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← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 27/04/2026, 08:58 · Aggiornato il 27/04/2026, 08:58

Capitolo 6: Verità Scomode

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
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Avevo un foglio Excel nella testa.

Non lo avevo scritto davvero, perché se Martina lo avesse trovato mi avrebbe accusato di essere un "burocrate dell'anima", ma c’era.

Ed era perfetto.

Uscita dal Teatro: ore 16:30. Fatto.

Tragitto a piedi verso la fermata di Porta Genova: 12 minuti.

Tram numero 2 verso il negozio "Lucky Music": 15 minuti scarsi, traffico permettendo.

Avevo scaricato le mappe offline sul telefono tre giorni prima, studiando ogni incrocio con la stessa ossessione con cui mio padre studiava gli assoli di Eric Clapton.

Sapevo che il negozio chiudeva alle 19:30.

Sapevo che il treno per Pescara partiva dalla Centrale alle 20:15.

Il mio calcolo mentale mi lasciava un margine glorioso di quarantacinque minuti.

Quarantacinque minuti di "Tempo Libero", quella zona magica dove avrei potuto prendere Martina sottobraccio, portarla in uno di quei bar sui Navigli che avevo visto su Instagram, ordinare due Spritz e brindare al fatto che avevo ruggito in faccia a quattro giudici e ne ero uscito vivo.

Mi sentivo invincibile.

Il sì dei giudici mi aveva iniettato una dose di adrenalina che mi faceva percepire i colori di Milano più saturi, i suoni più nitidi.

Il tram arancione sferragliava sulle rotaie di Ripa di Porta Ticinese come una batteria jazz suonata con le spazzole: ritmico, metallico, urbano.

Ero appeso alla maniglia di gomma, dondolando a ogni frenata, e sorridevo come un idiota al finestrino.

Mi voltai verso Martina, sicuro di trovare lo stesso trionfo nei suoi occhi.

In fondo, era la sua vittoria.

Era il generale che aveva portato la recluta a conquistare la collina.

Ma l'equazione non tornava.

Martina era seduta sul sedile di legno lucido, incastrata tra una signora con la spesa e un ragazzo con le cuffie enormi.

Non guardava fuori.

Teneva gli occhi semichiusi e respirava piano, con un ritmo controllato, come se l'aria all'interno del vagone fosse rarefatta.

Era pallida.

Il mio sorriso si congelò. Mi chinai verso di lei, sovrastando il rumore delle ruote che stridevano in curva.

«Ehi,» le dissi, cercando di agganciare il suo sguardo. «Tutto bene? Hai visto che faccia ha fatto il rapper quando ho sparato l'acuto?»

Lei aprì gli occhi.

Erano neri, liquidi, velati da una stanchezza improvvisa che non le avevo mai visto addosso.

«Sì. Ho visto.»

La risposta uscì debole.

«Ho calcolato i tempi,» continuai, parlando veloce per riempire quel vuoto strano, preoccupato. «Se siamo veloci a prendere il pedale per papà, abbiamo quasi un'ora prima del treno. C’è un posto qui vicino, si chiama "Mag Café", dicono che facciano cocktail pazzeschi. Offro io. Dobbiamo festeggiare, no?»

Martina scosse la testa.

Fece una smorfia, come se avesse appena ingoiato qualcosa di amaro.

«Niente bar, Elia. Ti prego. Prendiamo quel pedale e andiamo via. Subito.»

Il tram fece una frenata brusca.

Lei vacillò sul sedile e, d'istinto, allungò una mano e mi afferrò l'avambraccio.

La sua presa era forte, disperata.

Le dita mi si piantarono nella carne attraverso la felpa.

«Ma perché?» chiesi, allarmato. «Ti senti male? È l'emozione?»

«Non è l'emozione,» sussurrò lei, chiudendo di nuovo gli occhi. «È questo posto. Non lo senti? È come camminare nelle sabbie mobili.»

Mi guardai intorno. Vedevo solo un tram pieno di gente normale.

«Sabbie mobili? Marti, è solo Milano. C'è traffico, c'è casino, ma...»

