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Creato il 06/05/2026, 12:25 · Aggiornato il 06/05/2026, 12:25

Capitolo 10: Il regalo

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

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Marika finì il pezzo di Etta James tra gli applausi, ma non lasciò il microfono.

Fece un cenno al batterista, un ragazzo con i dreadlocks raccolti in una coda che annuì, sorridendo.

«Ok, ragazzi,» disse lei, asciugandosi la fronte con il braccio. «Abbiamo pianto abbastanza. Adesso voglio vedervi muovere il culo. Questa è per chi si sente sempre un passo indietro, ma non molla mai.»

Il batterista attaccò un ritmo in levare, secco, moderno.

Il pianista, che fino a quel momento era rimasto in disparte, entrò con un riff di tastiera inconfondibile.

Mi si gelò il sangue nelle vene.

Riconobbi quelle note dopo mezzo secondo.

Underdog.

Alicia Keys.

Mi voltai di scatto verso Martina.

Lei era ancora seduta sullo sgabello, ma aveva smesso di bere. Teneva il bicchiere a mezz'aria, immobile, e mi fissava con gli occhi spalancati.

Era assurdo.

Tra tutte le canzoni del mondo, in un jazz club di Perugia, Marika stava cantando proprio lei. La nostra Alicia. La colonna sonora del nostro viaggio, della mia fuga, del nostro "non-amore".

Sembrava che l'universo ci stesse facendo l'occhiolino, o forse ci stava prendendo in giro.

Marika attaccò la strofa con una grinta pazzesca.

«She was walking in the street, looked up and noticed / He was nameless, he was homeless...»

Martina scese dallo sgabello.

Si fece largo tra la folla e mi raggiunse. Non disse una parola. Mi si affiancò e mi prese il braccio, stringendolo forte.

Restammo lì, spalla contro spalla, a guardare il palco, mentre la canzone cresceva ed esplodeva nel ritornello.

«This goes out to the underdog...»

Sentivo il calore di Martina attraverso la camicia. Sentivo che anche lei stava trattenendo il fiato. Era una sincronicità che faceva quasi paura. Eravamo lì, due underdog, due sfavoriti scappati da Sulmona, e quella canzone sembrava scritta per noi, in quel preciso momento.

Quando il pezzo finì, il locale esplose.

Marika alzò le braccia al cielo.

«Grazie! Noi siamo i Bad Habits! Il palco è aperto per chi vuole salire!»

La band iniziò a posare gli strumenti, ridendo e bevendo acqua.

Mi girai verso Martina.

L'adrenalina di Underdog si era mescolata a quella del cinghiale e della birra. Non avevo più paura.

«Sono pronto,» le dissi.

Lei mi guardò. Non c'era più traccia di ironia nel suo sguardo. C'era solo una serietà profonda, scura.

«È il regalo?» chiese.

«È il regalo.»

Lei annuì.

Non mi fece l'in bocca al lupo. Non mi disse "spaccali".

Mi mise una mano piatta in mezzo alla schiena e mi diede una spinta secca.

«Vai.»

Attraversai la sala come se camminassi sulle nuvole.

Arrivai al limitare del palco proprio mentre Marika stava staccando il microfono dall'asta.

«Ehi!» la chiamai.

Lei si girò e, vedendomi, le si illuminò il viso.

«Elia! Ti sei deciso?»

«Sì. Ma ho bisogno di un favore. Posso farne una con voi? È... è una dedica importante.»

Marika non esitò un istante. Si girò verso il chitarrista, un tipo che finora era rimasto un po' in ombra ma che aveva una presenza scenica notevole. Indossava un completo gessato (senza cravatta) e occhiali da sole scuri anche se eravamo in una cantina buia. Aveva una Gibson Les Paul a tracolla e l'aria di uno che venera Joe Bonamassa prima di colazione.

«Marco!» urlò lei. «Questo è il ragazzo di prima. Quello con la voce assurda. Vuole fare un pezzo. Lo accompagniamo?»

Il chitarrista si sistemò gli occhiali sul naso, mi squadrò da dietro le lenti nere e fece un mezzo sorriso.

«Se canta come prima, lo accompagno pure a casa,» disse, con una voce profonda.

Salii sul palco.

La band si ricompose. Oltre a Marika e Marco, c'era il batterista coi dreadlocks, un bassista massiccio che sembrava scolpito nella roccia e un pianista magrolino con gli occhiali che sembrava un professore di matematica, ma che aveva delle mani enormi. E in fondo, in penombra, un sassofonista che stava pulendo l'ancia del suo strumento.

