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← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 29/04/2026, 08:16 · Aggiornato il 29/04/2026, 08:16

Capitolo 7: Cambio di Rotta

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

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  • Copertina AI
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L'Autogrill sulla E45 era una cattedrale di neon in mezzo al deserto dell'Appennino.

Odorava di caffè bruciato, benzina e panini scaldati al microonde che promettevano felicità e mantenevano solo acidità di stomaco.

Martina parcheggiò la Panda in uno stallo lontano dall'ingresso, spense il motore e lasciò cadere la testa all'indietro contro il poggiatesta.

Sospirò. Fu un suono lungo, svuotato.

«Passo,» disse, senza aprire gli occhi.

«Come?»

«Passo la mano. Ho guidato abbastanza. La mia riserva di attenzione per l'asfalto è esaurita. Adesso tocca a te.»

Il panico mi salì alla gola più veloce del sapore del biscotto che avevo mangiato a colazione.

«Marti... siamo in superstrada. Ci sono i camion. Ci sono le curve.»

Lei girò la testa verso di me, aprendo un occhio solo.

«E allora? Hai la patente, no?»

«Sì, ma ho guidato solo dentro Sulmona. A trenta all'ora. Con mia madre seduta a fianco che urlava "Frena!" ogni volta che vedeva un piccione a cento metri di distanza.»

Martina sorrise. Era quel sorriso da gatto che aveva appena visto un topo inciampare.

«Perfetto. È il momento di disintossicarti dalla "guida assistita Serena Remo".»

Slacciò la cintura di sicurezza con uno scatto secco.

«Scendiamo. Cambio pilota.»

Non ammetteva repliche. Quando Martina usava quel tono, avrei potuto anche discutere con la Majella, avrei ottenuto lo stesso risultato.

Scesi dall'auto. L'aria era frizzante.

Facemmo il giro della macchina e ci incrociammo davanti al cofano caldo.

Lei si fermò un attimo, mi mise una mano sul petto e mi guardò negli occhi.

«Rilassati, verginello. È una Panda, non uno Shuttle. Devi solo tenerla dritta e non farci ammazzare. Ce la fai o devo chiamare tua madre per farci venire a prendere?»

L'orgoglio, quel bastardo, si svegliò immediatamente.

«Dammi quelle chiavi,» dissi, strappandogliele di mano.

Lei rise e salì al posto del passeggero.

Mi sedetti al posto di guida.

Il sedile era regolato per lei, troppo vicino ai pedali. Dovetti spingerlo indietro.

Lo specchietto era orientato verso il basso. Lo sistemai.

Il volante tra le mie mani sembrava enorme. Era plastica vecchia, scaldata dal sole, un po' appiccicosa.

Misi in moto. La Panda vibrò come un trattore.

«Frizione, prima, acceleratore. E respira, Elia. Se vai in apnea svieni e moriamo. E io non voglio morire su una Panda scassata.»

Immisi l'auto nella corsia di accelerazione.

Il cuore mi batteva nelle orecchie come un tamburo tribale. Un tir mi passò accanto sfrecciando, spostando l'aria con violenza. La Panda vacillò, io strinsi il volante finché le nocche non divennero bianche.

«Rilassa le spalle,» disse Martina.

Non mi stava guardando. Aveva reclinato leggermente il sedile, aveva messo i piedi (scalzi, ovviamente) sul cruscotto e stava guardando fuori dal finestrino.

«Non guardi la strada?» chiesi, con la voce che tremava un po'.

«No. Mi fido.»

Mi fido.

Due parole. Sei lettere.

Avevano più peso di tutto il resto.

Lei, che controllava tutto, che non si lasciava andare mai, stava chiudendo gli occhi mentre io guidavo un proiettile di metallo a centodieci all'ora.

Era un test? O era un regalo?

Guidai.

Chilometro dopo chilometro, la tensione si sciolse, lasciando il posto a una strana euforia.

Guidavo io. Stavo portando noi due verso il futuro.

Ogni tanto lanciavo un'occhiata a destra.

