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Creato il 26/04/2026, 09:26 · Aggiornato il 26/04/2026, 09:32

Capitolo 5: La campagna di Martina

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

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  • Copertina AI
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L'epidemia iniziò a gennaio.

Non era un virus. Era carta stampata.

Avevano tappezzato Sulmona.

Dai portici di Corso Ovidio fino ai muri scrostati della stazione, non c'era un palo della luce o una vetrina che fosse salva.

Un foglio A4, sfondo nero, e quella X rossa, gigante, che sembrava un taglio di rasoio sulla carta.

«X FACTOR 2025 – Casting aperti. La tua voce cerca una casa?»

Ogni volta che ne vedevo uno, sentivo lo stomaco contrarsi come quando sbagli un accordo in barrè e ti partono i legamenti della mano.

Erano sei mesi che quei volantini mi fissavano.

Erano sei mesi che Martina mi torturava.

Eravamo seduti al tavolino esterno del Gran Caffè, anche se faceva freddo e il vento che scendeva dal Morrone tagliava la faccia.

Lei stava bevendo una tisana che si era portata da casa in un thermos d'acciaio, perché diceva che il caffè del bar "ha un'acidità che corrode l'aura".

Io avevo davanti una cioccolata calda che non stavo bevendo.

Fissavo il lampione dall'altra parte della strada.

C'era un volantino proprio lì, attaccato con lo scotch marrone da pacchi. L'angolo era strappato, sventolava al vento come una bandiera di resa.

«Lo stai guardando di nuovo,» disse Martina.

Non era una domanda. Era un’accusa.

«Non sto guardando niente,» risposi, affondando il naso nella sciarpa.

«Bugiardo. Sento il tuo desiderio che frigge nell'aria. Puzza di occasione persa, Elia. È un odore terribile, tipo cavolo bollito.»

Sbuffai.

«È un talent, Marti. È televisione. È roba finta.»

«Tuo padre dice che è roba finta,» mi corresse lei, implacabile. «Tu dici quello che dice lui perché non hai le palle di dire quello che pensi tu.»

Mi girai verso di lei. Martina aveva quella luce negli occhi, quella specie di fanatismo calmo che mi faceva paura.

Erano sei mesi che andava avanti quella storia.

Da quando avevano annunciato le date di Milano, lei aveva iniziato la sua campagna militare.

Mi mandava link su WhatsApp alle tre di notte.

Mi lasciava post-it sul banco di scuola con scritto solo "Fallo".

Una volta la trovai che canticchiava Hallelujah sotto casa mia, stonata come una campana rotta, solo per provocarmi.

«Non posso andare a Milano,» dissi, abbassando la voce perché a Sulmona anche i sanpietrini hanno le orecchie.

«E perché? Hai gli arresti domiciliari?»

«Ho due genitori, che è peggio. Te lo immagini Corrado Rustico se gli dico che vado a fare i provini per X Factor? Mi disereda. Mi toglie le chiavi dello studio. Direbbe che sto vendendo l'anima al diavolo per due minuti di celebrità.»

Martina sorrise, un sorriso sghembo che non prometteva niente di buono.

«L'anima al diavolo l'ha venduta Robert Johnson all'incrocio, e guarda che musica ha tirato fuori. Magari il diavolo ha ottimi contatti nel mondo discografico.»

«Non fa ridere.»

«Tu hai paura di lui,» incalzò lei, facendosi seria. «Ma hai ancora più paura di lei.»

Mia madre.

Il pensiero di Serena mi bloccò la glottide.

Se le avessi detto che andavo a Milano, da solo, in quella bolgia... le sarebbe venuto un attacco di panico in tempo reale. Avrebbe iniziato a parlarmi di batteri, di gente che mette la droga nei drink, di treni che deragliano.

Mi avrebbe fatto un check-up medico completo prima di farmi varcare la soglia di casa.