«Non c'è nessuno qui, Elia!»

Lo disse con un'intensità che mi fece tacere.

Aprì gli occhi e indicò con un cenno del mento i passeggeri intorno a noi.

«Guardali. Davvero, guardali. Quella ragazza laggiù col telefono... non è nel suo corpo. La sua mente è in un server a mille chilometri da qui, a cercare approvazione. Quel tizio con la cravatta... non sta respirando, sta calcolando cose che non esistono. Sono tutti sparsi, Elia. Sono frammentati. Nessuno è "a casa" dentro se stesso.»

Si premette la mano sulla fronte, come se le girasse la testa.

La presa sul mio braccio si fece ancora più stretta, come se io fossi l'unico palo solido in un mare in tempesta.

«Mi sta prosciugando. Sento la loro dispersione che mi entra dentro e mi svuota. È tutto finto, è tutto plastica energetica. Mi gira la testa.»

«Vuoi scendere?» chiesi, preoccupato davvero ora.

«No. Voglio solo tornare a Sulmona.»

Fece un respiro profondo, cercando di centrarsi.

«Mi mancano le mie signore,» mormorò.

«Le tue signore? Quelle che disprezzi sempre? La moglie del farmacista, la vedova del notaio?»

Martina fece un sorriso amaro, debole.

«Sì, loro. Sono grette, sono meschine, sono pettegole, lo so. La moglie del farmacista è un concentrato di invidia, e la vedova è un pozzo di sensi di colpa inutili. Ma almeno sono reali, Elia. Almeno, quando piangono, piangono perché sentono qualcosa di vero, anche se è una stronzata. Sono collegate alla terra. Hanno radici, anche se sono radici marce. Qui...»

Guardò fuori dal finestrino, verso i palazzi di vetro e le insegne luminose che scorrevano veloci.

«...qui non ci sono radici. Qui fluttuano tutti a mezzo metro da terra, inseguendo fantasmi elettrici. Questa vibrazione mi uccide. Mi sento svanire.»

La guardai.

Non era paura quella che vedevo nei suoi occhi.

Martina non era spaventata dalla grandezza della città. Sapeva benissimo chi era.

Era disgusto.

Un disgusto fisico, viscerale, per una frequenza che il suo sistema non riusciva a digerire.

Era come vedere una pianta selvatica che avvizzisce istantaneamente sotto la luce artificiale di una serra idroponica.

Le sue convinzioni non stavano crollando. Anzi, si stavano rafforzando per contrasto.

Lei sapeva esattamente cosa voleva: voleva la verità, anche quella brutta e provinciale di Sulmona, purché fosse tangibile.

E sapeva esattamente cosa non voleva: essere un fantasma tra i fantasmi.

«Ok,» dissi piano, mettendole una mano sulla spalla. «Ho capito. Niente Spritz. Niente festa.»

Lei appoggiò la testa contro il mio braccio, esausta.

«Grazie. Scusa se ti rovino il momento. Tu sei stato bravo. Tu hai ruggito.»

«Ho ruggito perché c'eri tu,» risposi.

«Appunto. Ora portami via da questa plastica, Elia. O giuro che vomito l'anima qui sul tram.»

Il tram rallentò.

La voce metallica annunciò la fermata: "Piazza XXIV Maggio".

«Siamo arrivati,» dissi. «Prendiamo il pedale e scappiamo. Ti riporto alle tue radici.»

Lei annuì e si alzò, barcollando leggermente, aggrappata a me.

Scesi sull'asfalto di Milano sostenendo il suo peso.

Fino a ieri pensavo che la sua spiritualità fosse un gioco, o una posa.

Oggi, sentendo come tremava a contatto con il nulla che ci circondava, capii che per lei era l'unica questione di vita o di morte.

Camminammo veloci verso l’ingresso di "Lucky Music".

Non le chiesi più se voleva bere qualcosa.

Non rallentai per guardare le vetrine.

Il mio foglio Excel mentale era stato cestinato, sostituito da un'unica, singola missione prioritaria: portarla via da qui.