Martina non dormiva, ma era in uno stato di trance rilassata.

Vedevo le sue dita dei piedi muoversi a ritmo di una musica che sentiva solo lei. Vedevo la linea del suo collo rilassata.

Mi sentivo potente. Non in modo machista, ma in modo funzionale. Ero utile. Ero solido.

Poi, il paesaggio cambiò.

Le colline dolci dell'Umbria si aprirono e, all'improvviso, eccola.

Perugia.

Non era una città che ti accoglieva. Era una città che ti sovrastava.

Un'acropoli di pietra arroccata su un colle irregolare, una fortezza verticale che sembrava sfidare la gravità.

Dall'autostrada appariva come un iceberg di mattoni scuri, stratificata, complessa, misteriosa.

«Siamo arrivati,» sussurrai.

Martina aprì gli occhi, tirò giù i piedi dal cruscotto e si raddrizzò.

«Benvenuto nel labirinto, Elia.»

Lasciammo la macchina a Pian di Massiano, un parcheggio immenso ai piedi della collina.

«E adesso?» chiesi, guardando la città lassù in alto. «Scaliamo?»

«No. Prendiamo il bruco.»

Indicò una struttura rossa e futuristica. Il Minimetrò.

Salimmo in una piccola navetta, una capsula di vetro e metallo che viaggiava su una monorotaia sospesa.

Eravamo solo noi due.

La navetta partì, silenziosa, e iniziò a salire.

Sotto di noi scorrevano gli alberi, poi i tetti delle case moderne, poi le mura etrusche.

Era come volare.

Arrivammo al capolinea: Pincetto.

Le porte si aprirono e l'aria cambiò.

Non sapeva più di autostrada. Sapeva di pietra umida, di secoli, di caffè tostato e di vento.

«Seguimi,» disse Martina.

Invece di uscire all'aperto, mi guidò verso una serie di scale mobili che sprofondavano nel terreno.

Scendemmo.

E il mondo sparì.

Eravamo dentro la Rocca Paolina.

Non avevo mai visto niente del genere.

Era una città sotterranea. Un dedalo di strade medievali, archi, volte di mattoni, sepolti sotto la città moderna.

La luce era gialla, artificiale, tagliente. C'era un'eco strana. I nostri passi rimbombavano.

Faceva freddo lì sotto. Era un freddo antico, che ti entrava nelle ossa.

Istintivamente, mi avvicinai a Martina. O forse fu lei che si avvicinò a me.

Camminammo spalla contro spalla, stretti nei nostri giubbotti.

«È incredibile,» sussurrai. «Sembra di essere nella pancia di una balena.»

«È il subconscio di Perugia,» disse lei, con la voce che rimbalzava sulle volte a botte. «Sopra c'è il sole, l'università, la logica. Sotto c'è questo. Il buio. La storia. Il mistero.»

Mi guardò e sorrise, quel sorriso sghembo che mi faceva tremare le ginocchia.

«Ti piace?»

«Mi sembra... perfetta.»

Uscimmo dalle viscere della terra e sbucammo in Corso Vannucci.

Il contrasto fu violento.

Luce. Spazio. Vita.

Il corso era un fiume di gente. Studenti che ridevano, turisti, musicisti di strada che suonavano il violino.

Ma non era il caos di Milano.

Era un caos armonico, lento, fatto di pietra e cielo.

Sentii una nota di sassofono provenire da un vicolo laterale. Un blues lento, pigro.

Il mio cuore perse un battito.

Quella città suonava.

Quella città aveva il ritmo giusto.

«Dobbiamo trovare la segreteria,» dissi, cercando di non farmi distrarre troppo. «Chiude tra un'ora.»

«La segreteria può aspettare dieci minuti,» disse Martina, prendendomi per la manica della felpa. «Prima dobbiamo fare una cosa.»

«Cosa?»

Mi trascinò verso la ringhiera dei Giardini Carducci, un belvedere a strapiombo sulla valle.

Il sole stava tramontando, tingendo tutto di viola e arancione.

«Guarda,» mi disse, indicando l'orizzonte infinito.

