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Uscire dal Forum di Assago non è una passeggiata. È un esodo biblico.
Siamo un fiume umano, un biscione lento e sudato di dodicimila persone che cerca di passare attraverso porte troppo strette.
Le orecchie mi fischiano ancora. È un acufene dolce, un La continuo che mi ricorda che per due ore sono stato in paradiso.
Martina mi tiene per un lembo della maglietta per non perdermi nella calca.
Camminiamo sul lungo ponte pedonale che scavalca l'Autostrada del Sole.
Sotto di noi, le macchine sfrecciano veloci, strisce rosse e bianche di gente che non sa che noi abbiamo appena visto Dio seduto a un pianoforte.
L'aria di luglio è ancora calda, appiccicosa, sa di smog e di adrenalina esausta.
«Avevano ragione,» dico, alzando la voce per farmi sentire sopra il rumore del traffico. «Guarda che coda al parcheggio. Saremmo rimasti bloccati lì fino all'alba.»
Martina annuisce, accendendosi la sigaretta del dopoconcerto con mani che tremano leggermente.
«Il treno è la via del guerriero, Elia. E poi...» mi lancia un'occhiata di sbieco, maliziosa, «...almeno non devi guidare e puoi continuare a guardarmi con quegli occhi da cane bastonato.»
Arrossisco. Ha capito tutto, come sempre.
Avevo insistito io per il treno.
Certo, la scusa ufficiale era il traffico impossibile di Milano e l'assenza di parcheggi. Ma la verità è che volevo il viaggio.
Volevo quelle ore di limbo tra Milano e l'Abruzzo. Volevo sedermi di fronte a lei in uno scompartimento semivuoto, mentre il mondo fuori è buio, e fingere che quel vagone fosse casa nostra.
La metropolitana è un tubo di luce al neon che ci ingoia stanchi.
Sulla linea verde, schiacciati contro le porte di vetro, osservo il riflesso di Martina.
Ha il trucco sciolto sotto gli occhi, i capelli arruffati. È bellissima.
E io mi sento un bambino.
«A cosa pensi, verginello?»
La parola esce dalla sua bocca come un sasso lanciato in uno stagno. Non lo dice con cattiveria. Lo dice con una specie di tenerezza ruvida, quella che si usa con i fratelli minori.
Mi volto verso di lei.
«Smettila di chiamarmi così.»
«Perché? Non è vero?»
«Sì. È vero. Ma detto da te suona come una diagnosi medica.»
Lei ride, e il vagone sembra tremare un po' meno.
«Non è una diagnosi, Elia. È uno stato di grazia. Sei puro. Sei intatto. In un mondo di gente che si consuma sfregandosi a caso, tu sei ancora sigillato sotto vuoto.»
Arriviamo in Stazione Centrale che è quasi l'una di notte. Il nostro treno notturno per Pescara è sul binario 21, un bestione di ferro che puzza di freni surriscaldati.
Troviamo il nostro scompartimento. Siamo soli.
Il treno parte, lasciandosi alle spalle le luci della città, e noi scivoliamo nel buio della pianura padana.
Mi siedo di fronte a lei. Le nostre ginocchia si sfiorano.
Per un'ora parliamo del concerto, della voce di Alicia, degli arrangiamenti. Ma c'è quella parola, verginello, che continua a ronzarmi in testa come una mosca fastidiosa.
Prendo coraggio.
«Marti,» dico, fissando il finestrino nero. «Com'era... su?»
«Su dove?»
«Nell'Ashram. In comunità. Voglio dire... io mi immagino monaci, silenzio, preghiera. Ma tu mi prendi in giro perché non l'ho mai fatto. Quindi immagino che lì non fosse proprio un convento di clausura.»
Martina si toglie le scarpe e rannicchia le gambe sul sedile, mettendosi comoda. Mi guarda dritto negli occhi, e il suo sguardo cambia. Diventa liquido, profondo, senza vergogna.
«Elia, tu hai un'idea romantica e cattolica della spiritualità. Pensi che per elevare lo spirito devi mortificare il corpo. Ma il mio Maestro insegnava l'opposto.»
Fa una pausa, studiando la mia reazione.
«Lì il corpo non era un nemico. Era un tempio. E nel tempio si danza, si canta e si fa l'amore.»
«L'amore?»
«No. Sesso. Ho detto fare l'amore, ma è sbagliato. Lì facevamo sesso.»
Sento un nodo allo stomaco.
«A quanti anni... hai iniziato?»
«A sedici.»
Sedici anni. A sedici anni io ero in camera mia a cercare di imparare gli accordi di Layla e avevo paura di chiedere l'ora alle compagne di classe.
«Sedici,» ripeto.
«Sì. Con un ragazzo francese che era lì per disintossicarsi dall'eroina. Poi con una donna tedesca di quaranta. Poi con altri.»
Lo dice con una naturalezza disarmante. Come se stesse elencando la lista della spesa.
«Donne?» chiedo, e la voce mi esce un po' strozzata.
