprii a tremare, poi guardai Nerone che continuava a battere sulla porta aggressivo.
«Hai le medicine con te, Francesco?» la domanda mi colse impreparato.
«Ma è proprio lì!» insistetti ignorando il quesito «Siamo partiti assieme da San Pasquale…»
«E ha guidato lui?»
Mi paralizzai, poi scossi la testa e abbassai lo sguardo.
«Ho guidato io…» ammisi con un nodo alla gola.
Il rumore della porta che si agitava sui cardini era sempre più forte mentre la figura di Nerone tremolava.
«Ehi, puer! Vieni ad aprire o la butto giù!» esclamò continuando a bussare e dare spallate.
«Se hai guidato tu, c’è una sola risposta» mi disse il Dottor Comuni.
«Alberto non esiste» conclusi assente, poi scossi la testa «Ma ha chiesto lui al banco gastronomia. E ha pagato, portato la spesa alla macchina...»
«Sicuro, Francesco?» chiese dolcemente il dottore «Lo hai visto ordinare al banco gastronomia?»
In effetti ero andato in catalessi, non era da escludere che avessi ordinato io senza rendermene conto.
In fondo se nel museo ero entrato da solo, nel centro commerciale non era da escludere che mi guardassero tutti straniti perché parlavo da solo.
Distolsi lo sguardo dalla porta, concentrandomi sulle mani fasciate.
Facevano male, realmente male.
Teoricamente mi ero bruciato prendendo il libum a mani nude.
Perché avevo fatto un libum? E perché lo avevo preso a mani nude?
La risposta sarebbe stata banale se in quel momento non mi avessero messo il dubbio sull'esistenza di Nerone - e quindi di Fufluns ed Empanda.
Se quindi mi ero bruciato da solo e avevo fatto la spesa, ogni cosa poteva essere stata fatta da me e proiettata su entità inesistenti: colpirmi, buttarmi, persino mangiare credendo che lo facesse qualcun altro.
Il rumore della porta scomparve, sostituito dal parlottio degli altri fruitori della sala.
L’ora di pranzo era finita.
Feci per voltarmi, ma il dottore mi spinse delicatamente il viso in modo da guardare lui, le mie mani strette in una morsa ferrea nelle sue dita artiglianti.
«Più lo guardi, più diventa reale, ricordi?» annuii prendendo profondi respiri per calmarmi. Io mi adattai al suo respiro come mi aveva insegnato «Molto bene, concentrati su di me. L’esterno non esiste: siamo solo io ed Enrico. Lo vedi, vero?» mi voltai appena verso il legale e annuii prima di tornare alle mani «Vedi solo di più, ma non hai escluso la realtà» mi accarezzò le fasciature «Ho bisogno di farti qualche domanda, posso?»
Non ero sicuro di poter dire di no, quindi annuii stringendo e rilassando le dita.
«Quando hai preso le pastiglie l’ultima volta?»
Singhiozzai a sguardo basso: «Ieri mattina.»
«Dopo un attacco?»
Inizialmente annuii, poi scossi la testa: in fondo l’ombra che avevo visto era il Mazenpegul che mi stava rifacendo il letto.
Vero?
«Hai preso la medicina senza averne bisogno?»
Scossi la testa.
A ripensarci in quel momento ne sentivo il bisogno.
«Dopo che l’hai presa, le visioni sono sparite?»
Tremai e scossi la testa.
In effetti i miei parenti non erano spariti. Non sparivano mai dopo la cura, ma se fino a quel momento li avevo creduti reali…
«E da quanto hanno perso effetto?»
«Quattro anni…» risposi in automatico, una risata nervosa mi salì dalla gola «M-ma non è possibile, giusto? Le ho prese regolarmente fino…» mi bloccai, terrorizzato da me stesso.
«Da quando non le prendi?»
Deglutii: «Ieri…»
«Perché? Sai che se non le prendi regolarmente le visioni si fanno più frequenti e reali» il dottore mi strinse le mani nuovamente con forza.
Il falcetto di Nerone brillò sotto la gola del Dottor Comuni.
«Ehi, stai esagerando, amico» disse minaccioso, gli occhi che crepitavano in fiamme solari.
Il Dottor Comuni non batté ciglio, piantandomi le iridi addosso.
Nerone avvicinò la lama alla sua gola, premendo con forza e ferendolo appena: «Non ignorarmi, bastar…»
Fu una frazione di secondo, la mano del Dottor Comuni che scattava, colpendo in pieno l’Imperatore e scaraventandolo contro la parete senza minimamente staccare gli occhi da me.
Quello sì che era stato reale!
«Lei ha appena…» provai a dire.
Lo psichiatra mi guardò confuso, il taglio sulla gola che colava appena di sangue nero: «Cosa?»
Guardai il Signor Garbugliozzi, scoprendolo sconvolto.
Lanciava delle occhiate veloci a Nerone, in un estremo tentativo di ignorarlo.