Restammo lì, in silenzio, con il vento in faccia.

Non era la Majella che ci chiudeva.

Qui l'orizzonte era aperto.

«Questa potrebbe diventare la tua nuova casa, Elia,» disse piano. «Nessuno sa chi sei qui. Nessuno sa di tuo padre. Nessuno sa che sei un verginello ansioso.»

Mi diede una gomitata leggera.

«Qui sei solo una pagina bianca. Cosa ci vuoi scrivere sopra?»

La guardai.

Il vento le scompigliava i capelli, portando i ciuffi neri davanti agli occhi. Lei li spostò con quel gesto della mano che ormai conoscevo a memoria.

Guardai lei, guardai la città che sembrava un'astronave di pietra pronta a decollare.

Sentivo il peso del modulo d'iscrizione nello zaino.

Sentivo la musica che saliva dai vicoli.

«Voglio scriverci una canzone,» risposi. «Una canzone che non finisce mai.»

Martina sorrise.

«Ottima risposta.

Ora andiamo a firmare quella carta e a sancire la tua indipendenza. Poi cerchiamo da mangiare. Ho una fame che mangerei un cinghiale intero.»

«Credevo fossi vegetariana in missione spirituale,» la presi in giro, mentre l'odore di tartufo e carne alla brace che usciva da un'osteria ci investiva in pieno. «Il cinghiale non ha un karma pesante?»

Martina scoppiò a ridere, una risata di gola che fece voltare un paio di studenti seduti sui gradini del Duomo. Mi diede una spinta leggera con la spalla, facendomi quasi inciampare sui sanpietrini irregolari.

«Certo che pendi proprio dalle mie labbra, verginello,» disse, divertita. «Era una metafora. O forse no. Stasera il mio unico credo è la sopravvivenza calorica. E comunque, Buddha perdonerà la mia fame. È colpa tua che mi hai fatto consumare troppe energie psichiche per farti guidare fin qui.»

Sorrisi, ma mi sentivo stordito.

Non era solo la stanchezza del viaggio.

Ero sopraffatto.

Perugia mi cadeva addosso con tutta la sua bellezza verticale, con le sue luci gialle che iniziavano ad accendersi nei vicoli, promettendo misteri e musica.

Le nuove possibilità mi giravano in testa come un vino troppo forte: l'iscrizione, la libertà, la fuga da casa Rustico.

Ma più di tutto, ero sopraffatto da lei.

Dalla sua vicinanza.

In quelle ultime ore, il confine tra noi si era assottigliato. Quella spalla che mi urtava camminando, quel modo che aveva di coinvolgermi nelle sue battute... stava diventando una costante familiare. Una routine bellissima e pericolosa.

E poi... il pensiero arrivò.

Improvviso. Inevitabile.

Non dovevamo tornare a casa stasera.

Non c'era la Panda che ci riportava a via del Nino. Non c'erano camere separate in case separate.

Eravamo lì. Soli.

Avremmo passato la notte insieme.

Nello stesso B&B. Nella stessa stanza. Forse nello stesso letto, se il destino avesse deciso di giocare sporco come nei manga che leggevo di nascosto.

Sentii il sangue fermarsi e poi ripartire di colpo, tutto verso l'alto.

Il calore mi esplose nel collo, risalì sulle guance, invase le orecchie.

Dovevo essere diventato bordeaux. Un semaforo rosso umano nel mezzo di Corso Vannucci.

Cercai di guardare altrove, verso la Fontana Maggiore, fingendo un improvviso interesse per l'architettura medievale, ma era troppo tardi.

Martina si fermò di colpo.

Mi superò di un passo e si parò davanti a me, bloccandomi la strada.

Inclinò la testa di lato, studiandomi con quella sua precisione chirurgica.

«Elia?»

La sua voce cambiò tono. Divenne bassa, curiosa.

Allungò una mano e, con la punta dell'indice, mi sfiorò lo zigomo, che doveva essere bollente.