«Che scusa mi invento, Marti? Eh? Dimmelo tu che sei la maga delle bugie a fin di bene.»

Gesticolai nervosamente.

«Non posso dirle: "Mamma, vado a farmi giudicare da quattro tizi seduti dietro un bancone mentre tutta Italia mi guarda". Non mi lascerebbe uscire vivo da via del Nino.»

Martina svitò il tappo del thermos e bevve un sorso della sua brodaglia puzzolente.

Mi guardò sopra il bordo del bicchiere.

«La scusa è il problema minore, Elia. La verità è che tu non vuoi inventare una scusa. Tu speri che i casting chiudano. Speri di perdere il treno così potrai dire "Oh, peccato, sarà per l'anno prossimo" e restare qui a marcire guardando la Majella.»

Mi colpì.

Mi colpì dritto al petto, dove tenevo nascosta la mia vigliaccheria.

Guardai di nuovo il volantino che sventolava.

Quella X rossa sembrava un mirino puntato sulla mia fronte.

«Mancano tre giorni,» disse lei, guardando l'orologio come se il tempo stesse scorrendo al contrario. «Io ho già preso i biglietti del treno. Due.»

Sgranai gli occhi.

«Hai fatto cosa?»

«Due biglietti. Frecciarossa. Partenza all'alba. Se non vieni, userò il sedile vuoto per appoggiare i piedi. Ma sappi che se non vieni, Elia...»

Si sporse verso di me, e la sua voce diventò un sussurro roco, serio, senza più traccia di ironia.

«...se non vieni, smetto di parlarti. Perché non posso essere amica di uno che sceglie volontariamente di essere un fantasma.»

Martina non aggiunse altro. Aveva sganciato la bomba e ora aspettava l'esplosione.

Spostò lo sguardo da me al lampione, fissando quel volantino sbiadito come se fosse un testo sacro.

La vidi.

La mano destra salì meccanicamente verso la tempia. Le dita lunghe, con le unghie mangiucchiate, trovarono l'unica ciocca lunga di capelli neri sopravvissuta al rasoio e iniziarono ad attorcigliarla. Era una spirale ipnotica, nervosa.

Strinse gli occhi dietro le lenti scure, mettendo a fuoco quella X rossa dall'altra parte della strada, e poi lo fece: la punta della lingua uscì rapida, come quella di una lucertola, e inumidì il labbro superiore secco.

Non mi guardava. Non aveva bisogno di guardarmi per sapere che mi aveva messo con le spalle al muro.

Sentivo il sangue che mi pulsava nelle orecchie, un ritmo sincopato e fastidioso.

Odiavo quando faceva così. Odiavo quando aveva ragione.

Mi alzai di scatto. La sedia di metallo stridette sul pavimento del dehors, un suono acuto e sgradevole.

Sbattei i palmi aperti sul tavolino freddo. La cioccolata nella tazza tremò, increspandosi in piccole onde scure.

«Ok!» quasi urlai, fregandomene della gente che passava. «Ok, lo farò. Hai vinto tu, maledetta.»

Martina smise di attorcigliare i capelli. Si girò lentamente verso di me. Non sorrideva. Non c'era trionfo nella sua espressione, solo la serietà di un generale che manda una recluta al fronte.

Allungò il braccio e mi puntò l'indice dritto al centro del petto, sopra lo sterno, lì dove avrebbe dovuto esserci quel famoso adesivo col numero.

«Bene,» disse, con voce piatta. «Ma c'è una clausola. Con tua madre ci parli da solo.»

Aprii la bocca per protestare, ma lei mi zittì con lo sguardo.

«Io non vengo a farti da scudo umano, Elia. Questa è la tua guerra. Se vuoi andare a Milano, devi guadagnartelo. Devi guardarla in faccia e mentire senza tremare.»

La sera scese su via del Nino come una coperta di piombo.

Mentre giravo la chiave nella toppa, sentivo già la colonna sonora della casa.

