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Creato il 10/05/2026, 18:57 · Aggiornato il 10/05/2026, 18:57

Capitolo 11: XI - Giove prova a incenerirmi e Vegoia mi rifiuta la profezia

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Guidai per tutto il percorso con assurda tranquillità.

Empanda era affabile ed estroversa, l’esatto opposto di Nerone, inoltre era un GPS fenomenale, quando non raccontava le avventure che aveva avuto coi nonni o punzecchiava l’Imperatore con domande a cui lui rispondeva con dei “Non sono affari tuoi” e “È una lunga storia… ti annoieresti e basta”.

E faceva pure da Telepass divino!

Grazie a lei arrivammo a Villanova di Castenaso in un attimo, anche con gli strattoni che venivano all’improvviso al volante.

Ogni scatto equivaleva a un filmine evitato e, credetemi, ne persi il conto più o meno all’altezza dell’uscita di BolognaFiere.

«Io rimango qui» disse Empanda stiracchiandosi e stendendosi sul sedile posteriore «Sono ancora troppo debole per uscire dalla Panda, salutatemi Vegoia appena la vedete.»

«Meglio se rimango anch’io in macchina» annuì Nerone «Si sa mai che non succeda qualcosa al nostro “GPS mitologico”.»

Lo guardai confuso, ma preferii non dire nulla, caricandomi lo zaino sulle spalle e incamminandomi verso il MUV con una certa tranquillità.

Insomma, dovevo solo entrare in un museo.

E risvegliare una profetessa etrusca.

Con un’offerta.

Che non conoscevo.

Mi fermai davanti all’ingresso, buttando un’occhiata alla macchina indeciso se tornare indietro o proseguire.

Certo, era il primo passo per… in effetti per cosa eravamo partiti?

Avevano parlato di una missione, di svuotamento di senso, di indagine, ma di preciso, qual era in nostro scopo?

Feci per tornare alla macchina, quando qualcosa mi colpì, spingendomi all’interno del museo appena in tempo.

Un lampo si abbatté nel punto in cui mi trovavo pochi secondi prima, talmente potente da annerire la pavimentazione. Fumante ed elettrificato, mandò in tilt le porte a scorrimento che prima impazzirono, e poi si bloccarono chiuse.

Non osai avvicinarmi, rimanendo seduto a terra ad ansimare dalla paura.

Era il più vicino che mi arrivava da quando eravamo partiti, e non era un buon segno.

Guardai in alto tremando, poi l’addetto della sicurezza mi spuntò davanti con un: «Tutto bene, giovanotto?»

«S-sì, credo…» risposi facendomi aiutare per alzarmi. Il boato iracondo scosse i vetri – e ogni mio osso.

«Certo che hai avuto fortuna: pochi secondi e saresti rimasto stecchito.»

«G-già…» rantolai certando di non cadere di nuovo. Le gambe mi tremavano per l’ansia, consapevi che, appena fossi uscito di lì, una pioggia di fulmini mi si sarebbe abbattuta addosso.

C’era pur sempre un limite alla fortuna, e io non volevo raggiungerlo prima di sapere cosa fare della mia vita.

«Grazie…» dissi ancora tremante incamminandomi verso la biglietteria.

Il corridoio di vetri aveva un non so che si rilassante, se non avessi avuto il terrore che qualche finestra mi esplodesse addosso.

«Uno?» chiese la donna sbadigliando annoiata. D’estate non c’erano scolaresche e pochissimi venivano a visitare il museo, soprattutto quelli autoctoni.

Annuii poco convinto.

«Sei euro» recuperai le monete che avevo preso dal salvadanaio «Il percorso inizia da là» feci per incamminarmi «E lo zaino resta qui.»

Strinsi le bretelle in un moto istintivo, ma aveva senso che mi chiedesse una cosa del genere.

Lasciai scivolare il bagaglio a terra, avvicinandolo al bancone della biglietteria con il sudore freddo di un ladro colto al suo primo furto poi, rigido come un manichino da disegno, andai verso la mostra vera e propria.

Di base i musei mi erano sempre piaciuti: con i miei genitori ne visitavamo almeno uno al mese, soprattutto quelli di storia.

Ricordavo ancora la meraviglia di quando avevamo visitato il Museo Egizio di Torino, o il Museo del Cinema nella Mole Antonelliana.

Certo, era molto diverso guardare i reperti con l’entusiasmo di un bambino e osservare ogni cosa cercando una profetessa millenaria, ma aveva un non so che di rassicurante.

In fondo un museo era pur sempre un museo.

Mi misi a studiare tra i reperti, anche se senza ingredienti la vedevo molto difficile preparare un’offerta. Magari potevo prendere spunto, ma sarei comunque dovuto uscire per rientrare con del cibo appena cotto… e non ero sicuro che la bigliettaia avrebbe apprezzato.