«Ma guarda un po',» sussurrò, e vidi l'angolo della sua bocca sollevarsi in quel sorriso sghembo che mi uccideva ogni volta. «Sei andato a fuoco. A cosa stai pensando, esattamente?»

Lasciammmo la ringhiera dei Giardini Carducci mentre il sole iniziava a tingere di viola le pietre di Corso Vannucci.

L'aria si era fatta più fresca, e io mi strinsi nella felpa, cercando di tenere il passo di Martina. Lei camminava svelta, con le mani in tasca, come se conoscesse quei vicoli da sempre.

Invece era la prima volta per entrambi.

Eravamo due intrusi nel salotto buono dell'Umbria.

«Allora,» disse lei, senza girarsi, «sai dove stiamo andando o devo tirare fuori il pendolino per cercare l'Università?»

«So dove andiamo,» risposi, affiancandola. «Ho studiato la mappa. Dobbiamo scendere verso Piazza dell'Università. È un po' fuori dal centro storico, in discesa.»

Martina rallentò appena, girandosi a guardarmi con curiosità.

«Ti sei preparato, eh? Non è stata una scelta a caso.»

«Niente è a caso con me, lo sai.»

«Lo so. Sei un piccolo maniaco del controllo, Rustico. Ma dimmi la verità...»

Mi diede una gomitata leggera.

«...perché Perugia? E perché Psicologia? Tua madre è una psicologa. Di solito i figli scappano dal lavoro dei genitori. Tu invece ci ti tuffi dentro a pesce. È sindrome di Stoccolma?»

Sospirai. Era la domanda che temevo.

Camminammo per qualche metro in silenzio, sotto gli archi di pietra che amplificavano il rumore dei nostri passi.

«Mamma cura la gente perché vuole aggiustarla,» dissi, scegliendo le parole con cura. «Lei vede un'emozione fuori posto e vuole rimetterla in ordine, come fa con i cuscini sul divano. Vuole che tutto sia normale.»

Guardai un manifesto strappato su un muro medievale.

«Io non voglio aggiustare niente. Io voglio capire come funziona.»

«Come funziona cosa?»

«Il dolore. La malinconia. Quella roba che senti nello stomaco quando parte un pezzo blues. Voglio capire perché siamo fatti così. Perché mio padre si nasconde dietro una chitarra. Perché io mi nascondo dietro il silenzio. La psicologia non è solo "curare i matti". È la teoria musicale delle emozioni. Se capisco le regole, forse posso scriverci sopra.»

Martina si fermò.

Eravamo arrivati in cima a una scalinata lunga e ripida che scendeva verso una piazza più in basso.

Mi guardò, e per la prima volta non c'era ironia nei suoi occhi. C'era rispetto.

«La teoria musicale delle emozioni,» ripeté piano. «Bella. Forse troppo poetica per un verginello come tè, ma bella.» concesse con un sorriso.

Poi indicò verso il basso.

«È quello?»

Seguii il suo dito.

Laggiù, imponente come una fortezza, c'era Palazzo Murena.

Non sembrava una scuola. Sembrava un monastero guerriero.

Era un edificio enorme, progettato dal Vanvitelli, lo stesso della Reggia di Caserta. Una massa di travertino bianco e mattoni che occupava tutto lo spazio visivo.

Visto dall'alto, con le luci della sera che iniziavano a illuminare la facciata, incuteva timore reverenziale.

«È un ex monastero olivetano,» dissi, snocciolando le informazioni che avevo letto su Wikipedia nelle notti insonni. «È del 1700. Ha un chiostro interno enorme. Dicono che sia un labirinto.»

«Un monastero,» sorrise Martina. «Vedi? Alla fine il sacro ti insegue, Elia. Sei venuto a studiare la mente in una casa di preghiera.»

Riprendemmo a camminare, scendendo i gradini.

Il palazzo si faceva sempre più grande man mano che ci avvicinavamo. Le finestre erano alte, severe. Il portone d'ingresso sembrava fatto per far passare giganti, non matricole spaventate.