Entrai nel negozio come un rapinatore che ha fretta.

Individuai il bancone dei pedali. Chiesi il Tube Screamer Ibanez vintage.

Pagai con i contanti di mia madre senza nemmeno provare a trattare sul prezzo o a provarlo.

Il commesso mi guardò strano, forse si aspettava che un ragazzo che compra un pezzo di storia del blues volesse almeno sentirlo suonare.

«È un regalo,» tagliai corto, afferrando il sacchetto. «Grazie.»

Uscimmo.

L'aria fredda di Milano ci colpì in faccia, ma Martina non lasciò la presa sul mio braccio. Anzi, la strinse.

Si fece piccola contro la mia spalla, lei che di solito occupava tutto lo spazio con la sua aura ingombrante.

«Andiamo in stazione,» le dissi, guidandola verso la fermata del tram opposta. «Ce n'è uno tra venti minuti. Lo prendiamo al volo.»

Lei annuì, grata, senza dire una parola.

La guardai mentre camminava al mio fianco, con la testa bassa per evitare di incrociare gli sguardi "vuoti" dei passanti, e sentii qualcosa scattare dentro di me.

Un ingranaggio che andava al suo posto.

Avevo rinunciato allo Spritz sui Navigli.

Avevo rinunciato alla gloria di brindare alla mia vittoria.

E andava bene così.

Andava bene perché lei, per sei mesi, aveva sopportato la mia ignavia.

Lei era venuta in questo posto che le faceva schifo, in mezzo a questa energia che la faceva stare male fisicamente, solo per tenermi la mano mentre io tremavo di paura.

Aveva rispettato i miei demoni. Ora toccava a me rispettare i suoi.

Questo è voler bene a qualcuno, pensai, mentre le facevo scudo col corpo per non farla urtare da un gruppo di turisti rumorosi.

Non è solo desiderare di baciarla. È capire quando è il momento di smettere di chiedere e iniziare a dare.

Mi raddrizzai la schiena.

Per la prima volta, non mi sentivo il "verginello" che doveva essere iniziato alla vita.

Mi sentivo il suo protettore.

Ero io quello solido adesso. Ero io la "Majella" a cui lei si stava aggrappando.

E mentre salivamo sul tram che ci avrebbe riportati verso la Stazione Centrale, verso la salvezza, un pensiero subdolo, egoista e terribilmente maschile si fece strada nella mia testa.

Forse era questo il trucco.

Forse lei non aveva bisogno di un altro spirito libero con cui fare "ginnastica".

Forse aveva bisogno di questo. Aveva bisogno di qualcuno che restasse fermo quando lei vacillava.

Sentii il calore del suo corpo premuto contro il mio fianco, dipendente dal mio equilibrio.

E pensai che, forse, se avessi continuato a proteggerla così, se le avessi dimostrato che potevo essere il suo rifugio quando il mondo era troppo rumoroso...

Forse quelle mura inespugnabili della sua filosofia avrebbero ceduto.

Magari, tra una stazione e l'altra, avrebbe smesso di vedermi come un discepolo e avrebbe iniziato a vedermi come un uomo.

«Tieniti forte,» le sussurrai all'orecchio mentre il tram ripartiva. «Ti porto a casa.»

Lei alzò lo sguardo per un secondo.

Non sorrise, ma i suoi occhi erano meno opachi.

Si affidava.

E per me, quella era una vittoria più grande dei quattro "sì" dei giudici.

Il treno regionale veloce scivolava nel buio della pianura come una capsula sigillata.

Fuori era tutto nero, solo qualche luce lontana di cascine o lampioni autostradali che sfrecciavano via come stelle cadenti orizzontali.

Dentro, il vagone era in quella fase di dormiveglia collettivo.

Le luci al neon erano accese, ma sembravano più morbide, quasi rispettose del silenzio.

Martina dormiva.

Era crollata dieci minuti dopo la partenza, come se qualcuno avesse staccato la spina del suo generatore interno.

La sua testa era appoggiata sulla mia spalla destra.