Un soffio freddo mi colpì la nuca, irrigidendomi tutto il corpo.

Mi strinsi nelle spalle infreddolito, cercando una finestra aperta inesistente.

«V-Vegoia?» chiamai come se qualcuno o qualcosa potesse rispondermi. Un nuovo fulmine si abbatté fuori dal museo paralizzandomi dal terrore.

Non ero più sicuro se fossero più spaventosi degli dèi adirati o dei demoni che volevano la Trattoria della mia famiglia.

Ogni colpo sentivo come se le stanze si stingessero su di me, accartocciando lo spazio stesso.

«V-Vegoia, vi prego…» dissi cercando di trattenere l’attacco di panico in arrivo.

Chi cavolo me lo aveva fatto fare di venire fin lì!?

Mi sarebbe bastato accettare la morte della mia famiglia, continuare a prendere le pastiglie e nascondere ogni cosa fuori dal normale alla mia vista.

Non m’interessava sapere perché vedevo le creature invisibili ai più, nemmeno sapevo perché eravamo dovuti partire!

«V-Vegoia, se ci siete, vi prego… io…»

Un secondo colpo di vento mi colpì la nuca mentre l’odore di palude iniziava a permeare la stanza.

Le pareti iniziarono a prendere forma di tronchi, stringendosi in una scatola quadrata con tetto spiovente.

«Umano erede di Mamarke» disse una voce femminile alle mie spalle che mi fece quasi saltare in un’apertura nel pavimento. Caddi in avanti, scoprendo la caviglia legata con una corda: anche se mi fossi avvicinato al buco non sarei mai caduto.

Il rumore dell’acqua sotto di me, poi, non dava scampo a dubbi: ero finito dentro a una palafitta villanoviana. Non una riproduzione, non una proiezione, ma una realtà tangibile proveniente da un passato lontano.

E io ero un povero bambino che rischiava di cadere in quello che era uno scarico di rifiuti organici.

«Porti l’odore di chi mai si dovrebbe permettere di chiedere i miei pronostici» proseguì la voce alle mie spalle.

Mi girava attorno, confondendosi tra le suppellettili comuni e lo scrociare della palude sottostante. Mi studiava con la lentezza di una fiera con la sua preda

L’ennesimo fulmine si abbatté all’esterno mentre chiudevo gli occhi ripiegandomi su me stesso, spaventato da un temporale senza il concetto di eventi atmosferici naturali.

Ira divina che si abbatteva attorno a me, una paura viscerale antichissima, lontana anni luce dalla nostra moderna logica scientifica.

Mentre trattenevo a fatica le lacrime di paura, un’energia inattesa mi trapassò le ossa, poi una protezione più terrificante dei fulmini stessi si frappose tra me e quei colpi incessanti.

Alzai appena lo sguardo, indeciso se sentirmi al sicuro o ancora più in pericolo.

«Ti sei fatto dei nemici che un mortale come te mai si dovrebbe fare, trascinato in un destino che non ti appartiene» un fantasma di acqua e alghe mi scrutava dall’alto.

Percepivo il divino, il potere che lo permeava. E percepivo anche che era qualcosa di molto diverso da Nerone, Fufluns o Empanda.

Qualcosa di antico e molto, molto meno alla mano.

«Perché sei qui? Cosa ti porta a chiamare il mio nome tra le sale di un museo polveroso?»  si piegò su di me e io mi chiusi nuovamente a uovo, pregandola silenziosamente di non farmi del male «Non sei un eroe designato, puoi scegliere, fare ammenda. Chiedere perdono. Forse gli dèi saranno disposti a rinunciare alla loro vendetta, con il giusto omaggio…»

Più che non essere un eroe, non avevo proprio il carattere per esserlo.

Chiedevo il permesso anche solo per cambiare una ricetta, quale eroe era mai stato così pavido?

Ma questo mio rifiuto sarebbe servito a fermare Canidia e il demone in gessato bianco?

Ammesso e non concesso mi fossi liberato dell’ira degli dèi, sarebbero poi stati disposti a proteggermi o mi avrebbero lasciato al mio destino di folle?

Perché era quello che mi attendeva, giusto?

La follia, il terrore del non visibile.

L’essere la mia malattia mentale.

«Se gli dèi mi hanno scelto, io non posso rifiutarmi» ammisi stringendomi le spalle.

«Eppure li hai già sfidati» una folata di vento umido mi travolse, smile a un tuffo nell’acqua limacciosa.

«Non sapevo che sarebbe successo…» dissi chiudendo le braccia davanti a me «E-e poi non sono gli stessi dèi che mi hanno dato la missione?»

