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Creato il 10/05/2026, 19:07 · Aggiornato il 10/05/2026, 19:07

Capitolo 12: XII - Incontro l’amore della mia vita al banco gastronomia (con profezia in endecasillabi)

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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«Allora?» chiese Nerone mentre rientravo in macchina con alcuni libri sulla civiltà Villanoviana «Cosa ti ha detto?»

«Che non ci darà una profezia…» dissi indeciso.

Gli avrei potuto benissimo dire “per colpa tua”, ma non era nel mio carattere. Non ancora, quantomeno.

«Perché?» chiese accigliato.

«Non… vuole problemi con l’Olimpo, presumo» spiegai evasivo «M-ma mi ha consigliato di andare nel nuovo tempio dove tutti si ritrovano nei giorni che un tempo erano di riposo.»

«Perché con l’Olimpo?» chiese Empanda confusa.

Inspirai profondamente: «Potrei aver reso indipendente una divinità etrusca dalle sue controparti greca e romana. E queste ultime non l’hanno presa benissimo.»

«Aspetta… tu cosa!?» esclamò Nerone «E quando pensavi di dirmelo!?»

«Ne ho parlato con Fufluns mentre sistemavamo i tuoi documenti» spiegai senza guardarlo «Pensavo stessi ascoltando.»

Empanda scoppiò a ridere: «Lucius che ascolta delle voci che non sono la sua? Questa mi mancava!»

Nerone brontolò infastidito, poi prese il telefono e disattivò la geolocalizzazione: «Adesso capisco tutti quei fulmini, sei stato bravo a evitarli fin adesso.»

Non ero sicuro di averlo fatto da solo, ma accettai il complimento e ripresi a guidare.

«Comunque, adesso dobbiamo trovare il “nuovo tempio” e recuperare una cavolo di profezia» disse l’Imperatore «Qualche idea?»

«Una chiesa?» proposi.

«Non sono sicuro si ritrovino così tante persone negli ultimi tempi» spiegò stiracchiandosi.

«Un concessionario Fiat?» disse Empanda.

«Solo perché è il tuo tempio, non è detto che valga» sospirò chiudendo gli occhi «Ci vorrebbe un posto aperto tutti i giorni.»

«Perché?» chiesi confuso.

Nerone mi piantò un’iride ambrata addosso: «Ovvio, per i giorni feriali.»

Empanda ed io lo guardammo confusi.

«Sapete da cosa deriva “feriali”?» scuotemmo la testa e l’Imperatore sospirò «Feriali deriva da feria, giorno di culto. Capisco te, pier, ma Empanda… tu dovresti saperlo!» la dea unì le dita imbarazzata «Comunque ora, se ragioniamo in questo modo e aggiungiamo che i nuovi festivi sono sabato e domenica…»

«Tutti i giorni sono antichi giorni di riposo, ma certo!» esclamò la dea «Quindi, un concessionario Fiat.»

Scossi la testa: «I concessionari sono chiusi la domenica, ma potrebbe essere qualcosa di simile. Un ristorante o… un centro commerciale?»

«Ce li avete anche qui in Italia?» chiese Nerone sorpreso.

«Perché non dovremmo averli?» chiesi confuso.

«Chennesoio! Sembrate un paese del terzo mondo dalle descrizioni americane» scosse la mano evasivo «Comunque, ci si può provare, anche se non saprei minimamente dove cercare un oracolo in un centro commerciale» si affacciò dal finestrino «Scusate, ma quello non è il posto che cerchiamo?»

In effetti un palazzo si stagliava davanti a noi immenso. La linea era minimale, coi soffitti a piramide di vetro e il parcheggio tutt’attorno.

Un multipiano in ferro e pannelli fotovoltaici facevano la sua brutta figura, soffocando la chiesina che avevamo appena superato. Non si poteva ancora definire un ecomostro, ma per sostenere che fosse una bella architettura ci voleva fantasia.

