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Lasciammo Piazza dell'Università alle nostre spalle, con il foglio giallo dell'iscrizione che mi bruciava piacevolmente nella tasca interna della giacca.
«Prima di nutrire il corpo, dobbiamo posare le zavorre,» disse Martina, indicando i nostri bagagli. «Il B&B è in Via della Viola. Preparati a scarpinare, dottore.»
Perugia di notte si era trasformata. Non era più solo verticale, era labirintica.
Scendemmo per viuzze così strette che avremmo potuto toccare i muri opposti allargando le braccia. L'illuminazione era scarsa, affidata a lampioni di ferro battuto che proiettavano ombre lunghe sui sanpietrini sconnessi.
Il B&B si chiamava "La Casa del Gufo".
Era un palazzetto del Trecento incastrato tra due edifici più grandi, con una porta di legno verde scrostata e un batacchio a forma, ovviamente, di gufo.
Suonai.
Ci venne ad aprire una signora minuscola, con i capelli bianchi cotonati in una nuvola immobile e un grembiule a fiori.
«Buonasera! Siete i ragazzi della prenotazione online?» cinguettò, con un accento umbro strascicato e accogliente. «Io sono la signora Elda. Entrate, entrate che prende il freddo!»
Ci fece accomodare in un ingresso che profumava di cera d'api e minestrone.
Mentre registrava i nostri documenti su un quadernone unto, ci lanciò un'occhiata complice sopra gli occhiali da lettura.
«Siete proprio una bella coppia,» disse, sorridendo a trentadue denti. «Si vede proprio che siete innamorati. Avete quella luce lì, sapete? Quella dei primi tempi.»
Io mi pietrificai. Sentii le orecchie diventare due tizzoni ardenti.
Aprii la bocca per balbettare una smentita, ma Martina fu più veloce.
Non si imbarazzò affatto. Anzi, mi passò un braccio attorno alla vita, stringendomi in una morsa fraterna ma ferrea, appoggiando la testa sulla mia spalla con una dolcezza che sapeva di presa in giro.
«Oh, no, signora Elda, si sbaglia,» disse con una serietà teatrale. «Io sono la sua badante terapeutica. Il povero Elia ha la fobia del buio e dei mostri sotto il letto. Lo sto accompagnando solo perché la sua mamma non si fidava a lasciarlo uscire di casa da solo. Sa com'è, è un ragazzo molto... delicato.»
Mi diede due pat-pat umilianti sul petto.
«Vero, Elia?»
La signora Elda mi guardò confusa, poi scoppiò a ridere, credendo che fosse una battuta di spirito tra fidanzatini.
«Ah, che simpatica! Tieni, questa è la chiave. Stanza "L'Altana", all'ultimo piano. Niente ascensore, fa bene ai glutei.»
Salimmo tre piani di scale ripide in silenzio. Io ero rosso, lei ridacchiava.
Quando aprimmo la porta della stanza, il mio cuore saltò un battito.
Era un sottotetto piccolo, accogliente, con le travi a vista che incombevano sulle nostre teste. C'era un profumo intenso di lavanda sintetica.
E c'era un letto.
Un letto matrimoniale enorme, con una coperta a fiori che sembrava urlare "luna di miele povera".
In realtà, guardando meglio, si vedeva la riga in mezzo: erano due singoli uniti. Ma l'effetto ottico era inequivocabile.
Restai sulla soglia, con il trolley in mano, incapace di muovermi.
Martina buttò il suo zaino su una sedia impagliata e si girò verso di me, intercettando il mio panico.
«Respira, verginello,» disse, divertita. «È solo un materasso, non un altare sacrificale.»
Si avvicinò al letto e diede un calcio alla base di uno dei due, separandoli di cinque centimetri.
«Vuoi che li stacchiamo del tutto? Posso metterci in mezzo i cuscini per costruire una muraglia cinese, se la mia vicinanza ti fa scattare strane idee ormonali.»
Mi guardò dritta negli occhi, e il sorriso le si spense un attimo per lasciare posto a una chiarezza brutale.
«Sia chiaro, Elia: stanotte si dorme. E basta. Non cominciare a farti i film mentali solo perché respiriamo la stessa aria. Siamo intesi?»