«Anime, Elia. Lì non importava cosa avevi in mezzo alle gambe. Importava l'energia. Se due energie entravano in risonanza, si univano. Era... ginnastica. Era sfogo. Era come starnutire o ridere. Un modo per scaricare a terra l'elettricità in eccesso per poi meditare meglio.»
Mi guarda, e vede il mio shock. Si sporge in avanti, prendendomi le mani. Le sue sono fredde, le mie bollenti.
«Ascolta. Non c'erano coppie. Il concetto di "coppia" era vietato. La coppia crea possesso, crea gelosia, crea l'illusione che l'altro ti appartenga. Lì nessuno apparteneva a nessuno. Andavi a letto con chi volevi, quando volevi, e la mattina dopo ti sedevi accanto a lui a fare colazione e non c'era imbarazzo, non c'erano promesse, non c'era "ti amo". C'era solo "grazie per lo scambio di energia".»
Ritira le mani e si appoggia allo schienale.
«Capisci perché ti chiamo verginello? Non è perché non hai mai penetrato nessuno. È perché tu dai al sesso un peso che non ha. O meglio, che non dovrebbe avere.»
«Per me ha un peso,» dico, ferito. «Se lo faccio con te, ha un peso. Un peso enorme.»
«Esatto!» esclama lei, puntandomi un dito contro. «È proprio questo il punto, Elia! È per questo che non succederà mai tra noi.»
Il treno sferraglia rumoroso. Il mio cuore fa più casino del treno.
«Perché?» chiedo, anche se so già la risposta.
«Perché tu non faresti "ginnastica" con me. Tu non cerchi uno sfogo. Tu cerchi la fusione. Tu vorresti metterci l'anima, il cuore, i tuoi traumi, la tua musica, tutto. E se lo facessimo... tu cercheresti di possedermi. Vorresti che io fossi tua. E io non sono di nessuno, Elia. Io scapperei il minuto dopo, e ti distruggerei.»
La guardo.
Vedo la donna che è, dietro i vestiti larghi e gli occhiali scuri.
Vedo una donna che ha vissuto mille vite mentre io ero fermo a Sulmona. Ha conosciuto corpi, piaceri, libertà che io ho solo letto nei libri.
Mi sento piccolo. Mi sento infinitamente ingenuo.
Eppure, in modo assurdo, la desidero ancora di più.
Perché lei ha separato il sesso dall'amore. Ma è qui, su questo treno notturno con me, a tenermi la mano mentre crollo dal sonno. E questo, nel mio vocabolario limitato da verginello di provincia, somiglia maledettamente all'amore.
«Quindi,» dico, cercando di alleggerire l'aria che è diventata densa come piombo, «se volessi fare solo ginnastica... avrei delle chance?»
Lei scoppia a ridere, una risata sguaiata che fa girare la testa a un passeggero che passa nel corridoio.
«No, Elia. Tu sei troppo intenso. Anche se provassi a fare ginnastica, finiresti per scriverci sopra un'opera lirica. Rassegnati. Sei condannato al romanticismo.»
Mi dà un calcio leggero sullo stinco.
«Dormi adesso. Domani devi iscriverti all'università e diventare un adulto. O almeno provarci.»
Chiudo gli occhi, cullato dal ritmo del treno.
Nella mia testa, le immagini dell'Ashram e di Martina con altri corpi si mescolano alla musica di Alicia Keys.
Fa male. Ma è un dolore che mi fa sentire vivo.
È il mio primo, vero, blues.
Le sue parole rimbalzano nel vagone vuoto, mischiandosi allo sferragliare delle ruote sui binari.
Forse ha ragione. Forse sono davvero troppo pesante per la sua leggerezza.
Mi stacco da lei. È un movimento fisico che serve a proteggere quello che resta del mio orgoglio. Sfilo le mie mani dalle sue, lentamente, sentendo il freddo che ritorna appena la pelle si separa. Mi appoggio allo schienale del sedile, cercando la posizione più scomoda possibile, come se volessi punirmi.
Chiudo gli occhi, o almeno ci provo.
Ma attraverso le ciglia socchiuse, continuo a guardarla di sottecchi. Non riesco a smettere. È più forte di me.
Martina mi osserva.
Non ha distolto lo sguardo. E poi lo fa.
Fa quel sorriso sghembo, impercettibile, che usa quando il mondo la diverte e la commuove allo stesso tempo.
La vedo alzare la mano destra. Le dita cercano la ciocca lunga di capelli neri, quella che è scampata al rasoio, e iniziano ad attorcigliarla. È il suo tic. La spirale nera si stringe attorno al suo indice.
Strizza leggermente gli occhi, come se stesse mettendo a fuoco un pensiero complicato, e passa la punta della lingua sul labbro superiore per umidificarlo.
Quel gesto. Maledetto gesto.
Scuote la testa, come se stesse perdendo una discussione con una voce nella sua testa che le diceva di stare ferma.
Sento il rumore del tessuto che si muove.
Martina si alza dal sedile di fronte.