Era pur sempre un centro commerciale, fosse stata una costruzione pubblica l’avrei sopportata molto meno.

«Alla rotonda prendi la prima uscita, poi svolta a destra» disse Empanda «La tua destinazione si troverà sulla sinistra.»

«Immagino che tu rimarrai ancora qui, vero?» sospirò Nerone, la dea annuì a gambe incrociate sul sedile «Almeno siamo sicuri che ci sarà qualcuno a controllare la macchina.»

Parcheggiai con cautela al piano terra, come a sperare che non cadessero fulmini sulla macchina.

«Ha preferenze sul cibo, dea Empanda?» chiesi riverente.

«I cibi oleosi sono l’ideale, ricordano l’olio motore» annuì scrocchiando il collo «Comunque puoi darmi il tu, non c’è bisogno di essere così formali.»

«Va bene…» rimasi un momento in silenzio recuperando lo zaino leggero «Voi dèi siete sempre così alla mano?»

«Solo noi che stiamo in Italia, e non tutti. Insomma, questa è la patria del quieto vivere: sole, mare, tempi rituali» un velo di tristezza le sporcò gli occhi «È un peccato che tutto ciò si stia perdendo» scosse la testa «Comunque sì, olio sarebbe l’ideale, poi se Lucius mi volesse regalare quello di Brisighella…»

«Perché lo dici come se ti potessi dire di no?» chiese l’Imperatore confuso.

«Perché costa 40€ al litro…»

«Scordatelo.»

«Immaginavo» Empanda sospirò.

«Potrei farti delle olive all’ascolana, allora» proposi pensando agli ingredienti che mi mancavano e aprendole appena il finestrino.

«Uuuh! Sarebbe ottimo, grazie» sorrise raggiante. Salutò con la mano e si mise a leggere uno dei libri che avevo preso al MUV.

Mi girai diverse volte per essere sicuro che fosse tutto a posto, poi mi decisi ad entrare in quel girone dantesco.

Essendo un giorno feriale, per di più in orario di pranzo, non c’era troppa gente, ma il vero problema non era la calca: era l’ambiente.

Minimale, neutro, senza identità.

Ovunque girassi il mio sguardo potevo essere in un qualsiasi posto nel mondo. Le uniche cose che mi facevano intuire di essere ancora in Italia erano i cartelli “cercasi personale” e le pubblicità nei totem elettronici.

Ogni tanto spuntava qualche promozione sui musei bolognesi, giusto per ricordare alla clientela in quale provincia ci trovavamo.

«Quindi?» mi chiese Nerone già annoiato «Da dove dovremmo partire?»

Vegoia non mi aveva dato troppi indizi, in effetti. Non sapevo nemmeno chi avrei dovuto incontrare per avere informazioni sull’oracolo.

«Forse… dobbiamo solo entrare a fare la spesa?» proposi poco convinto indicando il supermercato all’interno del centro commerciale.

«E cosa dovremmo prendere? A parte le olive per Empanda?» incamminandosi a passo pesante.

Entrambi non avevamo la minima voglia di essere lì, forse avrei potuto convincerlo a tornare indietro…

«Potremmo... farci guidare dall’istinto» proposi poco convinto prendendo un cestino «E poi se non sappiamo dove sbattere la testa possiamo sempre tornare alla Trattoria, vero?»

«E chiedere a Mr F se ci dà un consiglio?» domandò studiando la zona vini solo per arricciare il naso e avviarsi verso il reparto ortofrutta «Bah, non mi sembra il tipo che possa aiutarci per una cosa del genere.»

«Non sembra che tu abbia molta fiducia in lui…»

Roteò gli occhi, poi piegò la testa all’indietro: «Stai parlando di una divinità sconosciuta ai più che si è fusa con una maschera ancora più sconosciuta di lui. Ti pare che possa darti consigli utili?»