«Siamo intesi,» risposi, trascinando il trolley dentro e chiudendo la porta alle mie spalle. «Nessun film.»
«Bene. Io vado a farmi la doccia. Tu intanto cerca di non svenire.»
Prese il suo beauty case e sparì in bagno.
Il rumore della serratura che scattava fu come un colpo di pistola. Poi, il rumore dell'acqua.
Cercai di distrarmi preparando i miei vestiti sul letto.
Fu lì, in quel momento, che la differenza tra noi mi colpì come uno schiaffo in faccia.
Aprii il mio trolley rigido di marca.
Tirai fuori una camicia di lino bianca, taglio sartoriale, ancora piegata perfettamente, che mia madre mi aveva comprato a Pescara in una boutique dove ti offrono il caffè appena entri. Pantaloni chino blu scuro, cintura di cuoio intrecciato, mocassini che costavano quanto l'affitto di un monolocale per studenti.
Il mio telefono, l'ultimo modello uscito, brillava sul comodino accanto al portafoglio in pelle rigonfio delle carte di credito di papà.
Ero un Rustico. Ero il figlio del privilegio. Un principino che giocava a fare il ribelle con i soldi dei genitori in tasca.
Poi guardai la sedia di Martina.
Il suo zaino era aperto, sventrato. Dentro c’era il caos.
I suoi vestiti non avevano etichette firmate. Erano cose prese ai mercatini dell'usato, tessuti grezzi che avevano vissuto mille lavaggi.
Notai un dettaglio che mi fece arrossire: non c'erano reggiseni.
C'era solo una pila disordinata di canottiere di cotone a costine, bianche o grigie, e mutande semplici.
Era vero quello che si diceva dell'Ashram: niente costrizioni, niente ferretti. Solo l'essenziale.
Quella semplicità brutale mi fece sentire ancora più stupido con la mia camicia stirata in mano.
La porta del bagno si aprì di colpo.
Una nuvola di vapore caldo invase la stanza, portandosi dietro un odore di sapone di Marsiglia e pelle bagnata.
Mi voltai e mi mancò l'aria.
Martina non era vestita.
Indossava l'accappatoio del B&B, un telo di spugna bianca ruvida che le andava leggermente grande. La cintura era stretta in vita, ma lo scollo era profondo, lasciando intravedere la pelle pallida e umida del collo e delle clavicole.
Aveva i capelli bagnati, appiattiti sulla testa.
Non usava il phon. Per lei, con quella rasatura laterale e un solo ciuffo lungo, asciugarsi i capelli era una questione di secondi. Teneva un piccolo asciugamano in mano e stava frizionando l'unica ciocca lunga con vigore.
Le gocce d'acqua le scivolavano lungo il collo, sparendo sotto la spugna.
Si fermò in mezzo alla stanza, scalza, con le gambe ancora umide che spuntavano dall'orlo dell'accappatoio.
Mi guardò. Io ero immobile, con la camicia stretta al petto come uno scudo inutile.
Stavo fissando il punto esatto dove l'accappatoio si incrociava sul suo petto, pregando e temendo che si aprisse.
«Che c'è?» chiese, smettendo di asciugarsi i capelli. «Mai visto una donna bagnata?»
Il suo tono era ironico, ma c'era una vibrazione diversa. Più bassa.
«Io... stavo aspettando,» balbettai.
Lei fece un passo verso di me. Sentii il calore del suo corpo irradiarsi attraverso il vapore.
«Tocca a te, principino. L'acqua calda sta finendo, quindi vedi di essere veloce.»
Mi indicò il bagno con un cenno della testa.
«Vai a lavarti via l'odore di autostrada. Io mi vesto qui.»
Il mio cervello andò in cortocircuito.
«Qui?»
«Sì, qui. La stanza è questa, Elia. O preferisci che mi vesta sul pianerottolo con la signora Elda?»
Sorrise, un sorriso sghembo e pericoloso. Si avvicinò ancora di un passo, invadendo il mio spazio vitale. Sentivo il profumo del bagnoschiuma che le saturava la pelle.
