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L'alba su Sulmona ha il colore livido di un livido che sta guarendo. Viola, giallo sporco, grigio.
Quella notte, dopo aver salutato mio padre, avevo preparato lo zaino in fretta: andando incontro a un presunto ritiro spirituale tra le vette, non potevo permettermi troppi bagagli. Sotto il sacco a pelo che sapevo non avrei mai srotolato a Perugia, avevo nascosto l’unico vestito elegante che possiedo, quello per la sera che speravo di passare con Martina. Così, il mio bagaglio si era ridotto a tre sole cose: un sacco a pelo inutile, un abito fuori posto e un carico di speranze paranoiche.
Ah…e ovviamente il modulo compilato in gran segreto per l'iscrizione alla celebre Università perugina al Palazzo Murena.
La mia casa si trova in via del Nino, un vicolo stretto del centro storico che sembra messo lì apposta per non far passare troppa luce.
Non è una di quelle case antiche in pietra viva che piacciono ai turisti. È un edificio degli anni '70, un blocco quadrato e razionale che i genitori di mia madre le hanno lasciato in eredità come si lascia un regno.
Se le mura potessero parlare, chiederebbero un TSO.
Entrare qui dentro è come entrare in una clinica privata svizzera.
Tutto è ossessivamente pulito. Non c'è un granello di polvere, non c'è una rivista fuori posto, non c'è un cuscino che non sia perfettamente sprimacciato e allineato con il divano.
È il regno di Serena Remo.
Ogni oggetto, dal vaso di cristallo nell'ingresso ai sottobicchieri in feltro sul tavolo, urla "controllo". Mia madre ha arredato questa casa come se dovesse ricevere la Regina d'Inghilterra ogni pomeriggio alle cinque.
L'unico territorio franco è lo studio insonorizzato di mio padre, ma quella è una zona di guerra sigillata. Il resto della casa è una distesa di pavimenti lucidati a specchio dove hai paura a camminare con le scarpe.
La mia camera, invece, è un buco nero.
O meglio, è un buco bianco.
Se entri, non capisci chi ci abita. Non ci sono foto con gli amici (quali?), non ci sono coppe di tornei vinti, non ci sono souvenir. Le pareti sono nude. La scrivania è vuota, a parte il computer.
Sembra la stanza di un ospite che sta per andarsene da un momento all'altro.
C'è solo un dettaglio, un unico grido di vita in quel deserto monacale.
È attaccato dietro la porta, nella parte interna, così lo vedo solo io quando mi chiudo dentro: il poster gigante del concerto di Alicia Keys al Forum di Assago, luglio 2025.
In quella foto lei è seduta al piano, sudata, bellissima, con gli occhi chiusi mentre canta una nota che probabilmente sta spettinando Dio. Ogni mattina, prima di uscire, la tocco con un dito. È la mia preghiera laica.
«Elia, mi stai ascoltando?»
La voce di mia madre mi riporta in cucina.
Sono seduto al tavolo con la tazza di latte in mano. Il mio zaino è già pronto all'ingresso, come un paracadute per lanciarmi fuori da questo aereo che sta precipitando.
«Sì, mamma. Ti ascolto.»
Serena è in piedi davanti a me, con la vestaglia di seta grigia stretta in vita e i capelli già perfetti. Sta gesticolando con un cucchiaino in mano.
«L'eremo sulla Majella è umido, amore. Hai preso la maglia termica? Quella blu che ti ho comprato da Decathlon? E le medicine? Ho messo un blister di Tachipirina nella tasca laterale dello zaino, controlla. E se ti fanno mangiare cose strane, tipo radici o zuppe non bollite, tu rifiuta. Dì che sei allergico. Non voglio che torni con la dissenteria.»
Dall'altra parte del tavolo, mio padre è nascosto dietro la Gazzetta dello Sport.
Sento il rumore delle pagine che vengono girate con violenza.
Corrado Rustico sbuffa. È uno sbuffo rumoroso, teatrale, fatto apposta per essere sentito.
«Cristo santo, Serena,» borbotta, senza abbassare il giornale. «Ha vent'anni, non cinque. Se mangia una radice non muore. Alla sua età io ero a Londra a dormire nelle stazioni della metro e a mangiare avanzi dai bidoni dei pub. E guarda che chitarrista sono diventato.»
«Appunto,» ribatte mia madre, gelida. «Hai il fegato spappolato e l'udito di un ottantenne. Io sto cercando di preservare tuo figlio.»