Era pesante, di quel peso inerte e fiducioso che hanno solo i bambini o le persone che si sentono al sicuro.

Io non osavo muovermi.

Avevo il braccio destro che iniziava a formicolare, la schiena rigida contro il sedile scomodo di Trenitalia, ma non avrei cambiato questa posizione per nulla al mondo.

Per me, quel sedile di seconda classe era il trono di un re.

Girai appena la testa, millimetro dopo millimetro, per guardarla.

Era assurdo come cambiava il viso di una persona quando perdeva il controllo della veglia.

Martina da sveglia era spigolosa, ironica, sempre pronta a mordere o a scappare.

Martina che dormiva era... disarmata.

Osservai il profilo del suo naso, dritto e un po' imperioso anche nel sonno.

Guardai le ciglia, lunghissime, scure, che proiettavano ombre minuscole sugli zigomi pallidi.

La bocca era leggermente socchiusa, il labbro inferiore più pieno, privo di quella tensione sarcastica che usava come scudo.

Era bellissima.

Non di quella bellezza da copertina che piaceva ai miei compagni di scuola, ma di una bellezza che faceva male, che ti entrava sotto le costole.

Il suo respiro era caldo, ritmico, e mi colpiva il collo a intervalli regolari.

Ogni espirazione era una piccola onda che si infrangeva sulla mia pelle.

Sentii un nodo alla gola.

Era un misto di desiderio e tenerezza così forte che quasi mi spaventava.

Avrei voluto proteggerla da tutto: dai giudici di X Factor, da mio padre, dalle signore di Sulmona, ma soprattutto da quella Milano di plastica che l'aveva fatta tremare.

La mia mano sinistra, quella libera, si mosse da sola.

Era attratta da lei come un magnete.

Le dita sfiorarono la sua spalla, poi salirono, leggere come piume.

Trovarono la ciocca di capelli lunghi, quella che lei torturava sempre quando era nervosa.

Ora era ferma, nera come inchiostro, morbida come seta.

Iniziai ad attorcigliarla intorno al mio indice, imitando il suo gesto.

Era un gioco ipnotico. La spirale nera mi stringeva il dito.

Era come toccare una parte della sua anima senza permesso.

Mi sentivo un ladro, ma un ladro innamorato.

Continuai a girare la ciocca, perso nei miei pensieri, quando sentii il ritmo del suo respiro cambiare.

Si fece più profondo. Poi si fermò per un istante.

Sentii un movimento sulla spalla.

Martina sollevò la testa, lentamente, come se il collo le pesasse.

Non si staccò da me. Restò vicinissima.

Aprì gli occhi.

Erano velati dal sonno, liquidi, privi di difese.

Per un attimo non sembravano nemmeno neri, ma di un marrone scurissimo, caldo come la terra bagnata.

Mi guardò.

Guardò la mia mano che era ancora impigliata nei suoi capelli.

Il mio cuore perse un colpo.

Mi sentii scoperto, colto in flagrante mentre violavo la sua intimità.

Stavo per ritirare la mano, per scusarmi, per inventare una balla sul fatto che le stavo togliendo un pelucco.

Ma lei non si scostò.

Le sue labbra si incresparono in un sorriso lento, pigro, che le illuminava il viso assonnato.

«Ma tu sei proprio un furbetto,» sussurrò, con la voce impastata e roca.

Non c'era accusa nel tono.

C'era una dolcezza che mi scioglieva le ossa.

«Io...» balbettai, sentendo il calore salirmi alle guance. «Stavo solo... avevi i capelli sulla faccia.»

Lei rise piano, una vibrazione che sentii propagarsi dalla sua spalla alla mia.

«Bugiardo,» mormorò, chiudendo di nuovo gli occhi ma restando lì, a due centimetri dal mio viso. «Stavi giocando.»

«Forse.»

«Ti piace?»

«Cosa?»

«Giocare col fuoco.»

Riaprì gli occhi e mi fissò.

Eravamo così vicini che avrei potuto contare le pagliuzze dorate nelle sue iridi scure.