«Cosa facciamo?» mi chiese Marco, avvicinandosi. «Blues? Rock?»

Feci un respiro profondo.

«Derek Trucks Band,» dissi.

Marco alzò un sopracciglio, interessato. «Roba raffinata. Quale?»

«Midnight in Harlem.»

Il chitarrista fischiò di ammirazione. Si tolse gli occhiali da sole per un secondo, rivelando occhi divertiti, poi se li rimise.

«Gran pezzo. Mi serve lo slide.»

Prese un cilindretto di metallo dalla tasca e se lo infilò al mignolo. Si girò verso la band.

«Ragazzi, Midnight in Harlem. Mi maggiore. Tempo lento, molto laid back. Voglio il groove morbido.»

Il batterista annuì, iniziando a spazzolare il rullante con un ritmo soffuso. Il bassista disegnò una linea profonda, rotonda. Il pianista appoggiò un accordo di organo Hammond che riempì l'aria di calore.

Mi avvicinai al microfono.

Cercai Martina.

Era tornata al suo posto, vicino all'uscita di sicurezza.

Era in piedi, appoggiata al muro, con le braccia conserte.

La luce di un faretto blu la sfiorava appena.

Chiusi gli occhi per un secondo, visualizzando il testo.

Midnight in Harlem non è una canzone d'amore classica. È una canzone di viaggio. Di città notturne. Di anime che cercano il loro posto nel mondo.

Era la mia storia. Era la nostra storia.

La chitarra di Marco iniziò l'intro.

Quel riff liquido, scivolato, che sembrava piangere e ridere insieme. Era perfetto.

Presi fiato. Non compressi l'aria per urlare, stavolta. La lasciai morbida.

«Well, I came to the city... I was running from the past...»

La mia voce uscì calda, intima. Non stavo ruggendo come con i Seether. Stavo raccontando.

La band era mostruosa. Mi seguivano come se avessimo suonato insieme per vent'anni. Il sassofonista entrò con un contrappunto delicato, intrecciandosi alla mia voce.

Aprii gli occhi.

Non guardai il pubblico. Non guardai Marika, che era seduta su una cassa a lato palco e mi sorrideva.

Guardai solo lei.

Martina.

Lei non mi staccava gli occhi di dosso.

Era immobile, isolata dal resto della folla come se fosse in una bolla di silenzio.

Mentre cantavo il ritornello — «I'm gonna go out on the roof... and I'll watch the city burn...» — vidi la sua mano muoversi.

Lenta. Involontaria.

Le dita andarono a cercare la ciocca di capelli lunghi sulla destra.

Iniziarono ad attorcigliarla.

Giro dopo giro. Una spirale nera intorno al dito pallido.

I suoi occhi erano fissi nei miei, neri, profondi come buchi neri, ma stavolta non risucchiavano luce. La riflettevano.

Stava assorbendo ogni parola.

Ogni nota era un filo invisibile che partiva dalla mia gola e le si legava al polso, accanto ai semi di Bodhi.

Cantai per lei.

Cantai per il cinghiale, per l'autostrada, per la paura di Milano, per l'Ashram che l'aveva ferita.

Cantai per dirle che non mi importava se non potevamo essere una coppia, perché quello che eravamo in quel momento, su quella frequenza d'onda, era molto di più.

Quando Marco lanciò l'assolo di chitarra, struggente e bellissimo, io rimasi fermo a guardarla.

Lei si portò l'altra mano alla bocca, coprendosi le labbra, come se avesse paura di dire qualcosa, o di piangere.

Ma non distolse lo sguardo.

E in quel locale di Perugia, sotto le volte di mattoni, capii che avevo appena mantenuto la mia promessa.

Non le avevo regalato solo una canzone.

Le avevo regalato me stesso.

Mentre le ultime note della slide guitar di Marco sfumavano nell'aria fumosa del Caveau, scivolando via come lacrime elettriche, il mio sguardo rimase incatenato a quello di Martina.

Lei smise di attorcigliare i capelli.

La sua mano ricadde lungo il fianco, inerte.

In quella sospensione, prima che l'ultimo accordo si spegnesse del tutto, un'immagine mi attraversò la mente con la violenza di un flash.

La ninfea.