Mio padre era nel "Santuario".

Anche attraverso le porte insonorizzate, il suono della sua Stratocaster filtrava ovattato, cupo. Stava provando un riff veloce, pentatonico, aggressivo. Lo ripeteva in loop, ossessivamente, cercando una pulizia che probabilmente sentiva solo lui.

Ta-ta-ta-taaaaa. Ta-ta-ta-taaaaa.

Era il suono della mia ansia.

Andai in cucina.

Luce al neon, superfici immacolate. Mia madre era seduta al tavolo, con gli occhiali da lettura sulla punta del naso, intenta a lucidare l'argenteria con un panno morbido.

L'odore era quello di sempre: limone chimico e controllo.

«Sei tornato tardi, amore,» disse, senza alzare lo sguardo dal cucchiaino che stava strofinando. «Tuo padre è nervoso stasera. Non gli viene un passaggio di Clapton.»

Restai sulla soglia. Avevo le mani sudate.

Pensai a Martina. Pensai al suo "devi guadagnartelo".

Feci un respiro profondo, comprimendo l'aria nel diaframma come se avessi dovuto cantare la nota più difficile della mia vita.

«Mamma, devo dirti una cosa.»

Serena si fermò. Posò il cucchiaino. Si tolse gli occhiali e mi guardò con quei suoi occhi chiari che scannerizzavano l'anima.

«Che succede? Ti senti male? Sei pallido.»

Eccola. La diagnosi.

«No, sto bene. È che...»

Mi passai la lingua sulle labbra, imitando involontariamente il tic di Martina.

«Devo andare a Milano. Questo weekend.»

Il silenzio che seguì durò un secondo, ma a me sembrò un'era geologica.

Vidi le pupille di mia madre dilatarsi. Vidi l'allarme rosso accendersi nel suo cervello: Milano. Metropoli. Pericolo. Treni. Microbi.

«A Milano?» ripeté, come se avessi detto "sulla Luna". «E a fare cosa, Elia? Da solo?»

«Sì, da solo. Cioè, vado e torno in giornata, col Frecciarossa.»

Mentii. Altra bugia.

«Devo andare da "Lucky Music". È un negozio gigantesco sui Navigli.»

Feci un passo avanti, entrando nel suo raggio d'azione.

«Papà compie cinquantacinque anni martedì prossimo.»

Serena sbatté le palpebre, confusa. Il cambio di argomento la spiazzò.

«Lo so quando è il compleanno di tuo padre, Elia.»

«Ecco. Ho letto su un forum che lì hanno un pedale vintage... un Tube Screamer originale degli anni Ottanta. È quello che usava Stevie Ray Vaughan. Volevo... volevo fargli una sorpresa. Regalarglielo.»

La guardai dritto negli occhi, cercando di non pensare al fatto che stavo usando l'idolo di mio padre come copertura per tradire tutto ciò in cui lui credeva.

«So che ultimamente è giù. Pensavo che... beh, magari lo faceva felice.»

Il viso di Serena cambiò.

La tensione nelle spalle si sciolse. La paura nei suoi occhi si trasformò in qualcos'altro. Tenerezza. Orgoglio.

«Oh, Elia...»

Si alzò e venne verso di me. Mi mise le mani sulle guance, quelle mani profumate di crema costosa.

«Ma è un pensiero bellissimo. Tuo padre... tuo padre apprezzerà tantissimo. Lui pensa sempre che tu non ti interessi alla sua musica, che tu sia distante.»

Mi stampò un bacio sulla fronte.

Mi sentii uno schifo. Ero Giuda che baciava Gesù, ma al contrario.

«Però Milano è cara, amore. E quel treno costa un occhio della testa.»

Tornò al tavolo, prese la borsa che era appoggiata sulla sedia e tirò fuori il portafoglio.

«Quanto costa questo pedale?»