Vegoia scivolò dentro al legno, spuntandomi sotto e costringendola a guardarla negli occhi, due turbini di fango e polvere in grado di risucchiare ogni cosa al pari di un buco nero.

Scattai all’indietro, ritrovandomi nuovamente seduto a terra, lo sguardo terrorizzato ad osservarla mentre usciva nuovamente dai tronchi.

Ne avevo già fatti arrabbiare abbastanza di dèi, dannazione!

«Sei umano, puoi ancora decidere di vivere come un comune mortale» spiegò piantandomi nuovamente gli occhi addosso.

Mi sarei voluto chiudere nuovamente sul pavimento, chiedendo perdono di un’onta che non avevo commesso nei suoi confronti, ma ogni fibra del mio corpo era paralizzata dalla paura viscerale di trovarmi davanti a qualcosa di superiore.

«Non semidio, non incarnazione, non personificazione o manifestazione. Nessun destino, nessun mostro o nemico superiore» proseguì scivolando sul legno in un giro completo attorno a me «Libero di scegliere di essere un uomo qualunque in un ambiente qualunque, senza pericoli che ti cercano.»

Dopo ogni frase c’era un “però” celato, trattenuto e volutamente mantenuto segreto.

Mi presi coraggio, alzando lo sguardo su di lei. Non la guardavo negli occhi – non ne ero ancora in grado – ma era un inizio.

Vegoia mi si fermò davanti e mi piegai nuovamente a terra.

Non la volevo vedere.

«Se proprio non vuoi guardarmi, basta che prendi ciò che hai in tasca o mi sbaglio?»

Un brivido mi drizzò la schiena, chiuso nel mio guscio di protezione.

«Non… credo che basterebbe a far finire i fulmini… o a fermare chi vuole svuotare la Trattoria» ammisi senza alzarmi.

S’inginocchiò davanti a me, i capelli bagnati dalla consistenza di liane antiche che mi sfioravano le braccia.

Non osai alzare lo sguardo.

«Il fatto stesso che conosci i nomi dei tuoi nemici vuol dire che ne riconosci la presenza» spiegò.

«Non posso fare altrimenti…» brontolai stringendomi nelle spalle.

«Perché?»

«Ho fatto un patto.»

«Non è vincolante.»

«Per me lo è!» alzai gli occhi per qualche secondo. Non avevo ancora la forza per sopportare uno sguardo, soprattutto uno così potentemente ultraterreno «E… e poi voglio fermare lo svuotamento di senso.»

«Sicuro, erede di Mamarke? È veramente questo ciò che vuoi?»

No, ma Nerone e Fufluns si aspettavano questo da me.

Non avevo molta scelta, per cui annuii con la determinazione di… boh… Codaliscia? No, pure lui era più coraggioso di me.

Vegoia mi prese le mani, strattonandomi in piedi: «Non hai il carattere da eroe, e chi dici di voler sconfiggere è molto superiore alle tue capacità attuali, tuttavia…» alzò lo sguardo verso il soffitto, gli occhi fieri verso il cielo «Non vuoi scegliere la strada facile, e questo ti fa onore. Non essere un martire per qualcun altro, ma accetta la sfida che tu stesso inconsciamente hai lanciato.»

«Ma sfidare gli dèi è…»

«Pericoloso?» un fulmine colpì il museo facendomi irrigidire «Solo perché loro si sono abituati agli umani timorati, non vuol dire che non gli farebbe bene una sfida come ai vecchi tempi» accarezzò le bende impregnate d’arnica che mi coprivano le mani ustionate «La tua missione è ben superiore dallo sconfiggere l’Avarizia e farsi perdonare dagli dèi.»

La mano destra iniziò a diventare rovente più di quanto mi sarei aspettato, senza dolore ma con il sangue che ribolliva. Deglutii a fatica: «Quindi… di cosa si tratta?»

Si allontanò dopo aver annusato la fasciatura, dandomi le spalle: «Non sono io l’oracolo che ti darà consiglio, il patto che non vuoi sciogliere con è qualcosa che posso tollerare » perse lo sguardo fuori dalla finestra senza vetri «Tuttavia, posso dirti che chi è disposto a risponderti si trova nel nuovo tempio, dove ogni umano va nei giorni che un tempo erano di riposo. Se invece vuoi sapere il come, chiedi a colui che ti accompagna: è maestro in questo genere di cose.»

Mi stavo pentendo amaramente di non aver preso le pastiglie e di non aver detto a Fufluns che non volevo partire: anche ci avessi provato, Nerone non mi avrebbe mai risposto!

E io comunque non avrei nemmeno avuto il coraggio di chiedergli nulla.

Così, con la consapevolezza che la mia missione era già persa in partenza e la stanza tornava la sala di un museo di provincia, mi congedai con il timoroso rispetto che noi umani avevamo imparato ad avere nei confronti degli dèi.

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