«Lo stai imbalsamando, non preservando. Lascialo respirare. Se vuole andare a fare l'eremita con quella svitata della tua amica buddista, che ci vada. Magari torna uomo.»
Li lascio litigare. È il loro rumore di fondo, la colonna sonora della mia infanzia.
Abbasso lo sguardo nel latte e mi dedico al mio sport preferito: Martina.
Mentre mia madre parla di sciarpe di lana e mio padre parla di vita vissuta, io penso a Martina che tra poco suonerà il campanello.
Penso a come guida, con quella mano ferma sul cambio. Penso a quella volta, l'estate scorsa, che l'ho vista uscire dal fiume Gizio con una maglietta bianca bagnata e per un attimo, solo per un attimo, ho smesso di respirare.
Non gliel'ho mai detto, ma ho passato notti intere a immaginare cosa succederebbe se quella sua "filosofia del non-attaccamento" crollasse per cinque minuti.
Mi chiedo se sotto quei vestiti larghi da strega porti biancheria normale o se anche le sue mutande abbiano dei mantra scritti sopra. Mi chiedo che sapore ha la sua pelle quando non puzza di incenso ma solo di lei.
È un pensiero provocante, sporco, bellissimo, che stride con la cucina immacolata di mia madre e con le prediche di mio padre.
«Elia!»
Mia madre mi schiocca le dita davanti agli occhi.
«Eh?»
«Hai quello sguardo vitreo. Stai andando in ipoglicemia. Mangia quel biscotto, subito.»
Mordo il biscotto. Sa di cartone e di voglia di scappare.
Il campanello suona.
Grazie a Dio.
Il Drin del campanello non è un suono. È lo sparo dello starter.
Scatto in piedi come una molla, come se la sedia avesse preso fuoco sotto al mio sedere. Il biscotto mi cade nel latte, schizzando gocce bianche sulla tovaglia immacolata, ma per la prima volta nella storia di questa casa, a nessuno importa.
Guardo mia madre. Serena ha gli occhi lucidi.
Per lei, quel campanello non annuncia l'arrivo di una ragazza che puzza di erbe strane e vive come una vagabonda. Per lei, annuncia l'arrivo della Guardia del Corpo. Della badante spirituale. Di colei che riporterà il suo prezioso bambino a casa sano e salvo dai pericoli del mondo esterno.
Serena ama Martina. La ama con la disperazione di chi sa di non poter proteggere il figlio da sola e si affida a uno sciamano.
Mio padre, invece, reagisce come se avesse sentito l'allarme antiaereo.
Chiude la Gazzetta con un colpo secco, piegandola in quattro. Sbuffa. È un suono gutturale, profondo, di rigetto totale.
Si alza senza dire una parola. Non aspetterà che lei entri. Non vuole respirare la sua stessa aria.
Corrado Rustico e Martina non si tollerano a livello molecolare.
«Vado in studio,» borbotta lui, passandomi accanto senza guardarmi. «Cercate di non tornare vestiti di arancione.»
Esce dalla cucina e sento i suoi passi pesanti allontanarsi verso il corridoio, verso il suo bunker.
Meglio così. Martina me lo ha detto chiaro, l'ultima volta che si sono incrociati per sbaglio in giardino: «Tuo padre ha i chakra così neri che sembrano buchi neri, Elia. Risucchiano la luce. Stare vicino a lui è come guardare una stella che collassa. Mi prosciuga.»
Corro alla porta.
Giro la chiave. Abbasso la maniglia.
E il mondo cambia velocità.
Quando apro il portone, il tempo rallenta.
Martina è lì, sulla soglia, incorniciata dalla luce del mattino che filtra dal vicolo.
Non so se è un effetto ottico o se il mio cervello sta producendo dopamina a secchiate, ma la vedo camminare al rallentatore.
Indossa un paio di pantaloni larghi di lino grezzo e una maglietta sformata che le lascia scoperta una spalla, eppure mi sembra vestita di luce. Ha gli occhiali da sole calati sul naso e un sorriso sghembo che mi stende.
Nella mia testa, il silenzio di via del Nino viene spazzato via.
Parte il pianoforte.
È l'intro di Good Job di Alicia Keys.
«You're doing a good job, a good job...»
La colonna sonora perfetta. Perché esistere, per Martina, sembra un lavoro che fa dannatamente bene.
«Ciao, naufrago,» dice lei.
La musica nella mia testa sfuma mentre lei entra, portandosi dietro odore di patchouli e libertà.
