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← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 04/05/2026, 08:53 · Aggiornato il 04/05/2026, 08:53

Capitolo 9: Bluesman

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
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Le pappardelle erano una cosa seria.

Un sugo scuro, denso, che sapeva di bosco e di pazienza, capace di rimettere al mondo anche un disertore.

Dall’altra parte del tavolo, la guerra del cibo era finita.

Martina aveva affogato le sue verdure grigliate in un giro abbondante d’olio d’oliva e un pizzico di sale, e ora mangiava con gusto, pulendo il piatto con un pezzo di pane croccante, con quella voracità sincera che le usciva fuori ogni volta che smetteva di combattere il mondo.

Mi appoggiai allo schienale della sedia, con la pancia piena e una strana leggerezza addosso.

Il locale, che prima mi sembrava un covo di sconosciuti, ora aveva contorni più morbidi.

La luce ambrata delle lampade si rifletteva sulle bottiglie di vino, sui volti rubizzi degli altri clienti, sulle travi di legno scuro del soffitto.

Osservai una coppia anziana che rideva nell’angolo, un gruppo di studenti che brindava rumorosamente vicino all’ingresso, l’oste che passava tra i tavoli come un direttore d’orchestra un po’ alticcio.

Il chiacchiericcio delle voci, il tintinnio delle posate, le risate… tutto si impastò in un unico suono di fondo, caldo e accogliente, che sembrava avvolgerci e proteggerci.

Eravamo solo due ragazzi in un’osteria di Perugia, persi nel cuore dell’Italia, lontani anni luce da Sulmona e dai suoi giudizi.

Guardai Martina che rideva per qualcosa che aveva letto sul telefono, e mi sentii felice.

Semplicemente, stupidamente felice.

Ma sotto quella felicità, sentivo già il motore che iniziava a girare.

La mia mente era già uscita dal locale, stava già scendendo verso via dei Priori, verso quel palco buio del “Caveau”.

Sentii le prime note salire dalla memoria.

Midnight in Harlem.

La Derek Trucks Band.

L’avevo intercettata per caso una notte di febbraio, in camera mia, mentre giravo la manopola della radio cercando di scacciare l’insonnia, e mi ero fermato su Radio Monte Carlo.

Era partita quella chitarra slide, liquida, malinconica e speranzosa insieme.

Non era un blues che gridava rabbia. Era un blues che camminava nella notte, un soul lento che raccontava di luci della città e di strade da percorrere.

La voce di Mike Mattison che entrava roca, calda: “Well, I came to the city…”

Era perfetta.

Era la canzone di chi arriva in un posto nuovo e cerca la sua verità tra le ombre.

Battei le dita sul tavolo, seguendo un ritmo che sentivo solo io.

Il cinghiale mi aveva dato la forza. Martina mi aveva dato il motivo.

Ora toccava a me metterci la voce.

Uscimmo dall’osteria che l’aria era diventata pungente, di quel freddo umido che a Perugia ti entra nelle ossa appena il sole cala. Ma io non lo sentivo. Avevo il cinghiale nello stomaco e l’adrenalina in circolo.

Ci incamminammo verso Via dei Priori.

Martina rimase indietro di mezzo passo, lasciando che fossi io a fare l’andatura, come se volesse testare la mia determinazione.

Sentivo i suoi passi leggeri dietro di me, il fruscio della giacca a vento aperta.

All’improvviso, mi si affiancò con uno scatto e mi diede una spallata secca, decisa, che mi fece quasi perdere l’equilibrio sui sanpietrini sconnessi.

«Allora?» mi chiese, infilando le mani nelle tasche del giubbotto e guardandomi di sbieco con quel suo sorriso da gatto. «Il mistero continua o mi dici che intenzioni hai? Che mi canti?»

Mi massaggiai la spalla, sorridendo.

«È una sorpresa,» risposi, cercando di mantenere un tono misterioso. «Se te lo dico adesso, perdi il gusto dell’aspettativa.»

«Odio le sorprese. Di solito sono delusioni impacchettate bene.»

«Questa ti piacerà. Fidati.»

Lei sbuffò, scuotendo la testa, e accelerò il passo.

Via dei Priori era una discesa ripida, stretta tra palazzi alti che sembravano volersi toccare sopra le nostre teste.