Quel pezzo di carta da tovaglia, ruvido, economico, destinato a finire nella spazzatura, che le sue mani avevano trasformato in qualcosa di perfetto sul tavolo dell'osteria.

Era fatta di niente. Di cellulosa scadente e pieghe nervose.

Eppure era di una bellezza disarmante.

Esattamente come quel momento. Esattamente come noi.

Eravamo fatti di materiali poveri – paure, fughe, bugie, vestiti usati e silenzi – ma in quell'istante, sotto quelle luci blu, eravamo un'opera d'arte.

La musica finì.

Il silenzio durò un battito di ciglia, poi il locale esplose.

Non fu l'applauso educato di prima. Fu un boato. Fischi, urla, gente che batteva i bicchieri sui tavoli.

Marika mi corse incontro e mi diede una spallata amichevole, ridendo.

«Te l'avevo detto!» mi urlò nell'orecchio. «Te l'avevo detto che spaccavi!»

Poi, vidi un uomo farsi largo tra la folla verso il palco.

Era un tizio sulla cinquantina, calvo, con una camicia a fiori improbabile e l'aria di chi ha gestito troppe sbronze altrui per scomporsi ancora.

Il proprietario.

Salì sul rialzo di legno e fece un cenno a Marco, il chitarrista, indicando l'orologio al polso con un gesto inequivocabile.

Marco staccò il jack dalla chitarra e si avvicinò, asciugandosi il sudore con la manica del completo gessato.

«Siamo lunghi, eh?» chiese, ridendo.

«Siete fuori tempo massimo, Marco,» rispose il proprietario, con una voce roca da fumatore. «Sono le undici passate. Se non stacchiamo subito, i vicini chiamano i vigili e mi fanno chiudere la baracca.»

Diede una pacca sulla spalla al chitarrista, un gesto ruvido ma affettuoso.

Poi si girò, guardando prima Marika e poi me.

Ci squadrò con un mezzo sorriso sornione, di chi ne ha viste tante ma sa ancora riconoscere quando la serata è stata buona.

«Comunque, bravo,» disse a Marco, indicandoci con il pollice. «Complimenti per i tuoi due cantanti. Stasera avete spaccato. La gente non beveva nemmeno più per ascoltarvi, e questo è un danno per il mio incasso, ma un bene per le orecchie.»

I tuoi due cantanti.

Non "la tua cantante e il suo amico".

I tuoi due cantanti.

Mi sentii investire da quella frase più che dagli applausi.

Ero uno di loro.

Guardai Martina in fondo alla sala. Lei aveva sentito.

Stava sorridendo. Un sorriso piccolo, privato, mentre stringeva al petto la borsa di tela.

Mi fece un cenno col capo.

Andiamo.

Qualche minuto dopo, scesi dal palco, non come un ospite, ma come un musicista che aveva appena finito il turno.

Stavo per mettere un piede giù dal palco, pronto a tornare nel cono d'ombra rassicurante della sala, quando sentii una presa decisa sull'avambraccio.

Marika non mi lasciava andare.

«Ehi,» disse, con il respiro ancora corto per la performance. «Non scappare così. Non abbiamo finito.»

Si frugò nella tasca posteriore della gonnellina scozzese e tirò fuori un pezzo di carta stropicciato – forse uno scontrino, o il retro di un flyer della serata – e un pennarello nero indelebile che probabilmente usava per firmare gli autografi o segnare le scalette.

Appoggiò il foglietto sulla cassa della batteria e scrisse veloce, con un tratto nervoso e calcato.

Strappò il pezzo di carta e me lo schiacciò nel palmo della mano, chiudendomi le dita sopra come se mi stesse consegnando un segreto di stato.

«Tieni,» disse.

Guardai il foglietto.

C'era scritto solo MARIKA, in stampatello gigante, seguito da una stringa di dieci numeri.

Alzai lo sguardo su di lei, confuso.

Lei mi sorrise, un sorriso professionale, da frontwoman che ha appena trovato il pezzo mancante del suo puzzle.

«Chiamami,» disse, scandendo bene le parole sopra il rumore della folla che defluiva. «Domani, dopodomani, quando ti pare. Ma chiamami. Dobbiamo parlare di stasera.»

Fece il gesto inequivocabile del telefono, portando pollice e mignolo all'orecchio e mimando una cornetta.

«Noi cerchiamo un cantante da sempre, Elia. Una voce maschile che regga il confronto.»

Si sporse verso di me, facendomi l'occhiolino.