«Andiamo in cucina,» dico, cercando di non sembrare un cane scodinzolante. «Mamma ti aspetta per il briefing.»
Appena Martina entra in cucina, Serena si alza e le va incontro con le mani giunte, quasi in preghiera.
«Martina, cara! Grazie, grazie di essere venuta a prenderlo. Non sai quanto mi sento più tranquilla sapendo che c'è qualcuno di... sensibile con lui.»
Martina si lascia abbracciare con quella pazienza infinita che riserva ai casi disperati.
«Non si preoccupi, signora Serena. Elia è in buone mani. Le mani dell'Universo.»
Si siedono a tavola. Io resto in piedi, appoggiato al frigo, a guardare lo spettacolo.
«Allora,» attacca mia madre, tirando fuori un taccuino dove sicuramente ha scritto le domande. «Dove sarete esattamente? Sai, in caso di emergenza...»
«Saremo all'Eremo di Santo Spirito a Majella, signora,» risponde Martina senza battere ciglio. La voce è calma, profonda, ipnotica. «È un luogo di altissima vibrazione. Non c'è campo per i cellulari, ovviamente. Le onde elettromagnetiche disturbano il prana.»
«Certo, certo, il prana,» ripete mia madre, annuendo come se sapesse di cosa diavolo sta parlando. «E... mangerete?»
Martina sorride, un sorriso da Guru che ha visto la verità.
«Il corpo va nutrito con leggerezza per permettere allo spirito di volare, signora. Abbiamo un programma molto rigoroso.»
Inizia a elencare, e io la guardo ammirato. È un'artista della truffa.
«La sveglia è all'alba,» dice Martina, gesticolando lentamente. «Iniziamo con un'ora di Risveglio Muscolare nel bosco, a piedi nudi sulla rugiada, per riconnetterci con la Madre Terra. Poi facciamo il Saluto al Sole, dodici cicli completi rivolti verso est, mentre recitiamo i mantra di gratitudine.»
Mia madre pende dalle sue labbra.
«E poi?»
«Poi passiamo alla pratica interiore. Meditazioni guidate di Osho. Faremo la Kundalini Meditation per scuotere via le tossine emotive, e poi molto Pranayama, esercizi di respirazione per ossigenare il cervello. Elia ne ha tanto bisogno, ha il diaframma bloccato dallo stress urbano.»
«È vero!» esclama mia madre, guardandomi con pietà. «È sempre così contratto!»
«Per il cibo,» continua Martina, implacabile, «sarà tutto rigorosamente vegetariano. Niente cadaveri nel piatto. Solo ciò che la natura ci offre spontaneamente. Bacche di Goji, radici amare per depurare il fegato, semi di lino e insalate di tarassaco. Un pasto frugale al tramonto, e poi di nuovo meditazione.»
«Fino a quando?»
«Fino a che non spuntano le stelle. Ogni giorno sarà dedicato a un pianeta diverso. Stasera lavoreremo su Saturno, il pianeta della disciplina e del karma. Faremo una meditazione guidata sul vostro segno zodiacale per allineare i chakra con l'asse terrestre.»
Io la guardo.
Guardo come muove le mani, come incanta mia madre con questa favola new age costruita su misura per le sue ansie.
Immagino noi due stasera, non a mangiare bacche di Goji e pregare Saturno, ma a mangiare un panino con la porchetta unto in qualche baracchino sulla strada per Perugia, ridendo come matti di questa recita.
E mentre lei parla di "allineamento astrale", io penso solo che l'unico allineamento che vorrei è quello tra le mie labbra e le sue.
«È meraviglioso,» sospira mia madre, chiudendo il taccuino. «Davvero meraviglioso. Elia, hai sentito? Devi impegnarti. Respira. Pensa a Saturno.»
«Sì, mamma,» dico, incrociando lo sguardo divertito di Martina. «Penserò tantissimo a Saturno.»
La portiera della Panda si chiude con un tonfo metallico, sigillandoci dentro. Il teatro di casa Rustico scompare nello specchietto retrovisore. Smettila, Elia. Sento il tuo cervello che ronza. Hai il chakra del cuore in iperventilazione.» Martina era stata chiara mesi fa, in quel motel a Milano: «Siamo compagni di viaggio. Se ci mischiamo con il sesso, roviniamo la frequenza. Diventiamo banali. Dobbiamo vibrare vicini, ma senza toccarci. Capito la metafora?» Ho risposto di sì, ma la verità è che io non sono un monaco. Per me l'Assoluto ha la forma del suo collo quando fa retromarcia.