«Vai,» sussurrò, divertita dal mio terrore. «E chiudi bene la porta. Se ti becco a sbirciare dal buco della serratura mentre mi infilo le mutande, ti giuro su Padmasambhava che ti faccio cadere i capelli. Tutti.»
Mi spinse leggermente verso il bagno.
Il contatto della sua mano umida sulla mia spalla, attraverso la maglietta, fu una scossa elettrica.
Scappai in bagno e chiusi la porta a chiave, appoggiandomi con la schiena contro il legno.
Il cuore mi martellava contro le costole come se volesse uscire.
Ero in trappola.
Dall'altra parte della porta c'era Martina nuda che si stava vestendo.
E io ero lì, in mezzo al suo vapore, circondato dal suo odore, a cercare di respirare senza morire di desiderio.
L'acqua fredda non bastò a spegnere l'incendio, ma almeno mi ridiede la facoltà di connettere due pensieri logici.
Mi asciugai in fretta, infilandomi i boxer e i pantaloni ancora umidi di vapore nel cubicolo stretto del bagno, evitando di guardarmi allo specchio per non vedere quanto fossi rosso in faccia.
Feci un respiro profondo.
«Ok, Elia,» sussurrai al mio riflesso appannato. «Esci, sii disinvolto. È solo Martina. È la tua migliore amica. Non è una dea pagana della fertilità.»
Girai la chiave.
Aprii la porta.
La stanza era ancora immersa nella penombra, ma lei aveva acceso l'abat-jour sul comodino.
Martina era in piedi davanti al piccolo specchio dell'armadio.
Mi bloccai sulla soglia, con l'asciugamano ancora sulle spalle e la camicia stretta in mano.
Il "Generale" aveva lasciato il posto a qualcos'altro.
Non indossava le solite tuniche informi o i pantaloni da pescatore.
Aveva tirato fuori un vestitino.
Era un abito leggero, di un verde salvia spento, delicato, che sembrava fatto della stessa materia delle foglie di ulivo.
Le scivolava addosso come acqua, seguendo le linee del corpo senza stringerle, ma suggerendole a ogni movimento.
Le spalline sottili lasciavano scoperte le braccia pallide e le clavicole, su cui ora brillava una catenina d'argento sottilissima che non le avevo mai visto.
Sotto l'orlo del vestito, le gambe erano velate da calze di nylon nere, scure e intriganti nella penombra.
Ai piedi non aveva gli scarponi da trekking, ma un paio di scarpe marroni, semplici, che staccavano su quello scuro.
Si stava mettendo un orecchino, inclinando la testa di lato con una grazia che mi mozzò il fiato.
Si girò sentendo il rumore della porta.
Mi squadrò.
Il suo sguardo scese dal mio petto nudo fino ai piedi, veloce e clinico, ma per un secondo, solo per un secondo, vidi le sue pupille dilatarsi leggermente.
Poi tornò in sé.
«Ti sei deciso a uscire, verginello,» disse, ma la voce era meno tagliente del solito. «Credevo fossi scivolato nello scarico.»
Fece un passo laterale, liberando lo specchio.
«Tocca a te. Finisci di impacchettarti.
Io vado in bagno a mettere l'eyeliner. E se quando esco ti trovo ancora a fissarmi con quella faccia da pesce lesso, ti lascio qui e vado a cena da sola.»
Mi passò accanto, lasciando una scia di profumo che non era più solo sapone, ma qualcosa di più speziato e notturno.
La porta del bagno si chiuse alle sue spalle.
Io rimasi lì, con la camicia in mano, a guardare il punto vuoto dove era stata lei, pensando che quel vestito color salvia fosse l'arma più pericolosa che avesse mai impugnato.
Dieci minuti dopo, uscimmo dal B&B che l'aria si era fatta frizzante.
Martina camminava mezzo passo avanti a me, con le braccia conserte, come se quel vestitino leggero color salvia non bastasse a proteggerla dall'umidità della sera. O forse, non bastava a proteggerla da me.
Era insolitamente silenziosa.
Mentre scendevamo lungo le scalette di pietra che portavano verso il centro, notai che la sua mano destra era di nuovo all'opera.