Lo seguii mentre svoltava davanti alla pescheria.

La signora al banco mi osservò confusa, poi entrò in reparto e si avvicinò al telefono.

Alzai un sopracciglio, poi dovetti correre dietro a Nerone.

La mia guida divina si era avviata senza avvisare verso la macelleria, studiando anche lì i prodotti poco convinto.

«Almeno la musica è decente» brontolò svoltando verso la salumeria. Studiò anche lì il banco, poi prese il numero per la fila.

Non che ce ne fosse molta – due, tre persone al massimo – ma stranamente non gli chiesi il motivo.

In realtà nemmeno troppo stranamente: la ragazza dietro al bancone era la cosa più bella e italiana che vedevo da quando ero entrato in quel posto!

Dagli occhi di velluto, si muoveva leggera dal frigorifero alle sue spalle all’affettatrice di fronte a lei come un petalo al vento. I capelli biondi le spuntavano appena dal cappellino bianco in ciuffetti ispidi e monelli.

Ogni passo era un saltello a ritmo con la musica, perfetta nel suo sorriso sincero tra un “buongiorno” e un “arrivederci”.

“Balla” di Umberto Balsamo faceva da colonna sonora perfetta di quella visione angelica.

E a quanto pare non ero l’unico incantato da quella visione: Nerone mi stringeva il braccio estasiato, gli occhi che brillavano di venti solari.

Rimasi alcuni minuti in contemplazione con una faccia da ebete invidiabile, tant’è che l’Imperatore se ne uscì con un: «Ehi! Terra chiama Francesco!»

Scossi la testa e lo guardai allucinato, come se mi avesse svegliato da un bel sogno.

«Che succede? Vedi un po’ di fregna e non capisci più un cazzo?» commentò con un ghigno.

Io divenni rosso come un pomodoro maturo, chi ci stava attorni ci guardò schifato e la ragazza dietro il banco rise cristallina, facendomi imbarazzare ulteriormente.

«Vai a prendere la roba per le olive ascolane, va là» disse Nerone «Così raffreddi i bollenti spiriti.»

Assecondai la sua proposta più che volentieri, allontanandomi rigido come un manichino da disegno in direzione dei frigoriferi.

Mi servivano burro e uova, per cui era la direzione più razionale in cui andare.

Certo che era strano…

“Balla” stava andando ancora, possibile che fossi rimasto imbambolato per pochi secondi?

Senza rendermene conto, raggiunsi un banchetto di assaggi.

La promoter mi guardava coi suoi occhi grigio antracite, magnetici e attrattivi, mi chiamavano verso di lei senza dire nulla.

I capelli, in uno taglio a scodella che stranamente non le stava male, erano scuri dalle sfumature argentee come se si fosse spruzzata della lacca glitterata.

Portava una targhetta identificativa anomala, color pietra grezza e decisamente non in alfabeto latino.

𐌋𐌉𐌅𐌀:𐌀𐌉𐌈𐌓𐌖𐌍

Mi guardai attorno confuso, il profumo di mortadella che mi riempiva le narici in contrasto con il reparto ferramenta alle spalle della donna.

Come c’ero arrivato al reparto ferramenta?

Lì per lì non me lo chiesi, avvicinandomi incuriosito.

Certo che “Balla” stava durando veramente tanto, e pure ripetitiva.

Ipotizzai fossi suggestione: l’imbarazzo non era passato ancora, cosa che mi spinse ulteriormente verso gli assaggini di mortadella.

I lardelli erano perfetti, il profumo più che invitante, genuino, non artificiale. E senza pistacchi come da tradizione!

Ne presi uno, assaporandolo con perizia e… era cartone.

Non so se avete presente il tofu industriale? Ecco, il sapore era quello, con un retrogusto di metallo che provava a scimmiottare l’aroma tipico della mortadella bolognese.

Mi scoprii a tossire soffocato, tenendomi la gola asciugata da quell’errore vitale.