«Lo vedete anche voi, non sono pazzo allora…» strattonai via le mani, riuscendo a liberarne una «Lei è pure ferito!»
Il dottore sospirò, guardandomi compassionevole.
«La situazione si è aggravata più di quanto pensassi» disse dispiaciuto «Temevo che le pastiglie non avessero più effetto, ma non immaginavo che avessi smesso di prenderle. Né che saltare solo un giorno di terapia potesse peggiorarti a tal punto. Colpa mia, avrei…»
«Ma voi lo vedete: lei lo ha colpito, lei lo sta palesemente cercando di ignorare senza riuscirci…»
«Nessuno dei due sta facendo questo, Francesco» la calma con cui il medico lo disse fu disarmante, preoccupato quanto bastava per farmi dubitare della mia condizione «Peccato, perché ero venuto a valutare se fossi in grado di ereditare i beni dei tuoi genitori. Ma così non è.»
Scossi la testa confuso da quelle parole: «I-in che senso?»
«Non sei in grado di gestirti» spiegò amareggiato «Speravo che gli anni di terapia fossero serviti a qualcosa, ma a quanto pare…»
«Ma non sono pazzo!»
«Ne sei sicuro, Francesco?»
No, non lo ero.
Non dopo aver parlato con loro, mettendo in dubbio ogni cosa che vedevo o sentivo.
Ogni tocco, ogni respiro, ogni scena davanti a me.
Anche in quel momento vedevo loro agire, ma mi confermavano che non lo stavano facendo, per cui non era reale.
Per cui ero pazzo… giusto?
Mi accasciai sulla sedia disarmato: non avevo obbiezioni da portare a mia difesa.
Avevano ragione loro, fine.
«Vista la situazione, non c’è altra scelta che rendere il gestore di tutto il Dottor Comuni» le parole del Signor Garbugliozzi mi si scaricarono addosso alla stregua di una valanga. Non le disse con la sicurezza con cui avrebbe voluto, ancora troppo concentrato a studiare Nerone, probabilmente.
Mi sollevai di nuovo, voltandomi verso di lui spaventato, poi guardai lo psichiatra.
«Fidati, è la soluzione migliore» mi disse pacato il medico «Non sei in grado di gestire tutti quegli immobili: spese, riqualificazioni, sfratti… rischi solo che lo stress aggravi la tua situazione. Già sarà stato traumatico firmare il passaggio per San Pasquale. Ma tranquillo, ci sono io ad aiutarti.»
«Voi o l’imprenditore?» chiesi alzando lo sguardo, sfidandolo come non avevo mai fatto con nessuno.
Era veramente troppo sospetto che il giorno dopo che un “Dottor Comuni” aveva provato a comprare San Pasquale di Rocca, tutta la mia eredità venisse ricollocata sotto il “Dottor Comuni”.
C’erano due Dottor Comuni nel mio passato recente quindi o erano la stessa persona o erano molto collegati.
La mascella del dottore si irrigidì impercettibilmente.
Una reazione, la prima vera e autentica, che gli vedevo da quando ero suo paziente.
Strattonai il polso ancora intrappolato, forte di quell’ammissione, ma il risultato fu solo le sue unghie ancora più strette sull’arto.
«Ma cosa dici, Francesco? Ovvio che sono io» tornò al suo tono calmo senza allentare la presa «Quanti altri Dottor Comuni conosci?»
«Lei e l’imprenditore che ieri mi ha proposto di comprare San Pasquale di Rocca» risposi senza abbassare lo sguardo.
«Ma ieri hai detto di aver smesso di prendere le medicine, non ricordi?»
«Sì, e con questo?»
«Se non hai preso le medicine, cosa ti dice che quello che hai visto sia reale?»
Stava alzando l’asticella, lo avevo messo in difficoltà.
Eppure le sue parole funzionarono dannatamente bene: forse perché erano otto anni che mi diceva le stesse cose.
Ormai le avevo interiorizzate.
Abbassai lo sguardo: «Ma io ho firmato il passaggio…»
«Sei sicuro, Francesco?»
«Credo…»
«Non caderci, puer!» la voce di Nerone mi arrivò netta. Affaticato e appoggiato al muro, ma concentrato su di noi «Non è chi sembra!»
«Dove stai guardando, Francesco?» il Dottor Comuni si mise in mezzo, alzandosi per sovrastarmi, il tono sempre calmo.
La mia testa iniziò a confondersi: cosa dovevo fare? Credere a Nerone? Credere al medico?
L’ultimo era chi mi stava curando da anni, il primo era spuntato nella mia vita dopo che avevo dimenticato di curarmi.
No, un attimo.
Nerone era spuntato poco DOPO che avevo preso l’ultima pastiglia della mia vita!
«Mi lasci!» esclamai alzandomi in piedi a mia volta e strattonando a viva forza «Non siete chi…»
Il pugno alla bocca dello stomaco mi lasciò senza fiato, rendendomi inerme e confuso. Scivolai in ginocchio a terra, sorretto solo dal Dottor Comuni che mi teneva il polso.