Le dita cercavano meccanicamente la ciocca lunga di capelli neri, attorcigliandola in una spirale nervosa, veloce. La punta della lingua usciva a intervalli regolari a bagnare il labbro superiore.
Non era il tic della concentrazione. Era il tic della difesa.
Con quel silenzio ostinato, mi stava dicendo: Siamo in una stanza insieme, siamo vestiti eleganti, ma non siamo una coppia. Non abituarti.
Io, però, non riuscivo a smettere di guardarla.
La luce dei lampioni gialli la colpiva a tratti, rivelando dettagli che i suoi soliti vestiti informi nascondevano.
Quel vestito le accarezzava il corpo. Le lasciava scoperte le braccia, che erano sottili e pallide, e le clavicole, su cui il laccio del tessuto grezzo si appoggiava delicatamente.
Era la prima volta che la vedevo vestita "da donna".
Era una visione che mi toglieva il fiato, ma che allo stesso tempo mi faceva male, perché quella bellezza sembrava gridare "guardare e non toccare".
Non dovemmo cercare un posto dove mangiare. Il nostro stomaco aveva già deciso per noi ore prima.
Tornammo sui nostri passi, guidati da quella scia invisibile e profumata che avevamo intercettato nel pomeriggio.
Il locale si chiamava "L'Osteria del Priore".
Era incastrato in un vicolo in discesa, un buco nel muro di pietra da cui usciva una luce calda e un odore di brace così intenso da farti girare la testa.
Mi fermai davanti alla vetrina appannata.
C'era un menù scritto a mano su una lavagna di ardesia.
Cinghiale alla cacciatora. Pappardelle alla lepre. Grigliata mista. Piccione ripieno.
Un tempio della carne.
Martina lesse la lavagna. Non fece la solita battuta sarcastica sui "cadaveri nel piatto". Non fece smorfie.
Si limitò a fissare l'elenco con sguardo vuoto.
«Va bene,» mormorò, con voce piatta. «Entriamo.»
Il locale era un casino meraviglioso. Tavoli di legno massiccio così vicini che potevi mangiare nel piatto del vicino, bottiglie di vino impolverate e un oste gigantesco che urlava le ordinazioni.
Ci fecero sedere in un angolo, sotto una treccia d'aglio.
Arrivò il cameriere, un ragazzo sudato con il grembiule macchiato di sugo.
«Dite pure, ragazzi.»
Io non ebbi esitazioni. Volevo qualcosa di forte, di terreno, qualcosa che mi ancorasse a quel tavolo perché sentivo che lei stava scivolando via.
«Per me le pappardelle al cinghiale,» dissi. «Abbondanti. E un quarto di rosso della casa.»
Il cameriere scrisse veloce. «Ottima scelta. E per la signorina?»
Martina raddrizzò la schiena. Il Generale era tornato, ma senza sorriso.
«Vorrei un piatto di verdure grigliate. E un'insalata mista. Senza prosciutto, senza tonno, senza uova, senza formaggio.»
Il cameriere si fermò, la penna a mezz'aria.
«Signorina, l'insalata della casa ha dentro i cubetti di pancetta croccante. È la specialità.»
«La pancetta è un animale morto, giusto?» chiese lei, gelida.
«Beh... sì. È maiale.»
«Allora non la voglio. Voglio solo foglie. Radici. Cose che crescono dalla terra.»
Il cameriere sbuffò, lanciandomi un'occhiata di solidarietà maschile che ignorai.
«Ho capito, ma le verdure grigliate le facciamo sulla stessa piastra della carne. Potrebbe sentirsi il sapore.»
Martina incrociò le braccia sul petto.
«Allora me le faccia al vapore. O crude. Mi porti un finocchio intero e lo morderò come una mela, se necessario. Ma non mi porti niente che abbia avuto una madre.»
Vidi che il cameriere stava per rispondere male, così intervenni.
Per favore,» dissi, sorridendo. «Le porti le foglie. E porti anche un doppio cestino di pane e olio buono. Glieli pago io come extra.»
L'uomo scosse la testa, rassegnato, e se ne andò verso la cucina borbottando qualcosa che suonava come una preghiera.