Mi appoggiai disperato sul tavolo, guardando con gli occhi lucidi la donna come a chiederle pietà. Dal canto suo, lei mi osservava impassibile, roteando un chiodo tra le dita alla stregua di una penna.

Fece apparire – letteralmente – un mazzuolo e mi appoggiò il chiodo sulla mano destra.

Tremai, senza la capacità di reagire, in attesa del dolore che non arrivò.

Iniziò a colpire, piantando il chiodo in profondità, bloccandomi al legno.

Ogni colpo scandiva una strofa in terza rima dantesca, in un misto tra l’Inferno e una profezia antica.

Tu che s’è costì, o anima viva

Partito alla ricerca de’ tuoi morti

Che lo profondo de la vita priva

Charun demonio li ha già rinnegati

De l’antico accordo ch’or ora infranse

E dai doveri li ha liberati

Lo patto che tu cum foco contrasse

E di li santi pagani di sfida

Lo guanto d’ira et ribellion movesse

L’antico retaggio scioglie le grida

Del primo patrono del novo campo

Che in scudo e in spada or si fa tua guida

Tien buono col Giuda l’iracondo lampo

Mira lo sguardo sui nemici veri

O tra fulmini e l’fam non avrai scampo

Or vai pe li gastronomi sentieri,

Lo senso de rituali ricercando,

Fuggi al ricatto de più oscuri imperi

Ogni trattoria vai risvegliando

Con la cucina e del sol la fionda

Lo patron del vuoto va contrastando

Ma se d’Astaroth la nebbia si profonda,

dì dei cuochi Penati son finiti

e 'l sol figliuol dannato or si rifonda.

Io, Nortia, t’inchiodo ai patti stabiliti

Finch’ogni trattoria resti viva

Tra i risvegliati dèi e i cor traditi

Si alzò solenne, osservando qualcosa oltre di noi, poi la voce di Nerone irruppe prepotente.

«Ehi! Terra chiama Francesco!»

Scossi la testa e lo guardai allucinato. Ero di nuovo in piedi davanti alla gastronomia, della donna col chiodo nessuna traccia.

«Che succede? Vedi un po’ di fregna e non capisci più un cazzo?» commentò l’Imperatore.

Chi ci stava attorno – e da quando eravamo arrivati la fila si era molto allungata – ci guardò schifato, mentre la ragazza dietro il banco rise cristallina.

«Vi serve altro?» chiese cordiale.

Studiai il carrello strabordante di pacchetti.

Nerone si era dato alla pazza gioia mentre ero in catalessi.

«Altro…» risposi sovrappensiero.

«Altro?» chiese Nerone sconvolto «Altro?! Vuoi mandarmi in banca rotta!?»

Scossi la testa cercando di tornare alla realtà, allontanandomi appena e salutando la ragazza con un gesto della mano: «A Bologna si risponde “altro” quando non serve più nulla.»

Nerone strinse gli occhi: «Voi Felisnei siete strani.»

Tornai a guardare il carrello: «Posso… chiedere perché hai preso tutta questa roba?»

«Sono andato a sentimento» rispose con un’alzata di spalle «Tipo una percezione innata.»

Cercai di rimettere ordine in tutta quella confusione.

Ero ancora rintontito dalla visione, inoltre gli endecasillabi concatenati continuavano a ripetersi nel mio cervello come un poema imparato a memoria.

E poi c’era il fatto che Nerone aveva ordinato salumi e formaggi. Cosa c’entravano salumi e formaggi?

No, non era quello il punto.

Il punto era che Nerone aveva parlato con qualcuno diverso da me!

Stavo per chiedergli delucidazioni quando la radio si fermò con un “din don” improvviso.

«Comunicazione per la clientela, Francesco Penati è atteso al Punto d’Ascolto» gracchiò la voce al microfono «Francesco Penati è atteso al Punto d’Ascolto.»

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