«Chiama il 118, qui ci vuole un TSO» dichiarò con un tono che mi fece accapponare la pelle «Avevo sottovalutato la malattia, non pensavo che degenerasse così. Era andato così bene fin adesso, pensavo persino che stesse guarendo…»
Si stava ripetendo, una goccia continua per convincermi a quell’imbroglio.
«L-lo chiamo subito» disse il Signor Garbugliozzi estraendo il telefono.
Mi appoggiai sulla scrivania, tornando in piedi: «Non-potete…»
«È per il tuo bene, Francesco» replicò il medico «Stai perdendo completamente la ragione, se non risolviamo il problema adesso, più avanti…»
«Resisti, puer!» Nerone roteò il falcetto in direzione del medico «Questo tizio è un…»
«Non t’intromettere, divinità minore» dichiarò il dottore allungando la mano libera verso di lui.
Nerone si piegò in ginocchio, schiacciato da una forza invisibile. Per lui la gravità sembrava essersi moltiplicata, genuflesso ai piedi dell’uomo.
La paura mi attanagliò le viscere, mentre il ricordo dei miei genitori si faceva più vivido che mai.
Non era la stessa cosa, ma la percepivo drammaticamente simile.
«La smetta…» supplicai «Vi prego… io…»
«Smettere di fare cosa?» il Dottor Comuni era davanti a me, impassibile come sempre. Mi teneva vicino al viso in una posizione scomoda e innaturale, in modo che non potessi vedere nessun altro che lui.
Tuttavia era troppo vicino per non notarlo: gli occhi viola spento e i capelli neri simili a corna di fumo.
Non Fufuns, non Aita, qualcosa di diverso che nella mia testa prendeva un nome ancestrale.
«Astar…» provai a dire.
Un nuovo colpo allo stomaco mi fece svenire per alcuni minuti, abbastanza per ritrovarmi seduto sulla sedia.
Questa volta il medico mi teneva saldo ai braccioli, anche volendo non sarei mai riuscito a scollarmi i suoi occhi dai miei.
«Lasciatemi…» ansimai cercando di liberarmi «Vi prego…»
«Francesco, ma cosa ti prende oggi?» la sua voce calda e pacata mi agitò solo di più «Non riconosci nemmeno chi ti ha aiutato in tutti questi…»
Gli tirai una testata riuscendo ad allentare la presa, poi gli mollai un calcio basso per allontanarlo.
Avevo il vomito, non riuscivo a distinguere realtà da follia, follia da menzogna, menzogna da manipolazione.
Volevo solo uscire da lì, scappare da loro e rimettere insieme i pezzi della mia realtà in frantumi.
Tuttavia c’era qualcosa che volevo fare prima: recuperare i documenti dell’eredità.
Non gli avrei permesso di portarmi via ogni cosa sulla base di una diagnosi falsa, anche se si fosse rivelata vera.
Volevo prima capire se accettare ciò che vedevo o le parole di un medico demoniaco.
Presi i fogli, stringendoli al petto come un’armatura protettiva. Tuttavia quella perdita di tempo permise ad Astaroth di stringermi nuovamente il braccio.
Un artiglio oscuro che mi stritolava la carne e le ossa.
Anche se non fosse stato reale, per me in quel momento lo era più di ogni altra cosa.
E ne avevo paura. Tanta paura.
Di lui, di ciò che mi avrebbe fatto ora che lo avevo smascherato, ma anche della mia testa e di come stava riscrivendo la realtà in ogni sua parte.
«Calmati, Francesco, capisco che ora sei agitato e spaesato» disse pacato facendomi tremare «Ma nessuno qui ti vuole fare del male, siamo solo preoccupati per te.»
«Ho i miei dubbi…» ansimai continuando a tirare.
Poi mi ricordai: quella sala aveva un muro di vetro!
Mi voltai ad osservare le postazioni singole e il sangue mi si gelò nelle vene.
Nessuno stava guardando da nostra parte, come se non ci stessero sentendo. E dire che tra la sedia, i vasi rotti e la colluttazione, di rumore ne avevamo fatto!
Possibile che fosse davvero tutta una mia immaginazione?
Possibile che la schizofrenia fosse così peggiorata in appena due giorni?
Smisi di combattere, gli addominali che riprendevano a bruciare, come se fino a quel momento mi fossi dimenticato di essere stato colpito.
«Bravo, ragazzo, concentrati sul tangibile» commentò affabile, le dita strette per paura che mi ribellassi di nuovo.
«A-aiutami…» ansimai, gli occhi offuscati dalle lacrime e dal dubbio «Dio, ti prego…»
Il braccio del dottore saltò via, tagliato di netto, poi un’ombra mi sollevò di peso saltando sul tavolo e trascinandoci tutti e due contro la vetrata sul parcheggio.
Direzione asfalto.