Martina mi superò, iniziando a scendere con una falcata sicura, quasi saltellante.

E io rimasi lì, un passo indietro, a guardarla.

Per la prima volta in due anni che la conoscevo, la mia amica, la mia “manager spirituale”, la ragazza che viveva sepolta sotto strati di felpe sformate e pantaloni larghi da pescatore, era… esposta.

La luce arancione dei lampioni stradali disegnava la sua sagoma contro l’ombra del vicolo.

Guardai le sue gambe.

Erano avvolte in collant neri, coprenti ma non troppo, che fasciavano muscoli tonici e scattanti, gambe di chi ha camminato tanto, di chi è scappato e ha corso.

Il vestitino color salvia, che al ristorante mi era sembrato casto, ora, con il movimento della camminata, scivolava morbido sui fianchi, rivelando una vita sottile che non avevo mai immaginato.

Era minuta, Martina. Mi arrivava a malapena alla spalla, io che sfioravo l’uno e ottanta. Ma lì, mentre scendeva sicura verso il buio, mi sembrò che il suo corpo occupasse tutto lo spazio visivo.

Il mio sguardo, traditore e inevitabile, scivolò più in basso.

Sul suo fondoschiena.

Era piccolo, alto, disegnato perfettamente sotto il tessuto leggero del vestito.

Mi sentii avvampare. Era un pensiero proibito, sporco, bellissimo. Non stavo guardando la mia migliore amica. Stavo guardando una donna.

Non si girò.

Eppure, lo seppe.

Come se avesse un radar sulla schiena, o come se la mia “vibrazione” (come la chiamava lei) fosse diventata un raggio laser tangibile.

Senza rallentare, portò entrambe le mani dietro la schiena, coprendosi il sedere con i palmi aperti, come a proteggersi.

«Cosa guardi, maiale?» disse ad alta voce, lanciando la frase nel vicolo deserto senza voltarsi. «Sento la pressione del tuo sguardo fin qui. Mi stai bucando i collant con gli occhi.»

La sua voce non era arrabbiata. Era divertita. C’era una risata nascosta in quelle parole.

«Io… stavo guardando dove mettevo i piedi!» mentii spudoratamente, ma la voce mi uscì strozzata.

«Sì, certo. I piedi. I miei piedi, immagino.»

Si mise a ridere, e quella risata rimbalzò sui muri di pietra, leggera e provocatoria.

Continuammo a scendere, con quella tensione elettrica che friggeva nell’aria tra noi, finché la strada non si allargò leggermente.

Eravamo arrivati.

“Il Caveau”.

Non c’era bisogno di leggere l’insegna. Bastava guardare la gente ammassata fuori.

Un piccolo gruppo di ragazzi fumava davanti a un portone di legno massiccio, da cui filtravano lame di luce blu e rossa.

Ma soprattutto, da quel portone usciva il suono.

Era un suono denso, pastoso, che faceva vibrare lo sterno anche stando fuori.

Mi fermai ad ascoltare.

Non era jazz classico. Era blues elettrico, moderno, graffiante.

Riconobbi subito il pezzo.

Unconditional di Ana Popovic.

C’era una chitarra slide che urlava come una sirena impazzita e una sezione ritmica che picchiava duro, funk e blues insieme.

E poi c’era la voce.

Una voce femminile, potente, sporca al punto giusto, che aggrediva le note alte con una grinta che mi fece venire la pelle d’oca.

«You say you want it unconditional…»

Guardai Martina.

Lei si era fermata davanti all’ingresso, con le mani ancora appoggiate sui fianchi, e stava ascoltando.

Si girò verso di me. I suoi occhi brillavano, riflettendo le luci del locale.

«Senti che roba?» mi urlò sopra la musica. «Questa qui non scherza. Il livello è alto stasera, verginello. Sicuro di non volertela fare sotto e tornare in albergo?»

Feci un respiro profondo. L’aria sapeva di fumo passivo e aspettativa.

Sentii il “click” dell’iscrizione che risuonava ancora dentro di me, unito alla scarica elettrica di averla guardata come non dovevo pochi secondi prima.

«Andiamo,» dissi, superandola e mettendo la mano sulla maniglia pesante del portone. «Vediamo se sono pronti per me.»

La fila fuori scivolò via veloce. Il buttafuori, un armadio a due ante con la barba da vichingo, ci fece un cenno col capo e ci lasciò passare.