Siamo di nuovo sulla strada, ma io non guardo il paesaggio.
Guardo lei.
Martina guida con una disinvoltura che mi fa impazzire.
Tiene il volante con una mano sola, la sinistra, ferma sulle dodici, mentre la destra è impegnata nel suo tic preferito, quello che fa scattare il mio sistema nervoso centrale.
Le sue dita lunghe e un po' sporche di inchiostro vanno a cercare i capelli lunghi, dalla parte destra – quella che non ha rasato a zero – e iniziano ad attorcigliare una ciocca.
Lo fa sempre quando è concentrata. Lo fa quando deve parcheggiare in retromarcia, quando deve risolvere un problema logico, o quando, come adesso, deve calcolare la rotta per uscire dalla valle senza incrociare nessuno che conosciamo.
Arriccia la ciocca fino a farla diventare una molla stretta, poi la lascia andare e ricomincia.
Strizza leggermente gli occhi dietro le lenti scure, come se il sole le desse fastidio o come se stesse mettendo a fuoco un pensiero invisibile sul parabrezza.
E poi lo fa.
Passa la punta della lingua sul labbro superiore. Un gesto rapido, inconscio, per umidificarlo.
Non ha labbra carnose. Non sono le labbra "accurate" e disegnate col rossetto delle ragazze che vedo all'università o in centro il sabato sera. Sono labbra sottili, spesso screpolate dal vento o dal fumo, pallide. Imperfette.
Eppure, in questo abitacolo che sa di polvere e patchouli, sono l'unico altare su cui vorrei morire.
Mi si secca la gola. Vorrei dirle qualcosa, vorrei fare una battuta spiritosa per rompere la tensione che sento solo io, ma le parole mi muoiono in bocca.
Resto lì, muto, a fissare quel movimento ipnotico della mano tra i capelli e quella lingua che bagna la pelle.
Poi, la radio decide di darmi il colpo di grazia.
Tra le interferenze di una frequenza locale che va e viene mentre saliamo di quota, parte un giro di piano inconfondibile. Un arpeggio malinconico e dolce che conosco meglio del mio numero di telefono.
«Ooh, baby... I lay awake and see you in my dreams...»
È Diary.
È Alicia Keys.
Il suono riempie la Panda.
Martina smette di attorcigliarsi i capelli per un secondo. Si gira verso di me e sorride, riconoscendo il pezzo.
Ma io non sono più in macchina. Non sono più sulla statale che porta fuori da Sulmona.
Quel pianoforte è un teletrasporto.
Il sedile sotto di me scompare. Il sole dell'Abruzzo si spegne e diventa buio. Un buio elettrico, vasto, odoroso di sudore e aspettativa.
Sono tornato a luglio.
Sono tornato a Milano.
Quel pianoforte non è solo una canzone. È una macchina del tempo.
Mentre le note di Diary riempiono l'abitacolo della Panda, io vengo risucchiato indietro di quattro mesi.
Tutto è iniziato a Pettorano, nella stanzetta di Martina che puzza di salvia e umidità.
Era la sera del mio compleanno. Eravamo seduti per terra sul tappeto persiano mezzo sfilacciato, con due tazze di tè bollente in mano.
Lei mi ha allungato una busta nera, chiusa con la ceralacca rossa.
«Aprila piano,» mi ha detto, con quel sorriso che usa quando sa di aver vinto. «È un investimento sul tuo karma.»
Dentro c'erano due biglietti.
Alicia Keys. Keys to the Summer Tour. Milano, Mediolanum Forum. Pit Gold.
Posti in piedi, attaccati alle transenne. Il Santo Graal.
Sono rimasto a bocca aperta, incapace di parlare. Costavano un occhio della testa.
«Perché?» ho balbettato.
Lei ha scrollato le spalle, come se fosse ovvio.
«Perché sei del Cancro, Elia. È il segno della Luna, della sensibilità estrema, della memoria emotiva. È il segno della musica che ti entra dentro e ti spacca. E Alicia è un Acquario con l'anima piena d'acqua. Dovevi vederla. Dovevi vederla per capire chi sei.»
Mi sono sporto per abbracciarla, con il cuore che batteva a mille. Ho pensato: Ecco. Adesso. Adesso mi dice che non è solo per il segno zodiacale. Adesso mi dice che è per noi.