Quando rimanemmo soli, il silenzio pesante che temevo non arrivò. Al contrario, mi girai verso Martina e non riuscii a trattenermi. Scoppiai a ridere.
«Sei tremenda, lo sai?»
Lei prese un grissino e iniziò a spezzarlo, facendo finta di niente, ma con un mezzo sorriso colpevole sulle labbra.
«Ho solo chiesto cosa mangio, Elia. Che c'è di male?»
«Che c'è di male? Martina, tutte le volte è la stessa storia! Ogni volta che andiamo a mangiare fuori devo prepararmi psicologicamente.»
Lei alzò un sopracciglio, guardandomi male.
«Ma quando mai? Non faccio mai storie.»
«Quando mai? Vuoi che ti faccia la lista?»
Mi sporsi sul tavolo e iniziai a contare sulle dita, divertito.
«Uno: quella volta che ho litigato con mio padre e siamo andati in quella trattoria fuori Sulmona. Io ero incazzato nero e volevo una bistecca gigante, e tu hai fatto una scenata perché nel menù non c'era niente di vegetariano. Ti ricordi? Alla fine il cuoco è dovuto andare nell'orto sul retro col buio, con la torcia in bocca, a strappare due cespi di lattuga solo per te.»
Martina ridacchiò, nascondendo il sorriso dietro il bicchiere d'acqua.
«Beh, era lattuga freschissima. A chilometro zero.»
«Due:» continuai implacabile, «la gelateria in piazza. Hai fatto impazzire il povero ragazzo al bancone per venti minuti. Volevi per forza il latte di riso o di soia perché "il latte di mucca è furto". C'era una fila di dieci persone che voleva linciarci e il ragazzo stava per piangere.»
«Il latte è importante, Elia. Non si scherza su queste cose. L'energia conta.»
«Sì, certo. E poi...»
Feci una pausa teatrale, aspettando che lei mi guardasse.
«E poi c'è il capolavoro assoluto. Quella volta da "Gigino il Pazzo" per la pizza di fine anno. Te la ricordi?»
Martina arrossì leggermente. «Vagamente.»
«Vagamente un corno. Ti siedi, guardi il forno a legna e chiedi seria seria: "Scusi, ma questa legna da dove viene? È certificata o stiamo disboscando la Majella per fare una margherita?"»
Scoppiammo a ridere insieme. Una risata piena, di pancia, che rimbalzò contro le pareti di pietra dell'osteria.
«Gigino è uscito con la pala della pizza in mano!» dissi, asciugandomi un occhio. «Rosso come un peperone, urlava in dialetto che la legna la portava lui col mulo e che se non la smettevi ti infornava insieme ai calzoni!»
«Sì, beh...» ammise lei, ridendo. «Però la pizza era buona.»
«Sapeva di rischio…» conclusi.
Restammo lì a sorridere per un momento, uniti da quei ricordi scemi, da quella complicità fatta di due anni di cene disastrose e litigate per finta.
Fu in quel momento che commisi l'errore.
Mentre la risata scemava, il mio sguardo indugiò su di lei.
Questione di un attimo. Un secondo di troppo.
Quel tanto che bastava per farle sentire addosso il peso del mio sentimento, per farla sentire "oggetto" del mio amore e non solo complice.
Martina, che aveva un radar infallibile per queste cose, alzò subito le barriere.
«Elia, non iniziare...» mi ammonì, anche se un residuo di sorriso le rimase impigliato sulle labbra.
«Non iniziare cosa?» ribattei io, alzando le mani in segno di resa incondizionata, con la faccia più innocente del mondo.
Lei scosse la testa, lasciando cadere il discorso, ma l'aria tra noi era cambiata. Si era fatta più densa.
Smise di torturare il grissino e tornò seria, piantando i suoi occhi nei miei.
«Allora?» chiese.
«Allora cosa?»
«Com'è stato? Lì dentro.»
Fece un cenno vago verso la direzione dell'Università.
«Quando hai messo quella firma. Cosa hai sentito?»
Posai le mani sul tavolo, cercando di richiamare quella sensazione precisa.
«Non lo so spiegare bene,» ammisi. «Mi aspettavo di sentire paura, o euforia. Invece...»
«Invece?»