Appena varcata la soglia, il suono ci investì fisicamente.

Non era solo volume. Era una massa d’aria calda, vibrante, che odorava di luppolo, legno vecchio e sudore collettivo.

Ci facemmo strada verso il bancone, sgusciando tra la folla.

«Due medie!» urlai al barista, un ragazzo rasato con i dilatatori ai lobi, cercando di sovrastare il rullante della batteria. «IPA, se ce l’hai!»

Lui annuì e afferrò due bicchieri.

Mentre spillava la birra, notai che i suoi occhi non erano sul rubinetto. Erano su Martina.

Scivolarono sulla scollatura del vestito color salvia, indugiarono sulla pelle nuda delle braccia, risalirono fino al collo.

Sentii una punta di fastidio pizzicarmi lo stomaco. Era uno sguardo predatorio, ovvio.

Stavo per dire qualcosa, per marcare il territorio in modo stupido e primitivo, ma Martina mi anticipò.

Non si scompose. Non si coprì.

Si limitò a sollevare il mento, fissando il barista dritto negli occhi con un’intensità gelida, e inarcò un solo sopracciglio. Un movimento millimetrico che diceva chiaramente: Non ci provare nemmeno, amico. Ti mastico e ti sputo.

Il barista, colto in flagrante, distolse lo sguardo, improvvisamente interessatissimo alla schiuma della birra.

«Ecco a voi,» disse, posando i bicchieri sul legno con un po’ troppa fretta.

Pagai io, lanciandogli un’occhiata di avvertimento che lui ignorò, e passai una birra a Martina.

Lei mi fece l’occhiolino e bevve un sorso lungo.

«Salute, verginello.»

Ci girammo verso la sala.

“Il Caveau” meritava il suo nome.

Era una cripta a volta, con mattoni a vista che trasudavano umidità e storia. Non c’erano finestre, solo luci rosse e blu che tagliavano il fumo. Alle pareti, poster ingialliti di Miles Davis e John Coltrane vegliavano sui musicisti come santi patroni.

Intanto wul palco – un rialzo di legno alto venti centimetri – c’era una band di ragazzi poco più grandi di me.

Stavano suonando I’ll Play the Blues for You di Joe Bonamassa.

O meglio, ci stavano provando.

Il chitarrista era bravo, veloce, ma mancava di cuore. Le note c’erano tutte, ma erano scolastiche, pulite, prive di quel dolore fangoso che serve per fare quel pezzo.

«Troppo rigidi,» mi urlò Martina nell’orecchio. «Sembra che stiano compilando un modulo delle tasse, non suonando un blues.»

Annuii. Aveva ragione. La canzone è difficile non per la tecnica, ma per l’intenzione. E loro non ce l’avevano.

Quando finirono, ci fu un applauso cortese.

Scesero dal palco sudati e un po’ frustrati, lasciando il posto al cambio palco.

Salì un’altra band e dal boato del pubblico intuivo che erano conosciuti, ed erano scafati. Si vedeva da come maneggiavano i cavi, da come si parlavano a cenni.

E poi, al centro, si piazzò lei.

La cantante. Marika.

Non era una bellezza classica, da copertina patinata. Era una bellezza scenica, dirompente.

Era alta, con una cascata di riccioli rossi che sembravano prendere fuoco sotto i faretti. Aveva il viso spruzzato di lentiggini e due occhi verdi che brillavano di adrenalina pura.

Indossava una canottiera bianca, una gonnellina scozzese corta e un paio di stivali marroni vissuti, con la suola consumata.

Afferrò l’asta del microfono come se fosse un’arma.

«Ciao Perugia!» urlò, e la sua voce era già musica. «Noi siamo Marika e i Bad Habits. Abbiamo suonato un po’ di blues, ma adesso… adesso abbiamo voglia di qualcosa di più rock. Di più sporco.»

La band fece un accordo distorto, pesante.

«Vorremmo fare un pezzo storico. Broken dei Seether con Amy Lee.»

Il pubblico mormorò di approvazione. Era un pezzo culto degli anni 2000.

Marika però fece una smorfia, indicando il chitarrista alla sua destra.

«Il problema è che il mio Shaun Morgan qui presente… stasera è afono. Ha fumato troppo o ha urlato troppo ieri sera, non lo so. Fatto sta che non ha voce.»