Lei ha ricambiato l'abbraccio, forte, caldo. Poi mi ha sussurrato all'orecchio:
«Ti voglio bene, Elia. Sei la mia anima gemella spirituale. Non rovinare tutto innamorandoti di me, ok? Questo è un regalo d'amore puro, non di possesso.»
Eccolo lì.
Lo stiletto di Palo Santo.
Appuntito, profumato, benedetto, piantato dritto nel ventricolo sinistro.
Mi ha ucciso e resuscitato nello stesso secondo.
«Grazie, Marti,» ho detto, ingoiando il rospo. «Amore puro. Ricevuto.»
E poi c'è stata Milano.
Luglio. Un caldo che scioglieva l'asfalto.
Eravamo lì, schiacciati contro la transenna, con le costole che premevano contro il metallo e il sudore di cinquemila persone addosso.
Quando le luci si sono spente, ho smesso di pensare a Martina, a mio padre, a tutto.
Alicia è apparsa come una regina sumera atterrata al Forum.
Un completo nero che fasciava ogni movimento e una cascata di gioielli luminosi che rimandavano la luce dei riflettori. Non ha chiesto attenzione. L'ha pretesa.
Si è seduta al pianoforte a coda e ha attaccato Nat King Cole.
Trenta canzoni.
Ha suonato trenta maledette canzoni in due ore, e io mi sono chiesto se fosse umana o se fosse una specie di divinità scesa a spiegarci come si fa.
C'è stato un momento, su You Don't Know My Name, in cui ha fatto quel famoso monologo della telefonata. È stato un po' smielato, teatrale, recitato con un iPhone in mano, ma non importava. Perché mentre parlava, continuava a suonare quella ballata jazz-soul trasformandola in un ritmo reggae che ti obbligava a muovere il bacino.
Poi sono arrivati i laser rosa su Tears Always Win.
Lei, seduta dietro a un baby grand piano bianco, su un palco minimale, ha riempito tutto lo spazio sonoro. Sembrava di essere in un club fumoso di New York, non in un palazzetto di Assago.
A metà concerto, ero già finito.
Non avevo più voce.
Sulle note di Fallin', ho urlato così tanto che ho sentito le corde vocali vibrare come se stessero per spezzarsi. Era un dolore dolce. Un'espulsione di demoni. Cantavo per la rabbia verso mio padre, cantavo per l'amore impossibile per Martina, cantavo perché Alicia stava dicendo esattamente quello che sentivo io.
Alicia si è fermata a metà canzone, sotto la luce di diecimila cellulari, e ha sorriso. Non guardava il pianoforte. Guardava noi. Guardava me che stavo perdendo i polmoni.
Poi, il colpo di genio.
Il sipario è calato sul palco principale. La band continuava a suonare, la gente si guardava intorno confusa, qualcuno ne approfittava per correre in bagno.
E all'improvviso, il boato.
Era alle nostre spalle.
Era apparsa su un mini-palco in fondo alla platea, dietro ai tecnici del suono. Aveva cambiato abito, ora indossava una tuta abbagliante che sembrava fatta di specchi.
Si è trasformata. Non era più solo la pianista soul. Era diventata una DJ, una producer.
Suonava sintetizzatori, drum machine e pianoforte contemporaneamente, remixando i suoi stessi pezzi. Skydive, Only You. Chiedeva al pubblico di votare con gli applausi se volevamo la versione "Original" o la versione "Unlocked".
Un mostro.
Prince sarebbe stato fiero di lei. C'era Stevie Wonder, c'era Michael Jackson, ma soprattutto c'era lei. Unica.
Ha finito quella parte camminando in mezzo alla folla, cantando Empire State of Mind.
È passata a due metri da noi.
Martina mi ha stretto il braccio così forte da lasciarmi i segni delle unghie.
«Guardala, Elia!» mi ha urlato nell'orecchio, sovrastando la musica. «Guarda come si prende il mondo!»
L'ultima parte è stata un delirio di ballerini su In Common e poi, inevitabile come l'alba, If I Ain't Got You.
Io ero senza voce, disidratato, con le orecchie che fischiavano.
Ma quando lei ha suonato l'ultimo accordo e ha ringraziato Milano, mi sono sentito pieno.
Pieno di qualcosa che a Sulmona non esiste.
Ho guardato Martina. Lei aveva gli occhi lucidi e il trucco leggermente sbavato.
Mi ha sorriso, un sorriso vero, senza barriere spirituali.
«Visto?» mi ha detto, mentre le luci si riaccendevano brutalmente. «Questo è quello che devi fare. Non imitare tuo padre. Diventa questo.»