«Invece ho sentito un click.»
Feci schioccare le dita.
«Come un interruttore. O come quando un osso che era uscito dalla sede torna a posto con uno scatto secco.
Per diciannove anni mi sono sentito come se fossi in affitto nel mio corpo, come se appartenessi a mia madre, a mio padre, alle aspettative di Sulmona.
Appena ho alzato la penna dal foglio... quel click.
Ho sentito che mi ero espanso. Come se occupassi finalmente tutto lo spazio che mi serve.»
Martina mi guardò fissa. Per un attimo, la maschera di freddezza cadde completamente.
I suoi occhi diventarono liquidi, comprensivi.
Allungò una mano sul tavolo e sfiorò la mia, ritirandola subito dopo, come se si fosse scottata.
«Lo so,» sussurrò. «Conosco quel click.»
«Davvero?»
Lei annuì, guardando un punto indefinito oltre la mia spalla.
«È la stessa cosa che ho provato io il giorno che ho varcato il cancello dell'Ashram per non tornare più.»
Prese il tovagliolo di carta e iniziò a piegarlo con precisione maniacale.
«Lì dentro... io non ero Martina. Ero "la bambina". Ero l'orfana. Ero il progetto di tutti.
Tutti volevano accudirmi, tutti volevano insegnarmi la via, tutti volevano un pezzetto della mia gratitudine. Ero la mascotte sacra della comunità.
Mi volevano bene, certo. Ma mi soffocavano. Non avevo un confine. Ero di tutti, quindi non ero di nessuno. Nemmeno di me stessa.»
Alzò lo sguardo, e i suoi occhi brillarono di una fierezza dolorosa.
«Quando sono uscita sulla statale, con lo zaino in spalla e i soldi rubati in tasca... ho sentito quel click.
Ho avuto paura, sì. Ero terrorizzata.
Ma per la prima volta, la fame che sentivo era la mia fame. Il freddo era il mio freddo.
Avevo ripreso in mano la mia vita. Era un casino, era sporca, era rotta... ma era mia.»
Mi guardò dritto negli occhi, e in quel momento non eravamo più il principino e la strega. Eravamo due sopravvissuti che si riconoscevano le cicatrici.
«Tienitelo stretto quel click, Elia,» disse, con una serietà che mi fece venire i brividi. «Perché cercheranno di portartelo via. Tuo padre, tua madre... cercheranno di farti sentire in colpa per essere diventato intero. Non permetterglielo.»
In quel momento arrivò il cameriere con un piatto fumante di pappardelle e una triste insalata scondita.
«Ecco a voi,» disse brusco.
Martina guardò la sua insalata, poi guardò il mio cinghiale.
«Buon appetito, disertore,» disse, e per la prima volta quella sera, mi sorrise davvero.
«Buon appetito, strega,» risposi.
E mentre affondavo la forchetta nella carne, sentii che quel click era la cosa più preziosa che possedevo.
Martina fece un respiro profondo, trattenendo l'aria per un secondo prima di buttarla fuori rumorosamente dalle narici.
Fu come vederla spogliarsi di un cappotto di piombo.
Le spalle, che fino a un attimo prima erano contratte sotto il peso dei ricordi, si abbassarono. Fece ruotare il collo a destra e a sinistra, facendo scrocchiare le vertebre con un suono secco.
Poi mi guardò.
Il velo di tristezza sui suoi occhi si era strappato. Al suo posto era tornata quella scintilla nera, ironica e sfidante, che conoscevo fin troppo bene.
«Allora, verginello,» disse, appoggiando i gomiti sul tavolo e sporgendosi verso di me. «Sei pronto per la tua prima notte da bluesman o hai intenzione di piangere sul cinghiale?»
Tirò fuori il telefono dalla tasca del vestito – un vecchio modello con lo schermo crepato – e digitò qualcosa velocemente.
Mi girò lo schermo sotto il naso.
«Guarda qui. "Il Caveau". È giù in via dei Priori.»
Lessi le recensioni al volo. Locale storico... acustica pazzesca... jam session venerdì sera... il tempio del jazz perugino.
«Dicono che stasera il palco è aperto,» continuò lei, picchiettando l'indice sul vetro. «Voglio che tu vada lì. E voglio che mi canti una canzone.»