«Tanto. Ho messo via i soldi della nonna, ma...»

«Non dire sciocchezze.»

Sfilò tre banconote da cinquanta euro e me le infilò nella tasca della felpa, premendo bene con la mano come per assicurarsi che non scappassero.

«Prendi il taxi dalla stazione al negozio, mi raccomando. Non prendere la metro, è piena di gente strana e si respira aria viziata. E mangia qualcosa di sano, non quelle schifezze dei fast food.»

Mi sorrise. Era un sorriso radioso, sollevato.

Credeva di finanziare il legame tra me e mio padre.

In realtà, stava finanziando la mia fuga.

Dallo studio, il riff di chitarra si interruppe con un fischio stridulo di feedback. Mio padre aveva sbagliato nota.

«Grazie, mamma,» sussurrai, e il peso di quei centocinquanta euro nella tasca mi sembrava piombo fuso. «Davvero.»

Eravamo il numero 3412. Un adesivo di carta appiccicato sulla mia maglietta nera, proprio sopra lo sterno, dove il blues dovrebbe premere per uscire e dove invece sentivo solo un nodo di filo spinato.

Intorno a noi, il circo. Ragazze con troppo fondotinta che ripassavano testi di Adele urlati nelle orecchie dei fidanzati; ragazzi con la chitarra a tracolla che sembravano usciti da un catalogo di moda hipster, tutti cappello a tesa larga e barba curata.

Io mi sentivo sporco. Mi sentivo un errore di ortografia in un testo stampato in Helvetica.

«Smetti di vibrare,» mi disse Martina.

Eravamo seduti per terra in un corridoio laterale, lontano dalle telecamere che intervistavano i casi umani per i montaggi strappalacrime.

Martina aveva le gambe incrociate nella posizione del loto, incurante del pavimento di linoleum grigio calpestato da migliaia di scarpe nervose.

«Non sto vibrando,» mentii. Le mie mani, strette sulle ginocchia, tremavano come le corde di una Telecaster colpita troppo forte.

«Stai emettendo una frequenza di puro panico, Elia. Stai disturbando il campo energetico di tutto il piano. Ho visto un tizio con le meches bionde inciampare mentre passava qui davanti solo perché la tua ansia gli ha fatto sgambetto.»

Mi prese le mani. Le sue erano ferme, calde, solide.

Chiuse gli occhi. Iniziò a muovere le labbra velocemente, un sussurro ritmico, ipnotico.

«Om Tare Tuttare Ture Soha... Om Tare Tuttare Ture Soha...»

Il mantra della liberazione dalla paura.

Una ragazza della produzione, con le cuffie al collo e una cartellina in mano, si fermò a guardarci con aria schifata. Martina aprì un occhio solo, nero e terribile come quello di un corvo. La ragazza della produzione scappò via senza dire una parola.

«Odio questo posto,» sussurrò Martina, senza smettere di tenermi le mani. «È una fabbrica di polli in batteria. Vogliono le vostre anime, le impacchettano nel cellophane e le vendono al chilo durante la pubblicità.»

«Allora perché hai insistito per sei mesi, con quella tua campagna di persuasione!?» chiesi, con la voce che si spezzava.

Lei mi strinse le dita fino a farmi male. Un dolore fisico che serviva a coprire quello mentale.

«Perché dovevi vedere che la tua voce è troppo grande per stare qui dentro. Ma tu sei testardo, verginello. Hai bisogno di sbatterci il muso contro il neon.»

Poi chiamarono il 3412.

«Numero 3412! Tocca a te!»

La voce dello steward, un ragazzo con la pettorina gialla e l'aria di chi avrebbe voluto essere ovunque tranne che lì, ci piombò addosso dall'alto.

Ero ancora seduto per terra, le gambe incrociate, le mani strette in quelle di Martina.

Sentii il sangue defluire dalla faccia. Il panico, quello vero, quello che ti fa sentire le estremità formicolare, mi aveva inchiodato al linoleum.