Non sta andando via.
Viene verso di me.
Si siede al mio fianco. Il vagone è largo, ci sono posti ovunque, ma lei si incastra nello spazio stretto tra me e il finestrino buio.
Il suo fianco preme contro il mio. Il suo calore invade il mio spazio vitale, annullando ogni difesa.
Non dice nulla.
Allunga le mani e mi prende la testa. Non con la forza, ma con un’autorità dolce, antica. Mi piega delicatamente verso di lei, finché la mia guancia non trova l'incavo del suo collo, lì dove la pelle è calda e profuma di vita, non di incenso, non di ginnastica, ma di lei.
Sento il suo respiro tra i miei capelli.
E poi sento le sue labbra.
Si posano sulla mia nuca. È un bacio lento, fermo. Un bacio che non chiede niente e promette tutto, un bacio che contraddice tutto il discorso cinico che ha appena fatto.
«Ora dormi, verginello,» sussurra contro la mia pelle.
Tengo gli occhi chiusi, ma sento che bruciano. Una lacrima stupida, calda, scivola via, bagnando la sua maglietta. Lei non si sposta. Resta lì, solida come la Majella, a tenermi su.
E io, cullato dal ritmo del treno e dal profumo della donna che non potrò mai avere ma che in questo momento mi tiene stretto, finalmente, mi addormento.
Il pianoforte di Alicia Keys sfuma nell'ultima nota, sospesa e malinconica.
Apro gli occhi.
Non c'è il buio dello scompartimento ferroviario. Non c'è l'odore di freni surriscaldati del treno notte per Pescara.
C'è la luce cruda delle dieci di mattina che rimbalza sul cruscotto della Panda.
La canzone è finita. Diary è finita, mette il ricordo di quel momento d'intimità sul treno di ritorno da Milano sfuma.
Mi raddrizzo sul sedile, sentendo il collo un po' indolenzito.
Fuori dal finestrino, il paesaggio scorre veloce.
Alla nostra sinistra, imponente e silenziosa, la Majella sta sfilando via.
La vedo scivolare indietro, un colosso di pietra che diventa sempre più piccolo nello specchietto retrovisore.
Per la prima volta dopo diciannove anni, la sto guardando da una prospettiva diversa: non da sotto, schiacciato dal suo peso, ma di lato, mentre me ne vado.
Mi giro verso Martina.
Lei non mi sta guardando. Ha le mani strette sul volante, le nocche bianche, e lo sguardo fisso sull'asfalto dell'autostrada che si srotola davanti a noi.
Non attorciglia i capelli. Non si bagna le labbra.
È immobile, immersa in un pensiero che sembra pesare quanto la montagna che ci stiamo lasciando alle spalle.
Sembra che sia lei, adesso, quella che ha bisogno di essere "tenuta su".
«Non vedo l'ora di essere a Perugia,» dico, e la mia voce rompe il silenzio dell'abitacolo, cercando di scacciare i fantasmi del ricordo appena svanito.
Martina non si muove subito. Continua a fissare la strada.
«Tu l'hai mai vista?» le chiedo. «Perugia, intendo.»
Lei scuote la testa. Un movimento secco, orizzontale.
Poi, per un istante, stacca gli occhi dalla strada e mi fissa. Il suo viso si apre in quel sorriso sghembo e luminoso che usa quando vuole disarmarmi.
«No, verginello,» dice, calcando dolcemente su quel soprannome. «Non sono mai stata a Perugia.»
Si rigira subito verso il parabrezza, rituffandosi nei suoi pensieri, mentre la Panda continua ad arrampicarsi sull'asfalto.
La vedo mordicchiarsi l'interno della guancia, come se stesse trattenendo qualcosa.
«A cosa pensi?» le chiedo.
Lei non mi guarda. Tiene gli occhi fissi sulla striscia bianca della carreggiata, ma vedo le spalle che sussultano leggermente.
«Penso al fatto che dovrò passare due notti in una stanza con te,» dice, con un tono fintamente drammatico. «E stranamente... mi è venuto in mente un certo scambio di opinioni che abbiamo avuto in quel treno, al ritorno dal concerto di Alicia. Ti ricordi?»
Si volta di scatto verso di me e scoppia a ridere.
Una risata piena, sguaiata, liberatoria, che riempie l'abitacolo.
La guardo ridere e decido di non tenermelo per me.
«Fammi indovinare,» dico, alzando la voce per sovrastare la sua risata. «È il tuo modo per dirmi che sai già che ci proverò, sai già che dovrai respingermi, ma sei comunque felice di essere qui con me. Giusto?»
Martina smette di ridere lentamente.
Si passa il dorso della mano sugli occhi per asciugarsi una lacrima di divertimento, ma il sorriso le resta incollato sulla faccia, sghembo e luminoso.
Si gira un attimo verso di me, giusto il tempo di inchiodarmi con quegli
occhi neri che sembrano aver visto tutto.
«Esattamente così, verginello,» mormora, tornando a guardare la strada. «Esattamente così.»