«Perugia è perfetta,» continuai, sentendo il bisogno di giustificarmi ancora. «Sulmona è una conca, Marti. Lì tutto ristagna. Tutti ti guardano. È un acquario. Qui...»

Indicai le mura che ci circondavano, le salite, le discese, i vicoli che sparivano nel nulla.

«...qui è tutto verticale. È tutto nascosto. Puoi sparire qui dentro. Puoi essere chi vuoi.»

Martina annuì, guardando la facciata di Palazzo Murena che ora ci sovrastava.

«Sì. È una città che sa mantenere i segreti.»

Mi prese per la manica della felpa e mi tirò leggermente.

«Andiamo. Quel portone sembra la bocca della verità. Vediamo se ha il coraggio di mangiarti o se ti lascia passare.»

Attraversammo la strada.

Il rumore del traffico era lontano. Lì, davanti al tempio dell'Università, c'era solo il suono del vento tra i cipressi e il battito accelerato del mio cuore.

Non era solo un edificio. Era il confine tra la vita di prima e quella di adesso.

Salimmo i pochi gradini di pietra che portavano all'ingresso.

Martina si fermò un attimo prima di entrare, guardandomi.

«Sei pronto a diventare uno strizzacervelli bluesman?»

Feci un respiro profondo. L'aria sapeva di pietra antica e futuro.

«Sono pronto.»

Spinsi il portone pesante.

Cigolò, ma si aprì.

L'atrio di Palazzo Murena ci accolse con un silenzio denso, che odorava di cera per pavimenti, carta vecchia e secoli di ambizioni.

I nostri passi risuonarono sul marmo, un eco che sembrava rimbalzare fino alle volte affrescate lassù in alto. Mi sentii piccolo, un intruso in un tempio che non era ancora il mio.

Trovammo l'Ufficio Immatricolazioni in fondo a un corridoio laterale.

La porta era aperta. Dentro, un impiegato con gli occhiali spessi e l'aria di chi aveva visto passare migliaia di matricole spaventate stava impilando dei fascicoli con gesti meccanici.

«È quasi chiuso,» disse, senza nemmeno alzare la testa.

«Ho un appuntamento,» risposi. La mia voce uscì un po' più acuta del normale, tradendo l'ansia che mi stringeva la gola. «Elia Rustico. Ho fatto la pre-iscrizione online.»

L'uomo sospirò. Fu un sospiro geologico, lento e pesante. Alzò lo sguardo, ci squadrò sopra la montatura degli occhiali e fece un cenno stanco con la mano.

«Avanti. Documenti.»

Mi avvicinai al bancone.

Tirai fuori dalla cartellina i moduli che avevo stampato di nascosto nella copisteria di Sulmona, pagando in contanti per non lasciare tracce digitali sull'estratto conto di mia madre.

L'impiegato li prese. Controllò le marche da bollo. Verificò il diploma.

Il rumore dei timbri che battevano sulla carta — Tump. Tump. Tump. — era ipnotico. Secco. Definitivo.

Ogni colpo era un piccone contro le sbarre della mia gabbia.

«Corso di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche,» lesse l'uomo con tono monocorde. «Sede di Perugia.»

Spinse un foglio verso di me, indicando una riga tratteggiata con l'indice macchiato d'inchiostro.

«Firma qui. Leggibile.»

Presi la penna. Era una Bic blu morsicata sul tappo.

La mia mano si fermò a mezz'aria, sospesa sopra il foglio.

Per un secondo, il mondo si congelò.

Vidi la faccia di mia madre che mi preparava la valigia per Chieti. Vidi la faccia di mio padre che scuoteva la testa nel suo studio.

Se firmavo quel foglio, non si tornava indietro.

Stavo dichiarando guerra. Stavo dicendo al mondo che Elia Rustico non era un'appendice dei suoi genitori, ma una persona distinta.

Sentii il calore di Martina alle mie spalle. Non mi toccava, ma sentivo la sua presenza solida, ferma, come un muro maestro a cui appoggiarsi.

Mi voltai appena, cercando il suo sguardo per un’ultima conferma.

Lei non mi stava guardando.