Guardai Martina.

«Non voglio andare,» sussurrai. La voce era un filo di fumo. «Non ce la faccio.»

Lo steward sbuffò, consultando la cartellina. «Ragazzo, muoviti o chiamo il 3413. C'è gente che aspetta da stamattina.»

Martina non guardò lo steward. Guardava solo me.

I suoi occhi neri si agganciarono ai miei. In quello sguardo vidi il paradiso di ogni possibilità, quel luogo che lei mi aveva sempre chirurgicamente vietato, tenendomi a distanza di sicurezza dietro il filo spinato della sua filosofia.

Ma in quel momento, il filo spinato sparì.

«Se vai adesso,» disse, con una calma serafica, «ti do un bacio.»

Il mondo si fermò.

Il rumore di fondo del corridoio, le scale vocali della ragazza accanto a noi, lo steward impaziente... tutto sparì.

Guardai le nostre mani intrecciate.

Le mie tremavano. Le sue erano ferme.

Erano mani piccole, fredde. Non erano mani curate, da signorina di città con lo smalto perfetto. Erano mani ruvide, mani di chi è abituato a lavorare con la terra nell'orto, mani che si sporcano di vita e non chiedono scusa. Sentivo i calli sui suoi polpastrelli premere contro i miei palmi sudati. Era una sensazione di realtà assoluta in un mondo di plastica.

«Promettimelo,» dissi, aggrappandomi a quella speranza come un naufrago.

Lei inclinò la testa di lato, facendo scivolare i capelli rasati sulla spalla.

«Ti ho mai detto una bugia, Elia? Ho mai detto qualcosa che poi non ho fatto?»

Ingoiai il nodo che avevo in gola. Era vero. Martina poteva essere crudele, poteva essere strana, ma non era una bugiarda.

«Ok,» dissi. «Vado.»

Mi alzai, sentendo le gambe molli come gelatina.

Lei scattò in piedi insieme a me. Mi diede una spinta leggera verso la porta del palco, ma poi, prima che potessi fare un passo, mi corse incontro.

Mi afferrò il viso tra le mani e mi stampò un bacio sulla guancia.

Non fu un bacio delicato. Fu un timbro. Un bacio umido, sonoro, che sapeva di tè verde e di quel profumo di Patchouli che le restava addosso come una seconda pelle.

Sentii il fuoco.

Non sulla guancia, ma dentro. Quel contatto bruciò la paura, trasformandola in carburante.

Mi girai e varcai la porta nera senza guardarmi indietro.

Il palco era un'isola di luce accecante.

Camminai fino alla X rossa tracciata sul pavimento.

Davanti a me, dietro un bancone lungo e lucido, c'erano quattro persone. Tre uomini e una donna. I giudici.

Mi sentivo nudo. Il microfono in mano pesava una tonnellata.

«Ciao,» disse quello al centro, il frontman di una band indie famosa. «Numero 3412. Ti vedo teso. Rilassati.»

«Ci provo,» risposi, e la mia voce rimbombò nelle casse, troppo forte.

La donna, una produttrice discografica con i capelli platino e lo sguardo di chi ne ha viste troppe, mi fissò.

«Perché canti, 3412? Qual è la tua urgenza?»

Chiusi gli occhi per un secondo. Pensai al bacio umido sulla guancia. Pensai alla cucina asettica di mia madre. Pensai al silenzio di mio padre.

«Perché lo sento scorrere nelle vene,» risposi d'istinto. «La musica è la mia ragione di vita. Mi alzo pensando alla musica e vado a dormire pensando alla musica.»

Feci una pausa, mi girai verso le quinte e vidi Martina, ferma accanto allo steward, che mi faceva il pollice in su.

«Beh,» aggiunsi, con un mezzo sorriso, «il più delle volte.»

I giudici sorrisero. Il ghiaccio si era rotto.