Mi pulii la bocca con il tovagliolo, prendendo tempo. Sentivo l'adrenalina salire, mista a quel solito desiderio di provocarla che mi prendeva quando faceva la dominatrice.
Feci il mio sorriso più furbetto, quello che sapevo la irritava e la divertiva allo stesso tempo.
«Una canzone per te?» chiesi, alzando un sopracciglio. «Mi dispiace, Marti. C'è una regola non scritta nel blues.»
«Ah sì? E quale sarebbe?»
«Le canzoni si cantano alle fidanzate. Tu sei la mia manager spirituale, ricordi? Al massimo posso dedicarti un assolo di triangolo.»
Lei non si scompose di un millimetro.
Mantenne il contatto visivo, ma le sue mani, nascoste sotto il bordo del tavolo fino a quel momento, risalirono sulla tovaglia a quadri.
«Tieni,» disse, posando un oggetto davanti al mio piatto.
Guardai.
Era il suo tovagliolo di carta.
Mentre parlavamo, mentre mi prendeva in giro, le sue dita avevano lavorato senza che io me ne accorgessi, piegando, schiacciando, modellando.
Non era più un pezzo di carta stropicciato. Era un fiore.
Una ninfea perfetta, complessa, con i petali che si aprivano a spirale, geometrica e delicata come se fosse stata scolpita nel marmo.
«Questa è una ninfea,» disse, con una semplicità disarmante. «Nasce nel fango, ma non si sporca. Proprio come te.»
Rimasi a bocca aperta.
Presi il fiore di carta tra le dita, girandolo. Era un capolavoro di ingegneria povera.
«Ma come diavolo hai fatto?» chiesi, sbalordito. «Non stavi nemmeno guardando le mani.»
Lei scrollò le spalle, e per un attimo il sorriso le si velò di nuovo, ma in modo diverso. Più cinico.
«È il marketing della salvezza, Elia. Nell'Ashram ci mandavano nelle piazze delle grandi città. Torino, Bologna, Milano.
Dovevamo raccogliere fondi per la comunità. Ma la gente non dà soldi a dei ragazzini vestiti di stracci che chiedono l'elemosina. Dà soldi agli artisti di strada.»
Fece una pausa, toccando un petalo della ninfea con l'unghia.
«Il Maestro ci faceva passare ore a imparare a piegare la carta. Cigni, fiori, dragoni.
La gente si fermava, guardava la magia della carta che prendeva forma, sorrideva... e apriva il portafoglio.
Ho finanziato il riscaldamento di quel posto piegando migliaia di questi cosi.»
Mi guardò, e il cinismo sparì, lasciando solo una dolcezza ruvida.
«Ma questo... questo l'ho fatto gratis. È per te.»
Sentii un nodo alla gola. Quel pezzo di carta non era solo un fiore. Era la testimonianza di quanto fosse sopravvissuta.
Lo posai delicatamente vicino al mio bicchiere, come se fosse di cristallo.
«Grazie,» dissi, e la voce mi uscì un po' roca. «È il regalo più bello che abbia mai ricevuto. Davvero.»
La guardai negli occhi, serio.
«Ok, hai vinto. Niente assolo di triangolo.
Stasera ti dedicherò la canzone migliore che conosco. Il mio cavallo di battaglia. Quella che fa tremare i muri.»
Martina sorrise, quel sorriso sghembo che mi faceva mancare la terra sotto i piedi.
Si allungò sopra il tavolo e mi diede uno scappellotto leggero, ma sonoro, sulla nuca.
«Ci conto, verginello. Vedi di non farmi fare brutta figura.»
Proprio in quel momento, il cameriere riapparve con un piatto trionfante di verdure grigliate e melanzane che profumavano di brace e origano.
Lo posò davanti a Martina con un tonfo secco.
«Ecco a lei, signorina. Senza animali morti.»
Martina prese la forchetta e infilzò una zucchina con l'aria di chi sta per vincere una guerra.
«Vedi?» mi disse, facendomi l'occhiolino. «Basta chiedere nel modo giusto. E ora mangia, che ti serve fiato.»