Il chitarrista allargò le braccia, scusandosi con un sorriso colpevole.

«Quindi,» continuò lei, scrutando la folla, «ci serve una voce maschile. Qualcuno che abbia le palle di salire qui e duettare con me. C’è qualche volontario o dobbiamo farla strumentale?»

Il silenzio calò nella sala. Nessuno si muoveva.

Sentii una gomitata nelle costole. Secca.

Mi girai. Martina mi fissava.

«La sai?» mi chiese.

Il cuore mi fece una capriola.

«Sì,» risposi d’istinto.

Certo che la sapevo.

La sapevo a memoria.

L’avevo cantata un milione di volte, chiuso nella mia camera insonorizzata fai-da-te (che consisteva nel mettermi sotto il piumone), con le cuffie alle orecchie per non farmi sentire da mio padre.

Lui odiava quel genere. Lo chiamava “rock commerciale per ragazzine depresse”.

Ma io amavo quell’atmosfera malinconica. Amavo il video, con Amy Lee che camminava con le ali nere in quel paesaggio distrutto dalla guerra, tra le esplosioni e la cenere. Mi sembrava che parlasse di me, della mia guerra silenziosa a Sulmona.

Conoscevo ogni respiro di quella canzone. Ogni inflessione della voce di Shaun Morgan.

«Davvero?» incalzò Martina, con gli occhi che brillavano.

«Sì. La so tutta.»

«Allora vai.»

Mi diede una spinta. Non metaforica. Una spinta fisica, a due mani, proprio in mezzo alla schiena.

Barcollai in avanti, fendendo la folla che si aprì come il Mar Rosso, e finii praticamente ai piedi del palco.

Marika mi vide.

Incrociò il mio sguardo. Lessi nei suoi occhi verdi una domanda muta e un invito.

«Tu?» chiese al microfono. «Te la senti?»

Non potevo più tornare indietro. Sentivo lo sguardo di Martina che mi bruciava la nuca.

Salii sul rialzo di legno.

«Me la sento,» dissi, e la mia voce uscì ferma, sorprendendo anche me.

«Come ti chiami?»

«Elia.»

«Ok, Elia. Facci vedere cosa sai fare.»

La chitarra acustica attaccò l’arpeggio.

Quel Mi minore triste, ipnotico.

Chiusi gli occhi per un istante.

Dimenticai mio padre che giudicava i miei gusti musicali. Dimenticai i vestiti costosi che indossavo e che stonavano con l’ambiente.

Ero di nuovo sotto il piumone, ma stavolta avevo un microfono vero in mano.

Quando arrivò il mio momento, entrai.

«I wanted you to know I love the way you laugh…»

Non cantai pulito.

Cercai quel timbro che avevo provato mille volte di nascosto: roco, profondo, un po’ sofferente. Un baritono grunge prestato al blues.

Sentii un brivido attraversare la sala.

Aprii gli occhi e vidi Marika che mi fissava, sorpresa. Sorrise, un sorriso vero, e attaccò la sua parte.

«I wanna hold you high and steal your pain…»

Fu magia.

Le nostre voci si incastrarono perfettamente. Il mio scuro sosteneva il suo chiaro.

Nel ritornello, ci avvicinammo.

Cantavamo guardandoci negli occhi, a cinque centimetri di distanza.

Non la conoscevo, ma in quel momento, mentre le nostre frequenze si mischiavano nell’aria fumosa, eravamo intimi come due sopravvissuti in quel paesaggio di guerra del video che tanto amavo.

Lei mi sosteneva, io la spingevo.

Il pubblico esplose in un boato a metà canzone.

Mi sentivo un gigante. Sentivo di essere nato per stare lì, su quelle assi di legno che vibravano, a urlare «’Cause I’m broken when I’m open» senza paura che Corrado Rustico entrasse dalla porta a dirmi che stavo sbagliando tutto.

Quando l’ultima nota sfumò, Marika mi diede una pacca sulla spalla che quasi mi fece cadere.

«Cazzo, Elia!» urlò nel microfono. «Un applauso per Elia! Dove ti nascondevi finora?»

Scesi dal palco con le gambe che tremavano, ma non per la paura. Per l’euforia.

Cercai Martina con lo sguardo.