«Chi ti ha accompagnato?» chiese il terzo giudice, un rapper tatuato.

«Una mia amica,» dissi, indicandola nell'ombra. «La mia... manager spirituale.»

Risero.

«Ok, manager spirituale,» disse la donna. «E cosa ci canti per convincerci che non sei solo un altro ragazzo con un sogno?»

Feci un respiro profondo. Compressi l'aria nel diaframma, come avevo imparato da solo nel buio della mia stanza.

«Lie to Me. Di Jonny Lang.»

Vidi i giudici strabuzzare gli occhi.

Uno di loro, quello indie, batté le mani una volta sola, ammirato.

La donna scosse la testa, scettica. «Jonny Lang? A vent'anni? È un pezzo blues devastante. È rischioso, ragazzo. Molto rischioso. Ci vuole una voce che gratta l'asfalto per fare quel pezzo.»

Non risposi.

Feci un cenno al tecnico del suono.

La base partì. Quel giro di basso lento, sporco.

Chiusi gli occhi. Non ero più a Milano. Non ero più davanti alle telecamere. Ero nella mia stanza, ero nel treno con Martina, ero nel dolore di non essere mai abbastanza.

Quando attaccai la prima strofa — «Lie to me... and tell me everything is all right...» — non cantai. Ruggii.

Sentii la distorsione naturale della mia gola graffiare l'aria. La voce uscì sabbiosa, nera, antica.

Quando arrivai al ritornello, aprendo il diaframma, sentii quel potere che mi spaventava sempre prendere il sopravvento. Non stavo controllando la nota, la stavo cavalcando.

Quando l'ultima nota sfumò, ci fu un secondo di silenzio totale.

Poi, il boato.

I quattro giudici erano in piedi.

Non applaudivano per cortesia. Applaudivano perché erano scioccati.

La donna scuoteva la testa, ma stavolta sorrideva incredula.

«Cazzo,» disse il rapper, dimenticandosi di essere in fascia protetta. «Cazzo.»

La finale era garantita. Lo sentivo nell'aria elettrica.

«Avvicinati,» disse l'uomo al centro, guardando il mio modulo d'iscrizione. Sembrava confuso. «C'è scritto qui... Elia Rustico.»

Il gelo mi scese lungo la schiena.

L'euforia evaporò in un istante.

«Sì,» dissi.

«Rustico...» Il giudice si grattò il mento. «Sapevo che Corrado Rustico, il chitarrista storico di Zucchero, aveva un figlio maschio più o meno della tua età. Sei tu?»

Il silenzio in studio cambiò peso. Divenne giudicante. Curioso.

Sentii gli occhi di tutti addosso. Ecco il raccomandato. Ecco il figlio di papà.

Guardai Martina dietro le quinte. Lei non si muoveva. Mi fissava intensa, come per dirmi: Dillo. Dì la verità e fregatene.

«Sì,» dissi al microfono. La voce ferma. «Sono suo figlio.»

Vidi i giudici scambiarsi un'occhiata significativa.

«Beh,» disse la donna, «buon sangue non mente. Hai intenzione di portare avanti la tradizione di famiglia? Ti vedremo con la chitarra ai Live?»

Strinsi il microfono finché le nocche non divennero bianche.

«No,» risposi secco. «Non voglio seguire le orme di mio padre. Rispetto la sua musica, ma quella è la sua strada.»

Alzai lo sguardo, fissandoli uno per uno.

«Io non suono la chitarra. Il mio strumento è questo,» dissi, toccandomi la gola. «E voglio che basti questo.»

Ci fu un attimo di pausa, poi l'applauso ripartì, più forte di prima.

Avevo passato il turno.

Ma mentre uscivo dal palco, con le gambe che tremavano di nuovo, sapevo che la vera sfida non era X Factor.

La vera sfida sarebbe stata tornare a casa e dirlo a Corrado Rustico.

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