«Se ti interessa... hai il mio numero.»

Mi diede un'ultima pacca sulla spalla e si girò verso il chitarrista per aiutarlo a smontare gli amplificatori.

Rimasi lì, in bilico sul gradino del palco, con quel pezzo di carta che mi bruciava nella mano.

Non era un numero rimediato per provarci.

Era una chiamata alle armi.

Strinsi il foglietto nel pugno e scesi in platea, dove Martina mi stava aspettando con quel suo sorriso indecifrabile, pronta a riportarmi a terra o, forse, a farmi volare ancora più in alto.

Perugia era magica.

Mentre scendevo i gradini del palco, con il rumore degli applausi che scemava in un brusio soddisfatto, ebbi questa certezza assoluta.

Non avevo ancora frequentato una sola lezione, non avevo ancora aperto un libro, eppure avevo già vissuto più vita in quelle quattro ore che negli ultimi cinque anni.

Avevo una band che mi voleva. Avevo un numero di telefono in tasca che scottava come un marchio a fuoco.

E tra poco, avrei passato la notte con la donna che amavo.

Certo, lei continuava a non voler essere la mia ragazza. Continuava a chiamarmi "verginello", a erigere muri di filosofia orientale e cinismo per tenermi a distanza.

Ma in fondo, andava bene così.

Mi venne in mente una cosa che diceva sempre mio padre, quando mi vedeva imprecare sulla chitarra cercando di prendere un barrè impossibile al quinto tasto: «Le cose belle vanno conquistate con fatica, Elia. Se l'accordo è facile, suona piatto. Se ti fa sanguinare le dita, allora suona vero.»

Martina era il mio accordo difficile. Quello che richiedeva calli, pazienza e dolore. Ma era l'unico che volevo suonare.

Mi feci largo tra la folla, diretto verso l'angolo buio vicino all'uscita di sicurezza.

La trovai lì, ancora seduta sul suo sgabello, circondata dagli stessi ragazzi di prima. Non se n'erano andati. Anzi, sembravano pendere dalle sue labbra ancora più di prima.

«Ma quindi... tu chi sei?» chiese uno di loro, guardandola come se fosse una creatura mitologica. «Da dove vieni?»

Martina sorrise, misteriosa, giocherellando con l'anello di pietra azzurra.

«Vengo da un paesino vicino a Sulmona,» rispose, con voce tranquilla. «Un posto dove le montagne sono così alte che devi chiedere permesso al cielo per guardare su.»

Mi avvicinai di soppiatto alle sue spalle.

Non volevo interrompere la sua magia, volevo solo farle un cenno, dirle che ero pronto.

Lei alzò lo sguardo.

Mi vide.

I suoi occhi neri si posarono su di me per una frazione di secondo. Non c'era sorpresa, non c'era nemmeno quel calore che avevo visto sul palco. Era uno sguardo neutro, quasi professionale.

Non pronunciò il mio nome.

Non disse "Bravo Elia".

Spostò subito l'attenzione sui ragazzi seduti davanti a lei. Li guardò uno per uno negli occhi, con un'intensità che faceva paura.

«Tu sei Luca, giusto?» disse al ragazzo biondo, come se lo conoscesse da una vita. «E tu sei Marco. E tu Andrea.»

Pronunciò quei nomi sconosciuti con una familiarità antica, materna.

Poi si alzò dallo sgabello, stirandosi la schiena.

Fece un gesto vago verso di me, senza guardarmi, come se fossi un elemento dell'arredamento.

«Devo andare,» disse ai ragazzi, con un tono dolce e definitivo. «C'è un'altra anima smarrita che ha bisogno di me in questo momento.»

Anima smarrita.

Non "il mio amico". Non "il ragazzo che ha appena cantato".

Ero un caso clinico. Un altro paziente nella sua corsia d'ospedale spirituale.

I ragazzi annuirono, rispettosi, e si scostarono per farla passare.

Lei mi raggiunse, mi prese sottobraccio senza dire una parola e mi guidò verso l'uscita.

Non ero offeso. Ero sollevato.

In un mondo che cambiava vorticosamente, Martina che trattava tutti come naufraghi da salvare – me compreso – era l'unica, meravigliosa costante.

Mi lasciai trascinare fuori dal locale, nella notte fredda di Perugia, sapendo che per lei non ero un eroe da celebrare, ma solo un altro disastro da rimettere in sesto.

E andava bene così.

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