«Non mi sembri fuoco adesso,» le dissi, trovando un coraggio che non sapevo di avere. «Sembri... tranquilla.»

«È perché mi hai fatto da cuscino. Sei comodo, Rustico. Hai delle spalle sorprendentemente solide per essere un verginello ansioso.»

«Visto? Servo a qualcosa.»

Lei spostò leggermente la testa, appoggiando la fronte contro la mia tempia.

Era un contatto intimo, quasi più di un bacio.

«Servi a un sacco di cose,» ammise, e la sua voce era un soffio contro il mio orecchio. «Oggi mi hai salvata. Laggiù, in quella città di zombie... mi sentivo persa. E tu mi hai riportata a riva.»

«Tu hai fatto lo stesso con me al provino.»

«Siamo pari, allora.»

Sentii la sua mano cercare la mia, quella che ancora stringeva i suoi capelli.

Le sue dita si intrecciarono alle mie, sciogliendo la ciocca e prendendo il suo posto.

Il suo palmo era caldo.

«Sai, Elia,» disse, e il tono si fece più serio, pur restando dolce. «Forse avevi ragione tu.»

«Su cosa?»

«Sul fatto che a volte...» esitò, mordicchiandosi il labbro, «...a volte va bene non essere soli. Va bene avere qualcuno che ti tiene la mano mentre il treno corre nel buio.»

Strinsi la sua mano.

«Io non vado da nessuna parte, Marti. Resto qui.»

Lei sollevò il viso e mi guardò con un'intensità nuova.

Non c'era la solita ironia, non c'era la filosofa buddista.

C'era solo una ragazza di venticinque anni che aveva trovato un porto sicuro.

«Lo so,» sussurrò. «Ed è questo che mi spaventa. Che mi piace.»

Richiuse gli occhi e lasciò ricadere la testa sulla mia spalla, sistemandosi meglio nell'incavo del mio collo.

«Non montarti la testa, però,» borbottò contro la mia felpa, già mezza addormentata. «Domani torno a essere la tua manager spirituale e ti rimetto in riga. Ma per stasera... stasera va bene così.»

«Buonanotte, Marti,» le dissi, baciandole leggermente la sommità della testa.

«Buonanotte, furbetto.»

Restai immobile mentre il suo respiro riprendeva il ritmo del sonno.

Il treno continuava la sua corsa verso l'Abruzzo, verso la Majella, verso i problemi che ci aspettavano a casa.

Ma in questo vagone, in questo istante sospeso nel tempo, avevo tutto quello che mi serviva.

E per la prima volta, non avevo paura di niente.

Il paradiso durò esattamente venti minuti.

Poi, come se una sveglia interna le avesse vibrato nel cervello, Martina si raddrizzò.

Si staccò dalla mia spalla con un movimento fluido, deciso, quasi brusco.

Si stirò le braccia, sbadigliò coprendosi la bocca con il dorso della mano e, senza dire una parola, si spostò verso il finestrino.

Rimise quella distanza di sicurezza tra i nostri sedili. Quei venti centimetri di vuoto che per me erano un abisso.

Il "furbetto" era sparito.

La ragazza vulnerabile che cercava protezione era tornata nel suo guscio.

Davanti a me c’era di nuovo il Generale.

Si passò le mani tra i capelli, scompigliandoli per riprendere il controllo della sua immagine, e poi mi fissò.

Il suo sguardo era tornato nitido, analitico.

«Allora,» disse, con voce ferma. «Adesso che siamo tornati nel mondo reale... qual è il piano?»

«Il piano è scendere, prendere la macchina e tornare a casa,» risposi io, facendo finta di non aver sentito il cambio di temperatura nel vagone.

«Non fare lo stupido. Parlo dei Live. Parlo della finale.»

Mi appoggiai allo schienale, incrociando le braccia.

«Non ci vado.»

Martina inarcò un sopracciglio. «Ah no?»

«No. Hai visto com'è quel posto. Hai visto cosa ti ha fatto. Mi hai detto che è plastica, che ti toglie l'aria, che è pieno di gente che non è "a casa" dentro se stessa. Perché dovrei volere quella roba? Io sto bene con la mia chitarra in cameretta, o magari in qualche locale vero, dove la gente suda e puzza di birra.»