Volevo dirle: Hai visto? Non è solo roba commerciale. È dolore vero.

Volevo vedere la sua approvazione.

Invece, il posto dove l’avevo lasciata era vuoto.

Mi guardai intorno, confuso, con ancora l’applauso nelle orecchie.

Poi la vidi.

Era in un angolo del locale, seduta su uno sgabello alto, vicino all’uscita di sicurezza, dove la musica arrivava un po’ più ovattata.

Non era sola.

Era circondata da quattro ragazzi.

Uno era seduto di fronte a lei, con il palmo della mano aperto e rivolto verso l’alto, come se stesse offrendo un dono. Gli altri tre erano in piedi dietro di lui, che si sporgevano per guardare, pendendo dalle labbra di Martina.

Lei teneva la mano del ragazzo tra le sue, sfiorando le linee con l’indice.

Stava parlando a voce bassa, concentrata, con quella serietà mistica che usava per incantare mia madre e che, evidentemente, funzionava benissimo anche sui musicisti perugini.

Il ragazzo la guardava come se stesse ricevendo la rivelazione del terzo segreto di Fatima.

«…la linea del cuore è spezzata qui, vedi?» le sentii dire mentre mi avvicinavo, incredulo, con le mie due birre ormai calde in mano. «Significa che dai troppo a chi non lo merita. Devi chiudere i chakra posteriori o ti svuoteranno.»

Il ragazzo annuì, ipnotizzato. «È vero. È verissimo. Mi sento sempre stanco.»

Rimasi lì a guardarla.

Non mi aveva guardato cantare. O forse sì, ma aveva deciso che il suo spettacolo era più importante.

Aveva trasformato il jazz club nel suo tempio personale.

Non sapevo nemmeno che sapesse leggere la mano.

Sapevo tutto di lei, eppure, in quel momento, mentre teneva il destino di uno sconosciuto tra le dita e lo ammaliava con le sue storie, mi resi conto che Martina era un mistero che non avrei mai finito di risolvere.

Marika si sistemò il microfono con un gesto veloce, quasi rabbioso, e attaccò What Do I Do di Etta James.

La sua voce cambiò colore ancora una volta. Non era più il cristallo tagliente del rock, né il velluto nero del blues classico. Era un grido soul, una preghiera ritmata che ti prendeva alla pancia.

Cantava muovendosi sul palco come se fosse posseduta dal ritmo, ma i suoi occhi non erano persi nel vuoto.

Erano su di me.

Mi cercava tra la folla, sorridendomi ogni volta che incrociava il mio sguardo, come a dire: Siamo rimasti connessi, io e te.

Mi sentii attraversare da una scossa di orgoglio.

Con quel sorriso addosso, mi sentivo invincibile.

Mi voltai verso l’angolo dove avevo lasciato Martina. La vidi ancora lì, circondata dai suoi fedeli, intenta a decifrare linee della vita come se fosse la Pizia di Delfi.

Spinto dall’adrenalina, decisi di andare da lei. Volevo vedere da vicino quella scena assurda, volevo prenderla in giro.

Mi avvicinai al gruppo di soppiatto, arrivando alle spalle dei ragazzi in fila.

Martina stava tenendo la mano di un ragazzo biondo, parlando a voce bassissima, concentrata.

Mi sporsi sopra la spalla di uno dei ragazzi in attesa.

«Ehi,» dissi, sussurrando. «Leggi anche le mani adesso? Da quando?»

Martina alzò lo sguardo di scatto, incrociando i miei occhi con un misto di sorpresa e fastidio per l’interruzione.

Ma prima che potesse rispondere, il tizio davanti a me – quello con i capelli lunghi e la maglietta dei Pink Floyd – si girò furioso.

«Ehi! Mettiti in fila! Aspetta il tuo turno, c’eravamo prima noi!»

Stavo per rispondergli a tono, forte della mia nuova sicurezza da rockstar, quando Martina fece qualcosa che spiazzò tutti.

Sbuffò.

Chiuse la mano del ragazzo biondo che stava leggendo, come si chiude un libro noioso, e si alzò dallo sgabello con uno scatto nervoso.

«Basta così,» disse, con voce secca. «L’oracolo ha chiuso. I chakra si sono spenti.»

«Ma…» protestò il ragazzo dei Pink Floyd.

Martina non lo ascoltò.