Il suo sguardo era perso nel vuoto, fisso su un punto imprecisato oltre la spalla dell'impiegato, come se stesse leggendo qualcosa scritto nell'aria.

La vidi alzare la mano destra.

Le dita cercarono la solita ciocca nera, quella lunga che scendeva sulla parte non rasata, e iniziarono ad attorcigliarla intorno all’indice. Era una spirale lenta, ipnotica.

Nello stesso istante, la punta della sua lingua uscì rapida a inumidire le labbra pallide, prive di rossetto.

Era il suo tic. Il segnale che la sua mente stava lavorando a velocità doppia, calcolando rotte invisibili o forse solo pregando a modo suo.

Mi sorpresi a pensare a cosa le stesse passando per la testa in quel momento preciso. Stava pensando a me? A noi? O stava solo contando i secondi che ci separavano dalla cena?

Il mio cuore perse un battito, distratto da quel gesto così intimo e così suo.

Stavo per perdermi nei suoi dettagli, come al solito.

Poi, con uno sforzo di volontà che mi costò fatica fisica, strinsi la presa sulla penna.

Elia, concentrati! mi urlai mentalmente. Non è il momento di innamorarsi. È il momento di firmare.

Abbassai la penna.

La punta toccò la carta ruvida.

Scrissi Elia.

Poi scrissi Rustico.

E mentre l'inchiostro tracciava l'ultima vocale, successe.

Non fu un boato. Non fu un fuoco d'artificio.

Fu un click.

Un suono secco, metallico, percepibile solo dentro la mia testa. Come quando un jack entra perfettamente nell'amplificatore e il circuito si chiude. Come quando metti a fuoco un'immagine sfocata da anni.

Sentii il torace espandersi, come se per diciannove anni avessi respirato solo a metà e ora, improvvisamente, i miei polmoni avessero scoperto di poter contenere tutto il cielo.

La paura c'era ancora, ma non era più un freno. Era benzina.

In quel preciso istante, smisi di essere il figlio di Corrado e Serena.

Ero io. Solo io.

«Ecco la ricevuta provvisoria,» disse l'uomo, strappandomi ai miei pensieri e allungandomi un foglietto giallo. «Il tesserino lo ritiri tra un mese.»

Presi il foglietto. Pesava meno di una piuma, ma nella mia mano sembrava un passaporto diplomatico per una nazione nuova.

«Grazie,» dissi. E la mia voce suonò diversa. Più bassa. Più ferma.

Uscimmo da Palazzo Murena che il cielo era diventato indaco scuro.

L'aria della sera ci colpì in faccia, fresca e pulita, carica di promesse.

Scesi i gradini dell'ingresso sentendo le gambe leggere, come se avessi tolto delle zavorre di piombo dalle caviglie.

Mi fermai in mezzo alla piazza deserta e guardai il foglietto giallo che stringevo ancora in mano.

«L'ho fatto,» dissi, quasi a me stesso.

«L'hai fatto,» confermò Martina, mettendosi le mani in tasca e dondolando sui talloni, con quel suo sorriso sghembo che brillava sotto i lampioni.

Si avvicinò e mi sistemò il colletto della giacca.

«Allora, dottor Rustico? Come ci si sente a essere ufficialmente un disertore?»

Feci un respiro profondo. L'aria di Perugia sapeva di pietra e di libertà.

«Mi sento...» cercai la parola giusta. «Mi sento intonato.»

Martina rise, e quel suono rimbalzò felice sulle pietre antiche.

«Ottimo. Sei intonato e sei libero.

Adesso però smettila di guardare quel foglio come se fosse una reliquia santa. Andiamo. Hai firmato per la tua indipendenza. Ora tocca nutrire la macchina che ti ci ha portato.»

Mi offrì il braccio, con una galanteria ironica.

«Guidami tu, matricola.»

Infilai il mio braccio nel suo, sentendo il suo calore attraverso la stoffa.

«Andiamo,» dissi.

E insieme, ci incamminammo verso i vicoli, verso la notte, verso la nostra prima cena da adulti.

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