La guardai, aspettandomi che mi contraddicesse.

Invece, lei sorrise.

Era un sorriso lento, soddisfatto, quasi orgoglioso.

«Bene,» disse. «Mi piace che tu lo dica. Significa che hai capito la differenza tra l'essere un artista e l'essere un prodotto. Significa che la tua integrità è ancora intatta.»

«Esatto,» dissi io, sentendomi forte della sua approvazione. «Quindi niente X Factor. Niente plastica. Restiamo puri.»

Martina smise di sorridere.

Il suo viso assunse quell'espressione solenne, da oracolo, che usava quando doveva impartire una lezione dolorosa.

«Il problema, Elia, è che se decidi di non andare solo perché il mondo fa schifo... allora hai già perso.»

«Ma scusa, hai appena detto...»

«Ho detto che sono contenta che tu veda la plastica. Non ho detto che devi farti fermare da essa.»

Si sporse verso di me, invadendo di nuovo il mio spazio, ma stavolta non per cercare coccole.

Per sfidarmi.

«Gandhi diceva: "Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è fondamentale che tu la faccia".»

Restai in silenzio, colpito dalla citazione.

«Cosa c'entra Gandhi col talent show?»

«C'entra tutto. Il mondo è pieno di plastica, Elia. Milano, la TV, l'industria discografica... è tutto finto. Ma se tu hai il fuoco dentro, se tu hai il blues vero... la plastica non ti contamina. La plastica si scioglie vicino al fuoco.»

Mi puntò il dito contro il petto, come aveva fatto al bar.

«Tu non devi evitare quel mondo per paura di sporcarti. Tu devi entrarci dentro e bruciarlo. Devi essere così vero, così autentico, da obbligare loro a diventare veri. Il loto nasce nel fango, verginello. Non nasce sul marmo pulito. Se quella è la tua strada – e dopo quello che ho sentito oggi, so che è la tua strada – devi percorrerla a ogni costo. Anche se ti fa schifo.»

«È un controsenso,» protestai debolmente. «Prima dici che ti senti morire lì dentro, e ora mi dici che devo tornarci.»«Io mi sento morire perché il mio compito è un altro. Il mio compito è stare sulla montagna e curare le anime piccole. Ma il tuo compito è urlare. E non puoi urlare nel deserto, Elia. Devi urlare dove c'è gente che ha bisogno di essere svegliata.»

Si ributtò contro il sedile, chiudendo il discorso con un gesto della mano.

«Quindi, tu ci andrai. Ci andrai e vincerai. E io resterò a guardarti dalla TV, sapendo che quel ragazzo che spacca lo schermo è lo stesso che mi ha fatto da cuscino su un treno regionale.»

Restai zitto.

Le sue parole mi giravano in testa come un vinile a 78 giri.

Aveva questa capacità maledetta di ribaltare ogni mia certezza, di farmi sentire al tempo stesso protetto e spinto giù da un burrone.

Non ebbi il tempo di ribattere.

Il treno frenò bruscamente. I freni stridettero.

Dal finestrino nero apparvero le luci gialle, familiari e malinconiche, della stazione di Sulmona.

Eravamo arrivati.

«Siamo a casa,» disse lei, alzandosi e prendendo la borsa.

La magia del viaggio era finita.

La bolla si era rotta.

Recuperai il sacchetto con il pedale per mio padre.

Pesava un chilo, ma mi sembrava di portare un macigno.

Scendemmo sulla banchina deserta.

L'aria della valle era gelida, pulita, tagliente.

Non sapeva di smog, non sapeva di plastica.

Sapeva di realtà.

Martina si incamminò verso l'uscita senza aspettarmi, il passo svelto, la testa alta.

La guardai allontanarsi e capii che la tregua era finita.

Da domani si tornava a combattere.

Contro mio padre, contro le mie paure, e contro quel destino insignificante e fondamentale che lei mi aveva appena cucito addosso.

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