Si fece largo tra loro, mi afferrò per la mano e mi tirò via.

Non fu un gesto dolce. Fu possessivo.

Mi trascinò via dal gruppetto, fendendo la folla verso il bancone, mentre Marika sul palco sparava un acuto finale che faceva tremare i bicchieri.

Ci fermammo vicino alla cassa, dove la musica arrivava un po’ meno forte.

Lei mi lasciò la mano, ma rimase vicinissima. Mi guardò dal basso verso l’alto, e i suoi occhi brillavano di una luce strana.

«Sei stato bravo,» disse, quasi a denti stretti, come se ammetterlo le costasse fatica. «Davvero bravo. Hai una voce che… beh, funziona.»

«Grazie,» dissi, sorridendo. «E tu? Da quando sei diventata una chiromante?»

«Da quando ho bisogno di distrarmi,» tagliò corto lei. «Ho bisogno di un’altra birra. Subito.»

Si girò verso il barista per ordinare, ma io la fermai mettendole una mano sulla spalla.

«Aspetta. Prima dimmi la verità. Com’ero lassù?»

Lei si voltò lentamente.

Prese il mio bicchiere, che era ancora mezzo pieno, e ne bevve un sorso lungo, senza chiedermelo. Si passò il dorso della mano sulle labbra umide.

Poi mi guardò, inclinando la testa di lato con quel suo sorriso sghembo e pericoloso.

«La verità?»

Si avvicinò al mio orecchio, abbassando la voce per farsi sentire sopra gli applausi che stavano esplodendo per Marika.che stessi facendo sesso con lei, lassù.»

Mi andò il sangue al cervello.

Rimasi a bocca aperta, balbettando.

Lei scoppiò a ridere, una risata roca e divertita, e mi diede una spinta leggera sul petto.

«Rilassati, verginello! Scherzavo…» fece una pausa, fissandomi dritta negli occhi, «…ma non troppo. C’era un’energia, Elia. Una tensione pazzesca. Non capita spesso di vedere due voci che si incastrano così.»

Bevve un altro sorso dal mio bicchiere, finendolo.

«Comunque,» disse, indicando con la testa il palco dove la band stava riprendendo fiato. «Mi devi ancora una canzone. Quella vera. Il tuo cavallo di battaglia.»

«Ma non ho la chitarra…»

«E allora? Chiedilo a loro se ti accompagnano. Ci hai già suonato, ti hanno visto. Secondo me, se glielo chiedi tu, ti accompagnano pure all’inferno stasera.»

Mi fece l’occhiolino e si girò verso il bancone, battendo la mano sul legno per chiamare il barista.

«Due medie!» urlò. «E sbrigati, che il mio amico deve tornare a cantare.»

Mi lasciò lì, con il cuore che batteva a mille e la consapevolezza che, per la prima volta, non ero io a cercare di impressionare lei.

Era lei che mi stava spingendo a diventare grande.

«Sinceramente? Sembrava che stessi facendo sesso con lei, lassù.»

Mi andò il sangue al cervello.

Rimasi a bocca aperta, balbettando.

Lei scoppiò a ridere, una risata roca e divertita, e mi diede una spinta leggera sul petto.

«Rilassati, verginello! Scherzavo…» fece una pausa, fissandomi dritta negli occhi, «…ma non troppo. C’era un’energia, Elia. Una tensione pazzesca. Non capita spesso di vedere due voci che si incastrano così.»

Bevve un altro sorso dal mio bicchiere, finendolo.

«Comunque,» disse, indicando con la testa il palco dove la band stava riprendendo fiato. «Mi devi ancora una canzone. Quella vera. Il tuo cavallo di battaglia.»

«Ma non ho la chitarra…»

«E allora? Chiedilo a loro se ti accompagnano. Ci hai già suonato, ti hanno visto. Secondo me, se glielo chiedi tu, ti accompagnano pure all’inferno stasera.»

Mi fece l’occhiolino e si girò verso il bancone, battendo la mano sul legno per chiamare il barista.

«Due medie!» urlò. «E sbrigati, che il mio amico deve tornare a cantare.»

Mi lasciò lì, con il cuore che batteva a mille e la consapevolezza che, per la prima volta, non ero io a cercare di impressionare lei.

Era lei che mi stava spingendo a diventare grande.

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